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IL GENOCIDIO DI ANFAL

SADDAM HUSSEIN HA DAVVERO “UCCISO I CURDI”?

DI DAVID HUNGERFORD
Brussels Tribunal

Molti crimini perpetrati contro l’Iraq sono stati giustificati dalla demonizzazione della figura di Saddam Hussein. L’invasione fu giustificata dalla convinzione che possedesse “armi di distruzione di massa”, intrattenesse rapporti con al-Qaeda e costituisse una minaccia per il territorio degli Stati uniti.

Le affermazioni fatte si sono dimostrate essere solo menzogne. Non c’erano “armi di distruzione di massa” o programmi per svilupparle. Non c’erano legami con al-Qaeda. Ed egli non minacciò il territorio statunitense.

Coloro che ancora ritengono giusta l’occupazione, ora trovano la sua giustificazione nel fatto che Saddam Hussein era un “brutale dittatore”. Una delle maggiori accuse rivoltogli è che “ha ucciso i Curdi”. L’abituale allusione è alla campagna denominata Anfal, intrapresa dalle forze irachene il 23 Febbraio del 1988 e protrattasi fino al 6 Settembre dello stesso anno. Si sostiene che tale campagna militare era finalizzata al genocidio. Oggi si può affermare che “il genocidio di Anfal” non è mai avvenuto. E’ solamente un’altra bugia. Ironicamente è proprio il secondo dei “processi” illegali attualmente portati avanti contro Hussein a Baghdad che fa giungere a questa conclusione. I fatti e le circostanze oggetto del “processo” possono essere analizzati e valutati senza concedere alcuna riconoscenza di legittimità alla “corte”. In quanto essa è illegale, non c’è alcuna ragione di aspettare gli accertamenti della “corte” per poter giungere ad una propria conclusione (Vedi Allegato A per la violazione dei principi del diritto internazionale).

Determinati fatti non vengono messi in discussione. L’intervento ebbe luogo nelle ultime fasi della guerra combattuta tra Iran ed Iraq. L’esercito iracheno combatteva l’esercito iraniano nel Nord dell’Iraq. La guerriglia curda, chiamata peshmerga, si alleò con l’Iran contro il governo del proprio paese. Per sopprimere i ribelli, il governo iracheno deportò un largo numero di civili curdi dalle aree di confine.

La stampa riporta che l’accusa è di genocidio durante Anfal. Per definizione, il crimine di genocidio significa lo sterminio di un ampio numero di persone. All’inizio, in nessun documento era contenuto il numero definito delle vittime, ma a settembre l’ “accusa” ha riportaato più volte il numero di 182.000 morti.

Il “processo” riguardante l’accusa di Anfal ebbe inizio il 21 agosto del 2006. Ci sono state 13 sedute della “corte” tra questa data ed il 26 settembre, data della sua sospensione.

Nei documenti studiati per questa analisi, non è stata riportata alcuna dichiarazione o presentazione della metodologia. Non è stato evidenziato alcun studio sistematico. Non è stata presentata alcuna deposizione giurata. Non è stata presentata nessuna testimonianza di esperti. Se ci fossero state prove di questo genere dovrebbero essere state portate all’attenzione della stampa. Si può dunque concludere che nessuna di queste prove è stata presentata. (Vedi l’Allegato B riguardante la tabulazione delle testimonianze).

Infatti tutte le testimonianze sono di scarsa rilevanza. Ad esempio, il 22 agosto, il primo giorno di deposizione, venne ascoltato un testimone di nome Ali Mustapha Hama. Egli testimoniò in merito agli eventi avvenuti nel villaggio di Balisan il 16 aprile del 1987. La BBC ha riportato che il testimone disse che “c’era un fumo verdastro, dopo alcuni minuti, una puzza come di mele marce o aglio. Ha parlato di un minorenne affiancò a lui che provò ad riprendere fiato, ma respirò i prodotti chimici e morì. Ha aggiunto che molte altre persone persero la vita. Durante l’interrogatorio con contraddittorio, la difesa ha chiesto ad Hama come lui fosse in grado di sostenere che gli aerei da combattimento erano iracheni e ha sollecitato il signor Hama a dire se avesse aiutato a dare riparo ai guerriglieri nel suo villaggio”.

