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KEYNES E LA SOVRANITA' POPOLARE DELLA MONETA

DI LINO ROSSI
La Voce d’Italia

I luoghi comuni sul grande economista inglese sono sempre piu’ ridicoli

Rimini, 28 dic. – Fino agli anni ’70, compresi, la base monetaria (BM), sostanzialmente coincidente con le monete di carta, veniva creata dalla Banca d’Italia e data allo Stato senza che questo si indebitasse. Eravamo cioè in regime di reale sovranità popolare della moneta. Infatti, nonostante i numerosi e clamorosi errori della classe politica, come ad esempio la sgangheratissima farsa della gestione della nazionalizzazione dell’energia elettrica, il debito pubblico rimase pressoché costante.

Anno rapporto inflazione media TUS
debito/PIL FOI dell’anno

1960 35,50% 2,67% 3,50%
1961 34,20% 2,91% 3,50%
1962 32,50% 4,48% 3,50%
1963 32,90% 7,54% 3,50%
1964 36,10% 5,92% 3,50%
1965 38,30% 4,34% 3,50%
1966 38,60% 2,03% 3,50%
1967 40,70% 2,42% 3,50%
1968 40,50% 1,32% 3,50%
1969 41,10% 2,81% 3,71%
1970 46,40% 5,13% 5,25%
1971 53,10% 5,34% 5,00%
1972 55,10% 5,64% 4,13%
1973 54,50% 10,32% 4,83%
1974 60,00% 19,31% 8,50%
1975 58,50% 17,51% 7,00%
1976 58,30% 16,44% 11,92%
1977 63,30% 19,68% 13,21%
1978 62,40% 12,44% 11,17%
1979 59,50% 15,62% 11,13%

Non tutte le monete erano BM; c’era spazio e degno ruolo anche per il sistema bancario; la legge bancaria, del ’36, era un giusto compromesso, non a caso messo a punto dopo le disavventure del post ’29: prevedeva Riserve Obbligatorie (1) attorno al 20% ed il divieto per le banche di fagocitare le imprese. Gli interessi sui titoli del debito pubblico venivano decisi dal Ministro del Tesoro. Ai vertici della Banca d’Italia c’erano uomini come Baffi e Sarcinelli che ponevano gli interessi della collettività prima di tutti gli altri.

Questo modello keynesiano andò in crisi non perché fosse sbagliato, ma perché non era “conveniente“ per i banchieri. Ci furono degli eccessi e degli atti demagogici un po’ ovunque.

Anziché correggerli si decise, in maniera del tutto occulta, di demonizzare Keynes e di abbracciare il monetarismo di Friedman che tutelava all’ennesima potenza i banchieri a discapito di tutta la restante parte di società.
La sovranità popolare della moneta divenne quindi un concetto astratto.

In Italia ci fu il divorzio fra Stato e bankitalia e si assistette a questo scempio. (3)

Anno rapporto inflazione media TUS
debito/PIL FOI dell’anno

1980 61,50% 21,21% 15,50%
1981 66,60% 19,22% 18,58%
1982 72,00% 16,38% 18,58%
1983 77,40% 15,00% 17,25%
1984 83,90% 10,66% 16,08%
1985 88,10% 8,62% 15,42%
1986 92,50% 6,32% 12,75%
1987 94,70% 4,58% 11,79%
1988 97,60% 4,98% 12,21%
1989 99,10% 6,57% 13,33%
1990 103,10% 5,95% 12,83%
1991 110,30% 6,48% 11,88%
1992 118,40% 5,38% 12,75%
1993 124,50% 4,33% 9,71%
1994 123,90% 3,94% 7,42%
1995 122,80% 5,36% 8,69%
1996 120,30% 3,78% 8,44%
1997 116,50% 1,76% 6,40%
1998 114,70% 1,72% 4,79%
1999 110,60% 1,63% 2,71%
2000 110,50% 2,52% 4,04%

Ecco una illuminante ricostruzione di Nino Galloni (4).

