“In Viaggio con Don Chisciotte della Mancia”

di Patrizia Pisino

Don Chisciotte rappresenta il simbolo dell’uomo moderno che combatte contro un mondo che non lascia spazio all’immaginazione, che annichilisce le aspirazioni insite nell’essere umano, che non gli permette più di sognare e di ricordare.

Ma al tempo stesso Don Chisciotte è, e rimane, il grande sognatore che vive da sempre dentro ognuno di noi, capace di guardare oltre ciò che la realtà ci impone. Sarà come ritrovare e riaprire la scatola dei nostri ricordi e dei nostri sogni chiusi da troppo tempo.

Il Don Chisciotte è il romanzo di formazione per eccellenza della letteratura mondiale. Colpiscono la scrittura, la forza delle parole e la contemporaneità di ogni passaggio e da qui il desiderio di condividere con il pubblico di Grosseto questo “Viaggio” a conclusione di questo progetto” (Simone Ciampi)

Questo ciò che scrive Simone Ciampi circa il suo adattamento drammaturgico, dal titolo “In Viaggio con Don Chisciotte della Mancia”, del romanzo di Miguel de Cervantes.

Sulla scena sono in due, Simone che interpreta Don Chisciotte e Marika de Chiara, che riesce in modo magistrale ad interpretare gli altri personaggi. Questo spettacolo, che si è tenuto al Teatro degli Industri di Grosseto, è stato l’evento conclusivo del Progetto MetaForme – “Le forme della metamorfosi” – scritto e diretto da Simone Ciampi per la città di Grosseto.

Simone Ciampi si è diplomato presso l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma nel 2004/2007; un ragazzo che non ha mai smesso di studiare e di affrontare ruoli diversi in ogni campo, dal teatro al cinema e a brevi spot pubblicitari. Un uomo che sa conquistare il pubblico con la sua forte carica empatica; conoscendolo al di fuori del suo ruolo si è affascinati dallo sguardo sincero e amichevole.

Ci siamo incontrati e ci ha concesso questa intervista perché voglio ricordare ai lettori che non a caso “Come Don Chisciotte” ha scelto questo nome: per fare informazione indipendente battendosi contro i mulini a vento della disinformazione che ci vuole condizionare e manipolare e, nonostante i numerosi tentativi di chiudere questo spazio indipendente, come l’eroe della Mancia, è guidato dallo spirito di giustizia e cerca coraggiosamente di resistere brandendo la spada che, attraverso un ampia e corretta informazione, ci libera dalle catene dell’ignoranza.

D. Chi è Simone Ciampi, un attore, un regista e cos’altro?

R. Mi considero Simone, non mi vado a classificare, mi piace essere me stesso e il mio me stesso lo metto sempre al servizio sia della mia vita sociale e sentimentale, emotiva, che nella mia vita lavorativa. Poi sono arrivato a fare, come faccio, una diversificazione all’interno del mio lavoro artistico che mi porta adesso, a 47 anni ad essere attore, un coach, un regista, ma ho iniziato da poco a fare regia, ho sempre pensato che dovevo fare ciò a cui sono portato. Ognuno deve portare avanti i propri ruoli; nel mio percorso artistico ho incontrato persone che erano più giuste di me in quel determinato momento a scrivere, a fare regia. Allora io che cosa posso fare, cosa devo fare? Faccio l’attore, perché nasco così, mi piace e soprattutto mi riesce; nel momento in cui imparerò a fare la regia, la scrittura, lo farò, nel momento giusto. Ho iniziato fare regia da pochi anni ed ad insegnare da pochissimi; per questo sto percorrendo uno studio di conoscenza, perché come si suol dire, “non si nasce imparati”, bisogna avere un po’ di educazione quando ci si relaziona agli altri, quando si dona se stessi agli altri. Per questo bisogna farlo nel momento in cui si è pronti, ed io mi sento pronto adesso a fare delle cose un po’ più grandi rispetto all’attore che faccio da vent’anni. Ho fatto l’Accademia Nazionale di Arte Drammatica a Roma e, a differenza di altri miei compagni che appena usciti hanno iniziato subito a fare regie, ad insegnare, io invece mi sono concentrato sul percorso di formazione, perché esci dalla scuola ma non sei ancora pronto, hai quel qualcosa in più che ti permette di affrontare nuove avventure, ma poi pian piano ti formi, ma passano degli anni, così dopo vent’anni di carriera sono pronto ad affrontare nuovi percorsi. Prima non è che non fossi pronto, però sapevo che mi mancavano delle cose, perché ci si forma sempre, in ogni istante, e adesso mi rendo conto che mi formo continuando a studiare, ma anche con l’aiuto degli altri, insegnando ai giovani, perché ho un ascolto sviluppato al dare ma anche al ricevere e infatti traggo sempre delle cose nuove da un ragazzo che sta iniziando adesso con la sua unicità, con delle prerogative che io non ho.

