L'America Latina nell'interregno occidentale

Stato a presenza selettiva, ordini extralegali e competizione tra potenze.

L'America Latina nell'interregno occidentale



Di Hakan Illatiksi


Quando lo Stato cessa di integrare il territorio, altri poteri non si limitano a prenderne il posto: amministrano separatamente le funzioni che esso non è più in grado di ricomporre.


Introduzione: la periferia come anticipazione


La periferia non rappresenta il passato del centro; spesso ne anticipa il futuro. Non è soltanto il luogo in cui vengono depositati i residui del centro: è lo spazio nel quale diviene visibile, prima che altrove, l'incapacità del sistema di continuare a esternalizzare e organizzare le proprie contraddizioni.

La crisi dell'ordine occidentale non consiste soltanto nella perdita relativa di potere degli Stati Uniti rispetto alla Cina, alla Russia e ad altre potenze emergenti. Né si riduce alla diminuzione dell'efficacia delle norme sulle quali tale ordine si fondava. Il suo nucleo è più profondo: il funzionamento stesso del sistema ha cominciato a distruggere le condizioni materiali, sociali e istituzionali che ne rendevano possibile la riproduzione.

Durante la sua fase espansiva, l'accumulazione economica poteva tradursi - seppure in modo diseguale e conflittuale - in occupazione, capacità fiscale, infrastrutture, integrazione territoriale, mobilità sociale e legittimità istituzionale. La crescita non eliminava gli antagonismi, ma generava risorse sufficienti per amministrarli, integrare i settori subordinati e sostenere un'aspettativa condivisa di progresso.

Oggi questa relazione si è rovesciata. L'accumulazione non rafforza più necessariamente le capacità collettive, ma si sostiene sempre più consumandole: precarizza il lavoro, concentra la ricchezza, erode le basi fiscali, privatizza le funzioni pubbliche, degrada i territori e trasferisce al futuro i costi sociali e ambientali del presente.

Il problema fondamentale non è, dunque, la distanza tra norma e realtà, ma la crisi di riproduzione dell'ordine stesso. Le sue istituzioni continuano a funzionare, ma lo fanno sempre più per proteggere circuiti finanziari, risorse strategiche, infrastrutture critiche e posizioni di potere, mentre perdono la capacità di garantire la riproduzione delle società sulle quali poggiano.

Le norme sopravvivono perché continuano a legittimare il sistema; le capacità vengono redistribuite perché non sono più orientate a sostenere l'insieme. Lo Stato di diritto permane come forma giuridica, ma cessa di operare come principio generale di integrazione. La legalità diviene selettiva, la sicurezza si territorializza e la protezione dipende sempre più dalla posizione economica, dalla collocazione geografica e dall'utilità strategica attribuita a ciascun gruppo sociale.

La crisi occidentale costituisce, in questo senso, un'inversione riproduttiva: l'ordine consuma le capacità che dovrebbe rinnovare per preservare temporaneamente una struttura che non è più in grado di sviluppare.

Il sistema costruito dopo il 1945 - e presentato come universale dopo il 1991 - si fondava su una serie di corrispondenze: tra territorio e sovranità; tra Stato e monopolio della violenza; tra cittadinanza e protezione giuridica; tra crescita economica e integrazione sociale; tra egemonia statunitense e stabilità internazionale.

Queste corrispondenze non si sono mai realizzate pienamente né in modo omogeneo, soprattutto nelle periferie. Tuttavia, fornivano l'orizzonte normativo e l'architettura politica entro i quali venivano organizzati i conflitti. Oggi non sono scomparse, ma hanno perso la capacità di coordinare l'insieme.

Gli Stati conservano frontiere, costituzioni, elezioni, forze armate e rappresentanza diplomatica. Al tempo stesso, incontrano difficoltà crescenti nel controllare i flussi finanziari, tecnologici, migratori, informativi e illeciti che attraversano i loro territori. La legalità conserva la propria forma, ma perde la capacità di organizzare in modo relativamente omogeneo la vita sociale.

L'America Latina costituisce uno degli spazi nei quali questa trasformazione appare con maggiore chiarezza. Non perché le sue democrazie abbiano semplicemente cessato di funzionare, ma perché la procedura democratica non riesce più ad articolare un progetto sovrano dotato di una dinamica propria.

Le istituzioni possono organizzare elezioni, alternanze di governo e procedure costituzionali, ma non riescono a generare una capacità duratura di trasformazione. I governi cambiano senza che vengano modificate le strutture che determinano l'inserimento internazionale, la specializzazione produttiva, la dipendenza finanziaria, il dominio tecnologico o la distribuzione territoriale del potere.

La democrazia cessa così di funzionare come meccanismo di autodeterminazione collettiva e si riduce progressivamente a una procedura per amministrare vincoli prodotti al di fuori della sua portata. Permette di selezionare periodicamente coloro che guideranno il governo, ma determina sempre meno l'orientamento storico che la società può assumere.

Ciò non significa che esista una volontà popolare omogenea e già costituita che le istituzioni si limiterebbero a tradire. La volontà popolare non è la somma immediata delle opinioni individuali né la maggioranza contingente emersa da un'elezione. È la capacità, politicamente costruita, di una società di riconoscere le proprie dipendenze, mettere in relazione interessi contraddittori e darsi un orientamento comune.

Il problema latinoamericano consiste nel fatto che la procedura elettorale non riesce a trasformare necessità, conoscenze e capacità disperse in una volontà sovrana. Conferisce ai governi una legittimità d'origine, ma non crea, di per sé, le condizioni necessarie per modificare la struttura entro la quale essi devono agire.

La politica rimane quindi imprigionata nella gestione delle emergenze, nella distribuzione di compensazioni e nella negoziazione permanente con poteri economici, finanziari, tecnologici, extralegali e stranieri dotati di una continuità strategica superiore a quella degli stessi Stati.

La crisi latinoamericana rivela, pertanto, una democrazia priva di potenza costituente. Conserva procedure elettorali e legittimità istituzionale, ma non riesce a produrre una direzione storica autonoma. I governi amministrano una struttura di dipendenze della quale non controllano la logica fondamentale.

La regione non si trova al di fuori dell'ordine occidentale. Ne anticipa la trasformazione.


1. Dallo Stato assente allo Stato a presenza selettiva

La domanda non è quanto Stato esista, ma per chi esista e quali funzioni decida di garantire.


Parlare di un semplice vuoto di potere è fuorviante. In gran parte dell'America Latina lo Stato non è scomparso, ma la sua permanenza non significa che continui ad agire come un'organizzazione orientata a integrare il territorio e a riprodurre l'insieme sociale.

Se fosse completamente incoerente, difficilmente potrebbe conservarsi. La sua continuità rivela, piuttosto, una coerenza selettiva. Lo Stato concentra le proprie capacità laddove deve garantire funzioni considerate strategiche: riscuotere le imposte; organizzare le elezioni; mantenere le relazioni internazionali; assicurare il pagamento del debito; proteggere i grandi investimenti; preservare determinati equilibri macroeconomici; sostenere il funzionamento delle enclave produttive e dei corridoi logistici.

Questa capacità non si estende in modo equivalente all'intero territorio né a tutte le popolazioni. Lo stesso Stato che offre certezza giuridica ai creditori e agli investitori può perdere il controllo effettivo delle frontiere, delle periferie urbane, dei corridoi fluviali, delle carceri, delle aree minerarie o dei territori rurali. Può proteggere un'infrastruttura estrattiva ed essere, al tempo stesso, incapace di garantire diritti elementari a coloro che vivono nelle aree circostanti.

Non si tratta, dunque, di uno Stato che abbia perduto ogni razionalità. È la sua razionalità a essere stata riorientata. Lo Stato organizza la propria presenza laddove deve proteggere l'accumulazione, assicurare i flussi strategici e rispettare gli impegni esterni; riduce, delega o abbandona le proprie funzioni nei luoghi in cui la riproduzione della vita sociale appare come un costo privo di redditività immediata.

