IL B52 DI BERTINOTTI

DI FULVIO GRIMALDI
Mondocane Fuorilinea

Menaguerra e co.: dalla nonviolenza alla sindrome sofriana

Gli apostati del pacifismo all’assalto di chi li svergogna

La madre di chi “ci ripensa” è sempre incinta in questo paese di rinnegati costituzionali. E se c’è qualcosa che gli fa perdere le staffe – l’equilibrio, lo stile, l’eleganza, la decenza – è trovarsi faccia a faccia con chi, mantenendosi sul binario della coerenza, li denuda strappandogli fin la foglia di fico dell’ormai strutturale “meno peggio”. La nostra storia recente è costellata da personaggi mediocri, forti eminentemente di scaltrezza, il cui opportunismo voltagabbana da loro e sodali viene mimetizzato sotto la sgargiante fuffa della spocchia (se n’è parlato nel Mondocane precedente). E’ un vero parterre de rois con antenati come De Petris, Bombacci, lo stesso Mussolini, ma che oggi, premendo maggiormente circostanze che dividono tra onori e quattrini, da un lato, e duro sfangamento in controtendenza dall’altro, ha subito un’accelerazione degna della corsa alla catastrofe climatica e capitalista planetaria.La storia di questa sedicente Seconda Repubblica era già abbastanza impataccata da sicofanti di mattanze di popoli e classi, ex-maestri del pensiero e della militanza rivoluzionaria, o perlomeno socialdemocratica, come Sofri, Liguori, Ferrara, D’Alema, Veltroni, Bondi, Mieli, Lerner, Ingrao… fauna di un paese che, fin dai tempi di Bruto e Costantino, viene tenuto in scarsa considerazione in virtù di questo suo cattolicissimo pulcinellismo.

Man mano che i vessilliferi del trasformismo inesorabilmente annegano, tirati giù da eccessi isterici di sfrontatezza, nella melma delle loro deiezioni etiche, se ne ergono di nuovi, che ripartono con lo stesso cipiglio spocchioso, rumoroso quanto necessita per stordire la memoria di chi li ricorda in ben altra trincea. Una di queste è Lidia Menapace, neosenatrice alla tavola di Bertiprodi, trasformatasi, appena sfiorata la pelle delle poltrone dell’eletta assise, in Lidia Menaguerra, come ormai la chiamano certi maschilisti non-nonviolenti. Era il nonplusultra della nonviolenza, una che si è riscattata dalla nomea demodé di “staffetta partigiana” sottolineando al volgo e all’inclita di esserlo stato per pura passione di bicicletta e di non aver mai tenuto in mano nulla di ferro che non fosse un manubrio. Era la capofila delle femministe nonviolente che sterminano uomini – quegli assassini di donne – meglio di quanto Moqtada al Sadr non faccia con i sunniti. In metafora, s’intende, che a lungo andare è anche peggio. Per lei uno spinoso agrifoglio era già un eccesso di militarismo e la valutazione che ne discendeva di un palestinese che si attacca a una trave nell’oceano di sangue, o di un iracheno che manifesta alzando un po’ la voce contro la rasatura al fosforo della sua città, era in perfetta sintonia con quella di Bush: terroristi! Poi venne la nemesi. Deus ex machina uno che se n’intende: Re Fausto Primo. E Ultimo. A tutto c’è un limite, le suggerì il taumaturgo di lotta per il governo. Una lotta col coltello nella schiena dei minus habentes e col profumo di bergamotto verso chi taglia gole indigene, territori nazionali, salari e pensioni. Le agitò sul naso un odoroso passi di pelle plebea per il Senato e Lidia istantaneamente si convertì da ciclista partigiana in ciclista tout court, di quelli che piegano la schiena verso l’alto e pestano con i piedi verso il basso. Il primo effetto della conversione alla nonviolenza di stampo bertinottista fu la corsa a vele e battaglioni spiegati in Afghanistan, a “ridurre il danno”. La ragazza ha 82 anni, ma dovreste vedere con quale elàn, sorpassando gli arrancanti “dissidenti” del PRC (Partito della Restaurazione Coloniale), volò di ostacolo in ostacolo, dal leggero fastidio per il brusìo delle Frecce Tricolori, alla spedizione ammazza-afghani, all’invocazione di “interventi umanitari” nel Darfur da strappare a uno Stato pervicacemente sovrano, arabo e antimperialista, alla “missione di pace” in Libano per sistemare una volta per tutte quei machacci di Hezbollah.

MENAGUERRA CONTRO BERNOCCHI

Ciò che questo B-52 della pacificazione, però, percepiva a ogni svolta come una molesta spina nel fianco, erano le zanzare che incrociava riunite attorno a un seccatore di prima qualità, Piero Bernocchi, con i suoi Cobas e pochi altri. Un Bernocchi monotonamente e ripetitivamente, da una quarantina d’anni, anticapitalista, antimperialista, antinciucista, antitrasformista, perfino antiveltronista, del tutto inetto quanto a italiche virtù di aggiornamento, adeguamento e corresponsione ai valori del momento. Ostinatamente refrattario tanto allo scolorire della sua capigliatura, quanto alle sfilate sulle passerelle degli eternamente innovativi stilisti della politica e della morale. Una roccia. E Lidia vi inciampò ripetutamente. Quando alla riguadagnata Festa Armata della Repubblica, tra arditi incursori sputafuoco e rifondaroli con spillette arcobaleno, se lo trovò tra i piedi che trascinava gli insensibili al fascino del “governo amico” in direzione opposta a quella dei carri armati di Prodinotti; Quando in Parlamento, sciogliendo con leggiadro tocco femminile i vincoli dei divincolantisi reperti sinistri dell’antimperialismo d’antan, si pose a baluardo dei massacri di pace in Afghanistan e Bernocchi le rammentò il suo fiammeggiante pacifismo al tempo dell’uranio di pace sulla Jugoslavia. Ancora quando, svettante polena sui mezzi da sbarco di carabinieri e marò sui lidi di un Libano infestato di terroristi hezbollah, l’insolente cobasino le ricordò che chi regala città, cittadinanze ed ecosistemi ai macellai di popoli e consacra l’ebraicità della teocrazia più razzista della storia, non può presentarsi come garante della pace nemmeno tra il mio bassotto Nando e il gatto Anselmo del vicino.

