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GLI STATI UNITI E LA GUERRA IN IRAQ: LA RACCOLTA DEL CONSENSO

DI LORENZO ANSALONI
Asfalto Bagnato

Nel 1973, Huynh Cong Út vinse il premio Pulitzer con una

foto che sarebbe stata destinata ad imprimersi nella memoria
collettiva come un’icona della guerra e delle sue efferatezze. È
la foto di una bambina vietnamita, Kim Phuc, che corre nuda per la
strada, terrorizzata e disperata dopo un attacco con bombe al napalm
sul suo villaggio. La foto fece il giro del mondo e riportò
alla coscienza dell’opinione pubblica la crudeltà di una
guerra che (soprattutto a partire dal 1968) diventava via via sempre più impopolare.

Si sa che la guerra è sempre sporca ma
finché agli spettatori ne viene risparmiata la diretta visione
risulta più facile continuare le operazioni belliche
incontrando minori resistenze. L’attenzione governativa per
l’informazione in tempo di guerra non nasce certo con il conflitto
vietnamita ma per molti versi quest’ultimo ha rappresentato una sorta
di spartiacque. Non solo lo si può considerare la prima guerra
autenticamente televisiva ma è stato percepito
dall’establishment politico-militare e dagli stessi giornalisti come
un conflitto i cui esiti e sviluppi furono ampiamente influenzati dai
mass media. Sarebbe eccessivo addossare a quest’ultimi la sola
responsabilità degli esiti finali del conflitto (molti altri
fattori hanno concorso) cosi pure negarne ogni rilevanza, ma sta di
fatto che la percezione generale attribui ai media il ruolo maggiore
nel determinare la sconfitta statunitense. Conseguentemente, i
successivi governi americani non lasceranno al caso la copertura mass
mediatica di un’operazione bellica che entrerà a pieno titolo tra i
molteplici aspetti della sua pianificazione (Kumar 2006. p. 50).
Un sistema di controllo dell’informazione di guerra è stato
approntato e affinato nel corso degli ultimi trent’anni. Testato con
l’invasione di Grenada (1983), Panama (1989) e nella Prima Guerra del
Golfo, trova ora la sua piena e vincente applicazione nell’attuale
conflitto iracheno.

L’intervento armato in Iraq è stato
giustificato e legittimato dall’amministrazione Bush sulla base di
due principali tesi:

  • Il possesso di “weapons of
    mass destruction” (WMD) (armi di distruzione di massa) da parte
    del governo iracheno.
  • Legami tra il regime di Saddam Hussein e al-Qaeda.

In Italia il dibattito ha preso direzioni
leggermente diverse: si è parlato abbondantemente dei presunti
armamenti non convenzionali iracheni e della brutalità del
regime di Baghdad, molto meno di presunti collegamenti tra il governo
iracheno e al-Qaeda.

A distanza di più di quattro anni
dall’inizio delle ostilità non sono state ritrovate armi di distruzione di massa su territorio iracheno né si è avuta
la prova dei presunti link tra Saddam e al-Qaeda. Potrebbe anche
trattarsi di un grossolano errore di valutazione ma in realtà
elementi per una più attenta e ponderata analisi del
“pericolo” Iraq erano disponibili ben prima del 19 marzo
2003, data d’inizio della guerra. Il 7 marzo 2003 il Direttore
Generale del IAEA (International Atomic Energy Agency), l’organo
incaricato delle ispezioni in Iraq dall’ONU, rilasciava una nota
in cui si legge:

After three months of intrusive inspections,
we have no date found no evidence or plausible indication of the
revival of a nuclear weapons programme in Iraq
“.

(Dopo tre mesi
di ispezioni intrusive non abbiamo nessuna prova o indicazione
plausibile di una ripresa irachena di un programma di armamenti
nucleari)

There is no indication that Iraq has attempted to
import uranium since 1990
“.

(Non c’è nessuna indicazione

che l’Iraq abbia tentato di importare uranio dal 1990 in poi)

Non
solo le motivazioni addotte a supporto della guerra si basavano su
dati falsi (e falsati) ma anche le conseguenze sono state ben diverse
da quelle pubblicizzate dalla propaganda interventista. Si doveva
combattere il terrorismo ma un recente frammento declassificato del
National Intelligence Estimate avverte quello che non solo era
prevedibile ma che oggi è sotto gli occhi di tutti:

The Iraq
conflict has become the “cause celebre” for jihadists,
breeding a deep resentment of US involvement in the Muslim world and
cultivating supporters for the global jihadist movement
.

(Il
conflitto iracheno e diventato la “cause celebre” per gli
jihadisti, generando un profondo risentimento per il coinvolgimento
degli Stati Uniti nel mondo mussulmano e alimentando il numero di
sostenitori del movimento globale jihadista.)

Il rapporto prosegue
identificando nell’intervento militare una delle cause che hanno
alimentato il radicalismo e portato ad una nuova generazione di
terroristi dotati di una rete più decentralizzata e
difficilmente individuabile.

Sul piano del bilancio delle vittime, un
rapporto (“The Human Cost of the War in Iraq“)
dell’università
di Baltimora e Baghdad, prendendo in considerazione il periodo
2002-2006, parla di un totale di 655.000 vittime dall’inizio
dell’invasione (cifre ben distanti dalle 30.000 vittime dichiarate
dalla Casa Bianca per lo stesso periodo) mentre il numero dei soli
militari americani morti dall’inizio delle ostilità ha
superato abbondantemente quota 3000 (grossomodo lo stesso numero di
persone che persero la vita negli attentati del 11 settembre). Anche
sul piano della stabilità il bilancio non è certo
roseo: Il New York Times (1/11/2006 “Military Charts Movement of
Conflict in Iraq Toward Chaos
“) entra in possesso e pubblica una
parte di un documento classificato del Commando Centrale degli Stati
Uniti. Un’unica slide, parte di un documento dedicato ad un breefing
interno in cui da un grafico si evince facilmente come la situazione
interna irachena sia prossima al caos. Risultato anche in questo caso
non sorprendente se si pensa che l’attuale territorio iracheno non ha
nessuna legittimazione dal punto di vista storico e culturale
risultando, almeno in parte, un’invenzione dell’imperialismo
britannico che con confini tracciati a tavolino, sancì
l’attuale forma dello stato nazione comprendente tre distinte culture
(Curdi, Sciiti e Sunniti) che storicamente non avevano molto a che
spartire. (Cfr. Strika 1993. p. 36 e successive).

