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I 70 ANNI DI BOB DYLAN

DI CHRIS FLOYD
Empire Burlesque – High Crimes and Low Comedy in the American Imperium

In onore del 70esimo compleanno di Bob Bylan, riprendo un pezzo che scrissi quando Dylan era solo uno giovane sfrontatello di 63 anni.

C’è una leggenda nella mia famiglia per cui siamo imparentati con Uncle Dave Macon. Siamo per certo distanti cugini dei Macon di Wilson County – e lo Zio Dave viveva proprio in quella contea. I miei genitori lo hanno incontrato una sola volta, mentre guidavano verso la sua fattoria un pomeriggio della loro tarda adolescenza, ancor prima di sposarsi e non molto prima della sua morte.

Lo trovarono seduto su una sedia a dondolo nel portico davanti casa. Salutò i giovani sconosciuti al pari di famigliari, come in fondo uno di loro due avrebbe ben potuto essere, e li invitò nella casa, mostrando loro i suoi memorabilia e donando a mia madre – una di “quelle carine ragazze del Tennessee” di cui cantava così spesso – un piccolo, delicato cerbiatto di vetro come ricordo della visita. Quando furono tornati nel portico, prese il suo banjo ed eseguì una coppia di pezzi comici dalla sua sedia a dondolo, con i piedi che battevano il tempo sulle tavole di legno. A quanto dicevano i miei genitori, sembrava che al suo fare amichevole avesse contribuito un po’ di whisky, forse un dram di mezzogiorno proprio prima che arrivassero.Si concluse tutto in poco tempo, ma c’è una fotografia che sopravvive tutt’ora a memoria dell’evento, una stampa in bianco e nero presa dalla macchina fotografica di mia madre. Zio Dave è nella sedia a dondolo, le gambe incrociate, il cappello malconcio in testa, e il banjo in grembo. La sua faccia è gonfia, butterata, cadaverica; il fuoco che lo aveva alimentato fin dai suoi roventi anni giovanili – sulla scia ancora calda della Guerra Civile – si stava infine spegnendo. Un uomo morente, da un mondo che muore.

Ma – come forma di cortesia, che diamine! – suonò comunque per quei giovani, facendo comparire come per magia un’altra realtà dal ritmo, dalle corde e dal chiasso gioioso, per poi lasciare che il suono si dissolvesse nell’aria. “Non mi ubriacherò più, non mi ubriacherò più, non mi ubriacherò più, giù lungo la vecchia strada di legno…” (testo da Way Down the Old Plank Road, ndt)


Uncle Dave Macon

Nonostante la presunta parentela e questo incontro ancestrale, la prima canzone di Uncle Dave Macon che ho effettivamente ascoltato fu registrata da Bob Dylan: Sarah Jane. Era nell’album – composto da scarti di produzione e riscaldamenti musicali registrati in studio – che la Columbia Records fece uscire a mo’ di “vendetta” dopo che Dylan lasciò temporaneamente l’ambiente, nei primi anni ’70. Quando ascoltai per la prima volta questa canzone, pensai che l’avesse scritta Dylan stesso: certamente il verso “Ho una moglie e cinque bambini piccoli”, cantata a squargiacola con tale esuberanza, sembrava autenticamente auto-biografica. Allora non realizzai il tipo di alchemia che Dylan sapeva applicare alle canzoni di altre persone, come fosse in grado di renderle sue, fino al midollo.

Al pari della maggior parte delle persone che si imbattono in Dylan, inizialmente fui stupito dall’orginalità della sua visione, le sue parole, i brillanti frammenti della sua caleidoscopica personalità, che venivano accesi a turno in ognuno dei nuovi stili o umori tonali che adottava. Il suo lavoro sembrava una personificazione perfetta dell’ideale Romantico: l’arte come la vibrante espressione del sè – provocatoria, eroica, violentemente personale. Ma mentre quella prospettiva è valida quanto la maggior parte delle illusioni che ci sostengono, non vi porterà tanto oltre. Quello che sono giunto a realizzare, nel corso degli anni, è che la musica di Dylan non ha tanto a che vedere con l’esprimere sè stessi – ma con il perdere sè stessi: sfuggire al sè e alle sue confusioni, corruzioni, trivialità e decadimenti. Riguarda il giungere a qualche luogo ben lontano dal sè, “Dove la natura non onora nè perdona” (testo da I and I, ndt). Dylan dà sè stesso alla canzone e a quella più profonda realtà creata nei pochi momenti carichi della sua esistenza. Possiamo attraversare la porta che ci è stata dischiusa verso quel luogo lontano, e vedere cosa succede.