La morte di un minorenne è veramente una cosa orribile. Tuttavia, il numero di vittime definitivamente accertate dalla deposizione di Mr. Hama è pari ad una. Inoltre lui stesso ha ammesso che c’era la guerriglia nel suo villaggio. Il genocidio è un crimine diffuso contro civili finalizzato allo sterminio di un gruppo etnico. Perciò la testimonianza d Hama non dimostra genocidio. Un altro testimone ascoltato lo stesso giorno non ha neanche effettuato alcuna dichiarazione riguardante presunte vittime.

Tra il 22 agosto ed il 26 settembre i rapporti parlano di 17 testimoni. Le deposizioni finali pervenute che fanno cenno alle presunte vittime sono in tutto 43. Alcune vittime potrebbero sovrapporsi. Non c’è stato alcun tentativo di separare le vittime civili da quelle militari.

Dei 15 testimoni, 3 ammettono di aver partecipato ai Peshmerga, mentre il genocidio è un crimine contro civili. Une dei tre ex guerriglieri, Moussa Abdullah Moussa, ora vive in Tennessee. Un altro testimone, Katrin Michael, in Virginia.

Uno dei testimoni, Mahmoud Hama Aziz, il 9 settembre ha raccontato di 7 vittime in una località non definita durante il 1987, prima di Anfal. Il New York Times ha riportato che il giorno successivo venne trovata la prova fondamentale della testimonianza di Mr. Aziz. Infatti nel 2004 venne scoperta una fossa comune, nonostante l’ “accusa” dichiari che la raccolta di prove fosse iniziata sin dal 1991 (vedi Doebbler, sotto). I tempi della “scoperta” sono quindi tanto convenienti per l’accusa da sollevare almeno qualche perplessità.

21 delle 43 vittime, inclusi gli avvenimenti di Balisan, risalgono al 1987, prima di Anfal. Quindi fino a 22 possono essere fatte risalire al periodo di Anfal o ad un altro periodo non determinato. La questione di fondo è che bisogna chiedersi che cosa sia avvenuto alle 181.978 vittime delle 182.000 dichiarate. A questo ritmo di indagini ci vorranno almeno 689 anni per considerare tutte le presunte vittime.

Perciò, nel primo mese di processo, l’accusa non ha presentato alcun elemento rilevante.

Il giudice iniziale fu rimosso per ragioni politiche il 20 settembre (vedi poi). Le ultime sessioni si trasformarono da semplici buffonate a vere e proprie sedute caotiche. Gli avvocati difensori boicottarono il “processo” su ordine di Hussein. “Testimoni” anonimi rilasciarono la propria testimonianza dietro un divisorio;l’avvocato difensore Badia Arif Izzat rubò documenti dal palazzo della corte, e così via.

L’accusa ha avuto tutto il tempo e le opportunità necessarie per formulare tutti i dettagli del caso. I presunti eventi risalgono a 18 anni fa. Il nord dell’Iraq è stato fuori dal controllo di Baghdad fin dal 1996, quando l’amministrazione Clinton impose unilateralmente le zone “no-fly” sull’Iraq.

Non c’è stata alcuna mancanza di esperti investigativi o di risorse finanziarie. Il New York Times, il 1 luglio 2004, riportava che “il Federal Bureau of Investigation (FBI) sta conducendo le indagini, insieme all’ufficio di l’Alcol tabacco e Vigili del Fuoco e agenti provenienti dal dipartimento di giustizia”. Il giornale afferma anche che fino al 20 luglio 2005 gli Stati Uniti avevano speso più di 35 milioni di dollari per le indagini.

Un tale coinvolgimento politico dovrebbe lasciar presupporre che all’inizio del processo l'”accusa” si presentasse con prove tali da lasciare ben poche speranze alla difesa. Invece è avvenuta una “carneficina”. Il tempo e le risorse impiegate per sostenere l'”accusa” rimuovono qualsiasi tentativo di giustificazione in base alla quale le prove potevano essere preparate con un maggior sforzo. C’è soltanto una spiegazione plausibile e semplice per spiegare il fallimento dell'”accusa” : non c’è stato alcun genocidio.

Altre circostanze supportano tale conclusione.

Le accuse avanzate fin dall’inizio non sono infatti neanche chiare. Nessuno dei resoconti citati lascia presupporre che ci si trovi di fronte ad un genocidio. Le accuse possono solo ricostruire alcuni eventi. Con un moderato sforzo si è risaliti ad uno dei documenti ritenuti come uno “strumento di accusa” durante il primo processo a Hussein: il caso Dujail. Tale documento è riportato qui Le accuse per il “processo” di Anfal non sono invece collocate nello steso sito internet. Ripetute ricerche fatte nella rete usando termini quali “strumenti di accusa” e ricerche di altri termini che potessero essere ricollegate alle dichiarazioni dell’accusa per il processo Anfal non hanno dato alcun frutto. E’ chiaro quindi che l’amministrazione Bush e l'”accusa” non vogliano far conoscere le loro argomentazioni all’opinione pubblica.