La sua apparente incoerenza non colpisce tutti allo stesso modo. Lo Stato può essere prevedibile ed efficace nel garantire contratti, debito, esportazioni e stabilità finanziaria, mentre risulta discontinuo, arbitrario o insufficiente nella tutela degli interessi nazionali e dei territori marginalizzati.

Questa dualità non costituisce necessariamente un errore di progettazione. Diviene uno dei principi organizzativi dello Stato durante l'interregno occidentale: massima capacità nei punti strategici e minima responsabilità nei confronti dell'insieme sociale.

Ciò non significa che lo Stato sia uno strumento monolitico delle élite. Continua a essere un terreno di contesa. Governi, movimenti sociali, amministrazioni locali, sindacati e organizzazioni comunitarie possono utilizzare alcune delle sue capacità per difendere diritti, recuperare risorse, sostenere servizi pubblici o rafforzare l'integrazione territoriale.

Queste contese si sviluppano, tuttavia, all'interno di una struttura il cui funzionamento generale tende a separare la protezione dei circuiti strategici dalla riproduzione integrale della società.

Emerge così una sovranità differenziata. La legge non scompare, ma viene applicata in modo diseguale a seconda del territorio, dell'attività economica e della posizione sociale. In alcuni spazi operano istituzioni relativamente prevedibili; in altri, la sicurezza, la mobilità, il lavoro e la sopravvivenza dipendono da accordi informali con corpi di polizia, intermediari politici, imprese private, organizzazioni criminali o autorità comunitarie.

La questione centrale non è, quindi, se lo Stato sia presente o assente, ma per chi sia presente, quali funzioni garantisca e quali responsabilità abbandoni.


2. L'ordine composito: legalità, informalità ed extralegalità

L'illegalità cessa di essere un'anomalia quando l'ordine ha bisogno di essa per funzionare.


Il problema non consiste semplicemente nel fatto che le organizzazioni criminali ostacolino lo sviluppo regionale, come suggerisce la Banca Mondiale. Questa formulazione presuppone che l'economia legale, le istituzioni statali e le reti illecite costituiscano sfere separate e che queste ultime irrompano dall'esterno per alterare il normale funzionamento delle prime.

In numerosi territori latinoamericani accade qualcosa di diverso. Operare al di fuori delle procedure formali è divenuto funzionale al concreto funzionamento del sistema. L'informalità, la corruzione, la violenza selettiva e gli accordi clandestini permettono di svolgere funzioni che l'ordine giuridico non può adempiere, non vuole assumere pubblicamente o ha bisogno di mantenere al di fuori di ogni responsabilità istituzionale.

È opportuno distinguere tre piani:

L'informale è regolato da pratiche non ufficiali, sebbene non necessariamente illegali.

L'extralegale opera al di fuori delle procedure pubbliche e dei normali meccanismi di responsabilità.

L'illecito viola direttamente la legge.

Nella pratica, questi piani possono sovrapporsi, ma non sono equivalenti. Un accordo informale può rispondere a una necessità alla quale lo Stato non provvede; una relazione extralegale può trasferire le decisioni pubbliche verso circuiti opachi; un'attività illecita può produrre rendite mediante la violenza, la frode o la corruzione.

Le organizzazioni criminali controllano le rotte, disciplinano le popolazioni, garantiscono il transito delle merci, amministrano mercati clandestini e risolvono controversie. Funzionari e forze di sicurezza offrono protezione selettiva, regolano attività illecite o garantiscono l'impunità. Le imprese legali ricorrono a intermediari informali per accedere a terre, lavoratori, risorse o corridoi logistici. Gli attori politici scambiano tolleranza, contratti, assistenza e protezione in cambio di finanziamenti, obbedienza territoriale o capacità elettorale.

Non esiste, pertanto, un ordine formale contrapposto dall'esterno a un potere criminale omogeneo. Si configura un ordine composito, nel quale la legalità ufficiale, le pratiche informali, le relazioni extralegali e le attività illecite si articolano in modo variabile.

L'ordine formale conserva la rappresentanza giuridica, la legittimità internazionale e la capacità di garantire contratti, debito e investimenti. Le reti extralegali amministrano ciò che non può essere riconosciuto pubblicamente: la coercizione territoriale, l'appropriazione irregolare delle risorse, la riduzione illegittima dei costi, la neutralizzazione delle resistenze e la distribuzione clandestina delle rendite.

Queste componenti non funzionano necessariamente come forze contrapposte. Spesso si completano a vicenda. L'extralegalità permette di ottenere risultati che sarebbero politicamente costosi, giuridicamente impossibili o socialmente inaccettabili se fossero assunti direttamente dallo Stato o dalle imprese.

La debolezza delle forze di polizia, dei tribunali, delle carceri, delle dogane e dei governi locali non deve essere sempre interpretata come una semplice carenza istituzionale. In determinati contesti, il loro funzionamento selettivo produce valore politico ed economico. Una dogana permeabile facilita alcuni flussi mentre ne blocca altri; una polizia frammentata distribuisce una protezione differenziata; una giustizia lenta trasforma l'impunità in una risorsa negoziabile; un carcere governato informalmente concentra autorità, popolazione detenuta e capacità operativa.

La disfunzione generale può essere funzionale a interessi particolari. Le istituzioni falliscono dal punto di vista della riproduzione collettiva, ma possono risultare efficaci nell'organizzare rendite, assicurare obbedienze e preservare posizioni di potere.

La criminalità organizzata partecipa a questo sistema, ma non lo esaurisce. Costituisce una delle forme mediante le quali viene amministrata un'economia e viene governato un territorio che non funzionano più esclusivamente entro la legalità formale.

Il risultato non è la completa sostituzione dello Stato da parte delle organizzazioni criminali, bensì la formazione di sistemi misti, nei quali istituzioni pubbliche, imprese legali, economie informali, reti illecite e poteri territoriali si compenetrano.

Il funzionario corrotto, l'imprenditore che acquista protezione, il poliziotto che regola un mercato clandestino, il dirigente che scambia tolleranza con voti e l'organizzazione criminale che finanzia servizi locali possono far parte della medesima struttura funzionale.

Lo Stato non è semplicemente assente né uniformemente debole: alcune delle sue agenzie partecipano attivamente alla produzione, alla tolleranza e alla regolazione dell'ordine extralegale.

La questione decisiva non è dove termini lo Stato e dove cominci l'illegalità, ma quali funzioni vengano esercitate pubblicamente, quali delegate, quali tollerate e quali mantenute deliberatamente al di fuori di ogni responsabilità istituzionale.


3. Autorità parziali e potere nodale

Il potere contemporaneo non occupa sempre lo spazio: ne controlla le connessioni.


Gli attori che occupano le fratture dello Stato a presenza selettiva non sono equivalenti tra loro.

I grandi cartelli funzionano come imprese transnazionali della logistica, del finanziamento e della violenza. Le maras e le bande territoriali estraggono rendite mediante l'estorsione, controllano i quartieri e regolano la circolazione quotidiana. Le guerriglie combinano obiettivi politici, amministrazione territoriale ed economie clandestine. Le organizzazioni paramilitari offrono sicurezza selettiva, disciplinano le popolazioni e proteggono interessi economici. Le reti penitenziarie trasformano le carceri in centri di comando, reclutamento e negoziazione.

A questi attori si aggiungono intermediari meno visibili: trasportatori, avvocati, commercialisti, operatori finanziari, funzionari doganali, società di copertura, fornitori tecnologici e agenti politici.

La criminalità organizzata contemporanea non costituisce un mondo separato dall'economia formale. Dipende da porti legali, banche, società commerciali, reti digitali, mercati immobiliari e catene internazionali di approvvigionamento. La sua capacità non deriva unicamente dalla violenza, ma dalla connessione con infrastrutture, istituzioni e servizi appartenenti all'ordine legale.

