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IL SILENZIO AL SERVIZIO DEL POTERE

DI MEDIA LENS

I media proteggono i grandi criminali di guerra internazionali

“E poi hanno ucciso mia nonna”

Nel novembre dello scorso anno, ben 24 civili iracheni, di cui 11 fra donne e bambini, sono stati ammazzati dai militari statunitensi ad Haditha, nell’Iraq occidentale. Il New York Times ha descritto l’atroce episodio come “forse il caso più grave di scelleratezza da parte delle forze di terra statunitensi in Iraq”. Inizialmente i rapporti dell’esercito avevano parlato di vittime di una bomba artigianale, bugia che era stata subito rimpiazzata da un’altra, cioè che i civili avevano perso la vita durante uno scontro a fuoco fra i marine e i “ribelli”.

Falso. Ci sono prove che dimostrano come quelle persone siano morte durante un “prolungato” attacco da parte delle forze Usa, durato dalle tre alle cinque ore. Sono state uccise “all’interno di almeno due case in cui vivevano donne e bambini”. Il massacro è stato “metodico”. (Thom Shanker, Eric Schmitt e Richard A. Oppel Jr., New York Times, 25 maggio 2006).Molte delle vittime sono state uccise “come se fosse un’esecuzione”, colpite alla testa o alla schiena. Un funzionario del governo degli Stati Uniti ha dichiarato che i soldati “hanno subìto una totale perdita di senso morale, con risultati tragici”. (Tony Perry e Julian E. Barnes, ‘Le foto provano l’esecuzione di civili’, Los Angeles Times, 27 maggio 2006).

Eman Waleed, 9 anni, sfuggita al massacro, è stata intervistata dalla rivista Time. Eman viveva vicino al luogo in cui una “roadside bomb” [1] ha ucciso un marine. “Abbiamo sentito molti spari, quindi nessuno di noi è uscito. Oltretutto era mattina presto, e tutti eravamo ancora vestiti per la notte”. I soldati hanno quindi fatto irruzione nella sua casa:

“Prima sono entrati nella stanza dove mio padre si era ritirato a leggere il Corano, e abbiamo sentito degli spari.”

Poi sono entrati nella sala da pranzo:

“Non sono riuscita a vedere bene le loro facce, vedevo solo le armi che spuntavano dalla porta. Ho visto mentre sparavano a mio nonno, prima al petto poi in testa. Poi hanno ucciso mia nonna”.

Eman dice che le truppe hanno aperto il fuoco in direzione dell’angolo della stanza dove lei e il suo fratellino più piccolo, Abdul Rahman, di 8 anni, si nascondevano. Gli altri adulti sono morti nel tentativo di proteggere i bambini dai proiettili con i loro corpi:

“Giacevamo lì sul pavimento, sanguinanti, e le ferite erano molto dolorose. Poi sono entrati alcuni soldati iracheni, e ci hanno preso fra le loro braccia. Io piangevo e gridavo ‘perché avete fatto questo alle nostre famiglie?’, e un soldato mi ha risposto ‘Non siamo stati noi, sono stati gli Americani’.” (Suzanne Goldenberg, ‘I marines dovrebbero essere processati per il massacro in Iraq’ The Guardian, 27 maggio 2006).

Il segretario della Difesa Donald Rumsfeld ha dichiarato ai mezzi di informazione che quelle affermazioni verranno verificate con cura, e affrontate “nel normale ordine delle cose”. (Al-Jazeera, ‘Truppe USA hanno ucciso iracheni a sangue freddo’, 19 maggio 2006; )

Il Times dice che “è già iniziata la limitazione dei danni”, e spiega: “Gli avvocati che hanno parlato con i soldati hanno messo in evidenza l’enorme pressione a cui essi erano sottoposti quel giorno. I ribelli avevano messo in atto un’ondata di attacchi, e quella città era per le truppe statunitensi una delle più pericolose di tutto l’Iraq” (Ali Hamdani, Ned Parker, Nick Meo e Tom Baldwin, ‘I Marines e il “massacro” in Iraq’, The Times, 27 maggio 2006).

“Limitazione dei danni” significa gettare la colpa sugli Iracheni:

“Gli ufficiali dell’esercito sono sempre stati preoccupati dalla possibilità che la violenta insurrezione degli iracheni potesse provocare nelle loro truppe una reazione di questo genere” (Perry e Barnes, op. Cit.).

Andrew Murray, presidente di Stop the War Coalition, ha detto:

“E’ evidente che quanto è successo ad Haditha è un crimine di guerra, e sarebbe assurdo pensare che in questi tre anni sia stato il primo. In realtà è lecito supporre che ne siano stati commessi molti altri”. (Raymond Whitaker, ‘Il massacro e i Marines’, Independent, 28 maggio 2006).