Le procedure ed i diritti fondamentali degli indiziati sono stati violati. L’avvocato difensore Curtis Doebbler scrive:

Le violazioni di questo processo ingiusto sono troppo numerose per essere menzionate ma quasi tutte le disposizioni contenute nell’articolo 14 della Convenzione dei Diritti Politici e Civili sono state violate a questo punto del processo…

L’accusa afferma di aver raccolto prove risalenti al 1991 – prove che, ovviamente, potrebbero essere vere soltanto se le avesse raccolte il governo degli Stati Uniti – fino all’aprile del 2003, quando una dozzina di avvocati statunitensi ed iracheni che non vivono più da anni in Iraq furono isolati per costruire il caso. Gli avvocati difensori, nonostante le richieste di vedere il loro assistito risalenti al Dicembre del 2003, epoca in cui venne incarcerato, non hanno potuto avere un colloquio confidenziale necessario per preparare il processo. Nessuna visita è stata permessa agli avvocati fino a quando il processo è iniziato ed ad ogni visita ufficiale degli Statunitensi esercitavano la propria autorità leggendo qualsiasi tipologia di materiale portato nella stanza per le visite nonostante tutti gli incontri avvenissero sotto audio/video sorveglianza. Come se questo non fosse abbastanza, le prove sono state tenute nascoste alla difesa. E’ stato negato a loro l’accesso alle udienze, sono state negate loro le informazioni anticipate riguardanti i testimoni, ed è stato impedito loro di visitare anche il sito internet dei crimini imputati:
http://jurist.law.pitt.edu/forumy/2006/04/farce-of-law-trial-of-saddam-hussein.php

Se l’accusa fosse veramente sostenibile, tutti questi abusi non sarebbero stati necessari.

Alla difesa di Saddam Hussein è stata negata la scorta nonostante le ripetute richieste. Durante il primo “processo” tre dei suoi avvocati sono stati uccisi. Durante il “processo” in corso l’assistente legale Abdel Monem Yassin Hussein è stato ucciso. E’ stato rapito il 29 agosto. Il suo corpo venne ritrovato 5 giorni dopo. Le morti del personale della difesa screditano ancor di più l’ “accusa”.

La natura politica del “processo” è stata ancor più evidenziata il 20 settembre, quando il “primo ministro” burattino Nuri al-Malik rimosse il giudice Abdullah al-Amiri dal caso. La ragione di questo oltraggioso abuso fu riportato dal New York Times il 15 settembre nel seguente modo:

Un testimone, un contadino curdo, ha raccontato che nel 1988 ha implorato Saddam Hussein di salvare la vita di suo moglie e dei suoi sette figli. Racconta di un Hussein furioso che gli urlò “stia zitto e vada fuori”.

In tribunale Hussein si è alzato in piedi per difendersi da solo.

“Perché lui ha cercato di incontrare Saddam Hussein?”, ha chiesto al giudice, riferendosi a sé stesso in terza persona come sua abitudine davanti alla corte. “Non era forse Saddam Hussein un dittatore ed un nemico del popolo curdo come loro dicono?”.

Il giudice ha replicato: “Le risponderò: voi non siete un dittatore. Non un dittatore”, ha ripetuto. “Voi non eravate un dittatore”.

Hussein ha risposto sorridendo: “grazie”.

Cinque giorni dopo il giudice venne rimosso. Se tutti gli avvenimenti contestati risalenti al 1988 sono realmente avvenuti è estremamente improbabile the il “governo” fantoccio avrebbe ancora screditato sé stesso ed il “processo” con una tale interferenza.

In modo altrettanto straordinario, un documento redatto dalla AP risalente al 21 agosto riporta “il processo non si unisce al più ben noto attacco con gas avvenuto nel marzo del 1988 ad Halabja che secondo le stime ha ucciso 5,000 curdi. Quell’evento sarà parte di una indagine separata condotta dall’Alta corte Irachena”. Il resoconto non dice però il perché gli eventi di Halabja saranno trattati in separata sede.