Le parole di Dylan – originali, ammaccanti, perforanti, appropriate – sono meravigliose, ovviamente. Come quelle di Shakespeare, si legano insieme nella vostra coscienza e diventano parte della maniera in cui vedete e parlate il mondo. Ma la vera alchemia risiede nella performance. Il modo di esprimere è molto pù importante delle espressioni, indipendentemente da chi le abbia scritte. Quella grana (nota 5, ndt) nella sua voce – quella punta affilata che cattura e taglia nel tessuto della vita, mentre si eleva sopra il passato – è quello che ci spinge attraverso quella porta aperta. Insieme alla musica, ovviamente: l’interazione matematica ed emozionale tra i musicisti, plasmata dalla volontà-guida di Dylan. Quando funziona tutto, e di solito è così, è una forma d’arte dell’ordine più elevato. Come dicono a casa, non potresti chiedere di meglio.

***

Potete seguire Dylan attraverso molte persone, in molti reami: la sensualità disordinata della poesia simbolista, il bohemian (molto) e comico (poco) della Beat Generation e di Brecht, i salmi consumati dalla colpa e anelanti a Dio di Re Davide, la Via Gospel di Gesù Cristo, l’affilata storia d’amore di Bogart e Bacall. C’è dell’Emerson, Keats, Whitman, persino Rilke se guardate abbastanza bene: materiale per un migliaio di note a margine, indicazioni verso un centinaio di fonti di ulteriore illuminazione.

Ma se volete andare abbastanza in là con Dylan, vi riporterà sempre alla vecchia musica. Queste sono le fondamenta, le più profonde radici della sua arte, del suo potere. Per me, come per così tante altre persone, è stato lo spirito guida verso questo altro mondo, questa eredità svanita. In qualche modo – beh, non solo “in qualche modo”, piuttosto mediante un duro lavoro e un infinita capacità di assorbimento – è riuscito a mantenere viva la tradizione. Non come un pezzo di museo, non come un animale allo zoo, ma come una bestia libera, prospera, imprevedibile, ancora a caccia, ancora volta all’espansione del proprio spazio.

Molto tempo fa, Dylan aveva realizzato che l’essenza della vecchia musica non si trovava nei particolari stili di pennata e canto rigorosamente classificati dagli etnografi e scrupolosamente preservati dai puristi. La musica tradizionale era idiosincratica, creata da migliaia di individui unici che plasmavano la loro arte personale su qualunque materiale musicale capitasse a tiro, e ciò avveniva in campi di cotone, miniere di carbone, case padronali, chiese, fabbriche, porti, strade di città o di campagna. Chi altro, nel mondo, avrebbe mai suonato come Roscoe Holcomb o Charley Patton? La loro arte era distintiva come quella di Beethoven e Chopin, i quali attingevano anch’essi da elementi tradizionali per produrre la loro musica.

No, quello che la vecchia musica aveva in comune, quello che la rendeva così penetrante e grande, non era qualche origine mitologica collettiva o l’espressione di stilemi socio-culturali; era un DNA condiviso di temi fondamentali, verità fondamentali – la doppia elica della gioia e della mortalità, intrecciate come spaghi, avvinghiate come serpenti, inestricabili, irresolvibili. Era questo codice genetico che Dylan usava per far crescere la sua stessa arte, nelle sue forme uniche.

Gioia e mortalità: il dolore psichico dell’essere vivi, la mente ed i sensi innondati da meraviglie squisite, realizzazioni miracolose, e la simultanea conosapevolezza della morte, l’inesorabile avanzare del tempo, la natura effimera di ogni singola esperienza, ogni situazione, ogni momento, che muore anche mentre sta nascendo. In ogni gioia, c’è il dolore che aspetta da qualche parte – all’interno o all’esterno di noi – una fitopatia in ogni rosa che cogliamo dal terreno dell’essere.