UN’ ELEGANTE VEGLIARDA DALLE ZAMPE DI HARRY KRUEGER

Non me ne volete: è colpa dei tasti. Inalberando un’inusitata capacità di elaborazione e decisione, si sono rifiutati di ripetere quanto Lidia, la squisita nonnetta dei tanti palchi della pace, della nonviolenza e, dunque, delle buone maniere, ha scritto nella prima pagina della gazzetta bertiprodiana sul nostro presidio anti-Ederle 2 a Montecitorio del 19 gennaio 2007. Se avete stomaco, trovatevi “Liberazione” del giorno successivo. Non avendovi il suo mentore e tutore convogliato le masse pacifiste del partito, poiché le aveva immobilizzate nel guado tra Vicenza e Kabul, “che non c’entrano un cazzo l’uno con l’altra” dato che entrambi sono luoghi di pertinenza statunitense, Lidia ha avuto modo di irridere allo sparuto gruppetto di cento persone e, nello specifico, a colui la cui organizzazione ne costituiva il fulcro e la base numerica, Piero Bernocchi. La lunga attesa sofferta dall’alibosa (da alibi) dama di compagnia dei nostri vari corpi di spedizione, la relativa frustrazione per essere stata spietatamente colta in continue castagne, le ha fatto dimettere ogni artificiale remora da rispettabile decana dei rapporti gentili tra le persone. Si sarà pure sentita una vedette delle truppe, una specie di Marylin Monroe in Vietnam, ma il suo linguaggio ha voluto liberarsi di ogni affettato formalismo per andare al sodo di una comunicazione la cui raffinatezza Calderoli o Borghezio, ridotti a scolarette delle Orsoline, ha fatto crepare di invidia.

IL MANIFESTO TRACCIA IL SOLCO

Si sono adontati perfino quelli del “manifesto” che, pure, qualche tempo fa, al tempo della manifestazione contro il precariato, su Bernocchi avevano rovesciato, se non le bunkerbusters della Menaguerra, una decina di salve di piombo, dove il termine “imbecille” sarebbe ancora parso un complimento. Ora hanno di che aggiornarsi quando capiterà che il demenziale leader coberistico si azzarderà un’altra volta a denigrare da “amico dei padroni” un operaista come il ministro Damiano. Dopo gli elogi che il commissario UE Joaquin Almunia, un anticapitalista, eroe della rivoluzione proletaria, se ce n’è uno, ha riservato a tagli e scaloni ammazzavecchietti propugnati da Damiano, Bernocchi potrebbe essere tentato di sostituire ad “amico” dei padroni il più congruo “servo”. Il che potrebbe indurre certe articolesse del “quotidiano comunista” a emulare la prosa della pescivendola subtirolese. La cui pensione, del resto, da Damiano-Almunia non ha proprio nulla da temere. Intanto il giornale che ha avuto il pelo di porcospino di ospitare i liquami antibernocchiani della nonviolenta al polonio, è passato a vendere col quotidiano un DVD sul sub-indio Marcos. Insomma su quel clone con la pipa di Batman che impegna le energie sue e degli inconsapevoli Maja, oltrechè a scrivere obnubilanti cazzate infantili, a diffamare Hugo Chavez e a sabotare l’unica luce di sinistra che era apparsa in Messico, Lopez Obrador. Di bene in meglio. Tout se tien.

P.S. Insieme a coloro che hanno firmato la sacrosanta lettera a « Liberazione » contro le oscene volgarità di Menaguerra, caro Piero, vorrei esserci anch’io. Non rappresento nessuno. E tantissimi.

Fulvio Grimaldi
Mondocane Fuorilinea
25.01.2007

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eresiarca
eresiarca
25 Gennaio 2007 5:14
Un discorso del tutto interno alla "sinistra" (quindi limitatamente utile), ma incapace di concepire una "strategia di resistenza" più ampia.
Per Grimaldi, gli altri (cioè, i non "di sinistra") non esistono.
E così anche lui ha un ruolo in tutto questo teatrino: fare il ‘grillo parlante’ di una fazione tra le tante. Alcuni lo ascolteranno, ma non troveranno sbocchi perché s’incaponiranno ancor di più nel loro identitarismo "di sinistra", la maggior parte lo guarderà come un "rompiballe estremista".
La stessa cosa avviene nella c.d. "Area". Anche lì ci sono alcuni ‘Grimaldi’ che da anni mettono sul chi va là nei confronti di Romagnoli, Fiore, Tilgher ecc. quali "traditori" (come la Menapace e 200.000 altri, secondo Grimaldi: significativo che apra con Bombacci e Mussolini), ma si rivolgono ad un pubblico concepito come una "tribù".
Se questi sono i "rivoluzionari", stiamo freschi…