Gli avvenimenti di Halabja rappresentano il fatto più importante per l’accusa di “genocidio”. L’ “accusa” ha smembrato il proprio caso. Sembra quasi che stia remando contro i propri interessi. La significativa omissione lascia quindi pensare che i fatti di Halabja non hanno poi molto da aggiungere al caso di genocidio di Anfal.

* * *

Tutti i dubbi sollevati lasciano sospettare che tutte le accuse mosse contro Hussein possano essere state costruite. Proprio il noto “Downing Street Memo” del luglio 2002 riassume così l’incontro avuto con il cabinetto inglese: “le informazioni ed i fatti stanno venendo determinati dalla politica”.

Negli Stati Uniti l’onere della prova è a carico dell’accusa, che deve provare le imputazioni “oltre ogni ragionevole dubbio”. Le lacune dell’accusa sono così evidenti da costituire un dubbio più che ragionevole. Non c’è alcuna ragione di credere che il genocidio venne commesso nella campagna Anfal. Anzi, si può giungere soltanto ad una conclusione: “il genocidio di Anfal” non è mai avvenuto.

* * *

In tutti gli anni di guerra con l’Iraq, l’imperialismo statunitense ha soltanto ottenuto un significativo successo politico: la demonizzazione di Saddam Hussein. La linea del “brutale e corrotto dittatore” è stata seguita e sostenuta da un ampia parte politica. Le indagini quindi potrebbero sembrare superflue.

Un altro risultato è che una vasta parte dell’opinione pubblica contraria alla guerra vede l’intervento militare in Iraq come nient’altro che una guerra per il petrolio. Anche se quasi sempre avviene, non ci si può fermare ad analizzare il conflitto senza tener conto del punto di vista dell’Iraq.

Prima di tutto, il petrolio appartiene ancora all’Iraq. Dal punto di vista iracheno la guerra è stata quindi una guerra contro la sua sovranità, contro il suo diritto all’autodeterminazione. Fin dal momento dell’occupazione è divenuta quindi una guerra per l’indipendenza.

“La guerra per il petrolio” solleva ulteriori questioni. Ci sono molti modi per ottenerlo. La domanda è perché l’imperialismo Usa abbia fatto ricorso alla guerra. Ci sono molti paesi che hanno il petrolio. Gli Emirati Arabi hanno petrolio tanto quanto quello posseduto dall’Iraq ma nulla è mai accaduto. La questione quindi è perché l’Iraq sia differente.

La risposta è legata al fatto che sin dalla fase di pre-occupazione l’Iraq ha sempre affermato i suoi pieni diritti di sovranità. La guerra in Iraq è una guerra ingiusta per il petrolio contro una guerra per la sovranità e l’indipendenza.

Le domande a cui si deve trovare una risposta quando si analizza una guerra riguardano il contesto e la direzione degli eventi, questioni di giusta o ingiusta causa. L’opinione pubblica contraria alla guerra, per la maggior parte del tempo, non è stata consapevole di queste risposte. La demonizzazione di Saddam Hussein ha permesso di negare all’opinione pubblica la reale comprensione della guerra.

Il rivoluzionario significato della distruzione dell’Iraq scompare. Il legame con la distruzione della Palestina svanisce. Troppo spesso si perde il bisogno di sostenere la giusta ed eroica Resistenza Irachena; troppo spesso si perde la necessità di chiedere un immediato ed incondizionato ritiro di tutte le forze straniere, unico modo obiettivo per terminare la guerra.

Molto poco in merito all’Iraq e niente in merito a Saddam Hussein dovrebbe essere accettato sulla base dell’autorità. Non ci sono tali autorità nel governo statunitense. Non ci sono tali autorità nei mass media Usa. Non ci sono tali autorità accademiche. Non ci sono tali autorità nel movimento pacifista. Gettate via tutte queste idee “autorevoli” riguardanti Saddam Hussein!

Ci sono soltanto fatti: metodi validi, concetti validi, fatti e logica, storia. Sul metodo uno può a esempio porsi dal punto di vista dell’Iraq. I resoconti quotidiani sulle attività della Resistenza sono riportati in inglese al link
http://www.albasrah.net/pages/mod.php?header=res1&mod=gis&rep=rep.
Le dichiarazioni politiche del partito iracheno arabo-socialista Baath discorsi della fase di pre-occupazione di Saddam Hussein sono riportati al link http://www.al-moharer.net/qiwa_shabiya/qiwa.html.

La guerra finirà e potrà soltanto finire nella sconfitta dell’imperialismo e nella sua espulsione dal Golfo Persico. Il popolo iracheno è più forte dell’imperialismo. Dovesse cascare il mondo, e potrebbe bem farlo, alla fine vincerà il popolo iracheno.