Questa consapevolezza oscurava la vecchia musica – rendendola più profonda, dandole il gusto della verità eterna. La trovate anche nel gioioso chiasso di Uncle Dave Macon, così felice mentre urla “Ucciditi!” con gioia maniacale, galoppando giù sulla vecchia strada di legno. Eppure, nelle canzoni che trattano direttamente con quest’ombra, come nel blues, colmo di dura consapevolezza, duro dolore, lo stesso atto di cantare quel dolore dà vita ad una sottile gioia, una forma di consolazione. Le vecchie canzoni, e quelle che Dylan ci ha costruito sopra, creano un’altra realtà, una riconcilazione impossibile, dove il tempo si ferma, la vita e la morte si abbracciano, la decadenza è bandita, e tutte le nostre trivialità, i desideri malvagi e le confusioni vengono fermate e trascese. Finchè, ovviamente, la stessa canzone – essendo mortale – si dissolve con il terminare della musica.

***

La musica di Dylan può fornire una porta che conduce fuori dal sè – “un sentiero verso le stelle” (da Where are you tonight, ndt), ma può anche aiutare a tornare al sè, a quello che dovreste star facendo con la vostra vita: occuparvi di queste verità eterne, cercando di prendere quel codice e portarlo avanti, passarlo ad altri, usando qualunque materiale – musicale o meno – che la vostra vita e storia ed inclinazioni vi hanno dato. In questo caso, Dylan mi ha riportato alla mia stessa eredità: fu decenni dopo aver ascoltato la sua Sarah Jane che menzionai per la prima volta Uncle Dave Macon a mio padre e sentii la storia di quella lontana visita, e mi fu data la fotografia da tenere, e trasmettere in seguito.

Forse questo tipo di trascendenza di cui ho parlato funziona solo con un certo tipo di persona, quella con i nervi allineati in un certo modo, sintonizzata su un certo segnale. Forse è tutta una causalità della bio-chimica. Non lo so. In un mondo dove ogni realizzazione, per quanto profonda, è cangevole, temporanea, adombrata e corrota, non rivendicherei l’universalità di nessun sentiero. Ma penso che l’esperienza di una realtà sopraelevata offerta dalla musica di Dylan – e da tutti i luoghi in cui ci conduce – mantenga la promessa di una saggezza grezza, qualcosa che ci fa sentire più vivi mentre stiamo vivendo, mentre il nostro breve momento sta passando.

Comunque sia, almeno per me funziona.

Chris Floyd
Link: http://www.chris-floyd.com/component/content/article/1-latest-news/2130-some-direction-home-down-the-old-plank-road-with-dylan.html
23.05.2011

Scelto e tradotto da Carlo Martini per www.comedonchisciotte.org

Note del traduttore:

1. “Una qualche direzione verso casa” (Some direction home) è un ovvio riferimento a “No Direction Home”, celeberrimo verso di Like a Rolling Stone:

2. Le “strade di legno” (plank road) erano un tipo di strade comuni in Ontario e alcune altre regioni degli Stati uniti nella prima metà del 19esimo secolo:

3. Il blog dell’autore, “Empire Burlesque”, ha lo stesso titolo di un album di Dylan uscito nel 1985: http://en.wikipedia.org/wiki/Empire_Burlesque.

4. L’autore, Chris Floyd, è lui stesso un musicista. Questo il suo canale su YouTube: http://www.youtube.com/user/cfloyd72.

5. Riferimento a “La grana della voce” di Roland Barthes. Una fonte la definisce come “forma di comunicazione corporea che elude le leggi ed i limiti della sfera linguistica”.

Pubblicato da God

  • ottavino

    Sarebbe meglio abbandonare qualsiasi riferimento culturale e artistico al mondo anglosassone.

  • quid_steva

    Scusate l’off topic, ma lo ritengo troppo importante.

    Bob Dylan ha in programma un concerto a Tel Aviv il 20 giugno.

    Come BDS (boycott, divestment and sanctions against Israel) e PACBI (palestinian campaign for the academic&cultural boycott of Israel) si chiede a Bob Dylan di cancellare il concerto:

    Tell Bob Dylan: Don’t Play in Occupied Palestine [www.usacbi.org]

    Bob Dylan – Please Don’t Play for Apartheid Israel [www.facebook.com]

    saluti,

    Francesco

  • maremosso

    Figuriamoci se ti ascolta