Un recente rapporto del Comitato Internazionale
della Croce Rossa insiste sugli stessi punti denunciando lo stato drammatico di un
paese gravemente minato nelle sue infrastrutture (sistema sanitario,
acqua e elettricità in particolare) e di una popolazione
civile che sta pagando il prezzo più alto del protrarsi del
conflitto.

Cercherò di dimostrare nelle sezioni che seguono
come i media americani abbiano fallito nel loro ruolo di controllore
(watchdog) della democrazia rendendosi in buona parte responsabili
degli esiti funesti dell’invasione e aggregando il consenso interno
alla politica dell’amministrazione Bush.

Project for the New American
Century (PNAC): il movente.

Il Project for the New American Century
(PNAC) (Progetto per un nuovo secolo americano) è un’associazione no-profit
fondata nel 1997 “whose goal is to promote American global
leadership
” (il cui scopo è di promuovere la leadership
americana a livello globale).

Espressione del conservatorismo
americano, la PNAC conta (o contava) tra le sue fila molti nomi
illustri dell’attuale amministrazione Bush e del partito repubblicano
in generale: Dick Cheney (vice presidente), Donald Rumsfeld
(ex-segretario della difesa), Paul Wolfowitz (ex-sottosegretario
della difesa) sono probabilmente i nomi più conosciuti. Dopo
l’elezione di Bush alla Casa Bianca nel 2000 circa una ventina di
membri della PNAC trovarono posto all’interno dell’amministrazione
Bush a testimonianza, almeno, di una comunanza di vedute tra i
principi della PNAC e le linee del governo. I primi sono stati
definiti, e non senza ragione, espressione di un nuovo imperialismo
americano. Negli statement of principles (dichiarazioni di principio)
dell’organizzazione, leggiamo:

We need to strengthen our ties to
democratic allies and to challenge regimes hostile to our interests
and values.

(Dobbiamo rinforzare i nostri legami con gli alleati
democratici e sfidare regimi ostili ai nostri interessi e valori.)

Più in generale, nella PNAC trovavano una realizzazione
compiuta le idee che diversi falchi dell’amministrazione repubblicana
erano venuti maturando dalla fine della Guerra Fredda. Già nel
1992 Wolfowitz e Libby, nel documento classificato del Pentagono
Defense Planning Guidance, gettarono le basi di quella che da allora
sarebbe stata conosciuta come “Dottrina Wolfowitz“. Ripresa
dalla PNAC, la dottrina Wolfowitz, teorizzava il ritorno ad una
politica estera aggressiva sul modello reaganiano che avrebbe dovuto
mirare a sbarrare la strada ad ogni potenziale sfida all’egemonia
statunitense impedendo a poteri ritenuti ostili o contrari agli
interessi americani di esercitare un controllo su risorse strategiche
(Cfr. Ryan 2002). E che questa posizione comportasse come corollario anche
una risoluzione del “problema” Iraq sembra evidente dalla
lettera pubblica inviata al presidente Clinton il 26 gennaio 1998
(firmata tra gli altri da Wolfowitz e Rumsfeld):

We urge you to seize
that opportunity, and to enunciate a new strategy that would secure
the interests of the U.S. and our friends and allies around the
world. That strategy should aim, above all, at the removal of Saddam
Hussein’s regime from power. We stand ready to offer our full support
in this difficult but necessary endeavor.

(La incoraggiamo a cogliere
questa opportunità e a enunciare una nuova strategia che
garantirebbe gli interessi degli Stati Uniti e dei nostri amici e
alleati nel mondo. Questa strategia dovrebbe mirare soprattutto alla
rimozione del regime di Saddam Hussein dal potere. Siamo pronti a
fornirle il nostro pieno supporto in questo difficile ma necessario
compito.)

It hardly needs to be added that if Saddam does acquire the
capability to deliver weapons of mass destruction, as he is almost
certain to do if we continue along the present course, the safety of
American troops in the region, of our friends and allies like Israel
and the moderate Arab states, and a significant portion of the
world’s supply of oil will all be put at hazard.

(Non c’è
bisogno di aggiungere che se Saddam acquisisse la capacità di
distribuire armi di distruzione di massa, come quasi certamente farà
se continuiamo nell’attuale linea politica, la sicurezza delle truppe
americane nella regione, dei nostri amici e alleati come Israele,
degli stati arabi moderati e di una significativa porzione delle
scorte mondiali di petrolio
verrebbe messa a rischio.)

We believe
the U.S. has the authority under existing UN resolutions to take the
necessary steps, including military steps, to protect our vital
interests in the Gulf. In any case, American policy cannot continue
to be crippled by a misguided insistence on unanimity in the UN
Security Council.

(Crediamo che gli Stati Uniti abbiano l’autorità
d’intraprendere i necessari passi (incluse azioni militari)
conformemente alle esistenti risoluzioni ONU al fine di proteggere i
nostri interessi vitali nel Golfo. In ogni caso, la politica
americana non può continuare ad essere bloccata da una
fuorviante insistenza sull’unanimità [di voto] nel Consiglio
di Sicurezza dell’ONU.)

Già nel 1998, la PNAC identificava
nell’Iraq il principale obiettivo di quella che sarebbe dovuta essere
la politica americana. Nessuna menzione del rispetto dei diritti
umani, né del carattere dittatoriale del governo iracheno.
Circa un mese dopo i membri della PNAC furono tra i principali
sostenitori del “Iraqi Liberation Act” con cui il Congresso
autorizzava lo stanziamento di 97 milioni di dollari di aiuti ai
gruppi dell’opposizione irachena (ivi incluso l’Iraqi National
Congress
: in una certa misura una creazione artificiosa sponsorizzata
con aiuti statunitensi). La volontà di occuparsi di Saddam
Hussein era dunque ben presente prima degli attacchi del 11 settembre
e fu ulteriormente ribadita in una successiva lettera inviata al
presidente Bush
il 20 settembre 2001 (9 giorni dopo l’attacco):

It
may be that the Iraqi government provided assistance in some form to
the recent attack on the United States. But even if evidence does not
link Iraq directly to the attack, any strategy aiming at the
eradication of terrorism and its sponsors must include a determined
effort to remove Saddam Hussein from power in Iraq.

