L'ECLISSI DELLA POLITICA

La fine della rappresentanza, il potere dei consiglieri invisibili e l'estirpazione dell'umanità dalla vita pubblica.

L'ECLISSI DELLA POLITICA


Di Pierluigi per ComeDonChisciotte.org


L'involuzione della classe dirigente italiana non è un fatto accidentale, ma il risultato del prosciugamento culturale dello Stato. Scippata la scelta ai cittadini e cancellati i luoghi della democrazia reale, la politica si è ridotta a puro intrattenimento mediale per nascondere il saccheggio dei beni comuni. Un richiamo rigoroso alla necessità di restituire un'anima, un corpo e una passione alla sovranità popolare.


L'arsenale concettuale e il sangue della politica: la lezione pre-1990


La distanza abissale che separa la classe politica antecedente al 1990 da quella odierna non risiede in una nostalgica edulcorazione del passato, bensì in una profonda differenza di spessore strutturale. Certo, quella Prima Repubblica recava in sé le stimmate di colpe gravissime: la lottizzazione tentacolare, la gestione opaca del consenso e le radici profonde di un debito pubblico che avrebbe ipotecato il futuro delle generazioni a venire. Ma proprio il confronto spietato, malgrado i suoi limiti, rende ancora più evidente la vertiginosa sproporzione intellettuale, culturale e morale rispetto al vuoto del presente.

La superiorità della vecchia classe dirigente si reggeva su fondamenta solide, prima fra tutte una presenza fisica e concreta sul territorio. La politica di quegli anni non era un'effimera sfilata mediatica, ma un fatto d'esperienza vissuta, di carne e di sangue. Imbevuta dell'odore del fumo di pipa e delle sigarette Nazionali, del caffè nei bicchieri di plastica delle sezioni di quartiere e dell'inchiostro fresco dei volantini ciclostilati di notte, essa apparteneva a leader che non somigliavano a manichini patinati. Erano uomini segnati dalla fatica, con abiti stazzonati da lunghe notti di discussione: un'umanità imperfetta e talvolta tragica, ma autenticamente viva.

A questa dimensione corporea si affiancava un rigoroso "cursus honorum" e una formazione d'eccellenza. Non si saliva ai vertici dello Stato per cooptazione d'immagine, telegenia o cieca fedeltà ad un capo, ma attraverso un lungo percorso di selezione articolato su più livelli. I partiti del Novecento operavano come vere e proprie università della democrazia, dove i giovani quadri venivano addestrati nelle sezioni provinciali e nei centri studi attraverso lo studio del diritto pubblico, della storia delle dottrine politiche e della contabilità dello Stato. Prima di prendere parola in pubblico, era necessario dimostrare di padroneggiare i testi fondamentali e le dinamiche socio-economiche del Paese. La carriera politica imponeva una gavetta faticosa: si cominciava distribuendo i giornali di partito e si saliva gradualmente dai consigli circoscrizionali a quelli comunali e regionali. In questo tirocinio sul campo, il futuro dirigente imparava a leggere e redigere un bilancio, negoziare con i sindacati ed affrontare vertenze industriali o emergenze urbanistiche, venendo poi vagliato nel setaccio dei congressi di partito, dove il consenso si conquistava sul piano dialettico e programmatico.

È da questo severo tirocinio che emergeva una generazione di protagonisti di statura eccezionale. Da una parte si stagliavano il cattolicesimo democratico e la sinistra di governo: Aldo Moro, docente di Diritto Penale, le cui parole misurate riflettevano la gravità delle istituzioni e la capacità di concepire complesse architetture costituzionali, ed Enrico Berlinguer, la cui severa formazione filosofica ed etica trasformava un discorso di piazza in un patto di rispetto e riscatto sociale con centinaia di migliaia di cittadini. Dall'altra parte emergevano l'orgoglio laico, istituzionale e riformista: Giovanni Spadolini, la cui sterminata cultura storica sorreggeva un senso dello Stato intransigente; Amintore Fanfani, economista e motore dell'intervento pubblico nella ricostruzione postbellica, e Bettino Craxi, leader forte di una viscerale conoscenza della storia nazionale, capace di difendere la sovranità dello Stato nella notte di Sigonella di fronte al pressing della principale potenza mondiale.