Perché crollò il sistema monetario degli anni ’80

Nel settembre del 1992, il Sistema Monetario Europeo (SME) crollò e, seppure momentaneamente, tutta l’impalcatura dei cambi fissi venne meno. Anche qui, il difetto “genetico” di tale impalcatura era ben evidente anche prima del crollo stesso, ma pochi economisti lo avevano voluto o saputo evidenziare. Tutti gli altri avevano seguito una corrente di pensiero che confondeva, forse volutamente, la critica all’uso competitivo delle svalutazioni e l’assoluta inflessibilità dei cambi. Le svalutazioni competitive, infatti, consentivano ad un Paese con alti costi interni di produzione di sostenere le esportazioni, appunto, svalutandole in termini di moneta del Paese verso cui le esportazioni stesse erano indirizzate. Quest’ultimo, a valuta forte, poteva scegliere tra svalutare a sua volta, per sostenere la propria produzione e l’occupazione, oppure mantenere una moneta forte al fine di controllare l’inflazione interna, seppure al costo di veder aumentare le importazioni (e, quindi, diminuire la produzione interna e l’occupazione). Ovviamente, questi ragionamenti prescindevano dal processo tecnologico e organizzativo delle imprese (nonché dal modificarsi dell’efficienza interna dei sistemi e delle pubbliche amministrazioni) che potevano rilanciare la competitività ed i margini di produttività degli operatori. Ma un conto era stigmatizzare, ad esempio, il comportamento tenuto da molte imprese italiane durante i decenni passati, volto ad utilizzare sistematicamente la cosiddetta leva del cambio: per compensare – sui prezzi all’esportazione espressi nella valuta del Paese importatore – l’aumento dei costi interni (soprattutto quelli del lavoro). Ed un altro conto era privarsi completamente di uno strumento fondamentale di flessibilità della politica economica. Infatti, era vero che gli aumenti salariali, pur generando un effetto inflattivo generalizzato, ne avevano anche uno, in genere più consistente, di tipo reale in termini di aumento della capacità di acquisto dei lavoratori (5). Tale aumento, sostenendo le vendite (nella misura in cui andava a far crescere i consumi interni), consentiva alle imprese, che avevano obbiettivi di massimizzazione del profitto totale,- di recuperare competitività. Il rafforzamento dell’economia interna di un Paese, infatti, finisce sempre per sostenere anche la competitività esterna e ci saranno più risorse da dedicare alla ricerca scientifica, all’introduzione di nuove tecnologie, alla riorganizzazione produttiva, al miglioramento dei servizi amministrativi.

Il fatale errore del sistema a cambi fissi ed irreversibili – a differenza del sistema a moneta unica cui si arriverà necessariamente con l’euro – è consistito nel costringere i Paesi più deboli a sostenere il proprio cambio, innalzando i tassi di interesse, ed i Paesi più forti a ridurre i tassi stessi per contenere la domanda della propria valuta. In questo modo, i Paesi più deboli si indebolivano ancora di più perché alti tassi di interesse significavano: a) meno investimenti soprattutto nei comparti dove ce ne era più bisogno per far crescere le innovazioni; b) il peggioramento della qualità della spesa pubblica in quanto la componente degli interessi spiazzava i programmi più ambiziosi di sviluppo. Per contro, i Paesi più forti si rafforzavano in continuazione, perché la riduzione dei tassi di interesse consentiva loro un allargamento degli interventi e degli investimenti per far crescere la produttività del sistema; ma anche per fornire possibile sostegno agli investimenti pubblici, resi meno costosi e, comunque, capaci di trovare risorse non rese indisponibili dal servizio al debito dello Stato.

D’altra parte, poiché ogni Paese doveva provvedere autonomamente all’equilibrio della bilancia dei pagamenti, era giocoforza sostenere tale equilibrio o favorendo la crescita di domanda della propria valuta (esportando merci e servizi) o attirando capitale in cerca di elevata remunerazione finanziaria (con alti tassi di interesse, ad esempio, sulle obbligazioni pubbliche o titoli di Stato).