D. Come hai ideato questo percorso che coinvolge giovani e adulti alla riscoperta di noi stessi e della bellezza, dal nome suggestivo: Metaforme – Le Forme della metamorfosi?

R. Questo progetto nasce da un po’ di anni fa nella mia mente, nei miei desideri, però non aveva preso forma, come poi in maniera concreta l’ha presa quest’anno a Grosseto nel 2023-2024. Tutto nasce da una chiamata di Anna Bonelli, direttrice della Biblioteca Chelliana di Grosseto, nonché funzionaria del Comune di Grosseto e collaboratrice dell’assessore alla cultura Luca Agresti. Mi chiamano come persona di eccellenza nel campo della cultura grossetana per una presentazione che devono fare per Grosseto Città Capitale della Cultura; facemmo una giornata di presentazione al Teatro degli Industri, teatro pieno di ragazzi delle scuole superiori e non solo ed eravamo in tre: io e altri due ragazzi, una coreografa e un violoncellista. Da qui come sempre mi apro, parlo di me, del mio percorso e si crea un grande entusiasmo e questo portò Anna Bonelli ad avere l’intuizione di fare qualcosa per la cultura grossetana. Era il momento giusto, dopo venticinque anni di carriera fuori da Grosseto. Per lavoro vivo a Roma e giro tutta l’Italia, perciò tornare a Grosseto per portare l’esperienza della mia vita a livello culturale era un desiderio che avevo da tanto. Sto entrando in una fase della mia vita dove la concretezza, la verità, l’onestà e la bellezza devono far parte della mia vita culturale e artistica. Così le proposi un primo progetto dal titolo “Invito all’ascolto”, che consisteva nell’andare in biblioteca e leggere per intero dei romanzi a voce alta, per far tornare all’interlocutore la voglia di provare il senso dell’ascolto, perché nella nostra vita più si va avanti, soprattutto in un epoca Covid dove il contatto umano veniva a mancare, più manca la direzione, l’ascolto tra gli sguardi, tra i corpi, tra le voci, non si ha la percezione del suono della propria e dell’altra voce che ti parla. Sono andato ad indagare la possibilità di dare voce alle parole, perché attraverso le parole si riprende la padronanza che è assopita, nascosta dentro di noi, del desiderio della cultura e della bellezza. Allora io che ho la possibilità e la fortuna di fare questo mestiere, posso far capire a chi mi ascolta che attraverso le parole, l’immaginazione e la creatività si può viaggiare, si può ricreare un’avventura, ecco, è nata questa esigenza. Successivamente ho pensato di scrivere un progetto più complesso destinato ai giovani ed ai cittadini, perché ho capito che manca la riscoperta di noi stessi attraverso l’ascolto, l’incontro, la voglia di sperimentare insieme ai giovani ed agli adulti, di riunirsi per parlare della vita attraverso testi teatrali, per accendere delle lampadine su quello che siamo noi all’interno di questo mondo. Da qui è nato il progetto della Metamorfosi, metamorfosi come cambiamento dopo il Covid, soprattutto nei giovani che, stando chiusi in casa, non avevano più la possibilità di condividere ed hanno subito una mutazione. Questo progetto, in sintesi, è proprio [la ricerca di] una riscoperta di noi stessi che porti un cambiamento attraverso la cultura e l’arte.