Per esempio, il giornalista indipendente Dahr Jamail di recente ha scritto:

“Il 15 marzo, 11 iracheni, quasi tutti donne e bambini, sono stati massacrati dalle truppe statunitensi a Balad. Testimoni hanno raccontato ai reporter che alcuni elicotteri sono atterrati vicino ad una casa, che è stata subito presa d’assalto dai soldati. Chiunque si trovasse nei paraggi è stato circondato, portato dentro la casa, e quindi assassinato. L’età delle vittime era compresa fra i sei mesi e i 75 anni.” (Jamail, Come i massacri diventano la norma’, 4 aprile 2006)

I lettori ricorderanno l’allarme che di recente abbiamo lanciato, segnalando un film della BBC Newsnight, basato sulle testimonianze di veterani dell’esercito Usa, i quali fornivano prove di come l’uccisione di civili iracheni rappresenti ormai la routine. Per quanto ne sappiamo, questo film non ha avuto alcun risalto sulla stampa britannica. (“Potevi uccidere chiunque desiderassi”, 19 aprile 2006)

I Media Amplificano il Mito degli “Errori”

Come abbiamo spesso notato nella nostra analisi dei mezzi di informazione, le “notizie” sono come i potenti vogliono che siano. Prendiamo ad esempio un articolo apparso sul sito della BBC, che raccoglieva le imbarazzate dichiarazioni da parte del presidente Bush e del Primo Ministro Blair sugli “errori in Iraq”:

“I due leader non avevano mai ammesso i loro errori in termini così sinceri”, dice il giornalista della BBC Jonathan Beale… “Il corrispondente diplomatico della BBC Jonathan Marcus sostiene che la guerra in Iraq ha gettato parecchie ombre sulle carriere di Bush e Blair, e che entrambi ora cercano di esaltare l’importanza di un potenziale cambiamento ad opera del nuovo governo di Baghdad democraticamente eletto.” (‘Bush e Blair ammettono gli errori’, BBC news online, 26 maggio 2006).

Il punto centrale, che manca in quest’articolo e in tutti i programmi di informazione della BBC, è il seguente. Il Regno Unito (ma non gli Usa) è uno dei firmatari del trattato che ha istituito l’ICC [2]. Le colonne portanti dell’ICC sono le convenzioni di Ginevra e la Carta di Norimberga del 1945, la quale recita:

“Iniziare una guerra di aggressione […] non solo è un crimine internazionale, ma è il crimine internazionale supremo, la cui unica differenza con gli altri crimini di guerra sta nel fatto che esso contiene dentro di sé il male di tutti gli altri.”(http://www.counterpunch.org/herman05112006.html )

La BBC ci comunica che ora Bush e Blair ammettono i loro “errori” in Iraq, e che “la guerra in Iraq ha gettato parecchie ombre sulle carriere dei due leader”, ma la televisione pubblica non ci ha ancora detto che Bush e Blair hanno commesso dei crimini, anzi “il crimine internazionale supremo”, come è stato definito al processo di Norimberga.

Che cos’ha da dire la stampa britannica a tal proposito? Il 6 maggio 2006 abbiamo fatto una ricerca negli archivi dei giornali per il periodo che va dal giorno dell’invasione dell’Iraq, 20 marzo 2003, in poi. Cercavamo articoli che parlassero del fatto che Tony Blair stava commettendo il “il crimine internazionale supremo”. Ne abbiamo trovati solo sei, e due di essi sono stati scritti da John Pilger.

E’ vero che alcuni giornali hanno parlato del movimento per l’impeachment di Blair, una campagna portata avanti soprattutto dal parlamentare del Plaid Cymru [3] Adam Price. Qualche articolo nel gennaio 2006 ha fatto notare che anche il generale Sir Michael Rose, già comandante britannico dell’ONU in Bosnia, ha chiesto a gran voce le dimissioni di Blair. I giornali che hanno menzionato i motivi per un impeachment hanno accusato Blair di aver “fuorviato il paese nel periodo che ha preceduto la guerra”, ma nessuno dice che egli ha commesso un gravissimo crimine internazionale, dando il via ad una guerra di invasione. Fra gli oltre 190 articoli pubblicati sui giornali negli ultimi tre anni che fanno cenno alla campagna per l’impeachment di Blair, non siamo riusciti a trovarne nemmeno uno che parlasse di questo fatto fondamentale.

Molti articoli parlano anche di Malcolm Kendall-Smith, l’ufficiale dell’aviazione che è stato imprigionato per otto mesi a causa del suo rifiuto di servire in Iraq. La stampa ha spiegato che Kendall-Smith ha messo in dubbio la legalità dell’invasione e dell’occupazione. “Norimberga” è stata nominata in 34 di questi articoli come base della difesa del capitano Kendall-Smith, ma i dettagli e il contesto erano ancora una volta mancanti. Per essere più precisi, nessuno di questi articoli ha affermato esplicitamente che Bush e Blair potrebbero essere accusati di aver cospirato per avviare una guerra di aggressione.

