Larry Johnson
sonar21.com
Scott Bessent afferma di non capire perché il prezzo del petrolio stia salendo. Giovedì, poche ore dopo aver annunciato che Washington avrebbe mantenuto il blocco navale e imposto all'Iran le sanzioni più dure della storia, il Segretario del Tesoro aveva visto l'aumento del prezzo del greggio e aveva dichiarato alla CNBC: "Non sono sicuro del perché il prezzo del petrolio sia schizzato alle stelle". Lo aveva definito un picco incomprensibile, liquidandolo come semplice rumore di fondo. Dietro questa perplessità si cela un'ipotesi alquanto singolare: che imporre sanzioni draconiane ad un importante produttore di petrolio dovrebbe farne diminuire il prezzo. Venerdì il Brent si era attestato intorno ai 94 dollari, registrando il secondo aumento settimanale consecutivo superiore al 5%, con Trump che prometteva un " D-Day economico " per lunedì.
Non c'è nessun mistero. È il Segretario del Tesoro che guarda l'indicatore sbagliato. Il prezzo del petrolio non è determinato dagli annunci di sanzioni, ma dal numero di barili che arrivano alle raffinerie. E i barili hanno smesso di arrivare nelle quantità di cui il mondo ha bisogno, non questa settimana, ma come inevitabile conseguenza di uno stretto che è chiuso da febbraio. L'unico enigma è perché ci sia voluto fino ad agosto per accorgersene. La risposta è che per cinque mesi la carenza è rimasta nascosta. Se si suddivide in tre fasi il quadro dell'offerta dal giorno dell'attacco, il 28 febbraio, il "mistero" si dissolve.
Fase 1: il petrolio già in mare (dal 28 febbraio ai primi di aprile)
Quando Hormuz si era bloccato, il petrolio che avrebbe nutrito il mondo per le successive cinque settimane era già in viaggio verso le proprie destinazioni. Le petroliere caricate prima dell'attacco avevano continuato a scaricare regolarmente e il greggio in transito – milioni di barili tra il Golfo e i suoi acquirenti – arrivava sui moli come se nulla fosse accaduto. Gli operatori dei futures avevano previsto l'arrivo del disastro e si erano fatti prendere dal panico: il WTI, quotato a 67 dollari il 27 febbraio, era salito a quasi 99 dollari il 13 marzo, con un aumento del 47% in due settimane. Ma i barili erano continuati ad arrivare, la temuta scarsità non si era manifestata ai cancelli delle raffinerie e, all'inizio di aprile, gli ultimi carichi prebellici erano stati consegnati. Poi era arrivato il secondo cuscino.
Fase 2: il grande calo (da aprile a fine luglio)
Questa è la fase che ha illuso Bessent, e che evidentemente continua a governare i suoi istinti. Di fronte alla prospettiva della chiusura del canale di Hormuz, che avrebbe comportato la rimozione di una quantità stimata tra gli 11 e i 16 milioni di barili al giorno di approvvigionamento dal Golfo, i governi avevano fatto esattamente ciò per cui esistono le riserve strategiche: avevano aperto i serbatoi.
La portata dell'operazione era stata senza precedenti. L'AIE aveva attuato il più grande rilascio di emergenza coordinato della sua storia: oltre 400 milioni di barili in 32 Paesi, con gli Stati Uniti che, da soli, si erano impegnati ad immettere, in un periodo di 120 giorni, 172 milioni di barili dalle Riserve Strategiche di Petrolio. Complessivamente, i rilasci avevano fatto affluire sul mercato circa 2,5 milioni di barili al giorno per circa quattro mesi. Aveva funzionato, finché aveva potuto. I prezzi erano crollati dai massimi di marzo, attestandosi tra i 70 e gli 80 dollari e la crisi aveva assunto l'aspetto di qualcosa di superabile. Ad un occhio superficiale del Tesoro, la guerra era stata assorbita.