(Potrebbe essere
che il governo iracheno abbia fornito una qualche forma di assistenza
ai recenti attacchi agli Stati Uniti. Ma anche se non c’è
nessuna prova che colleghi l’Iraq all’attacco
, ogni strategia tesa
ad eradicare il terrorismo e i suoi sponsor deve includere un deciso
sforzo indirizzato alla rimozione di Saddam Hussein dal potere.)

Documento interessante nella misura in cui testimonia la propensione
per un intervento armato in Iraq anche in assenza di una diretta
evidenza di connessioni tra Baghdad e al-Qaeda (Cfr. Calabrese 2005).
Nel meeting del 12 settembre 2001 (il giorno dopo l’attacco
terroristico al World Trade Center) del National Security Council (NSC),
Rumsfeld e Cheney si dichiararono a favore di un’immediata azione nei
confronti di Saddam Hussein incontrando però l’opposizione di
Powell che ammonì il presidente ricordando come ogni azione
necessiti dell’appoggio dell’opinione pubblica (Altheide and Grimes
2005, Foyle 2004). L’intervento in Iraq fu rimandato al fine di
guadagnare il tempo necessario per organizzare e raccogliere il
consenso necessario.

In conclusione, l’invasione del Iraq e il
cambiamento di regime erano già stati pianificati e messi in
agenda prima degli attacchi terroristici e prima della vittoria
repubblicana alle elezioni del 2000. Bush in in certo senso ha
ereditato o sposato una linea di politica estera che aveva avuto la
sua gestazione tra le fila della PNAC.

Lo studio di Kull sulle Misperceptions

Steven Kull (insieme a Clay Ramsay e Evan Levis)
dell’Università del Maryland hanno pubblicato un articolo su

Political Science Quarterly che ha avuto molta risonanza in ambiente
accademico. Avvalendosi di una serie di sondaggi, Kull ha condotto
una studio finalizzato a rintracciare la presenza di tre principali
misperceptions (false credenze) nel pubblico americano mettendole di volta in volta in
correlazione con i mass media a cui i soggetti erano esposti e con la
decisione finale di accordare o meno il loro supporto all’intervento
militare in Iraq. Sono state prese in considerazione tre
misperceptions:

      1- È stata trovata una chiara evidenza di una
      collaborazione tra il governo di Saddam Hussein e al-Qaeda.
      2- Armi
      di distruzione di massa (WMD) sono state trovate in Iraq.
      3- L’opinione pubblica mondiale, nel suo complesso, supportava la
      decisione degli US di una guerra in Iraq.

Tutte queste credenze sono
false e contrarie ai fatti. Prima dell’inizio della guerra la
credenza che l’Iraq possedesse WMD, propriamente parlando, non poteva
considerarsi una credenza falsa perché mancavano prove della
sua falsità. In analoga misura, mancando prove a sostegno
della sua validità, andava considerata semplicemente come una
credenza infondata e non supportata da nessuna evidenza, solo
probabilmente falsa dati i resoconti degli ispettori dell’IAEA.
Diverso è il caso della credenza “Sono state ritrovate
WMD in Iraq”: dopo l’inizio del conflitto ad oggi, questa
affermazione è semplicemente falsa e contraria ai fatti.
Misperception è da intendersi in quest’ultima accezione. Le
tre credenze sopra elencate sono quindi da considerarsi tutte allo
stesso modo false (per un quadro sugli andamenti dell’opinione pubblica mondiale sull’intervento armato in Iraq si veda Goot 2004).

Il primo risultato, se vogliamo il meno
interessante, è una diretta proporzionalità tra la
presenza di false credenze in un campione di riferimento e la sua
propensione a dichiararsi favorevole ad un intervento armato in Iraq.
I soggetti il cui giudizio era inficiato da una o più delle
misperceprions prese in esame si è dimostrato 4,3 volte più
favorevole alla guerra rispetto a soggetti che non presentavano nessuna di
queste misperceptions (Kull, Ramsay, Lewis 2003-04 p.580). Il passo successivo consisteva
nell’investigare la possibile fonte delle false credenze: il campione
(3334 soggetti) preso in esame ha dichiarato per il 19% di informarsi
principalmente attraverso i quotidiani e per un 80% attraverso
telegiornali televisivi. I risultati mostrano come i soggetti che
seguivano e ottenevano le loro informazioni attraverso alcuni network
erano più soggetti al formarsi di false credenze rispetto ad
altri. Una classifica globale delle tre misperceptions in questione
assegna la maglia nera dell’informazione a Fox News: l’80% dei suoi
ascoltatori presentava una o più false credenze, seguita da
CBS (71%), ABC (61%), CNN (55%), NBC (55%), quotidiani e carta
stampata (47%), NPR/PBS (23%) (Kull, Ramsay, Lewis 2003-04 p.582). Sfortunatamente Fox News
è il più seguito mentre i due network pubblici NPR e
PBS sono il fanalino di coda in termini di ascolti.

Sorprendentemente, quando si è passati all’analisi del livello
di attenzione nel guardare o leggere le news, si è notato come
non vi fosse nessuna significativa correlazione tra esso e la
probabilità di sviluppare false credenze con una singola
eccezione: Fox News. In questo caso all’aumentare del grado di
attenzione con cui i soggetti seguivano le news, si è
riscontrato un aumento percentuale delle false credenze
(sull’atteggiamento parziale di Fox News si veda anche Ryan 2006 e
Kellner 2004a). Lo studio di Kull identifica nella presenza delle
false credenze il fattore più importante nel predire il
supporto alla guerra (Kull, Ramsay, Lewis 2003-04 p.596) tallonato a breve distanza
dall’intenzione di votare per il presidente Bush e il fatto che i
media americani siano la principale fonte di queste false credenze
non può non risultare preoccupante.

I media (in buona parte)
hanno fallito nel loro ruolo di watchdog della democrazia assumendo
posizioni in alcuni casi schiettamente filo governative (es. Fox News) e
abbandonando ogni pretesa di obbiettività e ogni spirito
critico. Noi ci basiamo su informazioni nei nostri processi
decisionali più semplici: se dobbiamo sbrogliare una certa
pratica burocratica cerchiamo di informarci preventivamente sugli
orari di apertura dell’ufficio preposto e pianifichiamo la nostra
agenda di conseguenza. Se questa informazione dovesse risultare falsa
rischiamo di trovare l’ufficio chiuso. Una decisione come quella di
accordare o meno il supporto all’intervento armato in Iraq non è
sotto questo rispetto molto differente: le informazioni ottenute dai
media (semplificando) andranno a costituire gli assiomi o le premesse dei
ragionamenti che addurremo pro o contro una tale decisione ma se
queste premesse sono false è ovvio che la correttezza della
conclusione non può più essere garantita.

