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I BOMBARDAMENTI ISRAELIANI POTREBBERO CONDURRE AD UN'ESCALATION BELLICA IN MEDIO ORIENTE

DI MICHEL CHOSSUDOVSKY
Global Research

A seguito dei bombardamenti di Beirut da parte israeliana, c’è il pericolo che la guerra mediorientale finanziata dagli Stati Uniti, attualmente caratterizzata da tre scenari distinti (Afghanistan, Palestina ed Iraq) aumenti e si estenda all’intero Medio Oriente – tutta la ragione dell’Asia Centrale.

I bombardamenti del Libano fanno parte di un’agenda militare attentamente pianificata. Non sono spontanei atti di rappresaglia da parte di Israele. Sono atti di provocazione.

AGGIORNAMENTO: A seguito, Il presidente iraniano dice che un attacco di Israele alla Siria comporterà “una forte risposta” (Voice of the Islamic Republic of Iran); Bambini libanesi uccisi da Israele (As’Ad Abukhalil; Angry Arab News Service); “Questa sarà una grande guerra” & “Questo è un disastro per i libanesi” (Dahr Jamail; Iraq Dispatches); Il taglio netto di Israele (Alfatau; Clarissa); Ha cominciato Israele (Maurizio Blondet; Effedieffe); Israele: Chi semina vento raccoglie tempesta (Carlo Bertani)Gli attacchi potrebbero infatti essere usati come pretesto per scatenare un’operazione militare molto più vasta, che è già in fase di pianificazione attiva. In tutta probabilità, i bombardamenti sono stati condotti con l’approvazione di Washington.

Questi bombardamenti coincidono con la resa dei conti riguardo l’Iran e il suo presunto programma di armi nucleari. Dovrebbero essere visti ed analizzati in relazione agli interessi geo-politici e strategici israelo-statunitensi nella regione.

A partire dal 2004, gli Stati Uniti, Israele e la Turchia hanno formulato concreti piani di guerra che comportano raid aerei sui siti nucleari dell’Iran. Israele ha buone probabilità di giocare un ruolo diretto nell’operazione militare sostenuta dagli Stati Uniti contro l’Iran, che è anche l’obbiettivo del meeting del G8 a San Pietroburgo tra il 15 e il 17 luglio.

Dalla fine del 2004, Israele ha accumulato sistemi d’armi statunitensi in previsione di un attacco all’Iran. Questo accumulo, che è finanziato dagli aiuti dell’esercito Usa, è stato in gran parte completato nel giugno 2005. Israele ha avuto consegna dagli Stati Uniti di molte migliaia di “armi aeree intelligenti” tra cui 500 bombe anti-bunker, che possono essere usate anche per sganciare bombe nucleari tattiche. Le armi nucleari tattiche statunitensi sono state dislocate dagli Usa e da molti dei loro alleati, e potrebbero essere impiegate contro l’Iran. I missili termonucleari di Israele sono puntati su Tehran.

Un fattore è anche la partecipazione della Turchia nell’operazione militare israelo-statunitense, in base all’accordo raggiunto lo scorso anno tra Ankara e Tel Aviv.

Estensione della guerra

Thehran ha confermato che risponderà, se assalita, nella forma di attacchi con missili balistici diretti contro Israele. Questi attacchi potrebbero anche prendere di mira le strutture militari degli Stati Uniti in Iraq e nel Golfo Persico, portando immediatamente ad uno scenario di escalation militare e di guerra totale.

G8

Sull’agenda del G8 c’è una bozza di risoluzione delle Nazioni Unite riguardo il presunto (non esistente) programma di armi nucleari dell’Iran, la quale, secondo alcune notizie, è stata approvato tatticamente dalla Russia e dalla Cina. Questa risoluzione, se approvata, potrebbe aprire la strada per bombardamenti punitivi sull’Iran, con il pieno sostegno degli alleati europei degli Stati Uniti.

Israele fa ora parte della coalizione militare anglo-statunitense. Se questi bombardamenti fossero portati a termine, con la partecipazione attiva di Israele, sia il Libano che la Siria diventerebbero parte di un’estesa zona di guerra.

L’intera regione si infiammerebbe.

E’ dunque essenziale che i movimenti dei cittadini di tutto il mondo agiscano risolutamente per affrontare i loro rispettivi governi, invertire e smantellare questa agenda militare che minaccia il futuro dell’umanità.

Michel Chossudovsky
Fonte: http://www.globalresearch.ca
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15.07.2006

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da CARLO MARTINI

Pubblicato da God

  • marzian

    IL PRESIDENTE IRANIANO DICE CHE UN ATTACCO DI ISRAELE ALLA SIRIA COMPORTERA’ UNA “FORTE RISPOSTA”

    In una conversazione telefonica della scorsa notte, i presidenti iraniano e siriano [foto] hanno condannato gli attacchi del regime sionista sul Libano e a Gaza. Si sono appellati alle nazioni islamiche perché dimostrino il loro supporto ai popoli palestinese e libanese.

    [Mahmud] Ahmadinezhad ha espresso grave preoccupazione per gli attacchi dell’esercito sionista sui civili palestinesi e libanesi. Ha descritto le aggressioni come segno di debolezza da parte del regime illegittimo. Ha detto che nonostante quanto possano pensare i funzionari sionisti, tali azioni non possono salvare il regime.

    Commentando le recenti minacce israeliane contro la Siria, il presidente ha detto che le misure sempre più aggressive del regime saranno interpretate come un attacco a tutto il mondo islamico, aggiungendo che incontreranno una forte risposta.

    Da parte sua, il presidente siriano Bashar al-Asad ha detto che attaccando Gaza il regime sionista ha rotto il cessate il fuoco durato un anno, e ha creato una nuova crisi. Ha aggiunto che la coraggiosa, puntuale e decisiva risposta di Hezbollah ha sorpreso ed infuriato i leader del regime. Sottolineando che molti gruppi popolari da vari paesi islamici hanno espresso il loro desiderio di combattere gli occupanti nelle aree assediate, Asad ha detto che Israele affronterà un’accanita risposta se dovesse decidere di commettere un altro errore ed attaccare la Siria. Ha aggiunto che la Siria non era preoccupata di alcuna minaccia.

    Fonte: Voice of the Islamic Republic of Iran, Tehran, in persiano, 04:30 GMT, 14 luglio 2006.