Ora, le autorità monetarie italiane, all’inizio degli anni ’80, operarono nella seguente maniera:

a) ritenendo di dover sottrarre alla classe politica (democristiana e socialista), per definizione clientelare e corrotta, lo strumento degli investimenti pubblici, eliminarono i vincoli di portafoglio delle banche che consentivano al Tesoro di approvvigionarsi di valuta a bassissimi tassi di interesse;

b) in questo modo tutta la spesa pubblica o, meglio, il disavanzo derivante dalla differenza con le entrate, finì per risultare finanziato a tassi di interesse di mercato come se si trattasse sempre di investimenti buoni e redditizi;

c) lo Stato, dunque, offriva direttamente i suoi bonds al mercato (in realtà a quelle stesse banche che, in precedenza, acquistavano i titoli stessi a basso costo). E ci fu un periodo in cui le banche non acquistavano tutta l’emissione, affinché il Tesoro acconsentisse a ulteriori aumenti dell’interesse sul residuo, ma poi quest’ultimo e più elevato tasso veniva applicato su tutta l’emissione!

Dopo il 1982, con l’introduzione del cosiddetto divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, nonché con l’eliminazione dei citati vincoli di portafoglio alle banche (che prevedevano che esse tenessero riserve, cioè comprassero i titoli a basso tasso di interesse, per coprire i fabbisogni del Tesoro stesso), tali tassi di interesse sulle obbligazioni pubbliche crebbero enormemente; ma il meccanismo descritto in precedenza (quello delle cosiddette aste marginali), ne favoriva un innalzamento ben oltre le condizioni del mercato al momento dell’emissione. Se, ad esempio, pur in presenza di “divorzio” (autonomia) tra Tesoro e Banca centrale, nonché eliminazione dei “vincoli di portafoglio”, si fosse consentita la copertura (l’acquisto), da parte della Banca centrale stessa, di una piccolissima quota (quella marginale, appunto) dell’emissione, i tassi di interesse sarebbero risultati ben più contenuti, a parità di tutto il resto. Invece, ci furono giornate in cui il tasso di interesse sui titoli di Stato faceva aggio sul MLR (“minimum landing rate”, il tasso sui prestiti per i migliori clienti); sicché, un grosso imprenditore, ad esempio la Fiat, poteva recarsi in banca, prendere a prestito quanto denaro voleva, investirlo immediatamente in titoli di Stato e guadagnare la differenza tra i due tassi!

Percentuali elevate, fino al 50% dei profitti delle grandi imprese – in quegli anni – era investito in titoli del Tesoro, ed altrettanto profitto proveniva da tale fonte, sia per quanto riguardava le realtà private che quelle a partecipazione statale (6).

A ciò si aggiungeva che l’inizio degli anni ’80 aveva già segnalato l’esigenza di avviare seri e diffusi piani di riconversione e ristrutturazione industriale che, nel corso del decennio stesso, interessarono circa 3,5 milioni di lavoratori, di cui più di un milione si ritrovò definitivamente fuori dai processi produttivi. La maggior parte di essi beneficiò degli ammortizzatori sociali, soprattutto la cassa integrazione straordinaria; va ripetuto che essa venne finanziata emettendo titoli di Stato che rasentavano – come tassi di interesse – il 20%?

Con bassi tassi di interesse si sarebbero potuti finanziare gli ammortizzatori sociali – fondamentali per gestire le necessarie ristrutturazioni – senza far esplodere il Debito pubblico. Quest’ultimo, infatti, ai tassi di interesse degli anni ’80, per effetto della capitalizzazione accelerata dei tassi stessi, raddoppiava ogni 3-4 anni circa.

Tale circostanza non fu considerata dalle autorità monetarie, sebbene l’effetto di aumento dei tassi venisse scientemente perseguito per tre ragioni: a) la sottrazione alla classe politica del potere di decidere la qualità e soprattutto la quantità degli investimenti pubblici; b) l’attrazione di compratori esteri dei titoli del Tesoro – al fine di riequilibrare la bilancia dei pagamenti in alternativa ad una crescita di competitività del sistema produttivo – per favorire i processi che avrebbero portato prima a cambi fissi e irreversibili e, poi, alla moneta unica; c) il convincimento che, con alti tassi di interesse, le imprese più attrezzate sarebbero sopravvissute e quelle deboli fallite con effetti di selezione naturale e, quindi, di rafforzamento del sistema.