Non era così. Il problema era stato tamponato con risorse insufficienti. L'intero rilascio di 400 milioni di barili equivaleva a circa quattro giorni di consumo globale, a fronte di un'interruzione che durava da mesi, e il prelievo americano si basava su un conto alla rovescia di 120 giorni iniziato a metà marzo, con una scadenza calcolata per la fine di luglio. Quel cuscino non è mai stato una soluzione. Era un sedativo già con una data di scadenza.
Fase 3: arriva il conto (agosto)
Ai primi di agosto l'effetto del sedativo è svanito e il mercato ha avvertito per la prima volta la carenza.
L'indicatore delle riserve lo dice chiaramente. Le riserve strategiche di petrolio degli Stati Uniti (US SPR), che contenevano circa 415 milioni di barili prima della guerra, erano scese a 305 milioni alla fine di luglio e poi sotto i 300 milioni ad agosto — 298,7 milioni di barili, il livello più basso dal 1983 — destinate ad arrivare a circa 243 milioni una volta terminato il rilascio ordinato. E la cifra sulla carta è persino ottimistica: il GAO ha scoperto che oltre un quarto delle riserve non può nemmeno essere prelevato a causa del degrado delle infrastrutture, e ciò che è andato perduto non verrà rimpiazzato prima del 2028 circa. Il più grande strumento che il mondo aveva per nascondere il buco di Hormuz è ormai esaurito, senza barili a sufficienza per metterci una pezza. Eliminato il cuscino, il prezzo fa l'unica cosa che gli resta da fare: convergere su ciò che uno stretto chiuso implica effettivamente. Ecco perché il petrolio sta salendo ora, ad agosto, e non a marzo. Le sanzioni di Bessent non ne sono la causa. Sono semplicemente arrivate nello stesso momento in cui le riserve hanno smesso di coprirle.
La sorpresa è la rivelazione
Alla luce di tale tempistica, l'aspettativa che le sanzioni facciano scendere il prezzo del petrolio è errata sotto tre aspetti.
Errore di direzione: le sanzioni contro l’Iran riducono i barili (il greggio iraniano, destinato in gran parte alla Cina, costituisce l’offerta), quindi minacciare di interromperne l’approvvigionamento, oltre al blocco dello Stretto di Hormuz, rende l’equilibrio ancora più precario. La massima pressione è un fattore rialzista per il petrolio, punto e basta. Errore di valutazione: nessuna designazione del Tesoro produce un barile di greggio. Le sanzioni possono mandare in bancarotta un venditore; non possono rifornire una raffineria, e sono proprio le raffinerie a determinare il prezzo. Errore di tempistica: Bessent ha interpretato la tregua della Fase 2 come stabilità, quando in realtà si trattava di una calma provvisoria, finanziata dalle scorte di emergenza. Scambiarla per normalità è proprio il modo in cui si finisce per essere “sorpresi” nel momento in cui il cuscino sparisce.
Un mercato che subisce un'impennata quando si sanziona un produttore di petrolio, durante una crisi di approvvigionamento, dopo che le riserve che tenevano bassi i prezzi si sono esaurite, non è un mistero. È un'ovvietà. Il mistero esiste solo per chi legge lo strumento sbagliato: lo stesso uomo che, durante una guerra precedente, aveva affermato di non capire perché minacciare l'Iran facesse muovere il prezzo del petrolio.
