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I SUPERMERCATI E LA CRISI DEI GENERI ALIMENTARI MONDIALE

DI ESTHER VIVAS

mondialisation.ca

La crisi dei generi alimentari ha lasciato senza cibo milioni di persone nel mondo. Agli 850 milioni di persone che soffrono la fame, la Banca Mondiale ne ha aggiunti altri 100 in seguito alla crisi attuale. Questo “tsunami” della carestia non ha nulla di naturale, al contrario, è il risultato delle politiche neoliberali imposte da decenni dalle istituzioni internazionali. Oggi il problema non è la mancanza di generi alimentari in quantità sufficiente, bensì l’impossibilità di avere accesso a tali generi alimentari per via dei prezzi troppo alti.

Questa crisi dei generi alimentari lascia dietro di sé una lunga lista di vincitori e perdenti. Tra i più colpiti troviamo le donne, i bambini, i contadini espulsi dalle loro terre, i poveri d’ambiente urbano…In definitiva, le persone che costituiscono la massa degli oppressi del sistema capitalista. Tra i vincitori troviamo le multinazionali dell’industria agroalimentare che controllano dall’inizio alla fine tutta la catena di produzione, di trasformazione e commercializzazione dei generi alimentari. Quindi, se la crisi alimentare colpisce principalmente i paesi del Sud, le multinazionali assistono a una forte crescita dei loro introiti.

Monopoli

La catena agroalimentare è controllata in ogni sua fase (semenze, fertilizzanti, trasformazione, distribuzione, ecc) dalle multinazionali che accumulano introiti elevati grazie a un modello agro-industriale liberalizzato e senza regole. Un sistema che conta, con il sostegno esplicito delle élite politiche e delle istituzioni internazionali che mettono i profitti di queste imprese al di sopra della soddisfazione dei bisogni alimentari delle persone e del rispetto dell’ambiente.

La grande distribuzione si caratterizza per un alto livello di concentrazione capitalista, come in altri settori. In Europa, tra il 1987 e il 2005, la porzione di mercato delle 10 maggiori multinazionali di distribuzione, rappresentava il 45% del totale e si prevede che raggiungerà il 75% nei prossimi 10-15 anni. In paesi come la Svezia, tre catene di supermercati controllano circa il 91% del mercato e in Danimarca, Belgio, Spagna, Francia, Paesi Bassi, Gran Bretagna e Argentina, un pugno d’imprese domina tra il quarantacinque e il 60% del mercato.

Le megafusioni sono all’ordine del giorno in questo settore. In questo modo, le grandi multinazionali installate nei paesi occidentali, assorbono le catene più piccole in tutto il pianeta, assicurandosi un’espansione su scala mondiale, in particolar modo nei paesi del Sud.

Questa concentrazione monopolistica permette di garantire un controllo importante di quello che consumiamo, dei loro prezzi, della provenienza e del modo in cui i prodotti sono elaborati, con quali ingredienti ecc. Nel 2006, la seconda maggior impresa mondiale per volume di vendite, è stata Wal-Mart e tra i top 50 mondiali di queste aziende, figura anche Carrefour, Tesco, Kroger, Royal Ahold e Costco. La nostra alimentazione dipende ogni giorno di più dagli interessi di queste grandi catene di vendita al dettaglio e il loro potere si mette in evidenza drammaticamente nelle situazioni di crisi.

Di fatto, nell’aprile 2008, di fronte alla crisi alimentare mondiale, le due più grandi catene di supermercati degli Stati Uniti, Sam’s Club (proprietà di Wal-Mart) e Costco, hanno scelto di razionare la vendita di riso nelle loro aziende per gonfiare i prezzi. Da Sam’s Club è stata limitata la vendita di riso a tre varietà (basmati, gelsomino/”jasmin” e grano lungo) come pure la vendita di sacchi di riso da 9 kg a 4 kg per cliente. Da Costco, la vendita di farina e di riso è stata limitata. In Gran Bretagna, Tilda (principale importatore di riso basmati a livello mondiale) ha anch’esso stabilito delle restrizioni di vendita. Con queste misure è stata messa in evidenza la capacità delle grandi catene di distribuzione di influenzare l’acquisto e la vendita di determinati prodotti, di limitare la loro distribuzione al fine di influenzare la formazione dei prezzi. Un fatto che non si era più verificato negli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale quando erano state imposte restrizioni sul petrolio, sulla gomma e sulle lampadine, ma non sui generi alimentari.

Cambiamenti di abitudini

Un’altra dinamica che è stata messa in rilievo con la crisi alimentare è stata quella del cambiamento di abitudini all’atto dell’acquisto. Di fronte alla necessità dei clienti di stringere la cintura e di andare nei negozi con i prezzi più bassi, le catene di discount sono state vincenti. In Italia, Gran Bretagna, Spagna, Portogallo e Francia, questi supermercati hanno visto aumentare le vendite dal 9% al 13% nel primo trimestre del 2008, rispetto all’anno precedente.