Manipolazione
dell’informazione e propaganda: Gli arnesi del mestiere

Senza quanto
accaduto l’11 settembre nessun intervento armato (in Afghanistan o in
Iraq) sarebbe stato possibile (Cfr Foyle 2004). L’opinione pubblica
americana è tradizionalmente contraria a interventi armati
contro altri stati ammenoché non vi sia una minaccia diretta per la
sicurezza nazionale.

Nei giorni immediatamente seguenti l’attacco, il
supporto interno per un intervento armato era molto alto: il 15
settembre (quattro giorni dopo l’attacco) un sondaggio condotto per
Gallup/CNN/USA Today indicava in Osama bin Laden il principale
responsabile dell’attacco (64%) seguito dall’Iraq (41%) mentre parte
del campione nominava anche i palestinesi (35%) e il Pakistan (31%)
(Foyle 2004). L’opinione pubblica, nonostante identificasse come
primo responsabile bin Laden, era per certi versi pronta a supportare
una reazione contro l’Iraq (Cfr. Althaus, Largio 2004). Data la volontà
dell’amministrazione di occuparsi della questione Iraq (preesistente
agli attacchi del 11 settembre: vedi sezione sulla PNAC) rimane
aperta la questione del perché il governo non abbia colto la
palla al balzo e attaccato immediatamente Baghdad. A questo proposito
va detto che scegliere di non occuparsi di al-Qaeda e attaccare
direttamente l’Iraq avrebbe suscitato molte perplessità: se è
vero che il supporto per un’azione militare fu molto alto nei giorni
seguenti all’attacco terroristico alle Twin Tower è
altrettanto vero che il principale responsabile venne individuato in
bin Laden. Un attacco diretto all’Iraq sarebbe risultato
incomprensibile non solo per gran parte dell’opinione pubblica
americana ma anche e soprattutto per l’opinione pubblica mondiale.
Non ultimo sarebbe risultato estremamente problematico ottenere una
qualche forma di legittimazione dall’ONU. In un sondaggio (del
12/8/2002) dell’ABC News/Washington Post il 75% del campione ritenne
che Bush dovesse ottenere il consenso del Congresso prima di
intraprendere un’azione militare contro l’Iraq e in un altro
sondaggio commissionato da Gallup/CNN/USA Today, il 68% degli
intervistati ritenne necessaria un’approvazione dell’ONU (Foyle 2004,
p.278). Un’azione unilaterale contro Baghdad nelle prime settimane o
mesi seguenti l’attacco dell’11 settembre sarebbe quindi risultata
estremamente problematica dal punto di vista della raccolta del
consenso sia interno che internazionale e un attacco simultaneo ad
entrambi gli obiettivi (Afghanistan e Iraq) troppo dispersivo e
rischioso (Foyle 2004, p.275). Nell’amministrazione americana ha
prevalso quindi una tattica più prudente e accurata: nelle
parole di Colin Powell: “Any action needs public support. It’s
not just what the international coalition supports; it’s what the
American people want to support. The American people want us to do
something about al Quaeda
” (Foyle 2004, p.275) (Ogni azione necessita del supporto dell’opinione pubblica. Il punto non è solo cosa la coalizione internazionale sia disposta ad appoggiare ma anche cosa gli americani vogliano appoggiare. Gli americani vogliono che si faccia qualcosa per al Quaeda).

La raccolta del
consenso attuata dall’amministrazione Bush non è stata quindi
lasciata al caso ma ha assunto la forma di un piano particolarmente
curato che possiamo riassumere nei seguenti punti:

  • Uso di artifici
    retorici o di vere e proprie fallace logiche nei discorsi ufficiali
  • Uso di giornalisti embedded
  • Uso di informazioni false, parziali o
    decontestualizzate

Lorenzo Ansaloni
Fonte: http://asfalto_bagnato.blog.tiscali.it/
Link: http://asfalto_bagnato.blog.tiscali.it/gm3289987/
05.06.2007

Pubblicato da God

  • marzian

    DI LORENZO ANSALONI
    Asfalto Bagnato

    La retorica nei discorsi del Governo

    Se
    l’intervento armato in Afghanistan ha trovato ben poche resistenze,
    l’intervento in Iraq andava preparato. I discorsi ufficiali
    dell’amministrazione si sono appoggiati su artifici retorici (non
    tutti originali e molti precedentemente collaudati) ripresi e
    riverberati acriticamente dai media. La dicotomia good vs. evil (bene
    vs. male) è stata una costante nei discorsi del presidente
    Bush fin dai primi momenti dopo l’attacco. Il terrorismo è
    stato dipinto come il male da estirpare dove altri l’hanno definito
    più prosaicamente come l’arma dei poveri (Cfr. Eisman 2003 p.63).
    La stessa definizione di terrorismo, già di per sé
    problematica (Cfr. Ryan 2006 p.9), da metodo di lotta è
    passata a quella di paura simbolica incarnata nell’idea di un nemico
    a volte altrettanto simbolico e vago (Altheide and Grimes 2005). Il
    manicheismo dell’Amministrazione Bush è poi proseguito con
    altre dicotomie: free vs. oppressed (libero vs. oppresso), security
    vs. peril (sicurezza vs. pericolo), human vs. animal (umano vs.
    animale). Scelte retoriche che producono una polarizzazione
    semplicistica frutto di un pensiero binario. L’imminente
    intervento armato diventa una guerra per la libertà, una
    guerra della civiltà contro la barbarie (altra dicotomia molto
    gettonata) e alcuni notano come i discorsi ufficiali
    dell’amministrazione Bush rasentino il bipensiero orwelliano: si va
    alla guerra in Iraq per la pace, l’occupazione del territorio
    iracheno è la sua liberazione, la distruzione delle sue
    infrastrutture e l’uccisione di migliaia di civili è per la
    democrazia e la libertà del paese (Kellner 2004).