Ciò che questo non è
Un'osservazione è doverosa e va fatta con chiarezza, e anche questa contribuisce ad aggravare la carenza, non a risolverla. Sì, le scorte commerciali di greggio degli Stati Uniti sono aumentate ad agosto. Ma si tratta del tipo di greggio sbagliato. L'America produce greggio leggero e dolce, mentre le sue raffinerie sono costruite per lavorare greggio pesante e acido. Quasi il 70% della capacità di raffinazione statunitense è ottimizzata per i greggi più pesanti, ed è per questo che circa il 90% del greggio importato dal Paese è più pesante del greggio di scisto di produzione interna, ed è per questo che sono stati costruiti gli impianti di cokizzazione e idrocracking della costa del Golfo. Il greggio leggero e dolce non produce la quantità di distillati intermedi di cui l'economia ha effettivamente bisogno, ovvero diesel e carburante per aerei e le raffinerie non possono colmare questo divario con la miscelazione. Quindi, l'aumento delle scorte di greggio di scisto è di ben poca consolazione: gli Stati Uniti devono ancora importare greggio acido per produrre diesel e carburante per aerei, e hanno esaurito le loro riserve strategiche di petrolio a ritmi record proprio per colmare questo squilibrio dopo che la guerra aveva bloccato le forniture di greggio acido. L'unico dato in cui gli Stati Uniti stanno effettivamente meglio è lo spread Brent-WTI (Brent vicino a 94 dollari, WTI vicino a 86 dollari), che mostra come la scarsità di greggio sia concentrata sopratutto in Asia e in Europa, i Paesi Hormuz dipendenti. Per quanto riguarda i combustibili più importanti, l'America è molto meno protetta di quanto la cifra relativa alle scorte di greggio possa far pensare.
La parte restante è rappresentata dal premio di rischio: gli operatori stanno alzando le offerte in vista di lunedì, spinti dagli attacchi ucraini contro le raffinerie russe. Inoltre, l'affermazione di Washington secondo cui grandi volumi continuerebbero a transitare attraverso lo stretto è l'autodichiarazione di una parte interessata, non corroborata da rilevamenti indipendenti che mostrano un transito ad una frazione dei livelli prebellici, e pertanto qui sottovalutata. Ognuna di queste forze spinge il prezzo nella stessa direzione: verso l'alto. Le precisazioni cambiano il meccanismo. Nessuna di esse inverte la direzione.
In conclusione
Le sanzioni di Bessent non hanno mancato di far scendere il prezzo del petrolio. Non ci sarebbero mai riuscite. Per cinque mesi il mondo ha colmato un buco di approvvigionamento grande quanto Hormuz con il più grande rilascio di riserve di emergenza mai effettuato dall'AIE e, per cinque mesi, Washington ha potuto minacciare di strangolare l'Iran senza pagarne un prezzo visibile. Quel periodo di grazia si è concluso ad agosto, quando i serbatoi hanno toccato i minimi degli ultimi quarant'anni e la carenza ha finalmente raggiunto le raffinerie. Il Segretario è "sorpreso" solo perché ha scambiato una calma temporanea per una quiete duratura e continua a cercare nel suo apparato sanzionatorio una spiegazione per una cifra che, in realtà, è un numero che galleggia sul mare. Il mercato non è confuso. Sta presentando il conto e la riserva che lo pagava silenziosamente è vuota.
Larry Johnson
Fonte: sonar21.com
Link: https://sonar21.com/the-cushion-ran-out-bessents-oil-mystery-isnt-one/
21.08.2026
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org
GiovanniST 25 agosto 2026
L'analisi pur essendo valida sull'aspetto della tipologia della raffinazione è comunque limitata e tendente al catastrofismo.
Per la precisione il greggio da cui deriva il diesel è di origine russa, infatti il prezzo del diesel è comunque salito ben prima della chiusura di Hormuz.
Altra carenza della analisi è la quantificazione globale del greggio che passa da Hormuz, che è solo una parte del greggio mondiale, pari da stime pari al 15%, quindi si evidenzia che 85% è libero di circolare.
Inoltre gli impianti attualmente in uso lavorano tra il 60% e il 70% della capacità di estrazione, quindi un piccolo aumento della produzione a livello globale potrebbe tranquillamente compensare la chiusura di Hormuz.
Mia opinione è che dai prezzi alti nella distribuzione finale, alla fine ci guadagnano tutti in primis i produttori ma anche e soprattutto i governi con un ottimo gettito fiscale, così possono pagare e finanziare la guerra in Ucraina, lo stato sociale e i debiti pregressi tipo bonus 110.
Quindi va bene così, se poi se a qualcuno la situazione in Italia non piace, può usare le piste ciclabili e godersi le ZTL.