Home / Intervista / I REPORTER NON EMBEDDED IN IRAQ

I REPORTER NON EMBEDDED IN IRAQ

BENJAMIN DANGL (TOWARD FREEDOM) INTERVISTA DAHR JAMAIL

Nel 2003, stanco dall’inaccurata rappresentazione della realtà irachena offerta dai media Usa, il giornalista indipendente Dahr Jamail si è diretto di propria iniziativa verso il conflitto. Anziché seguire le orme degli embedded nei media mainstream, i “Giornalisti da Hotel”, Jamail ha percorso le strade dell’Iraq per scoprire le storie che la maggior parte dei reporter stava perdendo. Le sue innumerevoli interviste con cittadini iracheni e i reportage sul campo hanno offerto una prospettiva orribile sulle viscere dell’occupazione Usa. Dall’aver riferito sul sanguinoso assedio di Fallujah all’aver rivelato una storia sulla mancata ricostruzione degli impianti per il trattamento dell’acqua da parte della Bechtel, i suoi scritti e le sue fotografie hanno dipinto un Iraq che è molto peggiore ora di quanto lo fosse prima dell’invasione Usa. Come gli ha spiegato uno dei detenuti ad Abu Ghraib, “gli Americani hanno portato l’elettricità al mio culo prima di portarla alla mia casa”.Dahr Jamail è nato e cresciuta ad Houston, in Texas, ed ha frequentato il college alla Texas A&M University, dove si è laureato in Speech Communications. Nelle pause dal suo conseguente lavoro in un laboratorio per il monitoraggio dell’aria a Johnston Island, un territorio Usa in mezzo all’Oceano pacifico, ha viaggiato in luoghi come Indonesia, Nepal, Messico, Cile e Pakistan. Avido scalatore di montagne, Jamail si è trasferito in Alaska nel 1996 per scalare il Denali e vive tuttora lì.

Il suo viaggiare intorno al mondo gli ha aperto gli occhi sull’impatto negativo della politica estera Usa e su come sia possibile la ricchezza negli Stati Uniti: come dice lui, “alle spese del resto delle persone nel mondo”. Ha lavorato come giornalista freelance ad Anchorage, Alaska, durante le elezioni presidenziali del 2000 e l’11 settembre, eventi che hanno entrambi politicizzato il giornale per cui lavorava. Dopo l’inizio della guerra in Iraq nel 2003, Jamail disse che aveva deciso di andare in Iraq e “riferire le storie che non stavano ottenendo l’attenzione meritata nei media mainstream”.

E’ stato uno dei pochi giornalisti indipendenti a riferire dalle zone di guerra in Iraq e i suoi articoli sulla prigione delle torture ad Abu Ghraib, la repressione mediatica in Iraq e lo stato degli ospedali iracheni sotto occupazione hanno mostrato un lato della guerra che è ignorato da molti giornalisti operanti in Iraq.

Le informazioni che ha raccolto nelle sue interviste mostrano un Iraq difficilmente mmigliorato dall’occupazione. Abdul Braahim, un dottore che Jamail ha intervistato a Baghdad, ha detto, “Ora sono presenti tutta una serie di malattie che non c’erano prima dell’invasione”. La mancanza di acqua pulita e di elettricità ha contribuito. Un altro dottore ha spiegato che il suo ospedale non aveva visto assistenza dai paesi stranieri, “mandano solo bombe”.

Un recente sondaggio condotto per il ministero della difesa britannico ha mostrato che l’82 % degli Iracheni si oppone all’occupazione e meno del 2 % la sostiene. Secondo lo stesso sondaggio, il 45 % degli Iracheni crede che gli attacchi alle truppe Usa siano giustificati.

Jamail crede che i passi seguenti siano necessari per stabilire la pace in Iraq: un ritiro immediato e completo delle forze di occupazione, piene compensazioni agli Iracheni per i danni e le morti, e che tutte le iniziative di ricostruzione siano riaperte alle offerte, dando la priorità alle compagnie irachene.

In questa intervista Jamail discute i suoi sforzi giorno per giorno per rimanere al sicuro mentre lavorava in Iraq, l’opinione pubblica degli Iracheni sull’occupazione, come gli Stati Uniti stiano istigando la guerra civile nel paese, e fornisce consigli ai giornalisti indipendenti ed agli attivisti contro la guerra.

Benjamin Dangl: Descrivici il lavoro che dovevi fare quotidianamente per rimanere sicuro, mentre riportavi dall’Iraq.

Dahr Jamail: Questa è la sfida più grande che ora affrontano i giornalisti in Iraq; A, la sicurezza e B, avere abbastanza fiducia nelle persone che si stanno intervistando. Non c’è scampo dal pericolo. E’ probabile che incorrerai in dei problemi a un certo punto. Devi contare molto sulla fortuna e cercare di minimizzare il tempo da trascorrere vicino ai soldati Usa e alle stazioni di polizia, che sono gli obbiettivi, in genere. Mi ha aiutato avere un interprete per capire la mentalità delle persone e la loro timidezza. Avere un interprete eccellente è la tua unica speranza.