In realtà, le autorità del tempo stavano scommettendo contro il loro stesso Paese: ne negavano le capacità produttive, riconoscendole solo ad una ristretta élite di imprese; annullavano la possibilità di gestire ristrutturazioni e investimenti per far crescere la produttività del sistema complessivo a partire dalle situazioni più arretrate e bisognose di interventi; sacrificarono le opportunità di crescita del Paese e di riassorbimento della disoccupazione e delle altre risorse in nome dell’obbiettivo unico ed esclusivo della moneta europea.

A tale motivazione potrebbe aggiungersene una quarta: l’eliminazione dell’obbligo, per le grandi banche, a comperare i (vecchi) titoli di Stato a bassi tassi di interesse, sembrava favorire impieghi più redditizi per tali operatori.

5. N. GALLONI, La rivoluzione della moneta, ISEDI, Torino 1992, pp. 39-41

6. N. GALLONI, Struttura dell’economia e prospettive della politica economica, Edizioni Studium, Roma 1988, tab. 8 a p. 106.

Ora si incontrano dei cervelli fini che dicono di “farla finita con Keynes” perché, secondo loro, Keynes significa:

1) “redistribuzione generale del lavoro” – lavorare “poco”, lavorare tutti, che implica un’ idea di sviluppo economico crescente e comunque di lungo periodo (e con quali effetti di ricaduta ambientali ed ecologici?) che appunto non sarebbe dispiaciuta a Keynes;

2) politiche di deficit spending;

Circa il primo punto vorrei sottolineare che nel capitolo 24 della Teoria Generale, Keynes va oltre il livello strettamente economico per aprire a scenari assai innovativi; dire quindi che nel keynesismo non c’è spazio per il rispetto all’ambiente mi sembra una forzatura assai grossolana.

Circa il secondo punto, affermo che si tratta di uno spregevole luogo comune. Il Deficit Spending (spesa mediante deficit) l’ha fatto Berlusconi, l’ha fatto Bush, lo fa Prodi con i pannelli fotovoltaici acefali (6), ma non c’entra nulla con Keynes. Egli è morto il 21 aprile 1946; allora, e fino agli anni ’70 compresi, il debito pubblico non era governato dalle regole monetariste di oggi. Vigeva la reale sovranità popolare della moneta sopra descritta.

Keynes non poteva prevedere che i banchieri prendessero il potere assoluto ed introducessero le attuali sciaguratissime procedure. La spesa pubblica per Keynes era fatta o mediante aumento della base monetaria (gratuito) o mediante emissione dei titoli del debito pubblico a tassi decisi dal governo e non dai banchieri. Quindi, a voler fare gli anglofoni, Keynes prevedeva una sorta di Small Deficit Spending e non certo il Deficit Spending. La differenza è abissale: con il DS non si risolve nulla perché il debito strozza ogni iniziativa (si veda l’ultimo quinquennio berlusconiano); con il SDS si rimette in moto l’economia (si veda il secondo dopoguerra). Sta poi ai politici farla ripartire nel rispetto dell’uomo e dell’ambiente.

Keynes quindi non si occupò esplicitamente della sovranità popolare della moneta perché era del tutto ovvio che la BM fosse gratuita per lo Stato e che i tassi di interesse dei titoli del debito pubblico fossero decisi dal governo e non dai banchieri privati. Solo dei pazzi potrebbero immaginare il contrario (7). Ora bisogna urgentemente ritornare al pieno keynesismo con o senza i cervelli fini.

Lino Rossi
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(1) https://comedonchisciotte.org/controinformazione/modules.php?name=News&file=article&sid=3817
(2) http://www.disinformazione.it/divorzio_stato_bankitalia.htm
(3) https://comedonchisciotte.org/controinformazione/modules.php?name=News&file=article&sid=3844
(4) Nino Galloni – Misteri dell’euro, Misfatti della finanza – Rubettino
(5) http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2006_01_01_archive.html
(6) http://www.voceditalia.it/articolo.asp?id=3903
(7) http://www.voceditalia.it/articolo.asp?id=1425

Link: www.voceditalia.it

VEDI ANCHE: Per farla finita con Keynes

Pubblicato da God

  • wiki

    qui sopra si parla di “sovranità popolare della moneta”…ma come si fa a confondere la sovranità popolare con la sovranità dello Stato ??

    Mi sembra un grossolano errore a riguardo…che contribuisce alla disinformazione…