Vittoria all’Iraq!

Abbasso l’imperialismo!

Appendice A: Il “processo” viola il diritto internazionale

1. L’invasione dell’Iraq è una violazione del diritto internazionale.

Estratto da “A Farce of Law: The Trial of Saddam Hussein” [Una farsa di legge: il processo di Saddam Hussein, ndt] di Curtis F. Doebbler.

Le lampanti illegalità del processo sono evidenti fin dall’origine. L’invasione e l’occupazione dell’Iraq sono ampiamente percepite come illegali. Il 5 marzo 2003, tre dei 5 membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU insieme alla Germania, che era uno dei membri non-permanenti, dichiararono senza ambiguità che l’invasione preventiva statunitense e l’occupazione senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza violavano il diritto internazionale. Il 16 settembre 2004 il segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ribadì che era ovvio per quasi tutti i giuristi internazionali che l’invasione e l’occupazione dell’Iraq erano illegali. Questa guerra rappresenta un caso esemplare di aggressione illegale in violazione del divieto dell’utilizzo della forza di un paese contro un altro espresso nell’articolo 2 , comma 49 della Carta delle Nazioni Unite e dal diritto internazionale consuetudinario.

Il Tribunale di Norimberga descrisse tale aggressione come “un fatto essenzialmente orribile”. Le sue conseguenze non sono confinate soltanto tra gli stati belligeranti, ma coinvolgono il mondo intero. Iniziare una guerra di aggressione, perciò, non è soltanto una semplice violazione del diritto internazionale; è un supremo crimine internazionale differente dagli altri crimini di guerra perché in esso è contenuto il male accumulato di tutti gli altri crimini”.

http://jurist.law.pitt.edu/forumy/2006/04/farce-of-law-trial-of-saddam-hussein.php

Curtis Doebbler è un membro statunitense del team di avvocati difensori di Saddam Hussein e docente di diritto alla An-Najah National University nella Cisgiordania palestinese.

2. Il “processo” a Saddam Hussein viola le disposizioni del diritto internazionale di cui gli Stati uniti sono firmatari.

Estratto da “Iraq and the Laws of War” [L’Iraq e le leggi di guerra, ndt]; Professor Francis A. Boyle.

Il 19 marzo 2003 il presidente Bush Jr. avviò la sua guerra criminale contro l’Iraq, ordinando un cosiddetto colpo di decapitazione contro il presidente dell’Iraq, violando l’ultimatum di 48 ore che chiedeva pubblicamente al Presidente dell’Iraq ed ai suoi figli di abbandonare il loro paese. Questo comportamento ha violato il diritto internazionale consuetudinario stabilito anche nel 1907 con la Convenzione dell’Aja sull’apertura delle ostilità di cui gli Stati Uniti sono ancora parte contraente come evidenziato dai paragrafi 20, 21, 22 e 23 del Manuale 27-10 (1956) delle Forze Armate degli Stati Uniti.

. . .

Questo conduce all’analisi della Costituzione Irachena disegnata dal governo fantoccio ad interim sotto il controllo del governo statunitense. L’articolo 43 del Regolamento dell’Aja del 1907 sul territorio proibisce il cambiamento di una legge fondamentale come la Costituzione di un paese durante l’occupazione militare da parte di uno stato belligerante. “L’Autorità del potere legittimo, essendo passata di fatto nelle mani degli occupanti, questi devono prendere tutte le misure in loro potere per ristabilire ed assicurare il più presto possibile l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale rispettando nel frattempo, a meno che non sia assolutamente impossibile, le leggi in vigore nel paese. Questo stesso divieto è stato espressamente incorporato in haec verba nel paragrafo 363 del manuale 27-10 (1956) dell’esercito statunitense.

http://www.countercurrents.org/iraq-boyle221205.htm

Francis A. Boyle è Professore di diritto all’Università dell’ Illinois.

Appendice B: Tabulato dei resoconti stampa –> Vedi link dell’articolo originale

La tabella indica, in ordine: data, reporter, fonte, sessione, testimone, incidente, luogo, vittime e note.

none = nessuno;
unnamed farmer = contadino anonimo
unstated = non dichiarato;
near = vicino a

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David Hungerford
Fonte: http://www.brusselstribunal.org/
Link: http://www.brusselstribunal.org/HussainAppeal.htm#Anfal
Ottobre 2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di BARNEY

Pubblicato da God