    Link [www.globalresearch.ca]

    Scelto e tradotto per https://www.comedonchisciotte.org da CARLO MARTINI

  • marzian

    “QUESTA SARA’ UNA GRANDE GUERRA”

    DI DAHR JAMAIL
    Iraq Dispatches – Weblog

    Puoi individuarli ad un miglio di distanza: bianco, di mezza età, sovrappeso, i capelli tagliati corti per nascondere un cerchio di calvizie, la faccia rossa, indossando una t-shirt della Harley Davidson e dei pantaloncini. Ovviamente, tutto ciò è accettabile in Medio Oriente, tranne i pantaloncini. Esclusi pochi luoghi come Beirut, indossare pantaloncini in Medio Oriente non è esattamente rispettoso della cultura locale.

    Ma quando sei un mercenario, suppongo sia dannatamente in basso nella tua lista di priorità.

    Poi c’era l’altro – l’ho notato a Chicago prima che ci imbarcassimo nel nostro volo della Royal Jordanian per Amman. Un uomo bianco di circa 30 anni, occhi sgranati, che si guardava alle spalle continuamente, masticando una gomma così forte da far protrundere i muscoli. Sul braccio destro, sopra il pols, aveva tatuate delle fiamme blu che si innalzavano sotto la manica fino a non so che punto del braccio. I suoi stivali da combattimento e il suo zaino, entrambi marrone chiaro, lo rivelavano, nonostante indossasse abiti civili.

    Durante il mio viaggio mi sono seduto vicino ad uomo palestinese dalla Cisgiordania. L’anziano gentiluomo lavora a Dallas, e sta andando il pensione dal suo negozio di elettronica, che è felice di dirmi verrà ceduto ai suoi figli. Sua moglie resta in Cisgiordania, che è il motivo per cui sta tornando a casa. Gli ho chiesto com’è tornare a casa.

    “Passo la notte ad Amman, poi il giorno dopo ci vuole a volte tutta la giornata per attraversare il ponte e superare i check-point. Abbiamo il confine giordano, il check-point israeliano, ed un altro check-point per entrare nella Cisgiordania”, dice. “Ogni volta ci tirano fuori tutte le cose, le perquisiscono insieme a noi, poi se siamo fortunati ci fanno cenno di passare”.

    Gli chiedo come si comporta con ciò, personalmente, senza perdere la testa. “Oh, tutto quello che posso fare è ridere, perché se perdo le staffe, se chiunque perde le staffe, i soldati [soldati di occupazione] se ne vanno per 3-4 ore finché non va loro di tornare. Dunque dobbiamo tutti restare calmi e comportarci gentilmente e con dignità. Loro hanno tutto il potere. Noi non ne abbiamo alcuno. Dunque cos’altro possiamo fare?”.

    Comportandosi come un tipico arabo, mi invita alla sua casa se mi dovessi trovare in zona.

    Atterrando nel caldo di Amman, ho lasciato l’aereo e sorpassato un uomo giordano che aveva un piccolo pezzo di carta in cui si leggeva “Blackwater”. Senza dubbio è per uno (o entrambi) gli uomini che ho descritto prima… e presto lo vedo stringere la mano al tipo che preferisce indossare pantaloncini in Medio Oriente.

    Non è cambiato molto nell’aeroporto di Amman, a parte il nuovo Starbucks. Ovviamente, il Cinnabon era già qui almeno due anni fa.

    Nel frattempo, è cambiato moltissimo nella regione da quando ero qui lo scorso anno. Mercoledì, dopo che due suoi soldati sono stati catturati dai combattenti di Hezbollah, il governo di Israele ha inviato truppe di terra, sostenute dai caccia e dall’artiglieria, nel Libano del Sud. E’ la prima operazione di terra da parte degli Israeliani in Libano da quando si sono ritirati interrompendo l’occupazione nel 2000. Proprio quello di cui ha bisogno il Medio Oriente – un altro paese occupato; una mossa simile a gettare benzina da jet in un fuoco che divampa violentemente.

    Il primo ministro di Israele, Ehud Olmert, riferendosi a come il suo paese risponderà al rapimento dei due soldati da parte di Hezbollah, ha detto in una conferenza stampa congiunta con il primo ministro giapponese in visita, Junichiro Koizumi, che “Il governo libanese è responsabile. Il Libano pagherà il prezzo”.

    “Fedele alla sua politica preferita di punizione collettiva, Olmert ha aggiunto, “… i responsabili dell’attacco pagheranno un prezzo alto e doloroso”. Dunque si attacca un paese perché un gruppo ribelle nel Libano del Sud ha catturato due soldati. E così la follia continua, mentre un attacco aereo israeliano su una casa a Gaza im quel che chiamano colpire “un alto leader militante di Hamas” ha ucciso nove Palestinesi, tra cui sette bambini di una famiglia.

    Il vice-presidente siriano Faruq al-Shara ha dichiarato di recente che l’occupazione della terra araba da parte di Israele è alla radice della nuova crisi che ha visto le truppe israeliane entrare in Libano. Ancora benzina. Sembra che io abbia scelto un buon momento per visitare la Siria.

    Intanto, Baghdad brucia mentre oltre 100 persone sono state uccise nella violenza settaria a partire da lunedì.

    Un breve volo mi ha fatto atterrare a Damasco, per poi gareggiare nelle strade della città mentre l’aria calda entra dai finestrini aperti del taxi. La tenue luce verde indica le alture dei minareti nella città, il resto delle luci scintillano sullo sfondo mentre ci avviciniamo al mio hotel.

    Dopo essermi registrato, ho lasciato il mio bagaglio e stavo andando fuori per cercare qualcosa da mangiare, trovando invece Abu Talat alla reception. Un lungo abbraccio da orso e il tipico bacio sulle guance degli uomini arabi, e ci incontriamo di nuovo dopo un anno da quando siamo stati insieme l’ultima volta. Gli ho dato il nome del mio hotel, ma era dubbio se sarebbe riuscito a viaggiare fino a Baghdad, con gli estremi di violenza degli ultimi tre giorni. Cerca di non andare lontano da casa quando può, ma ha comunque deciso di partire essendosi fatto promettere da suo figlio di non lasciare la casa in ogni circostanza.

    Tipico ancora degli uomini arabi, abbiamo camminato lungo il marciapiede tenendoci le mani, in viaggio per un caffè, parlando come delle macchinette. Mi dice quanto sia orribile a Baghdad. Mi fa la lista dei membri delle sua famiglia, uno per uno, che se ne sono già andati per il loro bene. “Quelli che possono permettersi di volare stanno prenotando un biglietto di sola andata, Dahr”, dice, “perché non hanno intenzione di tornare. A parte i miei figli e mia moglie, sono l’unico dei miei parenti rimasto in Iraq”.