In quel modello ideale e materiale, vigeva la netta primazia della Politica sugli intermediari. Pur avvalendosi di tecnici o figure d'ombra per la gestione del consenso, la regia strategica della Nazione rimaneva saldamente ancorata alle istituzioni democratiche: nessun consulente privato o emissario aziendale avrebbe mai osato varcare la soglia di un Ministero per dettare l'agenda e le iniziative dello Stato.


Il grande inganno della transizione e la trappola elettorale


Il passaggio dalla Prima Repubblica al desolante panorama contemporaneo non è stato frutto del caso, ma dell'esito di una drammatica illusione collettiva. Agli inizi degli anni Novanta, travolto dal crollo del Muro di Berlino, dalle crisi finanziarie e dall'onda d'urto di Tangentopoli, il Paese fu attraversato da un'ondata di rabbia e da una comprensibile sete di rinnovamento. Si diffuse la convinzione ingenua che abbattere i vecchi partiti e le loro strutture avrebbe automaticamente inaugurato un'era di trasparenza ed efficienza.

Tuttavia, con lo smantellamento dei partiti e delle sue sezioni territoriali che garantivano formazione, filtro critico e aggregazione umana, il vuoto istituzionale non è stato colmato dalla sovranità popolare, bensì dal mercato-vetrina della comunicazione. La piazza fisica è stata soppiantata dagli studi televisivi, l'analisi dei problemi complessi dai sondaggi d'opinione del lunedì, ed il confronto "umano" dalle tecniche di marketing elettorale.

In questa "terra di nessuno" hanno trovato terreno fertile le riforme elettorali degli ultimi decenni, ponendo la trappola definitiva. Da un lato, la politica è scaduta in una perenne televendita fondata su promesse a costo zero di tagli miracolosi a tasse e sussidi a pioggia per solleticare le frustrazioni immediate anziché educare alla complessità. Dall'altro lato, con il pretesto della stabilità di governo, i sistemi elettorali a scheda unica e liste bloccate hanno privato i cittadini della facoltà di scegliere i propri rappresentanti. Apponendo un unico segno su un simbolo, l'elettore si trova oggi costretto ad avvallare listini decisi a tavolino dai vertici di partito, trasformando il Parlamento in una platea di nominati e fedelissimi svuotata di ogni reale rappresentatività.


L'architettura dell'inganno: le Allodole, il Richiamo e il Manovratore


In questo perimetro svuotato si compie un'ingegnosa finzione democratica, assimilabile a una vera e propria macchina da caccia strutturata su ruoli ben precisi. Negli ultimi quindici anni l'opinione pubblica ha assistito all'ascesa fulminea di figure prive di qualsiasi trascorso professionale o istituzionale (forse anche scolastico) - ex steward, concorrenti di reality show, influencer o sconosciuti di provincia -, catapultate di colpo alla guida di dicasteri chiave. Laddove la "narrazione ufficiale" celebra la freschezza e la presunta vicinanza al popolo di questi personaggi, la dinamica reale del potere si articola secondo una rigida tripartizione.

Alla base vi sono le cosiddette Allodole, ossia la massa di cittadini frastornati e impoveriti, attratti dal richiamo rassicurante del politico che ostenta un linguaggio ordinario (non ne conosce altri ...). Ammirando la superficie di questa leadership e rispecchiandosi in un'impreparazione rivendicata come virtù, gli elettori scambiano la demagogia per democrazia reale, cadendo nella rete.

Sullo schermo figura poi il Richiamo, ovvero il politico-fantoccio esposto alla vista dei media. Impegnato in perenni dirette social, lusingato dalla notorietà e appagato dai privilegi istituzionali, questo attore, completamente privo di visione autonoma, si limita a strillare parole d'ordine e a distrarre il pubblico, muovendosi esattamente secondo le direttive necessarie a catturare l'attenzione generale.