    Sempre nella
    retorica dell’Amministrazione Bush, alcuni aspetti sono stati
    smussati ed edulcorati con eufemismi: il “cambio di regime”
    a cui il governo americano ha più volte fatto riferimento,
    altro non è, stando al diritto internazionale, che un
    tentativo di sovvertire un governo, dittatoriale si, ma ufficialmente
    riconosciuto dalla comunità internazionale alla stregua di
    molti altri governi non meno dittatoriali. Per la stessa ragione
    “Iraq Freedom” è un eufemismo per “occupazione”
    e “coalizione dei volenterosi” un altro eufemismo, se
    vogliamo un po’ risibile, teso a nascondere la Realpolitik: come se
    appoggiare o meno l’intervento USA fosse una faccenda di buona
    volontà o amicizia degli alleati (Cfr. Chambers 2003 p.
    176-177).

    La “demonizzazione” o “hitlerizzazione”
    del nemico (terzo punto del war programming esposto da Altheide and
    Grimes 2005 p.622) è sempre un prerequisito ad ogni guerra
    (stratagemma utilizzato anche dall’altra parte contro gli Stati
    Uniti. Kellner 2004 p. 48). Per quanto riguarda Saddam Hussein, era
    già stata in parte svolta in occasione della Prima Guerra del
    Golfo. Si ricorderà la vicenda dei soldati iracheni, rei di
    aver tolto i bambini dalle incubatrici di un ospedale kuwaitiano e
    averli lasciati morire sul pavimento. Un atto di gratuita crudeltà
    che contribuì non poco alla disumanizzazione-demonizzazione
    degli iracheni e di Saddam. Forse pochi americani invece ricorderanno
    come la notizia si sia rivelata completamente infondata, e come
    l’unica testimone oculare sia poi risultata essere la figlia
    dell’ambasciatore kuwaitiano negli Stati Uniti (Cfr. Ryan 2006 p.13).
    L’obiettivo dichiarato era quello di presentare Saddam non solo come
    un dittatore ma, per quanto possibile, come l’incarnazione stessa del
    male. Al fine di raggiungere l’obiettivo, l’amministrazione (non
    sorprendentemente) e i media (colpevolmente) hanno taciuto il
    supporto militare fornito dai governi USA (in buona compagnia di
    altri governi occidentali e non) a Saddam fino all’indomani della
    Prima Guerra del Golfo e prima e dopo il massacro dei Curdi con i
    gas di cui sarebbe ritenuto responsabile, dimentichi anche del fatto che Saddam non è stato che uno
    dei tanti barbari dittatori che il ‘900 ha conosciuto e probabilmente
    nemmeno tra i più sanguinari.

    Nei discorsi ufficiali non sono
    mancate vere e proprie fallace argomentative. Ragionamenti
    apparentemente plausibili ma formalmente sbagliati. L’argomento “con
    noi o conto di noi” o la sua variante “con noi o con i
    terroristi” o anche “non fare niente o intervenire
    militarmente” sono stati uno dei cavalli di battaglia della
    propaganda governativa (Cfr. Ryan 2006, p. 8). La struttura formale
    del ragionamento è la seguente:

        1. È vera solo una delle
        due affermazioni X e Y
        2. L’affermazione Y è falsa
        3. Quindi
        l’affermazione X è vera

    Dato che nessuno accetterebbe di
    essere annoverato tra gli spalleggiatori del terrorismo
    internazionale, la seconda premessa veniva implicitamente aggiunta
    dai destinatari dell’argomentazione che pervenivano naturalmente alla
    conclusione: “con noi”. Tale ragionamento rappresenta un
    tipo di fallacia conosciuta come falso dilemma [en.wikipedia.org]. Da un punto di vista
    meramente formale il ragionamento è valido: la verità
    delle premesse ci consente di affermare la verità della
    conclusione ma il trucco si gioca sulla prima premessa e consiste nel
    presentare le due affermazioni (X e Y) come esaustive di tutte le
    possibilità: è qua che il retore dimostra tutta la sua
    abilità. Nella fattispecie, non è vero che un
    individuo debba per forza essere contro il Governo degli Stati Uniti
    o contro il terrorismo internazionale, potrebbe semplicemente essere
    neutrale, non interessarsi di questioni di politica internazionale
    preferendovi una birra con gli amici o essere critico verso entrambi.
    E ancora, non è vero che non ci siano altre alternative tra
    l’intervenire militarmente e il non far niente: Le ispezioni
    dell’IAEA erano sicuramente un’ulteriore opzione (e non la sola).

    Per
    persuadere dei legami tra al-Qaeda e il governo iracheno di Saddam,
    l’amministrazione Bush è ricorsa ad un altro tipo di fallacia
    ad consequentiam [en.wikipedia.org] con un appello
    alle passioni più che alla logica: “Se Saddam vende armi
    a Bin Laden allora questi distruggerà l’America”.
    L’enormità della conclusione (la distruzione dell’America)
    viene usata per introdurre surrettiziamente la verità dell’antecedente (Saddam
    vende armi a Bin Laden) che invece dovrebbe proprio essere la tesi da
    dimostrare (Cfr. Gershkoff, Kushner 2005, p. 528).

    L’uso di artifici
    retorici è stato costruito sull’assenza di ogni prospettiva
    storiografica (Eisman 2003 p.64, Altheide and Grimes 2005): la questione
    palestinese, il problema degli insediamenti ebraici dal primo
    dopoguerra in poi, l’appoggio allo stesso Saddam in funzione di
    contenimento della rivolta degli ayatollah, Mossagued e il colpo di
    stato in Iran, il nazionalismo arabo e in generale gli assetti
    geopolitici che gli Stati Uniti hanno perseguito nel Golfo
    prevalentemente influenzati dal petrolio e sul ruolo di Israele, tutte queste questioni non
    hanno trovato spazio nei mass media. I risultato è stato un
    quadro stravolto dalla sua semplicità come se la storia fosse
    una tragedia manzoniana in cui si muovono figure a tutto tondo: o
    completamente buone o completamente cattive. Su questo terreno
    fallace la retorica ha costruito le sue tesi: semplici e facilmente
    digeribili da chiunque. L’adozione acritica e incondizionata del
    paradigma di Hundington ne è un esempio calzante. L’articolo
    di Samuel Hundington “The clash of civilizations?”
    (“scontro di civiltà?”) venne pubblicato su Foreign
    Affairs
    nel 1993 e generalmente liquidato dalla comunità
    accademica come erroneo (Cfr. Abrahamian 2003). Dopo gli attacchi
    terroristici il concetto di “scontro di civiltà” fu
    ripreso dai media (non solo americani) e il libro di Hundington dal
    quasi omonimo titolo si ritrovò in vetta alle classifiche dei
    libri più venduti. L’appeal del paradigma era ovviamente
    quello di offrire una chiave interpretativa dell’accaduto semplice e
    facilmente spendibile sul mercato
    mediatico. Lo scontro di civiltà sorvola su ogni retroterra
    storico e trascura il fatto che:

    […] International politics […]
    are still made by governments, and governments pursue state and
    national interests – not cultural ones
    . (Abrahamain 2005,
    p.530)

    (Le politiche internazionali sono decise dai governi e i
    governi perseguono interessi nazionali e statali – non
    culturali.)