    I combattimenti sono ovunque, mi dice. Ora che l’esercito degli Stati Uniti/Rumsfeld (appena stato a Baghdad) e Khalilzad hanno dichiarato guerra all’esercito sciita del Mehdi, accusandolo di terrorismo, tutte le scommesse sono finite. Ovviamente, il momento in cui gli Israeliani attaccano Hezbollah non potrebbe essere più perfetto. Coincidenza?

    “I combattimenti sono ovunque, e non c’è modo che gli Statunitensi possano controllarli, adesso”, aggiunge Abu Talat. “Gli Sciiti si stanno combattendo l’un l’altro per il controllo di Bassora, mentre combattono anche i Sunniti”.

    “Ora è una guerra civile in Iraq, non c’è dubbio”, continua. “Ma non importa a chi tu chieda, nessuno lo ammetterà. Perché le persone sono troppo preoccupate per ammetterlo. Preferiscono negarlo”.

    Tornati al nostro hotel, abbiamo incontrato almeno altri due Iracheni, che sono venuti qui per operazioni chirurgiche, poiché tutti i dottori di alto livello hanno abbandonato Baghdad da molto tempo per salvarsi la vita.

    Il giorno dopo, giovedì, ci siamo svegliati con gli occhi incollati ad al-Jazeera, sulla televisione. Gli aerei da guerra israeliani hanno bombardato l’aeroporto Rafiq al-Hariri di Beirut. Almeno due attacchi aerei sono stati riportati mentre la contraerea libanese sparava fiaccamente sui jet, secondo i testimoni. I jet israeliani hanno anche bombardato i ponti che collegavano il Libano del Sud al resto del paese, e 22 civili sono stati uccisi la scorsa notte da attacchi israeliani sulla zona.

    In risposta ai bombardamenti, Hezbollah afferma di aver sparato 60 razzi nella zona settentrionale di Israele.

    La giustificazione israeliana per aver bombardato l’aeroporto a Beirut ed essersi spinto nel Libano meridionale è che due dei loro soldati sono stati catturati. In classico linguaggio tendenzioso, il primo ministro Ehud Olmer ha detto che l’incidente “è un atto di guerra dallo stato del Libano”, omettendo convenientemente i bombardamenti delle forza israeliane nei territori occupati, durante le ultime settimane, che hanno coinvolto anche civili in una spiaggia.

    “Sarà una grande guerra”, mi dice Abu Talat mentre guardiamo i pennacchi di fumo levarsi a ondate dalle località del Libano. “Per noi questo è persino più importante che riferire sull’Iraq, e sai quanto io ami l’Iraq”.

    Dahr Jamail
    Fonte: http://dahrjamailiraq.com
    Link: http://dahrjamailiraq.com/weblog/archives/dispatches/000417.php#more
    13.07.2006

    Scelto e tradotto per https://www.comedonchisciotte.org da CARLO MARTINI

  • marzian

    “QUESTO E’ UN GRANDE DISASTRO PER I LIBANESI”

    DI DHAR JAMAIL
    Iraq Dispatches – Weblog

    Ancora una volta il governo degli Stati Uniti si è rifiutato di condannare l’invasione israeliana del Libano mentre le bombe cadono su Beirut, uccidendo dozzine di civili.

    In un momento di leggerezza, mentre ci dirigevamo verso il confine, Abu Talat si è girato verso di me e ha detto, “Lo sai cosa mi manca?”. Ho replicato, “Che cosa le manca, sir?”. Ha sorriso e ha detto, “il chai (1) iracheno”. poi si rivolge al nostro guidatore e gli chiede se abbia mai provato il chai iracheno, ed è andato avanti a vantarsi di questo sia gustoso. “E’ il migliore dei chai”, ha detto con orgoglio rivolgendosi di nuovo a me.

    Questa mattina, quando siamo arrivati al confine libanese, abbiamo trovato migliaia di persone che defluivano in auto con i bagagli caricati sul vano o a piedi, trasportando valige dotate di ruote.

    [Confine siriano del Libano, 14 luglio 2006]

    Piccolo Bush (2), il portavoce sempre obbediente di Bush, ha annunciato di pensare che la Siria dovrebbe essere punita per il suo ruolo nel sostenere Hezbollah, così l’umore a Damasco è quello dell’attesa ansiosa per vedere cosa verrà poi. Il come il quando della punizione è quello a cui pensiamo.

    Mentre l’ultimo furibondo assalto israeliano al Libano è in pieno svolgimento, e con il bisogno israeliano dell’acqua appartenente al Libano del Sud, forse questa occupazione del Libano potrebbe durare più a lungo dell’ultima (22 anni). Se infatti la Siria dà il via libera perché Hezbollah attraversi il confine delle Nazioni Unite nel Libano del Sud e lanci i propri attacchi sui soldati israeliani, dopo averne presi prigionieri due e uccisi altri otto, avrebbe effettivamente dato ai pianificatori di guerra israeliani la scusa per una guerra a tutto campo contro il Libano. In aggiunta, l’attacco di Hezbollah, se supportato dalla Siria, darebbe agli Stati Uniti la capacità di dare l’ok ad Israele per attaccare la Siria. Aspettiamo, osserviamo e speriamo che le bombe non inizino a cadere su Damasco.

    Sono state segnalate almeno 15.000 persone che attraversavano il confine libanese verso la Siria, giovedì, cercando rifugio dai diffusi bombardamenti a Beirut, perpetrati dai caccia israeliani F-16. Oggi, la situazione non è cambiata, con notizie su stazioni di benzina e della polizia bombardate, allo stesso modo di un ospedale.

    Intervistando le persone al confine che erano fuggite dalle bombe a Beirut, mi sono sentito come se fossi tornato in Iraq, da quel che mi stavano dicendo le persone.

    “Ero in un’area a sud di Beirut che è stata pesantemente bombardata dagli Israeliani”, mi dice un elettricista di 55 anni, Ali Suleiman. “C’erano così tanti rifugiati nei rifugi vicino a noi, a loro volta vicini ad un vecchio ospedale che gli Israeliani hanno bombardato la scorsa notte. Era terrificante di notte quando attaccavano la nostra area, e gli Israeliani pensavano che l’ospedale fosse una riserva di munizioni per Hezbollah, così hanno bombardato l’ospedale. Sia persone siriane che libanesi se ne stanno andando ora. Non c’è più cibo, nemmeno pane. Non c’era più elettricità o acqua nella nostra area. Se la situazione continua, sarà una catastrofe gigantesca”.