Infine, nell'ombra del capanno agisce il Manovratore: la galassia dei poteri finanziari, dei grandi fondi d'investimento, delle multinazionali e dei colossi tecnologici. Consapevoli che una classe politica colta e strutturata costituirebbe un ostacolo negoziale e una imprescindibile fonte di veto, questi soggetti preferiscono finanziare o promuovere figure di plastica vuota. Mentre la platea osserva le schermaglie del "politico comparsa" di turno in televisione, il Manovratore muove i fili nell'ombra, incassando la preda e prosciugando lo Stato delle sue risorse e della sua sovranità.


La Repubblica dei "Bravacci": l'espropriazione tecnocratica della Sovranità


Se il Manovratore è chi sta nascosto nel capanno e il politico-richiamo è il fantoccio per incantare le allodole, i "bravacci" costituiscono il braccio operativo di questo sistema: la milizia privata che presidia gli uffici pubblici per conto dei Padroni. Analogamente ai Bravi di memoria manzoniana, edotti nel piegare la legge all'arbitrio del signorotto locale, questi quadri d'assalto presidiano i ministeri affinché i desiderata dei poteri economici prevalgano sistematicamente sulla volontà e sugli interessi della popolazione.

Gli appartenenti a questa categoria non indossano il moschetto, ma la calcolata neutralità del consulente in giacca e cravatta. Si tratta dei "più scaltri figuri" delle multinazionali della consulenza strategica, degli advisor finanziari, dei lobbisti d'ufficio e dei tecnici inseriti nelle varie task force governative. Tali figure presentano criticità strutturali ed istituzionali di estrema gravità per l'ordinamento: sono prive di legittimazione elettorale, immuni da responsabilità pubbliche (non sottoscrivono gli atti formali né rispondono degli impatti sociali delle loro decisioni), ed estranee al vaglio del concorso pubblico o al giuramento di fedeltà alla Repubblica, rispondendo esclusivamente alle logiche economiche dei committenti privati.

Quando il consulente privato (il "bravaccio") entra nelle stanze del ministro, impreparato e semianalfabeta, l'asimmetria conoscitiva produce un esito scontato. Facendo leva sulla presunta complessità delle materie e avvalendosi di un lezioso gergo manageriale intessuto di anglicismi - da governance a benchmark, da disruption a spending review -, il tecnico esterno intimorisce l'interlocutore politico prospettando conseguenze nefaste in caso di scostamento dai dati presentati. Sopraffatto da questo complesso d'inferiorità e nel timore di perdere i favori e le comodità offerte dalla posizione, il politico abdica alla propria funzione conoscitiva e decisionale, riducendosi a un passacarte che ratifica testi normativi elaborati direttamente negli uffici legali delle grandi società private.

In tal modo si consuma una netta separazione tra il Front-End e il Back-End del potere. Il primo costituisce il palcoscenico visibile, fatto di polemiche quotidiane, schermaglie sui social e dispute identitarie utili a mantenere la popolazione in uno stato di costante distrazione emotiva. Il secondo è il "retroscena protetto" dove i poteri forti dettano le sorti dello Stato: si consumano lì dentro la svendita della sovranità digitale, l'asfissia della scuola e della sanità pubblica, la privatizzazione occulta delle infrastrutture e il saccheggio dei dati dei cittadini a favore dei colossi digitali. A completare l'opera interviene l'alibi perfetto del "ce lo chiede il mercato" o "lo impone l'Europa": di fronte al disagio sociale derivante da tali scelte, la politica declina ogni responsabilità richiamando vincoli tecnici o algoritmi ineludibili, consegnando la sovranità nazionale a un'oligarchia priva di controllo democratico.


L'Anima perduta e la speranza della memoria: il riscatto della Partecipazione


La ricaduta più grave di questa mutazione non è soltanto di natura economica o istituzionale, ma investe la sfera antropologica, traducendosi nell'estirpazione progressiva della partecipazione democratica e della passione civile.