    Si presenta come un paradigma onnicompensivo ma in realtà
    non spiega come mai l’idea di pianificare un tale attentato
    terroristico non sia venuta ai mussulmani del Ciad o dell’Indonesia
    (tra i tanti paesi a maggioranza islamica), né perché
    il bersaglio dovessero essere proprio gli Stati Uniti. Forse i
    mussulmani algerini non hanno nessuna buona giustificazione per
    motivare uno scontro di civiltà con la Francia visto il
    burrascoso e sanguinoso passato coloniale? E ancora, perché lo
    scontro di civiltà dovrebbe portare a uno scontro diretto con
    i mussulmani afgani e iracheni mentre dovrebbe risolversi in
    amichevoli rapporti con Arabia Saudita (alleato e principale
    fornitore di petrolio per gli USA) e Pakistan (stato non certo
    democratico)? Bizzarro anche il fatto che il regime iracheno di
    Saddam Hussein fosse un regime laico con un ministro degli interni
    (Tariq Aziz) cristiano, inviso a molti integralismi islamici e non
    ultimo allo stesso Osama bin Laden.

    Nonostante la sua limitata utilità
    esplicativa, il paradigma dello scontro di civiltà ha trovato
    ampio spazio nei media (al contrario del conflitto arabo-israeliano)
    alimentando anche vari dibattiti televisivi conseguentemente alle
    prese con la farsesca distinzione tra mussulmani “buoni” e
    mussulmani “cattivi”. L’amministrazione Bush (e con essa
    buona parte dei media) ha implicitamente assunto la validità
    del paradigma di Hundington suggerendo la “reale”
    motivazione dietro gli attacchi dell’11 settembre: Gli Stati Uniti
    sarebbero stati attaccati da “ enemies of freedom [www.whitehouse.gov]”
    (nemici della libertà) non certo per qualcosa che gli Stati
    Uniti hanno fatto ma per qualcosa che gli Stati Uniti sono, per la
    loro libertà, per la loro tolleranza. È all’interno di
    questo quadro che l’attacco dell’11 settembre è stato
    volutamente interpretato come una attacco alla democrazia e alla
    libertà che gli Stati Uniti rappresentano. Il pubblico
    americano è stato portato a chiedersi “perché ci
    odiano così tanto?” e la risposta alla domanda è
    stata quella fornita dal presidente Bush nei suoi discorsi ufficiali:
    Because of our freedom, our democracy” (per la nostra
    libertà, per la nostra democrazia). Eppure lo stesso
    interessato, Osama bin Laden, nella sua “ Letter to America [observer.guardian.co.uk]”
    (largamente ignorata dai media americani)
    fornisce ben altre motivazioni:


    As for the first question: Why are we
    fighting and opposing you? The answer is very simple:

    (1) Because you
    attacked us and continue to attack us.

        (a) You attacked us inPalestine[…]
        (b) You attacked us in Somalia; you supported the
        Russian atrocities against us in Chechnya, the Indian oppression
        against us in Kashmir, and the Jewish aggression against us in
        Lebanon.
        (c) Under your supervision, consent and orders, the
        governments of our countries which act as your agents, attack us on a
        daily basis;
        (d) You steal our wealth and oil at paltry prices
        because of you international influence and military threats. This
        theft is indeed the biggest theft ever witnessed by mankind in the
        history of the world.
        (e) Your forces occupy our countries […]
        (f)
        You have starved the Muslims of Iraq, where children die every day.
        […] 1.5 million Iraqi children have died as a result of your
        sanctions, and you did not show concern. Yet when 3000 of your people
        died, the entire world rises and has not yet sat down. […]


    (Per
    quanto riguarda la prima domanda: Perché stiamo combattendo
    contro di voi? La risposta è molto semplice:

    (1)Perché
    voi ci avete attaccato e continuate ad attaccarci.

        (a) Ci avete attaccato in Palestina

      (b) Ci avete attaccato in Somalia; avete
      appoggiato le atrocità russe contro di noi in Cecenia,
      l’oppressione indiana contro di noi in Kashmir e l’aggressione ebrea
      contro di noi in Libano.

        (c)Sotto la vostra supervisione, consenso e
        ordini, i governi dei nostri paesi, che agiscono come i vostri
        agenti, ci attaccano giornalmente.
        (d) Voi rubate la nostra ricchezza
        e il nostro petrolio a prezzi ridicoli approfittando della vostra
        influenza internazionale e minacce militari. Questo furto è il
        più grande furto mai visto nella storia dell’umanità.
        (e) Le vostre forze armate occupano i nostri paesi
        (f) Avete ridotto
        alla fame i mussulmani dell’Iraq dove bambini muoiono ogni giorno.
        1.5 milioni di bambini sono morti per via delle vostre sanzioni e non
        avete mostrato nessun interesse. Quando 3000 persone della vostra
        gente muoiono, l’intero mondo si solleva e non si è ancora
        seduto.)

    La lettera di bin Laden dimostra che l’attacco al World Trade Center non era certo rivolto agli ideali di libertà e
    tolleranza che gli Stati Uniti rappresentano e che i “nemici
    della nostra libertà” è stato più che altro
    un soggetto inventato dalla propaganda.

    Uso di informazioni false

    Il
    7 settembre 2002, durante una conferenza stampa con Tony Blair, il
    presidente Bush citò un rapporto IAEA (presumibilmente
    rilasciato nel 1991 secondo ulteriori precisazioni della Casa Bianca)
    stando al quale, in quel periodo, l’Iraq si trovava a sei mesi dal
    completo sviluppo di armi atomiche concludendo il suo intervento con
    le parole: “I don’t know what more evidence we need” (non
    so di quale altra prova abbiamo bisogno). Nei giorni seguenti
    tuttavia pervenne la smentita ufficiale dell’International Atomic
    Energy Agency per voce di Mark Gwozdecky (portavoce IAEA): “There’s
    never been a report like that issued from this agency
    ” (non c’è
    mai stato un tale rapporto rilasciato da quest’agenzia) (Joseph Curl,
    The Washington Times 27/9/2002). Gwozdecky prosegue nelle sue
    dichiarazioni:

    There is no evidence in our view that can be
    substantiated on Iraq’s nuclear-weapons program. If anybody tells you
    they know the nuclear situation in Iraq right now, in the absence of
    four years of inspections, I would say that they’re misleading you
    because there isn’t solid evidence out there
    .”