    [Ali Suleiman – Uomo in fuga da Beirut, che è stata bombardata dagli aeroplani israeliani]

    Le stesse tattiche che ho visto usate dagli Stati Uniti a Fallujah, Al-Qa’im e in altre città irachene.

    Mi è stata raccontata una storia simile da uno studente libanese di 22 anni, Nebham Razaq Hamed, che era nella Beirut meridionale. “I bombardamenti notturni erano continui e oggi sono ancora in corso, stanno usando gli aerei da guerra e talvolta l’artiglieria. Tutti sono in panico a causa dell’indiscriminato bombardamento che ora sta uccidendo così tanti civili. Gli Israeliani stanno intenzionalmente terrorizzando le persone non distinguendo tra combattenti e civili”.

    Mentre il livello dei combattimenti si intensifica, si può solo sperare che altre forme di terrorismo non affliggano il Libano, in particolare le donne. In “The Hidden War on Women in Iraq” (“La guerra segreta alle donne in Iraq”, ndt) di Ruth Rosen, un’incredibile pezzo postato da TomDispatch di recente, la disastrosa situazione delle donne che si trovano in mezzo al caos della guerra è ben descritta. Questo articolo, da leggere assolutamente, dipinge il tragico quadro di quello che possiamo solo sperare non si abbatta sulle donne del Beirut mentre l’assedio israeliano della città avanza inesorabilmente.

    Un uomo dall’Arabia Saudita su un bus con la sua famiglia ha detto, “Gli Israeliani non stanno già occupando abbastanza terra araba?”

    [Uomo saudita fugge dal Libano con la sua famiglia]

    Sono soltanto 127 km da Beirut a Damasco, dunque gli attacchi erano molto vividi nel pensiero delle persone con cui ho parlato – molte delle quali con le mani che tremavano.

    [Uomini scossi lasciano il Libano mentre Beirut è sotto attacco]

    Altri mi hanno detto che la Valle Bekaa del Libano centrale, situata su un elevato altopiano tra il Monte Libano e le catene montuose dell’Anti-libano, è stata bombardata, compresa l’antica città di Baalbek. La città, che nacque alla fine del terzo millennio AC, originariamente fenicia, situata vicino a due fiumi, poco dopo vide la fondazione di una colonia romana lì vicino da parte di Giulio Cesare nel 47 AC, mentre la costruzione dell’enorme complesso di templi iniziò al più presto. Se i templi siano stati bombardati è in dubbio, ma la vicina città di Baalbek, dove Hezbollah controlla l’area, è stata bombardata secondo due persone che ho intervistato.

    “Va molto male lì, perché gli Israeliani attaccano civili, bombardano le stazioni di benzina e della polizia, e persino i depositi di carburante”, ha detto un uomo di 50 anni dal Kuwait che stava lasciando Beirut. “Infatti, hanno persino bombardato di nuovo l’aeroporto. Ho visto gli F-16 bombardare e c’era fumo ovunque. Questo è un grande disastro per i Libanesi”.

    Quando gli ho chiesto quanto pensava ci sarebbe voluto per fermare i combattimenti, ha risposto velocemente, “Sembra che i governi arabi non stiano muovendo il culo, così me ne vado”:

    Note del traduttore:

    (1) Chai = Te.

    (2) Piccolo Bush = Riferimento ironico al primo ministro inglese Tony Blair, spesso soprannominato Piccolo Tony (in inglese, Little Tony).

    Dahr Jamail
    Fonte: http://www.dahrjamailiraq.com/
    Link: http://dahrjamailiraq.com/weblog/archives/dispatches/000419.php#more
    14.07.2006

    Scelto e tradotto per https://www.comedonchisciotte.org da CARLO MARTINI

  • marzian

    IL TAGLIO NETTO DI ISRAELE

    DI ALFATAU
    Clarissa

    Per capire cosa sta succedendo in Medio Oriente è molto utile leggere un documento. È intitolato Clean Break: a new strategy for securing the realm, che significa “Taglio netto: una nuova strategia per la sicurezza del regno”. Venne elaborato esattamente 10 anni fa, dall’Istituto per gli studi politico-strategici avanzati (IASPS – Institute for Advanced Strategic and Political Studies), come relazione conclusiva, rilasciata esattamente l’8 luglio 2006, da un gruppo di studio dedicato alla Nuova strategia di Israele per il 2000: il documento fu presentato personalmente al nuovo Primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.

    Ma i partecipanti di questo gruppo di studio non sono solo degli studiosi israeliani: sono anzi quasi tutti esponenti dell’establishment neo-conservatore statunitense che hanno rivestito o rivestono importanti incarichi nell’amministrazione Bush.

    Richard Perle (che coordinava il gruppo di studio) è presidente dell’ufficio per la politica della Difesa sotto il Ministro della Difesa D. Rumsfeld; David Wurmser, consigliere per il Medio Oriente del Dipartimento di Stato con Cheney; Douglas Feith, sottosegretario del ministero della Difesa per le questioni politiche, diretto collaboratore di William Wolfowitz; James Colbert, del Jewish Institute for National Security Affairs che si autodefinisce “il gruppo di maggiore influenza nel campo delle relazioni militari fra USA e Israele”; Jonathan Torop, del Washington Institute for Near East Policy; nonché lo stesso fondatore dello IASPS, il prof. Robert Loewenberg, emigrato da Israele in Usa negli anni ’70 e lì divenuto un punto di riferimento nelle relazioni Usa-Israele.

    Il documento (scaricabile in versione inglese, in allegato a questo articolo), è molto interessante in quanto, negli ultimi dieci anni, tutti gli elementi della strategia in esso delineata sono stati puntualmente realizzati: il passaggio dal concetto della pace in cambio di territori a quello di pace mediante la forza, intendendosi con questo il rifiuto di concessioni territoriali e l’imposizione di rapporti fondati sul diritto di intervento militare (hot pursuit) di Israele nei territori palestinesi; il rafforzamento del legame politico-militare di Israele con gli Stati Uniti, non più basato sulla dipendenza da questi ultimi ma sullo sviluppo di un’autonoma capacità militare e di una costante pressione politica sul Congresso e sull’opinione pubblica nordamericana; una modifica radicale nella visione strategica del ruolo di Israele che deve appunto “segnare un taglio netto, abbandonando la politica che partiva da un senso di debolezza e permetteva ritirate strategiche, ristabilendo invece il principio di azioni preventive invece che solo reattive, smettendo di incassare colpi senza rispondere”.