Queste organizzazioni non hanno neppure bisogno di amministrare tutte le funzioni dello Stato. È sufficiente che controllino alcuni punti strategici: una frontiera, un carcere, una strada, un porto, un'amministrazione comunale, un corpo di polizia o una rete di appalti pubblici.

Il loro potere non è territoriale nel senso classico. È nodale. Si concentra nei punti nei quali circolano merci, informazioni, denaro e persone.

Per questo motivo non costruiscono necessariamente Stati paralleli completi. Esercitano autorità parziali: controllano determinati flussi, popolazioni o funzioni senza assumersi la responsabilità della riproduzione integrale del territorio.

La frammentazione politica non significa che ogni attore costruisca un piccolo Stato. Significa che le funzioni un tempo riunite sotto un'autorità comune vengono distribuite tra poteri differenti. Ciascuno controlla ciò di cui ha bisogno e trasferisce sugli altri il costo di sostenere l'insieme.


4. La violenza come forma di governo

Laddove l'autorità non può manifestarsi pubblicamente, la violenza stabilisce le regole che nessuno riconosce di avere imposto.


La violenza contemporanea in America Latina non può essere compresa unicamente come criminalità né come guerra convenzionale. È divenuta una tecnologia di regolazione economica, territoriale e sociale.

L'omicidio selettivo stabilisce chi possa commerciare. L'estorsione funziona come un sistema tributario parallelo. Lo sfollamento forzato modifica la proprietà della terra. Il reclutamento giovanile riproduce la forza lavoro armata. Il controllo delle carceri permette di negoziare con lo Stato. Le sparizioni producono incertezza e disciplinano le comunità. Gli attacchi contro giornalisti, pubblici ministeri, sindacalisti o dirigenti locali eliminano gli ostacoli all'appropriazione delle risorse.

La violenza può aumentare anche quando nessuna organizzazione intenda conquistare il governo centrale. L'obiettivo non è necessariamente impadronirsi dello Stato, ma condizionarne la condotta, ottenere tolleranza, controllare funzioni specifiche o imporre regole all'interno di determinati territori.

Si formano così ordini locali nei quali attori differenti esercitano frammenti di autorità. Lo Stato conserva la rappresentanza internazionale e la legalità formale; le imprese amministrano infrastrutture produttive; le organizzazioni criminali regolano rotte, quartieri e mercati clandestini; le piattaforme controllano dati e comunicazioni; le potenze straniere forniscono capitali, armamenti, intelligence o tecnologia.

La popolazione è sottoposta contemporaneamente a diverse autorità, nessuna delle quali assume una responsabilità integrale per la sua riproduzione.

L'affermazione secondo cui la violenza non possiede un centro di imputazione chiaramente identificabile deve essere intesa in questo senso. Non significa che sia priva di beneficiari, responsabili o esecutori. Significa che non procede più necessariamente da un unico centro sovrano né risponde a una catena di comando facilmente ricostruibile.

Possiede finanziatori, intermediari, esecutori e beneficiari delle rendite, ma la responsabilità viene distribuita tra attori legali, informali e illeciti. Questa distribuzione rende difficile individuare il punto nel quale termina l'economia formale, comincia il circuito clandestino e viene esercitata la coercizione.

L'opacità non costituisce un difetto accidentale. È una condizione di funzionamento del sistema. Permette ad attori differenti di beneficiare della violenza senza assumerne pienamente la responsabilità né le conseguenze.

L'articolazione non richiede un'intelligenza centrale né una cospirazione unitaria. Si produce mediante reti di intermediazione, protezione selettiva, corruzione, riciclaggio di capitali, accordi territoriali, relazioni personali e dipendenze economiche.

Avvocati, commercialisti, imprenditori, operatori politici e funzionari collegano circuiti che formalmente dovrebbero rimanere separati. Il sistema finanziario trasforma rendite illecite in patrimonio legale. Le agenzie statali producono informazioni, stabiliscono priorità e negoziano forme di collaborazione. Le autorità locali definiscono le soglie di tolleranza. Le organizzazioni armate si contendono e si spartiscono i corridoi.

Queste relazioni non eliminano i conflitti. Esistono rotture, guerre tra organizzazioni, mutamenti di alleanze e controversie tra agenzie. Ma persino il conflitto può far parte di una stabilizzazione instabile del disordine: nessun attore controlla l'insieme, sebbene molti traggano beneficio dalla sua frammentazione.


5. La causa interna: dominio senza direzione sovrana

Non esiste un progetto sovrano quando le élite possono riprodursi senza riprodurre la società che governano.


La frammentazione latinoamericana non può essere spiegata mediante una semplice enumerazione di carenze: disuguaglianza, corruzione, debolezza fiscale, informalità del lavoro, concentrazione della proprietà fondiaria, dipendenza tecnologica o discontinuità istituzionale.

Tutti questi fattori sono reali, ma non costituiscono cause autonome. Sono manifestazioni di un'incapacità politica più profonda: l'assenza di una direzione i cui interessi dipendano dalla riproduzione sovrana dell'insieme nazionale.

In gran parte dell'America Latina, i gruppi dominanti non hanno bisogno che la società nazionale si sviluppi come una totalità integrata per riprodurre la propria posizione. I loro redditi, patrimoni e possibilità di accumulazione dipendono spesso dall'esportazione di risorse, dall'intermediazione finanziaria, dall'appropriazione di rendite pubbliche, dal controllo di mercati protetti o dal collegamento diretto con centri esterni di potere.

La loro prosperità può coesistere con la stagnazione produttiva, il degrado territoriale, l'informalizzazione del lavoro e la perdita di capacità statali. Possono conservare il potere anche quando il sistema nazionale che formalmente governano perde autonomia e coesione.

Per questo motivo non devono essere intesi semplicemente come élite nazionali incapaci di realizzare un progetto proprio. In molti casi sono prive di interessi sufficientemente sovrani da renderlo necessario. Il loro orizzonte di riproduzione non coincide con quello della società.

Dominare non equivale a dirigere. Un gruppo dominante controlla risorse, istituzioni o posizioni strategiche. Una forza dirigente, invece, mette in relazione interessi eterogenei, organizza capacità disperse e costruisce un orientamento storico capace di riprodurre l'insieme dal quale dipende anche il proprio potere.

La conseguenza decisiva dell'assenza di una direzione sovrana è l'incapacità di mettere in relazione e coordinare i protointeressi esistenti all'interno del territorio.

Lavoratori, produttori, tecnici, università, piccole imprese, economie regionali, amministrazioni pubbliche e comunità locali possiedono conoscenze, risorse e necessità che potrebbero trasformarsi nelle componenti di un progetto comune. Tuttavia, rimangono dispersi, subordinati o contrapposti perché non esiste una direzione capace di articolarli all'interno di una strategia dotata di continuità storica.

Un protointeresse è una necessità, una capacità o un'aspirazione ancora particolare: occupazione industriale, credito produttivo, infrastrutture, formazione tecnica, controllo energetico, integrazione territoriale o autonomia tecnologica.

Diviene interesse nazionale soltanto quando può essere messo in relazione con altri interessi, accettare limiti, stabilire priorità ed entrare a far parte di una direzione condivisa.

Questa articolazione richiede una forza dirigente capace di comprendere che la riproduzione del proprio potere dipende dalla riproduzione dell'intero sistema sociale. Richiede la trasformazione delle rivendicazioni settoriali in capacità collettive, il coordinamento di differenti scale temporali e la subordinazione dei benefici immediati alla costruzione dell'autonomia futura.

Le élite latinoamericane hanno invece teso ad amministrare gli interessi particolari come richieste separate. Negoziano con ciascun settore, distribuiscono compensazioni, contengono i conflitti e trasferiscono risorse, ma raramente trasformano questa diversità in un'architettura produttiva, territoriale e strategica comune.