Un altro fattore che indica il cambiamento delle tendenze è l’aumento delle vendite degli elettrodomestici che ammontano, secondo le cifre del primo trimestre del 2008, in Gran Bretagna, al 43,7% del volume totale delle vendite, al 32,8% in Spagna, 31,6% in Germania e in Portogallo e al 30% circa, in Francia. Sono appunto questi elettrodomestici che offrono i maggiori introiti alle grandi catene di distribuzione e che permettono una più vasta fidelizzazione della clientela.
Tuttavia, al di là del ruolo che può avere la grande distribuzione in una situazione di crisi (con la restrizione della vendita di certi prodotti, i cambiamenti di abitudini d’acquisto, ecc), questo modello di distribuzione esercita a livello strutturale un controllo stretto che ha un impatto negativo sulle varie figure partecipano alla catena di distribuzione alimentare: contadini, fornitori, consumatori, lavoratori, ecc. Di fatto, l’apparizione dei supermercati, centri commerciali, catene discount, express, ecc, nel corso del XX secolo, ha contribuito alla commercializzazione delle nostre abitudini alimentari e alla sottomissione dell’agricoltura e dell’alimentazione alla logica del capitale e del mercato.

Esther Vivas è membro della direzione di Izquierda Anticapitalista-Revolta Global in Spagna. Ha pubblicato in francese «En campagne contre la dette» (Syllepse, 2008) (In campagna contro il debito) e è coordinatrice dei libri in spagnolo «Supermarchés, non merci»! (Supermercati, no grazie!) et «Où va le commerce»?(Dove va il commercio?). Questo articolo è stato tradotto dallo spagnolo per www.lcr-lagauche.be

Fonte: www.mondialisation.ca
Link: http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=16306
27.11.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ELENA R.

Pubblicato da Davide

  • illupodeicieli

    Se posso evito di acquistare nei supermercati e centri commerciali: tuttavia alcuni articoli, quali detersivi ad esempio, non è facile trovarli a prezzi ragionevoli al di fuori di queste megastrutture. So che esiste la possibilità di acquistare detersivi alla spina, ma non ho mai avuto la possibilità di testarne la qualità nè la convenienza. Diverso ma collegato con quanto ho scritto (almeno io sono di questa convinzione) è il concetto in se dell’esigenza o dell’obbligo di acquistare lì e solo lì ,appunto, tutto ciò che serve e , per chi può, anche tutto quello che non serve. Si sa della capacità di fornire carte di debito, del controllo attraverso le fidelity card, del modo assai facile in cui ci si fa infinocchiare. Le alternative ci sono? Sì, ma è una lotta difficile da sostenere e , potrei parlare per esperienza diretta, visto che opero nel settore commerciale se pure solo come agente di commercio: per questo sostengo il piccolo o medio mobiliere (è il mio settore) rispetto a un Ikea o Conforama o similari. Ma per come è strutturata oggi una città o una macro area, non è agevole “far venire i clienti nel proprio negozio”: tutto questo a prescindere dai discorsi di decrescita o di revisione del nostro modo di vivere e che sono, inevitabilmente, collegati.

  • miche1e

    Sono d’accordo che la concentrazione in mano a poche multinazionali di tutta la filiera alimentare sia un fenomeno totalmente negativo e da combattere.
    Tuttavia, nell’articolo la Vivas dovrebbe spiegare come fa un razionamento ad “alzare i prezzi”. I razionamenti servono appunto a evitare l’accaparramento in una situazione in cui la domanda supera l’offerta, se non si vogliono alzare i prezzi!
    Il motivo probabilmente era che l’impatto sociale di un forte innalzamento dei prezzi di riso e simili sarebbe stato troppo forte in Inghilterra, in un momento già di estrema tensione. La grande distribuzione ha probabilmente concordato il razionamento col governo. D’altra parte, questi già sapevano che i prezzi sarebbero poi calati, e quindi che tutto era un fenomeno temporaneo.
    Tra l’altro, sembra che ora i prezzi delle materie prime alimentari siano di nuovo in forte aumento, per la prima volta dal 2008.

  • Tonguessy

    Oggi il problema non è la mancanza di generi alimentari in quantità sufficiente, bensì l’impossibilità di avere accesso a tali generi alimentari per via dei prezzi troppo alti.

    Quindi ammesso che l’alimentazione vegana/vegetariana migliori in qualche modo la produzione alimentare non significa che poi automaticamente quelle risorse alimentari “in più” siano a disposizione dell’umanità. Tutt’al più sono a disposizione degli speculatori.