    Ma la parte del documento che risulta di particolare importanza, alla luce degli avvenimenti degli ultimi giorni, è laddove si dice con estrema chiarezza che la strategia del “taglio netto” deve contemporaneamente “rendere sicuro il confine settentrionale” di Israele e “indirizzarsi ad una strategia classica di equilibrio di potenza”, ovviamente a vantaggio del Paese: per fare questo, Israele deve essere pronta non solo a colpire le infrastrutture siriane in Libano, ma affermare il concetto che il territorio siriano non è inviolabile e, ove le azioni dirette in Libano non bastino, “colpire obiettivi selezionati nella Siria stessa”.

    Per quanto riguarda il perseguimento di un equilibrio fondato sulla potenza, il documento ipotizza la creazione di un “asse naturale” strategico fra Turchia, Israele, Giordania e Iraq centrale, che ridisegni la mappa del Medio Oriente a scapito della Siria. Per fare ciò, fra le varie cose da fare, si legge che sarà utile “distogliere l’attenzione della Siria usando elementi dell’opposizione libanese per destabilizzare il controllo siriano del Libano”.
    Risulta quindi evidente che quanto sta avvenendo in questi giorni va ben oltre la risposta ad un’azione di guerra degli Hezbollah: il loro potenziale militare di qualche migliaio di combattenti con armamento leggero e di alcune migliaia di missili, la cui tecnologia risale alla Seconda Guerra Mondiale, fa semplicemente sorridere davanti a un esercito israeliano di 186.500 effettivi (più 445.000 riservisti mobilitabili in poche ore), dotato di 798 aerei da combattimento, 302 elicotteri, 3930 mezzi corazzati.
    In questo documento potremmo trovare le ragioni di fondo del singolare sviluppo della politica statunitense in Iraq, il cui fallimento nel pacificare il paese è parso a tutti incredibile: se la logica è quella di giocare le une contro le altre le fazioni islamiche (sunnisti e shiiti) e shiiti irakeni, legati alla monarchia Ashemita, con shiiti iraniani – allora l’incomprensibilità del quadro trova una spiegazione, così come la suddivisione di fatto dell’Irak in tre aree geografiche, di cui, non a caso dunque, gli Stati Uniti cercano di controllare quella centrale pro Israele.

    Ma risulta allora ben chiaro anche il rapido, incalzante corso degli avvenimenti in Libano degli ultimi due anni: dall’uccisione di Hariri, sulla quale a dire il vero sussistono ancora molti dubbi quanto alla matrice siriana, alle dimostrazioni di massa chiaramente ispirate da organizzazioni come Spirit of America, che da anni operano in diversi contesti del globo con le tecniche della triple U (uncontrollable urban unrest – agitazioni urbane incontrollate) elaborate dalla Cia per destabilizzare i regimi “neo-democratici”, specialmente di osservanza ex-sovietica.

    Solo comprendendo il profondo lavoro compiuto da questi gruppi dirigenti misti israelo-statunitensi, si comprende allora anche il fatto che gli USA abbiano assunto in Medio Oriente posizioni sempre meno comprensibili, rispetto ad una normale logica di puro interesse statunitense. È ormai provato, per esempio, dalla testimonianza di un alto funzionario del National Security Council, Flynt Levertt (nel suo libro Inheriting Syria), che Cheney “era attratto dall’idea di usare il Libano come punto di pressione su Damasco dall’inizio del governo Bush”: abbiamo visto che suoi collaboratori diretti hanno lavorato al documento Clean Break. E come spiegare altrimenti l’ordine impartito al comandante della 101a divisione paracadutisti, gen. David Petraeus, di interrompere la fruttuosa collaborazione militare coi siriani nell’area? Abbiamo visto che anche uomini dello staff di Rumsfeld hanno elaborato il Clean Break. Niente di strano quindi che oggi gli Stati Uniti usino il veto contro la condanna Onu di Israele e esprimano con chiarezza e brutalità la loro accettazione politica dell’azione militare diretta israeliana.

    Sono questi temi, fra l’altro, che hanno recentemente motivato un serissimo studio di John J. Mearsheimer (Department of Political Science, University of Chicago) Stephen M. Walt (John F. Kennedy School of Government, Harvard University), The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy, uscito nel marzo 2006, suscitando ovviamente grande scandalo, proprio per il fatto che in esso ci si interroga sulle ragioni ed i rischi di questa liaison dangereuse fra gli Stati Uniti ed Israele che, secondo gli autori, sarebbe in netto contrasto con i veri interessi politici nordamericani.
    In conclusione, il quadro che abbiamo delineato potrebbe preludere ad una estensione alla Siria del conflitto, nella logica di dare ora il “taglio netto” invocato 10 anni fa per rifondare la politica israeliana per farne “un importante – se non il più importante elemento nella storia del Medio Oriente”, come si legge nel documento. A questo taglio netto, gli Stati Uniti darebbero il loro pieno appoggio.

    Se questo è vero, tutto quanto si sta dicendo e facendo, a livello politico e di informazione, in Europa è già superato dai fatti. Ciò significa che, di fronte ai rischi gravissimi che si delineano, l’Europa si presenta impreparata: se questo non può essere responsabilità dei popoli, condizionati da un’informazione troppo spesso “comprata e venduta”, lo è certamente di classi dirigenti i cui apparati di intelligence ogni giorno di più risultano coinvolti, anche molto in profondità, come bene stiamo vedendo in Italia, in questo micidiale “grande gioco” che produce ogni giorno decine di vittime innocenti.

    Alfatau
    Fonte: http://www.clarissa.it
    Link: http://www.clarissa.it/ultimora_nuovo_int.php?id=10
    07.2006

  • Tao

    A metà del giugno scorso, Cheney ha incontrato a Washington Benjamin Netanyahu, oggi presidente del Likud.
    E «l’americano avrebbe dato via libera all’israeliano per sfruttare il minimo incidente propizio per cominciare la distruzione di Hamas», scrive il sito dedefensa.org (1).
    L’incidente propizio è stato a lungo cercato.
    Sei mesi di «cura dimagrante» contro Gaza e Hamas, con blocco dei fondi spettanti al governo palestinese ed embargo di fatto degli approvvigionamenti alimentari, non bastavano a rendere Hamas un cane idrofobo.
    Anzi il nuovo governo stava per riconoscere Israele almeno ufficiosamente.
    C’è voluto il cannoneggiamento dal mare della famiglia di Gaza che faceva picnic sulla spiaggia. Una nave da guerra contro i bagnanti.