L’unico barlume di verità l’abbiamo trovato nei resoconti per la stampa relativi al dibattimento nel processo di Kendall-Smith. L’argomentazione del legale della RAF era che “nessun singolo militare può essere implicato in ‘crimini di aggressione’ [perché] questi sono ‘leadership crimes [4]’, e il processo di Norimberga ha stabilito che individui che non sono in posizione di discutere la politica nazionale non possono essere accusati di crimini di questo tipo”. (Richard Norton-Taylor, The Guardian, “Un ufficiale della RAF ha rifiutato di tornare in Iraq perché ‘l’invasione è illegale’”, 16 marzo 2006).

Con questa formula tortuosa si è comunque evitato di dire chiaramente che Bush e Blair si sono macchiati del crimine internazionale più grave.

Il “Cattivo Suggerimento” che ha dato il via all’Invasione

Nel suo libro dal titolo “Mondo Senza Legge”, Philippe Sands commenta il verdetto espresso dal procuratore generale Lord Goldsmith [nella foto] il 17 marzo del 2003, che diede il via libera a Blair per l’entrata in guerra anche in mancanza di una seconda risoluzione delle Nazioni Unite:

“E’ un cattivo suggerimento, e pochissimi paesi e nessun avvocato internazionale di fama ne vede i pregi (Sands, “Mondo Senza Legge”, Penguin, 2006, p.189)

Appena dieci giorni prima, il 7 marzo, il procuratore generale britannico aveva emesso un documento piuttosto cauto e pieno di ammonimenti circa l’eventualità di cause legali a seguito di un’invasione dell’Iraq. Sands ha raccontato alla BBC di aver consultato il documento insieme ad alcuni amici avvocati, i quali hanno concluso che:

“Questo documento è stato scritto da una persona che, in cuor suo, riconosce che senza una seconda risoluzione, una guerra è illegale.” (John Silverman, ‘Quest’uomo era sotto pressione?’ [riferito a Lord Goldsmith], BBC news online, 28 aprile 2005)

Come Sands fa notare nel suo libro:

“Una frase di quel documento del procuratore generale, passata un po’ inosservata, afferma che ‘l’aggressione è un crimine punito dalle leggi internazionali, che automaticamente fanno parte delle legislazioni nazionali’. Chi è più strettamente collegato all’inizio del conflitto in Iraq, farebbe forse meglio ad evitare di andare in vacanza in quei paesi per i quali la pianificazione e l’inizio di una guerra di aggressione è un crimine”. (Sands, op. cit., pp. 282-283)

Gli editorialisti dei quotidiani di certo non risparmiano critiche a Bush e Blair per l’invasione e l’occupazione dell’Iraq, ma non abbiamo sentito nessuno dire che, secondo gli standard applicati a Norimberga, i due leader dovrebbero essere processati e condannati per questo.

Un giornalista che ha perlomeno avuto il coraggio di chiedere l’impeachment per Blair è l’editorialista dell’Independent Andreas Whittam-Smith:

“[Bush e Blair] non possono ammettere il loro fallimento. Le loro carriere politiche verrebbero distrutte, le loro reputazioni infangate. In teoria potrebbero servirsi dell’annuncio del nuovo governo in Iraq come pretesto per ritirarsi, ma hanno le mani legate. Molte altre vite saranno inutilmente stroncate prima che quest’agonia abbia termine. Il Presidente degli Stati Uniti e il Primo Ministro britannico dovrebbero assolutamente essere rimossi dai loro incarichi, ma non credo proprio che succederà.” (Whittam-Smith, ‘Ora Gli Usa e la Gran Bretagna possono dichiarare la vittoria in Iraq e riportare i soldati a casa’ The Independent, 22 maggio 2006).

Non è affatto sorprendente che né Bush né Blair abbiano dovuto affrontare l’ipotesi di un impeachment. I media ufficiali e l’intero sistema politico non hanno mai nemmeno considerato quest’eventualità.

Nonostante questa guerra sia generalmente considerata illegale, ed esista un enorme movimento di opinione contro l’invasione e l’occupazione dell’Iraq, non un solo editoriale su un qualunque quotidiano nazionale britannico ha avuto il coraggio di dire che i governanti occidentali dovrebbero essere processati davanti alla Corte Penale Internazionale. Non un solo quotidiano ha mai scritto in prima pagina che Blair dovrebbe essere accusato di crimini di guerra. Il silenzio dei vari Guardian, Independent, Financial Times, Daily Telegraph, The Times e di tutti gli altri è vergognoso.

Un Primo Ministro inglese può dare inizio ad una guerra di aggressione, causare morte e sofferenza in proporzioni inimmaginabili, e ciononostante farla franca davanti ai presunti “cani da guardia” della democrazia.

Ennesima prova, se ce ne fosse bisogno, che i media britannici non sono altro che i guardiani di un potere brutale e distruttivo.

Media Lens
Fonte: http://www.medialens.org
Link: http://www.medialens.org/alerts/06/060530_silence_in_the.php
30.05.2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIUSEPPE SCHIAVONI

Pubblicato da God