Da ciò derivano molte delle patologie che vengono solitamente presentate come cause indipendenti.

I sistemi tributari rimangono deboli perché i gruppi dominanti non accettano di finanziare una capacità statale che limiti la loro autonomia privata. L'informalità persiste perché permette di ridurre i costi senza costruire una struttura produttiva integratrice. La dipendenza tecnologica continua perché, nel presente, importare soluzioni risulta più redditizio che sviluppare capacità proprie. La concentrazione territoriale si riproduce perché le economie di enclave non hanno bisogno di integrare lo spazio nazionale. La discontinuità istituzionale emerge perché ogni governo amministra le urgenze senza appoggiarsi a una strategia capace di trascendere i cicli elettorali.

La frammentazione non costituisce, pertanto, un'anomalia esterna al sistema di dominio. È la forma politica corrispondente a un'élite i cui interessi possono realizzarsi separatamente e mediante connessioni esterne, senza la necessità di organizzare un progetto nazionale.

Laddove non esiste una direzione interna capace di coordinare i protointeressi locali, il coordinamento finisce per essere esercitato dall'esterno. Governi, province, imprese, forze armate e settori produttivi negoziano separatamente con attori esterni che possiedono una continuità, un patrimonio informativo e una capacità strategica superiori a quelli dello Stato nazionale.

La causa essenziale della subordinazione latinoamericana non è la forza assoluta delle potenze, bensì l'assenza di una volontà interna capace di trasformare capacità disperse in un progetto sovrano.


6. L'America Latina come laboratorio dell'interregno

Il laboratorio non è il luogo nel quale nasce il caos, ma quello nel quale si sperimentano le forme della sua amministrazione.


Durante la Guerra fredda, gran parte della violenza latinoamericana si organizzava attorno a opposizioni relativamente riconoscibili: rivoluzione e controrivoluzione; insurrezione e forze armate; socialismo e capitalismo; sovranità nazionale e intervento statunitense.

La fine di quel confronto non ha eliminato la violenza. Ne ha modificato la forma.

Le guerre ideologiche sono state sostituite, o affiancate, da conflitti reticolari, economicamente autosostenuti e privi di un esito politico definito. Non esistono più necessariamente una dichiarazione di guerra, un fronte stabile, un nemico unico o una pace negoziabile.

La violenza può continuare indefinitamente perché è divenuta il modo di riproduzione di molteplici attori. Organizzazioni armate, forze di sicurezza, imprese, intermediari politici e reti clandestine ottengono risorse, autorità o capacità negoziale dalla permanenza del conflitto.

L'America Latina si è così trasformata in un laboratorio di nuove forme di potere. Tuttavia, la competizione attuale non riproduce la bipolarità ideologica della Guerra fredda. Si tratta, prima di tutto, di una competizione funzionale: ciascuna potenza cerca di assicurarsi le risorse, i flussi, le tecnologie e le posizioni di cui ha bisogno, senza assumersi la responsabilità di organizzare l'insieme regionale.

Questa trasformazione si manifesta in quattro modalità principali.


a) Sicurezza senza integrazione


La prima modalità consiste nella separazione tra sicurezza e costruzione dello Stato. L'obiettivo cessa di essere la piena integrazione dei territori e diviene il contenimento di minacce specifiche: narcotraffico, migrazioni, proteste, terrorismo, attività mineraria illegale o conflittualità sociale.

Vengono rafforzate unità di polizia, sistemi di intelligence, forze speciali, controlli di frontiera e carceri senza sviluppare, nella stessa misura, la giustizia, l'istruzione, l'occupazione, le infrastrutture o l'amministrazione locale.

Gli Stati Uniti hanno contribuito per decenni a organizzare la cooperazione regionale attorno alla lotta contro la droga, all'addestramento delle forze di polizia, al contrasto delle bande e al controllo delle frontiere. Queste politiche hanno sviluppato capacità operative, ma hanno anche consolidato una concezione prevalentemente securitaria di problemi legati alla disuguaglianza, alla domanda internazionale, all'informalità e alla debolezza degli Stati.

Il risultato è uno Stato che può divenire più coercitivo senza acquisire una maggiore capacità di organizzare il territorio, produrre integrazione o ricostruire le condizioni sociali dalle quali dipende la sicurezza.


Lo Stato può aumentare la propria forza senza aumentare la propria capacità.

b) L'eccezione come normalità


La seconda modalità è la normalizzazione degli stati di emergenza. Di fronte a minacce reali, i governi concentrano poteri, ampliano la sorveglianza, militarizzano le funzioni di polizia e riducono le garanzie processuali.

Queste misure possono produrre risultati immediati. Tuttavia, possono anche trasformare l'eccezionalità in una forma permanente di governo.

L'efficacia cessa di essere misurata attraverso la ricostruzione delle istituzioni ordinarie e comincia a essere identificata con la capacità dell'Esecutivo di neutralizzare i nemici. L'emergenza non costituisce più un'interruzione transitoria dell'ordine, ma il metodo abituale mediante il quale viene amministrata una società che non può essere integrata.

Il cittadino cessa allora di essere considerato principalmente come un soggetto di diritti e viene classificato come appartenente a una popolazione sicura, sospetta, vulnerabile, allontanabile o sacrificabile.


c) La sorveglianza come infrastruttura

La terza modalità è il passaggio dal controllo esclusivamente fisico al controllo informativo.


Telecamere, riconoscimento facciale, banche dati biometriche, telecomunicazioni, intelligenza artificiale e piattaforme urbane permettono di integrare funzioni di sicurezza precedentemente disperse.

La Cina ha finanziato o fornito in America Latina progetti collegati a sistemi di "città sicure", sorveglianza urbana e risposta alle emergenze. Queste tecnologie non determinano, di per sé, un uso autoritario: il loro funzionamento dipende dal contesto istituzionale. Tuttavia, in condizioni di scarsa trasparenza possono ampliare la capacità di osservazione senza creare forme equivalenti di controllo pubblico.

La questione strategica non è più soltanto chi controlli il territorio, ma chi conservi i dati, progetti gli algoritmi, mantenga l'infrastruttura, stabilisca gli standard e possieda la capacità di interrompere il sistema.

La dipendenza tecnologica diviene così una forma di dipendenza politica, sebbene non assuma la forma classica dell'occupazione o della tutela territoriale.


d) La rinnovata economia di enclave

La quarta modalità è la formazione di enclave capaci di funzionare nel mezzo della disorganizzazione generale.


Un porto, una miniera, un giacimento, una piantagione, un corridoio energetico o una zona logistica possono disporre di sicurezza privata, infrastrutture proprie, regimi fiscali speciali e connessioni internazionali, mentre il territorio circostante rimane istituzionalmente degradato.

Il capitale globale non ha più necessariamente bisogno di uno Stato nazionale capace di sviluppare l'intero territorio. Ha bisogno che determinati nodi rimangano operativi.

L'espansione delle relazioni economiche con la Cina offre opportunità di finanziamento, infrastrutture e diversificazione commerciale. Tuttavia, quando questa relazione non si trasforma in sviluppo produttivo, apprendimento tecnologico e integrazione territoriale, l'infrastruttura finisce per collegare più efficacemente le risorse locali ai centri esterni di accumulazione che le società nazionali tra loro.

L'economia di enclave non è un residuo premoderno. È una forma pienamente contemporanea di inserimento globale: elevata efficienza nei nodi strategici e degrado riproduttivo nel territorio circostante.


7. Le potenze non producono la frammentazione, ma ne sfruttano selettivamente le funzioni

Laddove manca una direzione interna, la dipendenza esterna diviene principio di coordinamento.


Gli Stati Uniti, la Cina e la Russia non hanno creato la frammentazione latinoamericana. Agiscono su una struttura preesistente, caratterizzata dall'assenza di un progetto sovrano e dalla possibilità di stabilire relazioni separate con le sue diverse componenti.