    Eroico Tsahal.
    Apprendiamo ora che la stessa provocazione è avvenuta per innescare l’offensiva in Libano.
    «Tutto è cominciato il 12 luglio, quando truppe israeliane sono cadute in un agguato sul versante libanese della frontiera con Israele. Hezbollah, che controlla il Libano meridionale, immediatamente ha colpito quelli che attraversavano. Ha arrestato due soldati israeliani, ne ha uccisi otto e feriti oltre venti nel contrattacco dentro al territorio israeliano». (2)
    Dunque, secondo questa versione, è stato un corpo armato sionista a sconfinare in territorio libanese.
    Ci si può non credere.

    Ma chi conosce da anni la situazione, sa che questo è «normale».
    Israele pretende rispetto per i suoi confini, ma non riconosce la sovranità degli altri Stati.
    Sconfina, cattura, colpisce, e ciò in modo sistematico.
    Tant’è vero che Justin Raimondo, un ottimo giornalista che conduce il sito «Antiwar.com», aveva previsto con due mesi d’anticipo che la guerra di Israele contro l’Iran, ove fosse avvenuta, sarebbe cominciata proprio così.
    Il 29 maggio 2006 il giornalista ha scritto: «La guerra all’Iran probabilmente non comincerà con un attacco frontale di USA e/o Israele riguardo alle presunte installazioni nucleari iraniane, né con una schermaglia sulla frotniera Iran-Iraq. Come primi campi di battaglia per la guerra regionale progettata, bisogna guardare al Libano e alla Siria. Gli israeliani sanno perfettamente che le ambizioni nucleari dell’Iran, ammesso che mai si concretizzino, non pongono una minaccia immediata. La loro vera preoccupazione è il loro confine settentrionale, dove i loro nemici giurati, gli Hezbollah, sono un ostacolo efficace all’influenza israeliana. Gi israeliani cercano anche di sfruttare le opportunità crescenti per creare problemi alla Siria, dove i curdi sono i loro fidati alleati, e la reattività del regime baathista è un invito al cambio di regime». (3)
    Veniamo informati che alla base USA di Aviano nei giorni scorsi sono arrivati un numero ragguardevole di caccia-bombardieri («centinaia», secondo un lettore), subito nascosti negli hangar. Il giorno 13 luglio, il Pentagono ha disposto la forniture ad Israele di 210 milioni di dollari di carburante JP-8 per jet.

    Un attacco forse è imminente?
    Se è così, stiamo assistendo all’attuazione del programma avanzato dai neoconservatori ebreo-americani fin dal 1996.
    Costoro consigliarono a Netanyahu, allora primo ministro in Israele, di non accedere alle proposte di pace della road map, e invece di dare «un taglio netto».
    Il documento infatti si intitolava «A clean break, a new strategy for securing the realm».
    Il «regno» del titolo è il regno d’Israele, il regno della promessa messianica.
    Grazie al controllo del governo americano assicurato dai neocon, dicevano costoro.
    Israele «è in grado di cambiare la natura delle sue relazioni coi palestinesi, ivi compero il diritto di inseguimento-sconfinamento per autodifesa…».
    Ma soprattutto, il documento aggiungeva: «Israele può dare nuova forma all’ambiente strategico circostante, in cooperazione con Turchia e Giordania, indebolendo, contenendo e anche facendo arretrare la Siria. Questo sforzo si concentrerà nel rimuovere Saddam Hussein dal potere in Iraq, in sé un importante obiettivo strategico per Israele, come mezzo per disarticolare le ambizioni siriane nell’area… La Siria sfida Israele sul suolo libanese. Una tattica efficace, con cui gli americani possono simpatizzare, sarà che Israele assuma l’iniziativa sul confine nord impegnando Hezbollah, Siria ed Iran dipinti come principali agenti dell’aggressione in Libano».
    I firmatari di questo documento erano: Richard Perle, allora capo dell’«American Enterprise Institute», nel 2001 consigliere speciale al Pentagono, James Colbert, del «Jewish Institute for National Security Affairs» (Jinsa), Charles Fairbanks Jr., della «John Hopkins University/SAIS», Douglas Feith, della «Feith and Zell Associates», nel 2001 vice-ministro al Pentagono, David Wurmser, dell’«Institute for Advanced Strategic and Political Studies», Meyrav Wurmser,
    della «Johns Hopkins University».

    Gente che ha i poteri per attuare il programma, lo ha attuato grazie all’11 settembre (con l’attacco all’Iraq, «profetizzato» nel testo) e lo sta attuando, nonostante le diagnosi su un preteso indebolimento dei neocon nel governo Bush.
    Per quanto esausto e alle corde, Bush continua ad obbedire ai suoi padroni, verso la quarta guerra mondiale.
    Il documento conferma l’analisi dei professor Walt e Mearsheimer, che nel saggio «The israeli lobby» hanno sostenuto che la lobby ebraica guida la politica estera americana distorcendone gli interessi.
    Alcuni ebrei «buoni», come Noam Chomsky, replicarono che era ed è Israele ad agire per conto di Washington, come suo satellite.
    L’attualità dimostra il contrario: l’America è il satellite di Israele.
    Kevin Drum, l’analista politico del Washington Monthly, constatava il 6 luglio: «L’amministrazione Bush sembra completamente allo sbando. Nella sua politica estera non c’è un minimo di coerenza che si possa discernere, e nessun credibile follow-up di quel poco di coerenza che resta. L’amministrazione Bush sembra non avere più una politica estera quale che sia. Nessun piano per l’Iraq, nessun piano per l’Iran, nessun piano per la Corea del Nord, nessun piano per la ‘promozione della democrazia’, nessun piano e basta».
    E ovviamente, nessun potere su Israele che la sta trascinando in una guerra imprevedibile per ampiezza e durata, e non più una briciola di credibilità sui Paesi islamici.
    «L’amministrazione Bush ha ora di fronte all’improvviso in Medio Oriente tre crisi in rapida espansione, con poche opzioni di disinnescarle».