Com’è l’opinione pubblica in Iraq al riguardo dell’occupazione Usa?

Le statistiche [dal recente sondaggio del ministero della difesa britannico] sono un po’ più basse di quelle che trovai sul campo. Avrei confermato queste statistiche molto tempo fa. Quella che è trovato essere un po’ bassa è il 45 % per cui è ok attaccare le forze di occupazione. Direi che è più probabilmente 60-70 %. La percentuale da me trovata di Iracheni contro le forze di occupazione è 80-90 %. Era vero un anno fa, in particolare dopo Abu Ghraib.

Cosa pensi della tesi per cui le truppe Usa dovrebbero stare in Iraq in modo da prevenire la guerra civile?

La tesi per cui gli Stati Uniti debbano rimanere in Iraq in modo da prevenire la guerra civile è razzista ed imperialista ed è fatta da persone che non capiscono quel che sta avendo luogo sul campo in Iraq. Gli Stati Uniti stanno usando tattiche che accrescono la probabilità di guerra civile affrettandosi verso questa tabella di marcia per il processo politico imposta da Washington. Questo si appaia all’usare la guerra civile sostenuta dallo stato, laddove c’è un governo fantoccio che sta usando l’esercito curdo e sciita per combattere una resistenza prevalentemente sunnita. Mentre la maggior parte delle persone sono ritrose all’idea di una guerra civile, essa è stata istigata dagli Stati Uniti e dal loro governo fantoccio.

Gli Stati Uniti che se ne vanno sarà il processo di stabilizzazione in Iraq e il primo passo per dare agli Iracheni vera sovranità. Il popolo iracheno è pienamente in grado di risolvere le proprie divergenze e di avviare un proprio governo come fece dopo che se ne andarono i Britannici.

Il crescente movimento dei giornalisti indipendenti ha forse reso diversa l’informazione dei media Usa sulla guerra in Iraq rispetto a quella sul Vietnam e sulla prima guerra del Golfo?

La situazione dei media [negli Stati Uniti] adesso è così drammaticamente diversa rispetto al Vietnam e alla guerra del Golfo a causa del controllo delle aziende sui media mainstream. Nei nostri momenti migliori l’informazione indipendente in Iraq è servita come un contro-peso alla propaganda vomitata dai media delle aziende. Quelli che sanno dove cercare – Democracy Now, internet e risorse radiofoniche – hanno un’informazione diversa sull’Iraq. Ma l’80 % degli Americani riceve ancora le proprie informazioni dalla televisione. Quelle persone non saranno toccate da qualunque cosa faremo.

Ci sono molti altri giornalisti in Iraq che stanno lavorando come te?

Ci sono alcune altre persone che lavorano indipendentemente. Un ragazzo americano, un regista e ce ne sono di più da altri paesi che lavorano in modo indipendente. Sono molto pochi perché la sicurezza è messa così male. Lavorare indipendentemente comporta anche la fatica finanziaria.

Qual’è il tuo messaggio agli attivisti contro la guerra e ai giornalisti indipendenti negli Stati Uniti?

Anzitutto, vorrei solo menzionare che sembra come se il movimento contro la guerra si prendesse dei break quando ci sono questi periodi in cui non ci si muove così tanto. Per fortuna, proprio ora sembra comunque che stia prendendo velocità, il che dà speranza. Quelli nel movimento contro la guerra che sentono di non dover rimanere coinvolti e che possono mollare, che non stanno lavorando quanto possono per porre fine a tutto questo, sono complici. Siamo tutti responsabili per aver permesso agli Stati Uniti di essere lì, e il popolo iracheno sta pagando il prezzo. Lo dobbiamo a loro e al resto del mondo di risolver questa situazione il prima possibile.

Per chiunque sia interessato nel farsi coinvolgere nei media indipendenti, questo è il momento. Il movimento per la riforma dei media si sta sviluppando. Abbiamo bisogno di quanto più giornalismo dal basso possibile. Se le persone possono uscire e fare questo lavoro, saranno sostenute. Il bisogno è grande abbastanza. Le persone conosceranno la verità quando la vedranno. E’ il momento perfetto per essere coinvolto, anche se ci avevi pensato solo si fuggita, prima d’ora.

Per saperne di più sul lavoro di Dahr Jamail e i suoi scritti, andate sul sito web: http://dahrjamailiraq.com/

Benjamin Dangl è il curatore di UpsideDownWorld.org, un sito web sull’attivismo e la politica in America Latina, e di TowardFreedom.com, una prospettiva progressista sugli eventi del mondo, dove quest’intervista è stata pubblicata per la prima volta.

Data: 31 ottobre 2005

Fonte: Toward Freedom

Link

Traduzione dall’inglese a cura di CARLO MARTINI per www.comedonchisciotte.org

Pubblicato da God