Non hanno bisogno di dominare la regione come una totalità. Possono stabilire rapporti con governi alla ricerca di finanziamenti, province che offrono risorse, imprese che necessitano di mercati, forze armate che richiedono equipaggiamento, operatori tecnologici alla ricerca di contratti e gruppi economici interessati a connessioni esterne.

Le potenze coordinano dall'esterno ciò che la direzione regionale non riesce ad articolare dall'interno. Ognuna seleziona le funzioni della frammentazione compatibili con i propri interessi.


Stati Uniti: amministrare la frontiera della sicurezza


Per gli Stati Uniti, l'America Latina continua a essere, prima di tutto, una frontiera strategica immediata. Le loro priorità si concentrano sulla regolazione del narcotraffico, delle migrazioni, delle organizzazioni transnazionali, della circolazione delle armi, della presenza di potenze extraemisferiche e delle minacce alle catene di approvvigionamento.

Questi flussi non costituiscono soltanto minacce esterne che Washington aspira a eliminare completamente. Producono anche effetti funzionali all'interno dell'economia e del sistema politico statunitensi.

La migrazione fornisce lavoro segmentato e flessibile, ma può anche essere utilizzata come strumento di mobilitazione elettorale. La circolazione delle droghe sostiene economie clandestine e vasti apparati di polizia e penitenziari. Il commercio legale e illegale di armi genera rendite e contribuisce a riprodurre la violenza regionale. L'insicurezza giustifica programmi di cooperazione, assistenza, intelligence e presenza operativa.

Il fatto che questi fenomeni risultino funzionali non significa che siano stati creati o controllati centralmente da Washington. Significa che la loro persistenza genera mercati, stanziamenti istituzionali e meccanismi di pressione che la politica statunitense amministra selettivamente.

Washington non ha bisogno di governare direttamente la regione. Mira piuttosto a far sì che gli Stati latinoamericani contengano, devino o regolino questi flussi prima che raggiungano determinate soglie all'interno del territorio statunitense.

In questo modo, le funzioni di sicurezza vengono trasferite verso sud: intercettare i migranti, combattere le organizzazioni criminali, sorvegliare le coste, proteggere le rotte commerciali e limitare la presenza di concorrenti strategici.

Il dominio non richiede più il controllo di tutti gli avvenimenti. Può consistere nello stabilire quali flussi debbano essere interrotti, quali possano continuare, chi debba amministrarli e dove debbano concentrarsi i loro costi.

Un governo può essere considerato funzionale perché coopera nel campo della sicurezza, limita le migrazioni o garantisce gli investimenti, anche se indebolisce le proprie istituzioni, frammenta la propria società o degrada le proprie capacità future.

L'amministrazione del disordine diviene così il principio operativo di un'egemonia che non ha bisogno di risolvere le contraddizioni regionali, ma soltanto di evitare che le loro conseguenze alterino gli interessi centrali degli Stati Uniti.


Cina: assicurare flussi e posizioni


La Cina non ha bisogno di sostituire gli Stati Uniti come potenza tutelare dell'America Latina. Il suo obiettivo principale consiste nell'assicurarsi mercati, alimenti, energia, minerali, infrastrutture logistiche, telecomunicazioni e appoggi diplomatici.

Il suo vantaggio risiede nella possibilità di negoziare con governi di orientamenti molto differenti senza subordinare pubblicamente la cooperazione economica a richieste relative all'assetto politico interno di ciascun Paese.

Tuttavia, questa apparente neutralità non elimina i rapporti di potere. I crediti, gli standard tecnologici, i porti, le reti di comunicazione e i contratti a lungo termine creano dipendenze capaci di condizionare le decisioni future.

Neppure la Cina ha bisogno di Stati pienamente integrati. Può operare mediante accordi con governi centrali, imprese pubbliche, province o enclave economiche capaci di garantire progetti specifici.

La sua espansione non richiede l'organizzazione di un progetto di sviluppo regionale. È sufficiente che assicuri la continuità dei flussi di cui ha bisogno. Che tali flussi contribuiscano a rafforzare le capacità locali o ad approfondire una specializzazione estrattiva dipende, in ultima istanza, dall'esistenza o dall'assenza di una strategia sovrana nei Paesi destinatari.

Senza una direzione propria, la diversificazione dei partner può modificare il centro esterno della dipendenza senza alterarne la struttura.


Russia: amplificare la disorganizzazione


La Russia possiede nella regione una capacità economica molto inferiore a quella degli Stati Uniti o della Cina. La sua influenza è principalmente asimmetrica: cooperazione militare, sostegno diplomatico, mezzi di comunicazione statali, operazioni informative e legami con governi in contrasto con Washington.

Il suo rendimento strategico non dipende dalla costruzione di un ordine alternativo completo. È sufficiente aumentare i costi dell'influenza statunitense, rafforzare alleati specifici e approfondire le divisioni esistenti.

Il suo intervento si adatta particolarmente bene alle società polarizzate, nelle quali un investimento materiale limitato può produrre effetti politici sproporzionati.

La Russia non ha bisogno di organizzare la regione. Può trasformare la sfiducia, il conflitto interno e la frammentazione informativa in strumenti di influenza.


8. Il vero oggetto della competizione


Chi controlla le funzioni indispensabili può condizionare lo Stato senza occuparlo.


La competizione tra potenze non riguarda esclusivamente il controllo formale dei governi. Si concentra sulle funzioni strategiche:

  • chi finanzia le infrastrutture;

  • chi controlla i porti e i corridoi;

  • chi fornisce le telecomunicazioni;

  • chi conserva ed elabora i dati;

  • chi equipaggia le forze di sicurezza;

  • chi acquista i minerali e i prodotti alimentari;

  • chi stabilisce gli standard tecnologici;

  • chi amministra il debito;

  • chi può bloccare pagamenti, forniture o connessioni.


La sovranità contemporanea non scompare giuridicamente, ma si frammenta funzionalmente.

Un Paese può conservare la propria bandiera, le proprie elezioni e la propria rappresentanza presso le Nazioni Unite, mentre perde il controllo effettivo del credito, dell'informazione, dell'energia, delle rotte commerciali, della tecnologia o di determinate componenti della sicurezza interna.

La sovranità rimane formalmente indivisibile, ma le capacità che le conferivano un contenuto concreto vengono distribuite tra molteplici centri decisionali.

Questa è una delle caratteristiche fondamentali dell'interregno occidentale. Gli Stati continuano a esistere come soggetti giuridici, ma le funzioni necessarie per agire sovranamente sono finanziate, amministrate o condizionate da attori esterni, imprese transnazionali, piattaforme e reti extralegali.

La competizione geopolitica non si svolge soltanto per il controllo dei territori. Si svolge per la capacità di organizzare le dipendenze all'interno di quei territori.


9. La popolazione come costo residuale

Lo Spodocene comincia quando la vita collettiva diviene il residuo dei processi che estraggono valore da essa.


In questo sistema, la popolazione civile paga il prezzo non perché la violenza sia irrazionale, ma perché risulta funzionale ad attori che non sono responsabili della riproduzione dell'insieme sociale.

Le organizzazioni criminali hanno bisogno di reclute, corridoi e silenzio, ma non devono garantire istruzione universale, infrastrutture pubbliche o coesione territoriale.

Le imprese richiedono lavoratori, energia e connessioni logistiche, ma possono esternalizzare i costi ambientali e comunitari della propria attività.

Le potenze hanno bisogno di risorse, allineamenti e stabilità dei flussi, ma non sono obbligate a sostenere l'integrazione interna dei Paesi fornitori.

I governi devono conservare l'autorità e amministrare le emergenze, ma possono farlo trasferendo al futuro i costi economici, sociali ed ecologici delle proprie decisioni.

Ogni attore preserva la funzione di cui ha bisogno e scarica sulla società i residui del proprio funzionamento: disoccupazione, inquinamento, sfollamento, indebitamento, paura, sfiducia e perdita di capacità pubbliche.