    (Joseph Curl, The
    Washington Times 27/9/2002)

    (Per quanto ci riguarda non c’è
    nessuna prova che possa sostenere l’idea di un programma di armamento
    nucleare iracheno. Se qualcuno vi dice che conosce qual è
    l’attuale situazione degli armamenti nucleari in Iraq, dopo quattro
    anni in assenza di ispezioni, direi che vi stanno fuorviando in
    quanto non disponiamo di nessuna prova.)

    I don’t know where
    they have determined that Iraq has retained this much weaponization
    capability because when we left in December ’98 we had concluded that
    we had neutralized their nuclear-weapons program
    .” (Joseph Curl,
    The Washington Times 27/9/2002)

    (Non so da dove sono arrivati alla
    conclusione che l’Iraq abbia mantenuto tutta questa capacità
    militare visto che, quando abbiamo lasciato [l’Iraq] nel dicembre
    ’98, abbiamo concluso di aver neutralizzato il loro programma di
    sviluppo di armamenti atomici.)

    Non solo il fantasticato rapporto
    allarmista dell’International Atomic Energy Agency (del 1991) citato
    da Bush e Blair non esisteva, ma era invece disponibile un rapporto [www.iaea.org]

    della stessa IAEA più recente. In quest’ultimo rapporto del
    1998
    si legge:

    […] there are no indications that there remains in
    Iraq any physical capability for the production of weapon-usable
    nuclear material of any practical significance

    (non c’è
    nessuna indicazione che in Iraq rimanga ogni effettiva capacità
    di produzione di materiale nucleare utilizzabile per la produzione di
    armamenti nucleari di qualsiasi rilevanza).

    Più che una
    svista, sembra trattarsi di una vera e propria strategia: un episodio
    analogo si verificherà anche con il caso Iran [news.bbc.co.uk]. Il 23
    agosto 2006 esce un rapporto del House Permanent Select Committee on
    Intelligence
    [en.wikipedia.org]
    (un comitato della United States House of Representatives,
    l’equivalente della nostra Camera dei Deputati) dal titolo
    Recognizing Iran as a Strategic Threat: An Intelligence
    Challenge for the United States
    [intelligence.house.gov]” e
    l’ International Atomic Energy Agency si vede costretta ad
    intervenire con una risposta [news.bbc.co.uk] in cui
    definisce tale rapporto come erroneo (erroneous) e fuorviante
    (misleading) nel riportare i dati resi pubblici dall’IAEA
    sull’attività nucleari iraniane. Come già ricordato
    nell’introduzione, la nota [www.iaea.org]

    del 7 marzo 2003 rilasciata dall’IAEA (poche settimane prima
    dell’attacco) ribadiva come non vi fosse nessuna evidenza atta a
    supportare le affermazioni della Casa Bianca e riverberate a gran
    voce da buona parte dei media. In particolare, stando alla nota:

    • Non
      vi è nessuna evidenza di ripresa di attività nucleari
      in quei siti identificati attraverso i satelliti né in nessun
      altro sito soggetto alle ispezioni
    • Non c’è nessuna
      indicazione che l’Iraq abbia cercato di importare uranio dal 1990 in poi
    • Non vi è nessuna evidenza che l’Iraq abbia cercato di
      importare tubi in alluminio o magneti da usare nelle centrifughe per
      l’arricchimento dell’uranio
    • I rapporti di intelligence forniti da
      vari stati e tesi a dimostrare il tentativo di acquisizione di uranio
      dal Niger sono da considerarsi non autentici e l’accusa infondata

    Sulle stesse conclusioni si assesta un dettagliato rapporto [www.iaea.org] del Carnegie Endowment for International Peace [www.carnegieendowment.org]

    pubblicato nel gennaio 2004. Il rapporto prende in considerazione le fonti di intelligence disponibli prima dell’inizio della guerra in Iraq confrontandole con le affermazioni ufficiali della Casa Bianca.
    Il rapporto conclude che non solo le fonti di intelligence avrebbero sovrastimato il “pericolo” Iraq ma i discorsi ufficiali dell’amministrazione avrebbero travisato le già allarmistiche fonti:

    […] numerous statements by the president, vice president, and
    the secretaries of state and defense to the effect that “we know” this or that when the accurate formulation was “we suspect” or “we cannot exclude”.
    (pag. 53)

    (Numerose affermazioni del presidente, vice presidente, del segretario di stato e della difesa traducevano con “sappiamo” questo o quello, dove l’accurata formulazione [nei rapporti di intelligence] era “sospettiamo” o “non possiamo escludere”).