D. Perché hai scelto un personaggio come Don Chisciotte della Mancia?

R. Allora, per questo progetto ho scelto due romanzi, “Il Barone rampante” e il “Don Chisciotte”, perché reputo che siano tra i romanzi di formazione più importanti che debbano essere ascoltati, letti e vissuti. Nello specifico Don Chisciotte è quell’antieroe che diventa poi eroe, perché credo che, nello sviluppo della sua vita, non diventa pazzo perché si perde nei meandri della follia. Lui diventa pazzo perché ha un’esigenza: la voglia di vita, di conoscere ciò che non è conosciuto. Credo che ognuno di noi voglia conoscere il più possibile, perché se ci manca la conoscenza siamo esseri incompiuti. Lui va verso un delirio cosmico, ma è un delirio che ci fa pensare alle possibilità che la mente umana e la propria vita possono avere. È vero che lui scambia i mulini a vento per giganti o pecore per eserciti, però è anche vero che quella è la sua esigenza di dare forma ad un qualcosa che è dentro di lui, dà vita all’anima di tanti uomini e donne che non riescono a sognare. Perché io ci vedo un sogno in quella follia ed oggi Don Chisciotte è un impulso a non smettere di sognare. È vero che la vita è problematica, che non è facile, però è anche vero che smettere di dare a se stesso la possibilità di creare, di immaginare, di scrivere poesie, è un po’ la morte della propria vita e Don Chisciotte arriva dalla voglia di dire: non smettiamo di leggere. Proprio perché dalle storie di altri si può arrivare a sognare e a vivere ciò che non si riesce a vivere [in proprio]; per me questa è una grande formazione.

D. Marika de Chiara interpreta mirabilmente più personaggi (Dulcinea, Sancho); come vi siete scelti i ruoli?

R. Marika è una cara amica, ci incontrammo più di dieci anni fa quando, in tournée con Luca Barbereschi, facevamo il Gattopardo; da allora è nata una forte amicizia. Questo progetto è nato dalla sintonia che lei ed io abbiamo, era un po’ che volevamo mettere in scena il Don Chisciotte, uno studio che avevamo fatto anni prima; così, finalmente, lo abbiamo inserito nel progetto e abbiamo iniziato a lavorarci. Sicché a lei, che è mezza romana e mezza napoletana, piaceva fare tutto un lavoro sulla narrazione e i vari personaggi: non era infatti importante che lei fosse un uomo, perché Sancho uomo è solo un concetto mentale. Inoltre lei ha anche questa libertà di padronanza della lingua e siamo riusciti, grazie a questa sintonia e forte amicizia, ad armonizzare con successo il rapporto Sancho e Don Chisciotte creando un corpo unico.

D. Come è nata l’idea di far parlare Don Chisciotte in dialetto toscano e Sancho in quello napoletano?

R. La scelta di Marika di farla agire in napoletano nasce dall’idea di utilizzare un dialetto molto iconico che portasse a indagare sia la simpatia che la comprensione, perché è un dialetto colto da tutti, che ha una certa ironia ma, nello stesso tempo, ha quel senso di disperazione che hanno i napoletani che riesce a colorare gli stati d’animo. Ecco, a me interessava che lei riuscisse a colorare gli stati d’animo di Sancho. Per Don Chisciotte ho scelto invece il dialetto toscano perché siamo in Toscana ed io sono toscano; però mi piaceva che fosse un ponte, un collegamento con un aristocratico in rovina ma che, in realtà, è un uomo borghese normale che si mette addosso un senso nuovo di vita. Questa accoppiata napoletano – toscano aveva un senso che è certamente da sviluppare ancora.

D. Il fatto che vi alternate in toscano e napoletano ha sicuramente alleggerito la scena e il contenuto, facendo entrare in empatia il pubblico, che si è sentito più coinvolto. Interessante e suggestiva la scenografia che hai ideato con le varie postazioni di lettura differenziate e quelle scatole da dove prendevate i vari oggetti da utilizzare; perché questa scelta?

R. L’arte non deve essere pesante in generale anche se si parla di temi drammatici, deve essere fruibile altrimenti annoia, le letture performance, agite come se fossero spettacoli, alleggeriscono l’ascolto e la comprensione.