    L’America naviga alla cieca verso la «tempesta perfetta» (perfect storm), che va intesa come «la convergenza e congiunzione di tutte le possibili tensioni, crisi regionali, aggressioni, squilibri». Senza più altra bussola che i progetti messianici dei neocon, il grande cieco si lascia guidare dal cane idrofobo.
    Come si vede, Bush è pronto a commettere suicidio politico, pur di obbedire ad Israele.
    Ma la cosa non ci meraviglia.
    Anche Fini, Calderoli, Berlusconi stanno in queste ore difendendo le «ragioni» di Israele, negando che la sua reazione sia «sproporzionata» come pure ripete tutta Europa.
    Anche loro stanno facendo harakiri per servile obbedienza.
    Ciechi di fronte alla quarta guerra mondiale che avanza. (5)

    Maurizio Blondet
    Fonte: http://www.effedieffe.com
    Link: http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=1291&parametro=esteri
    15.07.06

    Note
    1) «Superman et son perfect storm», dedefensa.or, 13 luglio 2006.
    2) Sami Moubayed, «It’s war by any other name», Asia Times, 15 luglio 2006. L’autore è un analista politico siriano.
    3) Justin Raimondo, «Showdown over Iran», Antiwar.com, 29 maggio 2006.
    4) Il testo proseguiva: «We have for four years pursued peace based on a New Middle East. We in Israel cannot play innocents abroad in a world that is not innocent. Peace depends on the character and behavior of our foes. We live in a dangerous neighborhood, with fragile states and bitter rivalries. Displaying ‘moral ambivalence’ between the effort to build a Jewish state and the desire to annihilate it by trading ‘land for peace’ will not secure ‘peace now’. Our claim to the land – to which we have clung for hope for 2000 years – is legitimate and noble. It is not ‘within our own power’, no matter how much we concede, ‘to make peace unilaterally’. Only the unconditional acceptance by Arabs of our rights, ‘especially’ in their territorial dimension, ‘peace for peace’, is a solid basis for the future».
    5) La opposizione di Prodi, per contro, ha fatto infuriare il cane idrofobo. Il momento è pericoloso, perché avvicina un «attentato islamico» anche in Italia.

  • marzian

    ISRAELE: CHI SEMINA VENTO RACCOGLIE TEMPESTA

    DI CARLO BERTANI

    La notizia dell’attacco di Hezbollah in
    Galilea non è cosa di poco conto nel panorama del Vicino
    Oriente: la maggior parte di noi è oramai abituata a queste
    notizie, e le caccia tutte nell’informe calderone
    dell’infinito conflitto fra Israele ed i vicini arabi.

    La notizia appena battuta dalle
    agenzie, invece, è una di quelle che fanno rizzare i capelli
    in testa per gli sviluppi che può avere. Se Israele avesse
    una leadership un poco più affidabile si potrebbe ipotizzare
    che – dopo la rabbiosa rappresaglia – tutto tornerebbe come
    prima, ma così non è. Dall’uscita di scena di Sharon Israele
    è governato da una classe politica insicura, timorosa di
    compiere qualsiasi passo, e non si rendono conto che
    alimentando la fornace dell’odio chi a lungo termine ne farà
    le spese sarà proprio lo stato ebraico.

    Riflettiamo sul fatto – assai
    sintomatico – che a voler chiudere la questione con i
    palestinesi furono due ex generali: Rabin e Sharon, non
    proprio due “colombe” poiché il primo – durante la prima
    Intifada – ebbe a dire “spezzate gambe e braccia ai ragazzi
    palestinesi che tirano pietre ma non uccideteli, per non
    tirarci addosso le ire dell’Europa”. Sul secondo, Sabra e
    Chatila parlano per lui.

    Eppure, proprio due generali cercarono
    ostinatamente di “chiudere” la questione palestinese: il
    primo fu tolto di mezzo dagli israeliani stessi – e non
    vengano a raccontare che l’attentatore era un “cane sciolto”
    – il secondo da un misterioso ictus.

    Il potere è tornato nelle mani di
    politici incapaci: una sequela che parte dall’inconsistente
    Barak, passando per lo scellerato Netanyau fino al
    tremolante Olmert. Il problema è che, più un politico è
    indeciso, più crede che la forza militare colmi le sue
    debolezze. Bush ne sa qualcosa.

    Ciò che Tel Aviv non riesce a
    comprendere è che la stagione delle guerre arabo/israeliane
    è definitivamente tramontata: dopo la delusione dei
    fallimenti – da Oslo in poi – nel mondo arabo e musulmano è
    cresciuta la convinzione che trattare con Israele sia tempo
    perso.

    Tel Aviv ha lavorato decenni per
    scavare la fossa all’ANP di Arafat, ed oggi si trova a dover
    trattare con Hamas al potere in Palestina: può anche non
    farlo, ma ogni giorno che passa il rischio di una nuova
    “palude” medio-orientale, di un nuovo Libano “fotocopia”
    dell’Iraq, cresce.

    Le novità nello scenario sono tante, e
    gli israeliani continuano ad interpretarle con modelli
    troppo semplici: chi non riconosce lo stato d’Israele, chi
    pone condizioni, chi pretende il ritorno nei confini del
    1967 è un terrorista. Lo decidono loro, e basta.

    Per continuare a sostenere le loro tesi
    hanno venduto l’anima al diavolo, ossia proprio a quella
    destra americana che con gli ebrei non fu mai molto tenera.
    Ciò che dovrebbe allarmare Tel Aviv – se solo trovassero un
    attimo di riflessione – è che i loro più fedeli alleati sono
    oggi i neocon americani, figli del Ku Klux Klan e
    delle sette razziste e xenofobe.

    Il Pentagono è loro grande alleato, ma
    fino a quando tornerà comodo a Washington: non dovrebbero
    dimenticare, gli ebrei, che l’USAF fotografò più volte il
    campo di sterminio di Auschvitz/Birkenau ma non inviò un
    solo bombardiere per interrompere le linee ferroviarie che
    portavano la carne umana al macello nazista.

    Le ragioni – Tel Aviv – le conosce ma
    fa finta di non saperle: negli equilibri politici americani
    non era “gradito” un intervento a favore degli ebrei perché
    – semplicemente – una consistente parte dell’elettorato
    americano era antisemita. D’altro canto, il Mossad conosce
    bene quali furono i rapporti fra il nonno dell’attuale
    presidente USA – John Prescott Bush – ed i banchieri
    nazisti, Thyssen in prima fila.

    La ragione stessa della nascita
    d’Israele non fu soltanto una sorta di “riparazione” per le
    persecuzioni naziste, ma anche perché nel medio Oriente del
    dopoguerra era necessaria una presenza affidabile – una
    sorta di Fort Apache nel Far West del petrolio – poiché la
    crescita mondiale del dopoguerra dipendeva in larga misura
    dall’oro nero.