Nessun attore ha bisogno di distruggere deliberatamente la totalità. È sufficiente che ciascuno estragga da essa ciò di cui necessita senza assumersi il costo della sua riproduzione.

Questa è la geografia politica dello Spodocene: un'epoca nella quale l'estrazione di valore si sostiene mediante il consumo delle capacità riproduttive dei territori e delle popolazioni, senza reintegrare le basi materiali, sociali e istituzionali della vita collettiva.

I flussi strategici rimangono operativi, le esportazioni continuano e le forme istituzionali sopravvivono, mentre si deteriorano le condizioni che permettono alla società di riprodursi.


10. Contraddizioni e possibilità dell'interregno

Una crisi apre possibilità, ma non decide chi sarà capace di organizzarle.


L'ordine descritto non costituisce un sistema chiuso né stabile. Contiene contraddizioni che possono accelerarne la decomposizione o aprire possibilità di trasformazione.

La prima contraddizione è riproduttiva. Il sistema necessita di popolazione, lavoro, infrastrutture e territori abitabili, sebbene li riproduca in modo sempre più precario. Quando il degrado supera determinate soglie - collasso sanitario, migrazione di massa, disorganizzazione logistica o distruzione ambientale - anche i circuiti di estrazione divengono inoperanti.

La seconda contraddizione è funzionale. Gli attori che traggono beneficio dalla frammentazione non possiedono interessi identici. Imprese, organizzazioni criminali, governi, forze di sicurezza e potenze straniere possono collaborare nello svolgimento di determinate funzioni ed entrare in conflitto su altre.

La terza contraddizione è territoriale. L'efficacia delle enclave dipende da un ambiente sociale ed ecologico che esse stesse contribuiscono a degradare. I nodi possono rimanere operativi per un certo periodo, ma non possono separarsi indefinitamente dalle infrastrutture, dalle comunità e dagli ecosistemi che li sostengono.

La quarta contraddizione è politica. Le comunità che resistono allo sfollamento, i lavoratori che si organizzano, le università che preservano conoscenze, i produttori che reclamano infrastrutture, i governi locali che ricostruiscono capacità e i movimenti che difendono i beni comuni esprimono protointeressi ancora dispersi, ma suscettibili di essere articolati.

Questi attori non costituiscono, di per sé, una direzione sovrana. Possono rimanere isolati, trasformarsi in corporazioni difensive o essere assorbiti dall'amministrazione frammentaria. Il loro potenziale storico dipende dalla capacità di mettere in relazione le domande particolari, stabilire priorità e costruire istituzioni trasferibili.

L'interregno non conduce automaticamente a una ricostruzione. L'esaurimento di un ordine può sfociare in una ricomposizione sovrana, in un'integrazione subordinata, in una chiusura coercitiva, in una frammentazione prolungata o in una scomparsa funzionale.

Non esiste alcuna garanzia storica di progresso. Esiste una contesa per le capacità che sopravvivranno alla crisi e per il progetto all'interno del quale verranno riorganizzate.


La periferia come rivelazione delle contraddizioni del centro

La periferia non anticipa necessariamente la forma futura del centro; rende visibili le contraddizioni che questo può ancora spostare, frammentare e mantenere nella penombra delle proprie istituzioni e delle proprie rendite globali.


Affermare che la periferia anticipa il futuro del centro non significa sostenere che le società centrali ripeteranno in modo lineare la traiettoria politica, economica o istituzionale dell'America Latina. La storia non si sposta meccanicamente dai margini verso il nucleo del sistema, né le configurazioni periferiche costituiscono stadi arretrati attraverso i quali tutte le società debbano passare.

L'anticipazione deve essere intesa in un altro senso. La periferia rende visibili, in modo più precoce e meno occultato, contraddizioni che operano anche nel centro, ma che lì possono ancora essere amministrate mediante istituzioni più dense, maggiori capacità fiscali, sistemi di protezione sociale, monete forti, monopoli tecnologici e rendite derivanti da una posizione privilegiata all'interno dell'ordine mondiale.

La periferia non anticipa, quindi, il futuro empirico del centro. Anticipa la manifestazione aperta di contraddizioni che il centro riesce ancora a contenere nella penombra delle proprie istituzioni e delle proprie rendite globali.

La differenza tra centro e periferia non consiste nel fatto che il primo possieda contraddizioni e la seconda no. Entrambi fanno parte dello stesso sistema e partecipano ai suoi meccanismi di accumulazione, concentrazione, esternalizzazione e logoramento riproduttivo. La differenza risiede nella capacità diseguale di spostare i costi, ammortizzarne gli effetti e preservare più a lungo l'apparenza dell'integrazione.

Le società centrali possono compensare parzialmente la precarizzazione del lavoro mediante trasferimenti pubblici, credito, servizi sociali e accesso differenziato ai beni importati. Possono finanziare i deficit a condizioni più favorevoli, attrarre capitali durante le crisi, incorporare forza lavoro formata in altri territori, appropriarsi di conoscenze prodotte al di fuori dei propri confini e trasferire all'esterno una parte dei propri costi ambientali, lavorativi e sociali.

Questa capacità non elimina le contraddizioni. Le redistribuisce nello spazio, le rinvia nel tempo e le frammenta politicamente.

Una parte del disordine appare al di fuori del territorio centrale: nelle regioni che forniscono materie prime, ricevono rifiuti, ospitano attività inquinanti, mettono a disposizione lavoro a basso costo o assorbono le conseguenze di decisioni finanziarie prese altrove. Un'altra parte rimane concentrata nelle periferie interne: quartieri segregati, territori deindustrializzati, corridoi logistici, carceri, frontiere migratorie e popolazioni sottoposte a forme differenziate di protezione.


Il centro non è privo di periferie. Le produce tanto all'esterno quanto all'interno dei propri confini.


Le istituzioni centrali permettono che queste fratture rimangano parzialmente nascoste. La continuità amministrativa, la stabilità monetaria, la capacità di indebitamento, l'efficacia relativa della giustizia e i sistemi di welfare possono impedire che la disorganizzazione localizzata si trasformi immediatamente in una crisi generale. Le contraddizioni continuano ad agire, ma appaiono sotto forme settoriali, territorialmente circoscritte e politicamente amministrabili.

Questa è la penombra istituzionale: lo spazio nel quale gli effetti distruttivi del sistema risultano visibili, ma non appaiono ancora come manifestazioni di una medesima crisi di riproduzione.

La disoccupazione viene presentata come una carenza individuale di formazione; il deterioramento urbano, come un problema di sicurezza; la crisi del lavoro di cura, come una difficoltà privata delle famiglie; il degrado ambientale, come un'esternalità correggibile; la dipendenza tecnologica, come il risultato neutrale di un vantaggio comparato; la frammentazione politica, come un semplice difetto di comunicazione o di rappresentanza.

Ogni problema viene amministrato separatamente, in modo che la struttura comune che li produce non divenga evidente.

La periferia dispone di minori risorse per sostenere questa separazione. Le sue capacità fiscali sono più limitate, le sue monete più vulnerabili, le sue istituzioni più discontinue e la sua dipendenza finanziaria, tecnologica e logistica più diretta. Per questo motivo, processi che nel centro rimangono relativamente distinti tendono a convergere: precarizzazione economica, mancanza di protezione giuridica, frammentazione territoriale, violenza, cattura istituzionale e subordinazione esterna.


La periferia non è necessariamente più contraddittoria. È meno capace di occultare, ammortizzare o trasferire le proprie contraddizioni.


Per questo motivo, fenomeni a lungo interpretati come anomalie specificamente latinoamericane - l'applicazione diseguale della legge, la coesistenza tra istituzioni formali e poteri extralegali, la privatizzazione della sicurezza, il degrado dei servizi pubblici, l'economia di enclave o la separazione tra elezioni e capacità sovrana - possono essere compresi come espressioni particolarmente visibili di una trasformazione più ampia.