Ho inserito nella scena degli elementi che richiamano le scatole depositate in soffitta, quelle in cui noi adulti lasciamo i ricordi della nostra vita che, quando vengono chiusi in una scatola, quasi spariscono. Allora chi da ragazzino non ha giocato ai Don Chisciotte vari, allo zoo parlante, a tutto un mondo di romanzi che abbiamo letto da giovani? Così l’idea di dover riaprire quella scatola da adulto, che cosa riverbera quel ricordo, fa scattare il recupero di quell’avventura, vissuta però da adulti. Un ragazzo che vede questo ti fa ricordare che devi stare attento, devi ricordarti che quello che tu vivi non va mai dimenticato, è sempre lì pronto e ti può servire, non bisogna buttare niente. Invece noi, la nostra generazione, siamo stati abituati a buttare tutto, rispetto ai nostri nonni che non buttavano mai niente e quando vai in campagna nelle loro cantine trovi dei pezzi inservibili e ti chiedi come è possibile conservarli. Ora invece si dà via tutto, i giocattoli spariscono, vengono dati via, ma questi oggetti vivono e l’idea della soffitta che sta in alto, cioè nella testa, nella memoria, fa perciò diventare importante riaprire quella scatola per farla rivivere allo spettatore.

D. Quale messaggio vuoi lanciare a tutti dopo questi anni sonnolenti che abbiamo trascorso dimenticando i veri valori della vita?

R. Il concetto che a me interessa è quello di riconciliarci con noi stessi attraverso l’arte, la cultura e lo spettacolo, perché la vita ci pone davanti a delle sfide; invece, giocare con l’arte e regalarsi la bellezza è un modo per respirare, visto che ormai il ritmo è talmente veloce che ci impedisce di respirare. Portare le persone anche solo per un’ora o due di svago al teatro e poi escano da quel luogo dove sto rappresentando qualcosa portandosi dietro delle domande che possono essere un cambiamento, un pensiero, facendo sì che si chiedano: però, a questa cosa non ci avevo pensato, potrei capirla, magari potrei innescare un pensiero diverso, un cambiamento e ritornare ad apprezzare la bellezza della nostra vita.

Ringraziamo Simone per le sue perle di saggezza e per la sua voglia di cambiare in meglio questo nostro mondo governato dalla bruttezza delle guerre distruttive, sviluppando dentro di noi la bellezza della cultura che unisce popoli diversi.

Simone e Marika – Teatro degli Industri – Grosseto

Mi unisco al suggerimento di Simone di leggere questo romanzo (in spagnolo Don Quijote) scritto da M. de Cervantes Saavedra (1)  e pubblicato in due parti nel 1605 e nel 1615, perché gli argomenti trattati restano fuori dal tempo facendoci capire come, in fondo, dopo più di 400 anni le situazioni non siano cambiate.

È significativo l’ epitaffio che l’autore fa porre sulla sepoltura di Don Chisciotte, nella seconda parte del testo, dal baccelliere Sansone Carrasco, personaggio amico del protagonista del romanzo ma che si scontra in varie occasioni e sotto mentite vesti con lui per costringerlo a tornare a casa:

Giace qui l’Hidalgo forte

Che i più forti superò,

Sì che pure della morte

La sua vita trionfò.

Fu del mondo, ad ogni tratto

Lo spavento e la paura;

Fu per lui la gran ventura

Morir savio e viver matto.

Concludo questo articolo con i versi che Byron inserì nel canto XIII del suo “Don Giovanni” e nei quali fissò l’impressione che ebbe dalla lettura del Don Chisciotte 

È il piú triste racconto; e perché move

Al riso è ancor piú triste. Al ben dirette

E gli empi a castigar son l’ardue prove

Del buono eroe; ma il senno ei ci rimette.

Son quei casi spettacol che commove,

Ma commove ancor piú, chi ben riflette,

A profonda tristezza la morale,

Che sta in quella epopea mesta immortale.

(traduzione di Vittorio Betteloni 1897)

e con l’ascolto della mitica canzone che Francesco Guccini gli ha dedicato.

Patrizia Pisino per ComeDonChisciotte

(1) https://web.seducoahuila.gob.mx/biblioweb/upload/don_chisciotte_della_mancia_-_vol-ii.pdf

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