    Oggi tutto è mutato, ma a Tel Aviv
    nessuno pare accorgersene e si continua facendo finta che il
    mondo si sia fermato e che bastino poche centinaia di F-16
    per dominare l’area più “calda” del pianeta.

    Se vogliamo, potremmo affermare che gli
    islamici hanno copiato il modello israeliano – ossia
    l’interdipendenza fra lo stato d’Israele e gli ebrei della
    diaspora – ed oggi le strutture transnazionali come Al Qaeda
    e le varie Jiad si rifanno proprio al loro modello, ossia la
    raccolta di fondi e d’accoliti in tutto il pianeta per una
    causa politica cementata dal collante del credo religioso.
    In fin dei conti, gli stati basati sul fondamentalismo
    religioso – nel pianeta – sono pochi: l’Iran, l’Arabia
    Saudita ed Israele.

    Proprio la nuova realtà generatasi dopo
    il conflitto iracheno dovrebbe far trillare più di un
    campanello d’allarme in Israele: perché Hezbollah attacca
    apertamente Israele in Galilea? Sa benissimo che la reazione
    dell’aeronautica israeliana sarà terribile, ma sa anche che
    Tel Aviv ha molta paura a cacciarsi nuovamente nel pantano
    libanese, ed avrebbe ottime ragioni per non farlo.

    La guerra irachena ha dimostrato che
    dall’aria non si vincono le nuove guerre – forse una guerra
    convenzionale contro un nemico che ha qualcosa da perdere
    (la Serbia, ad esempio) – ma non s’ottiene nulla quando il
    nemico non ha industrie, aeroporti, uffici, banche, ferrovie
    e strade da perdere.

    Senza l’intervento di terra Saddam
    Hussein regnerebbe ancora in Iraq, ma per spodestare Saddam
    Hussein gli americani si sono cacciati in un pantano senza
    fine. L’attacco di Hezbollah – giustificato con la necessità
    di “alleggerire” la pressione sui palestinesi a Gaza –
    racconta invece un’altra vicenda, quasi un invito: benvenuti
    nel Grand Hotel del Libano, pronto a diventare un secondo
    Iraq tutto per gli israeliani. Proprio quello che i generali
    israeliani – Sharon in testa – hanno sempre cercato
    d’evitare.

    D’altro canto, continuando la mattanza
    di palestinesi senza nessuna remora umanitaria – uccidendo
    famiglie sulla spiaggia, seppellendo donne e bambini sotto
    le macerie – Israele si sta tirando addosso le ire anche dei
    cosiddetti musulmani “moderati”, che non hanno più ragioni
    da opporre a chi chiede solo violenza nei confronti di Tel
    Aviv.

    Cosa possiamo attenderci?

    Le condizioni economiche dello stato
    israeliano non sono floride – tanto che circa un anno fa le
    banche israeliane cessarono di concedere mutui ai comuni,
    non considerando più “affidabilissimo” l’erario centrale – e
    quindi una guerra su due fronti sarebbe una ulteriore
    “tegola” per l’economia israeliana.

    Dall’altra parte, possiamo facilmente
    comprendere che – con il greggio intorno ai 75$ il barile –
    non mancano certo i fondi per sorreggere qualche decina di
    migliaia di combattenti: l’Iraq insegna.

    L’unica soluzione della vicenda era e
    sempre sarà il rientro di Israele nei confini del ’67, ma è
    una condizione che farebbe saltare gli equilibri politici
    interni dello stato ebraico. Le colonie in Cisgiordania
    costano allo Stato più di quel che rendono, ma la destra
    fondamentalista israeliana usa i coloni come “massa di
    manovra” in politica interna, condizionando con i loro
    200.000 voti qualsiasi apertura.

    Se i carri armati israeliani
    varcheranno il confine libanese per una breve rappresaglia
    tutto tornerà come prima – ovvero alla quotidiana mattanza
    di palestinesi – ma se rimarranno invischiati in territorio
    libanese allora non ci sarà il due senza il tre:
    Afghanistan, Iraq e Libano.

    Carlo Bertani

    [email protected]
    http://www.carlobertani.it [www.carlobertani.it]

  • rintocco

    Pochi minuti fa il deputato dei comunisti italiani Marco Rizzo,alla domanda:
    SE INCONTRASSE IL ”CAPO” DI HAMAS,cosa farebbe? La risposta e’ stata:
    gli parlerei ma non gli darei la mano.
    QUESTA E’ LA SINISTRA .

    tanti saluti

  • marzian

    BAMBINI LIBANESI UCCISI DA ISRAELE

    DI AS’AD ABUKHALIL
    Angry Arab News Service

    Ho appena ricevuto queste foto fa Hanady Salman, un curatore di As-Safir, con questo messaggio:

    “Cari amici e colleghi,

    Dovrete scusarmi per avervi inviato questa mail. Sono foto dei corpi dei bambini uccisi dagli Israeliani nel Libano del Sud. Sono tutti bruciati. Ho bisogno del vostro aiuto. Sono quasi certo che queste foto non saranno pubblicate in Occidente, nonostante siano della Associated Press. Ho bisogno del vostro aiuto per mostrarle, se potete. Il problema è che queste sono persone a cui è stato chiesto di lasciare il loro villaggio, Ter Hafra, questa mattina, entro due ore, o meno … Dunque quelli che erano in grado di fuggire si sono recati alla vicina base delle Nazioni Unite, dove è stato chiesto loro di andarsene. Penso che dopo il massacro di Qana nel 1996, quando i civili furono bombardati nonostante si fossero rifugiati nei quartieri delle Nazioni Unite, l’ONU non vuole essere responsabile per delle vite civili. POCHI MINUTI FA, gli Israeliani hanno chiesto alla gente del villaggio Al Bustan a Sud di evacuare le loro case. Sono preoccupato che i massacri continueranno ad avere luogo finché le azioni israeliane saranno prive di controllo. Vi prego, aiutateci, se potete.

    Hanady Salman”

    As’ad AbuKhalil
    Fonte: http://angryarab.blogspot.com/
    Link: http://angryarab.blogspot.com/2006/07/i-have-just-received-these-pictures.html
    15.07.2006

    Scelto e tradotto per https://www.comedonchisciotte.org da MANRICO TOSCHI

  • Zret

    E’ proprio quello che la sinarchia vuole… purtroppo.