Per molti decenni la vera spina dorsale della Repubblica è stata rappresentata dalla capillare rete delle sezioni di partito, dei circoli territoriali e delle Case del Popolo. In questi spazi essenziali si realizzava una concreta palestra di uguaglianza: l'operaio, il docente universitario, il bracciante e lo studente interagivano ad armi pari, uniti dal dibattito politico. Nelle sezioni si apprendeva la mediazione del conflitto, abituandosi a strutturare argomentazioni, votare mozioni e ricondurre il disagio individuale a un'azione collettiva e organizzata, mentre le iniziative di mutuo soccorso rafforzavano la coesione sociale. Liquidare questi presidi con la giustificazione del contenimento dei costi ha finito per privare i cittadini di un luogo di condivisione ed elaborazione comune, lasciandoli isolati di fronte alle decisioni del potere.

Al contempo, si è assistito alla desertificazione della Piazza intesa come spazio fisico dell'adunata, del corteo e del confronto collettivo. Scomparsa la "dimensione corporea" della partecipazione, il cittadino è stato progressivamente trasformato in un consumatore atomizzato che fruisce passivamente di contenuti d'indignazione attraverso lo schermo di uno smartphone. La militanza e la dialettica reale sono state rimpiazzate dal feticcio digitale dei "like", dei commenti istintivi e delle petizioni online, tutte manifestazioni volatili che lasciano inalterati i rapporti di forza reali.

Questa scomposizione della base sociale si riflette inevitabilmente sull'inaridimento umano di chi governa. Se un tempo la necessità di rispondere alle assemblee territoriali e di confrontarsi direttamente con gli iscritti imponeva ai leader un costante esercizio di empatia e responsabilità, i rappresentanti contemporanei crescono la loro arroganza ed il loro distacco in un ambiente ovattato, dominato dalle logiche televisive e dalle metriche dei social media. Privi di un radicamento nelle sofferenze reali della comunità, essi ostentano un linguaggio povero, standardizzato e recitato, rivelandosi incapaci di opporre resistenza alle pressioni dei poteri economici.

Nonostante questo desolante orizzonte, il rimpianto che si avverte di fronte al ricordo delle piazze partecipate e della dignità del dibattito passato non deve essere inteso come sterile nostalgia, bensì come un consapevole atto di resistenza politica e morale. Essa testimonia che la percezione dell'autentico valore della democrazia rimane viva al di sotto della rassegnazione prevalente. Poiché l'occupazione delle istituzioni da parte dei poteri finanziari è stata resa possibile dallo svuotamento degli spazi collettivi, la strada per riappropriarsi del futuro risiede nella ricostruzione della comunità e dei luoghi di partecipazione dal basso, soli strumenti capaci di spezzare il controllo dei tecnocrati e restituire la sovranità alla collettività dei cittadini.


Di Pierluigi per ComeDonChisciotte.org

07.10.2026


Commenti (1)

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    1. PietroGE 7 ottobre 2026

      Quella che non c'è più dagli anni '90 è l'ideologia, e la nostalgia dell'autore si riferisce probabilmente a un tipo di politica intrisa di ideologia e universalismo. Questi caratteri non ci sono più perché il mondo di prima degli anni '90 è scomparso e la politica non può non esserne coinvolta. E poi non è tutto rosa quello che si vede rivolti al passato : le assemblee eterne e inconcludenti, un parlare per parlare facendo a gara a chi usava i termini più alla moda o coinvolgenti. Era insomma l'ora dei 'parolai', tutti ben indottrinati (oggi si direbbe : embedded) sugli stessi libri, senza un briciolo di proposte concrete. Nel mentre, quando non c'erano i soldi e si dovevano rinnovare i contratti, tutti facevano bella figura prendendo i soldi in prestito senza neanche riuscire a immaginare che sarebbero diventati schiavi della trappola del debito. Oggi sono più di 100 miliardi che vanno ad 'onorare' il nostro debito nelle tasche degli speculatori. Le fondamenta di questo disastro sono lì nella cronaca dell'Italia di prima degli anni '90.

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