Nel centro, queste tendenze non assumono necessariamente la medesima forma. La frammentazione statale può manifestarsi come esternalizzazione di funzioni pubbliche, dipendenza da piattaforme private, espansione di sistemi algoritmici di decisione, zone di eccezione migratoria o subordinazione della politica fiscale ai mercati finanziari.

La violenza può essere meno visibile e meno direttamente territoriale, ma la coercizione riappare attraverso l'indebitamento, l'espulsione abitativa, la sorveglianza digitale, la precarizzazione disciplinare, la criminalizzazione selettiva e il ritiro diseguale della protezione pubblica.


La forma empirica cambia; la contraddizione strutturale rimane.


In entrambi gli spazi, le istituzioni conservano il proprio nome e una parte considerevole delle proprie procedure, ma perdono gradualmente la capacità di integrare le funzioni che formalmente rappresentano. La sovranità continua a esistere come categoria giuridica, mentre le sue componenti materiali si disperdono tra grandi imprese, fondi finanziari, piattaforme tecnologiche, catene logistiche e organismi sovranazionali.

La cittadinanza conserva la propria universalità normativa, mentre la protezione effettiva viene distribuita secondo il reddito, il territorio, l'utilità economica, la posizione lavorativa e la condizione migratoria.

La periferia permette di osservare questa separazione prima che diventi pienamente evidente nel centro.

Rivela anche il carattere transitorio delle rendite che sostengono la stabilità centrale. I vantaggi monetari, finanziari, tecnologici, militari e geopolitici permettono di prolungare la capacità di amministrare il deterioramento, ma non possono sostituire indefinitamente la riproduzione sociale.

Una società può importare beni, lavoratori, energia e conoscenze. Può attrarre capitali, emettere debito nella propria moneta e appropriarsi di rendite globali. Ma non può fare a meno, senza conseguenze, dell'istruzione, delle infrastrutture, del lavoro di cura, della fiducia istituzionale e della capacità politica necessarie a riprodurre la propria coesione.


Le rendite possono finanziare il rinvio, ma non risolvere la contraddizione.


Il centro può posticipare le conseguenze del proprio deterioramento perché dispone di ammortizzatori che la periferia possiede in misura minore: credito, capacità fiscale, potere monetario, superiorità tecnologica, influenza geopolitica e istituzioni capaci di distribuire le perdite senza che queste appaiano immediatamente come una crisi dell'insieme.

Tuttavia, questi ammortizzatori non sono esterni al sistema né costituiscono riserve inesauribili. Dipendono anch'essi dalla continuità dei flussi globali, dalla fiducia monetaria, dalla riproduzione della forza lavoro, dalla stabilità delle infrastrutture e dalla possibilità di trasferire i costi verso altri territori, altre popolazioni o generazioni future.


Il centro amministra le proprie contraddizioni mediante capacità che quelle stesse contraddizioni contribuiscono a erodere.


A mano a mano che aumentano le risorse necessarie a conservare la forma esistente, diminuiscono quelle disponibili per rinnovarne i fondamenti. Il credito sostiene il consumo, ma accumula obblighi futuri. La protezione sociale ammortizza la precarizzazione, ma deve essere finanziata su una base lavorativa e fiscale sempre più fragile. L'importazione di beni a basso costo contiene i costi interni, ma approfondisce la dipendenza produttiva. L'attrazione di lavoratori formati in altri Paesi compensa deficit immediati, ma non ricostruisce i sistemi educativi e di cura che hanno cessato di produrre quelle capacità.

I meccanismi di compensazione possono prolungare l'equilibrio e, nello stesso tempo, approfondire le condizioni che rendono necessaria la compensazione.

La periferia agisce così come una superficie di esposizione dell'ordine globale. Non mostra necessariamente ciò che accadrà in ogni società centrale, ma ciò che sta già accadendo nella struttura del sistema e che il centro può ancora interpretare come un'anomalia altrui.

Ciò che nella periferia appare in piena luce - Stati a presenza selettiva, sovranità differenziate, economie di enclave, poteri nodali, servizi discontinui e popolazioni trasformate in costi residuali - rimane nel centro parzialmente coperto da istituzioni più forti e rendite più abbondanti.


L'anticipazione non è cronologica, ma strutturale.


L'America Latina non costituisce un'immagine esatta del futuro occidentale. Costituisce lo spazio nel quale le contraddizioni del presente occidentale diventano più difficili da separare, dissimulare e rinviare.

Ma questa formulazione conduce a un limite che l'analisi non può eludere. Se la stabilità del centro dipende dalla sua capacità di esternalizzare i costi, distribuire internamente le perdite e finanziare il rinvio delle loro conseguenze, la questione decisiva non è soltanto quali contraddizioni riveli la periferia, ma che cosa accada quando i meccanismi che permettono di amministrarle cominciano a fallire.


Che cosa accade quando il sistema non può più esternalizzare i propri costi?

Che cosa accade quando gli ammortizzatori si esauriscono?

Che cosa accade quando il centro non può più finanziare il proprio rinvio?


Finché può esternalizzare i costi, il sistema interpreta le proprie crisi come problemi periferici. Finché può finanziarne il rinvio, le presenta come difficoltà transitorie. Finché può frammentarne gli effetti, le amministra come disfunzioni settoriali indipendenti.

Quando queste tre operazioni cessano di essere sufficienti, la crisi cambia natura. Non si tratta più soltanto di amministrare le conseguenze del sistema, ma di determinare se le sue istituzioni siano capaci di trasformare la logica che le produce.

A quel punto, la domanda sul futuro cessa di essere un'estrapolazione delle tendenze del presente. Diviene una contesa politica per le capacità che verranno preservate, i costi che saranno assunti collettivamente e la forma di riproduzione sociale che potrà emergere dall'esaurimento degli ammortizzatori.


Conclusione: la multipolarità non ricostruisce da sola la sovranità

La sovranità non consiste nello scegliere tra poteri esterni, ma nel costruire la capacità interna di relazionarsi con essi.


L'emergere di diverse potenze può ampliare il margine negoziale dell'America Latina. Permette di diversificare i mercati, le fonti di finanziamento, le alleanze diplomatiche e i fornitori tecnologici.


Ma la multipolarità non garantisce l'autonomia.


Quando uno Stato è privo di capacità amministrative, fiscali, scientifiche, produttive e strategiche, l'esistenza di più concorrenti esterni non lo rafforza necessariamente. Può trasformare le sue risorse, le sue infrastrutture e le sue decisioni politiche negli oggetti di un'asta permanente.

La questione fondamentale non consiste nello scegliere tra Stati Uniti, Cina o Russia. Consiste nel determinare se le relazioni con queste potenze aumentino le capacità future della società oppure le consumino per preservare un equilibrio immediato.

Senza una direzione sovrana, la diversificazione può ampliare le opzioni delle élite, delle imprese o dei governi senza accrescere l'autonomia dell'insieme. Un Paese può negoziare con diverse potenze e continuare a essere privo di una dinamica storica propria.

La ricostruzione della sovranità richiede di riunire nuovamente funzioni che oggi si trovano disperse: legalità e capacità esecutiva; sicurezza e riproduzione sociale; infrastrutture e sviluppo territoriale; intelligence e controllo pubblico; inserimento internazionale e strategia produttiva.

Questa ricomposizione non è, tuttavia, soltanto amministrativa. Richiede una forza dirigente i cui interessi dipendano dalla riproduzione del sistema nazionale e che sia capace di mettere in relazione i protointeressi locali all'interno di un progetto comune.

La sovranità da ricostruire non può neppure essere una semplice riproduzione della sovranità westfaliana. Il mondo dell'interregno non ammette Stati autarchici capaci di controllare autonomamente tutti i flussi che attraversano i loro territori.

La sovranità futura dovrà essere relazionale e funzionale: capacità di riconoscere le dipendenze, negoziare da posizioni proprie, stabilire regole all'interno dell'interdipendenza, proteggere la popolazione e conservare sotto controllo collettivo le funzioni indispensabili per decidere il futuro.

Non si tratta di isolarsi dal mondo, ma di impedire che l'interdipendenza venga organizzata esclusivamente dall'esterno.

Senza questa direzione, l'America Latina continuerà a essere un laboratorio dell'ordine emergente: un territorio formalmente sovrano, economicamente aperto, tecnologicamente dipendente, politicamente frammentato e attraversato da poteri che possono utilizzare le sue risorse senza assumersi alcuna responsabilità per il suo destino collettivo.

La crisi dell'ordine occidentale non si osserva soltanto nell'arretramento delle sue istituzioni centrali. Si rivela con maggiore chiarezza laddove tali istituzioni conservano il proprio nome, ma hanno cessato di organizzare la totalità della vita sociale.

L'America Latina anticipa questo futuro perché mostra la forma assunta da un ordine quando conserva le proprie istituzioni, le proprie procedure e i propri simboli, ma perde la capacità di produrre una volontà sovrana e di riprodurre le condizioni comuni della propria esistenza.


Di Hakan Illatiksi

05.08.2026


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Commenti (5)

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    1. oriundo2006 17 agosto 2026

      Dimenticavo: a prezzo persino dei propri figli.
      Venduti a circoli pedo-satanisti come quelli di Epstein.
      Ripresi in snuff movies.
      Buttati sui marciapiedi per la gloria del dio danaro o anche solo finalmente per disfarsi di una bocca in piu', specie se si e' cambiato partner.
      Avviati al lavoro minorile e poi giovanile senza scuse, senza risorse, neppure mentali, senza studi adeguati, senza difese, solo sorrisi e tanto dolore nascosto nei loro volti.
      Sottoposti a padroni che non hanno pieta' e che chiedono tutto ed il contrario di tutto, non vergognandosi di ricatti ignobili.
      Ammassati come bestie, poverissime ma quante volte dignitose, in tuguri orrendi solo perche' nessuno ha piu' la volonta' di ribellarsi, una volta che la bandiera dei popoli e' stata mille volte gettata nel fango.
      Il Bene e' a volte servo del male.
      Quello vero.
      Quello che non c'e' alternativa.
      Quello che non vali niente.
      Quello che devi accettare quello che la sorte ti da.
      E stare zitti.

    1. oriundo2006 13 agosto 2026

      Magnifica analisi...come sempre. Grazie.
      Mi permetto solo di sottolineare che sta emergendo un nuovo potere, che sta frammentando quello passato per ricostituire dai frammenti rimasti, comunque tenuti sotto controllo, la propria nuova realta', la propria indiscutibile egemonia.
      Il controllo sociale serve a questo. Non e' solo potenziamento dei mezzi con cui avviene ma e' la forma esatta idonea per gestire questo trapasso. La gestione e' ammaloramento progressivo di funzioni statuali non piu' ritenute necessarie, brevemente quelle relative alla popolazione nel suo complesso, ed instaurazione di un Nuovo Ordine Secolare che privilegia il potere del controllo e quindi la subordinazione dei soggetti, per realizzarsi.
      Il tragitto e' secolare, non immediato. Solve et Coagula.
      Cio' di cui il Potere non ha piu' interesse a mantenere viene delegato a forme sussidiarie, spesso extralegali: e quello di cui non ha piu' interesse e' riassumibile in un nome desueto: il 'popolo' come organismo vivo dotato di una sua volonta' e di sue specifiche caratteristiche. Queste non interessano piu'. Conta l'atomizzazione individuale, il profitto a prescindere, il raggiungimento del benessere predatorio. In centro come in periferia il modus e' identico. Si lascia cadere l'amministrazione del territorio come responsabilita' per sostituirlo come controllo coecitivo a scacchiera.
      In Europa lo vedemmo gia' tanti secoli fa, all'alba della costituzione dello stato moderno, in cui le precedenti forme medievali vennero distrutte per realizzare l' 'assolutismo' regio.Fu una immensa tragedia di cui non esiste piu' momoria storica. Era l'Europa dei mille comuni liberi, delle campagne floride dotate di ampie guarentige, di poteri territoriali tradizionali la cui legittimita' era legata al benessere dei subjecti, spesso organizzati in gilde e comunita' autonome di mestiere.
      A questo si sostiti' il potere assoluto del sovrano.

    2. oriundo2006 13 agosto 2026

      Dunque quello cui assistiamo non e' il ritorno al 'medioevo', come certi commentatori assai autorevoli preconizzavano tempo addietro, ma la sua fine: alla fine delle liberta' medievali di cui avevano goduto villani ed aristocratici di contro all'instaurazione del 'Potere Assoluto' dello stato vestfaliano.
      Anche qui leggere Hobbes puo' indicare il tragitto del 'Novus Ordo Seclorum'.
      Questo 'ordine' non puo' che volgersi in senso dichiaramente militare, sia per estinguere le residue velleita' delle comunita', sia per realizzare la sua tendenza profonda: un mondo unito sotto una cappa ferrea di illiberta' completamente antiumana.
      Il suo metodo principe e' inaridire e poi estinguere completamente le fonti di ricchezza da cui le classi precedenti estraevano la loro linfa vitale. Prima le si limita in un coacervo di regole impossibili da applicare, poi si impone una concorrenza distruttiva, ed infine si applica una selezione algoritimica: la loro trasmutazione in una nuova forma, irregimentata e 'chiudibile' con un click del computer e' compiuta.

    3. oriundo2006 13 agosto 2026

      Hakan, lei sa sicuramente come questo puo' accadere. Perche' ampi settori del c.d. 'popolo' sono d'accordo.
      L' emigrazione coatta e' il sintomo ed il suggello di questa deliberata assunzione di compartecipazione a questo Progetto. E' l'adesione al mito occidentalista in forma americana. E' una scusa la 'poverta', quantomeno in senso assoluto e non differenziale. Invece e' l'adesione piena e totale delle anime al progetto di chi le controlla.
      I cabalisti, 'energizzati' dalle molte legge massoniche di cui l'America Latina e' piena.
      Questo aspetto forse manca dalla sua pregevole analisi, molto 'oggettiva': la mano 'soggettiva', ma quanto potente socialmente, che preordina il tutto deformando gli 'stati d'animo' generali, realizzando la propria volonta'.
      Questa mano determina i flussi di ricchezza e di potere contemporaneamente.
      E le masse, polarizzate nell' intimo, seguono e realizzano sapendo che ne avranno beneficio, a prezzo persino della propria identita' soggettiva o della loro stessa persona.
      Cari saluti.

    4. oriundo2006 17 agosto 2026

      Dimenticavo: a prezzo persino dei propri figli.
      Venduti a circoli pedo-satanisti come quelli di Epstein.
      Ripresi in snuff movies.
      Buttati sui marciapiedi per la gloria del dio danaro o anche solo finalmente per disfarsi di una bocca in piu', specie se si e' cambiato partner.
      Avviati al lavoro minorile e poi giovanile senza scuse, senza risorse, neppure mentali, senza studi adeguati, senza difese, solo sorrisi e tanto dolore nascosto nei loro volti.
      Sottoposti a padroni che non hanno pieta' e che chiedono tutto ed il contrario di tutto, non vergognandosi di ricatti ignobili.
      Ammassati come bestie, poverissime ma quante volte dignitose, in tuguri orrendi solo perche' nessuno ha piu' la volonta' di ribellarsi, una volta che la bandiera dei popoli e' stata mille volte gettata nel fango.
      Il Bene e' a volte servo del male.
      Quello vero.
      Quello che non c'e' alternativa.
      Quello che non vali niente.
      Quello che devi accettare quello che la sorte ti da.
      E stare zitti.
      Fato e necessita'.

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