    Per quanto riguarda l’altra principale ragione addotta
    dall’amministrazione americana a sostegno dell’intervento armato, il
    collegamento tra Saddam e al-Qaeda, la situazione è solo
    leggermente differente. Possiamo dire che, se nel primo caso l’accusa
    è stata montata su premesse false, in quest’ultimo caso
    l’accusa è semplicemente stata montata sul nulla. Prendendo in
    esame una vasta rassegna degli articoli comparsi sulla carta stampata
    statunitense pubblicati tra l’attacco del 11 settembre e l’agosto del
    2003 si evince chiaramente come il principale bersaglio della Casa
    Bianca fosse, almeno fino a settembre 2002, Osama bin Laden. Il picco
    viene raggiunto intorno a Novembre 2001 in cui Osama viene nominato
    in circa 5000 articoli. Nello stesso periodo si può notare
    come Saddam e l’Iraq non vengano praticamente nominati. Nei mesi
    successivi questa percentuale scema fino a quando intorno a settembre
    2002 il nome di Saddam Hussein inizia ad essere più presente
    sulla stampa di quello di bin Laden raggiungendo l’acme intorno a
    marzo 2003 con circa 6000 articoli (Althaus, Largio 2004 p.796).
    Passando dai numeri ai contenuti, il collegamento tra Osama bin Laden
    e Saddam Hussein fu prima di tutto stabilito e appurato nei discorsi
    di esponenti dell’amministrazione a partire dallo stesso Bush che
    nell’ottobre del 2002 dichiarava: “We know that Iraq and the al
    Qaeda terrorist network share a common enemy
    ” (sappiamo che
    l’Iraq e la rete terroristica di al Qaeda condividono uno stesso
    nemico) (Calabrese 2005, p. 156). Il collegamento tra bin Laden e
    l’Iraq è stato principalmente un mantra ripetuto
    instancabilmente dalle fonti ufficiali del governo statunitense, ripreso e
    diffuso dai media fino a generare false
    credenze nell’opinione pubblica americana: in sondaggi effettuati
    alla fine del 2002 ed inizio 2003 appare come quasi metà del
    campione credesse in una connessione tra l’Iraq e gli attacchi del
    9/11 con una percentuale consistente di soggetti addirittura convinti
    che alcuni dirottatori fossero iracheni (la lista dei 19 dirottatori
    fu resa disponibile dal FBI il 14 settembre, 3 giorni dopo l’attacco,
    e messa a disposizione dei media. Tra i dirottatori quindici erano di
    nazionalità saudita, un egiziano, un libanese e due degli
    Emirati Arabi Uniti, nessun iracheno) (Kumar 2006 p.54). Tra le poche
    “prove” addotte, figura un supposto incontro tra Mohamed
    Atta (uno dei dirottatori) e un Ahmad Khalil Ibrahim Samir al Ani (un
    diplomatico iracheno) avvenuto nel aprile 2001 a Praga. Questo
    supposto incontro fu inizialmente proposto come prova (proveniente da
    fonti d’intelligence ceche) da James Woolsey (ex direttore della CIA,
    membro fondatore della PNAC e firmatario della lettera della PNAC
    inviata a Clinton) ma scartata come non credibile dai servizi segreti
    americani
    [news.bbc.co.uk],

    britannici [news.bbc.co.uk], francesi,
    israeliani (Kumar 2006 p.54) e in ultimo dagli stessi cechi [news.independent.co.uk] da cui
    era partita la voce. Alla stessa
    conclusione arriverà la National Commission on Terrorist
    Attacks Upon the United States
    (conosciuta anche come 9-11
    Commission) che nel suo rapporto finale [www.9-11commission.gov] (p. 229) dichiarerà
    priva di fondamento l’intera vicenda:

    The available evidence
    does not support the original Czech report of an Atta-Ani meeting

    (Le prove disponibili non supportano il rapporto originale ceco di un
    incontro Atta-Ani).

    Non c’è nessuna prova dell’incontro tra
    Atta e il diplomatico iracheno, figuriamoci se si possa avere anche
    solo un’idea approssimativa su quello che ipoteticamente si sarebbero
    detti.

    Controllo dell’informazione
    proveniente dal fronte: I giornalisti embedded

    Nelle parole di
    Charles David, direttore del Freedom of Information Centre
    dell’Università del Missouri School of Journalism, osservare
    una guerra attraverso le telecamere dei giornalisti embedded è
    come osservarla attraverso l’estremità di una cannuccia:
    frammenti di azione completamente decontestualizzati e senza nessun
    tentativo di comprendere ciò che accade (Altheide, Grimes
    2005. p. 630). I giornalisti embedded (incorporati) sono quei
    giornalisti aggregati all’esercito: partecipano in una certa misura
    alla vita militare e viene ad essi permesso di raggiungere il fronte
    con le truppe. Questo sistema di controllo dell’informazione è
    il risultato più compiuto di quello definito da Kumar system
    of war information management
    (Kumar 2006) già accennato
    nell’introduzione.

    Nell’invasione di Grenada (1983) si cercò
    di centrare l’obiettivo impedendo ai giornalisti di recarsi sul
    posto. Sei anni dopo, 1989, nell’invasione di Panama, il segretario
    della difesa Dick Cheney cercò di formare un pool di
    giornalisti con base a Washington tenendo i reporters (per quanto
    possibile) lontano dal fronte e dalle sue possibili efferatezze
    (Kumar 2006, p.50): prove generali di un sistema di controllo
    dell’informazione proveniente zone di guerra che si andava via via
    affinando. Un sistema di questo tipo dovrebbe almeno permettere di
    centrare i seguenti punti:

        1. L’informazione deve riflettere il punto
        di vista ufficiale e conseguentemente deve essere ridotta al minimo
        la possibilità, nei reportage, dell’assunzione di un altro
        punto di vista: critico nei confronti di quello ufficiale o
        addirittura simpatizzante per quello avversario.
        2. Manipolazione dei
        fatti: vale a dire la possibilità di censurare certi fatti e
        di decidere se e come darli in pasto all’opinione pubblica.
        3. Ridurre
        al minimo il rischio di un effetto “Kim Phuc”: i corpi
        delle vittime, il sangue e i particolari più cruenti di un
        conflitto devono poter essere filtrati ed eventualmente smussati o
        eliminati.

    I primi tre punti non rappresentano una sostanziale
    novità: ogni guerra necessita di supporto e consenso
    interno e in questa funzione anche i totalitarismi del ‘900 non hanno
    esitato a implementarli in un tentativo di controllo. Gli Stati Uniti
    non sono un regime totalitario e non possono attingere agli strumenti
    di controllo capillare dall’alto di una dittatura e, forse più
    importante ancora, i conflitti in cui si sono trovati impegnati dal
    secondo dopoguerra hanno ricevuto una massiccia copertura dalla
    stampa internazionale. Volenti o nolenti, sia durante la Guerra
    Fredda che dopo, gli Stati Uniti hanno ricoperto un ruolo da
    protagonisti sulla scena della politica internazionale agendo sotto i
    riflettori della stampa internazionale. A questi
    tre punti andrebbe quindi aggiunto il seguente:

        4. Per quanto
        possibile, tutta l’informazione proveniente dagli scenari di guerra
        deve soddisfare i precedenti tre requisiti.

    È quest’ultimo punto a
    diventare importante in un contesto in cui anche l’informazione tende ad essere globalizzata. L’uso di giornalisti
    embedded rappresenta uno degli risultati più evoluti verso la
    realizzazione di tale system of war information management. I
    giornalisti embedded devono firmare un contratto di 50 punti che
    regola quello che può o non può essere riportato (Kumar
    2006, p. 60). Capiamo meglio cosa questo significhi dalle parole di
    Richard Gaisford, giornalista embedded della BBC:

    We have to
    check each story we have with [the military]. And the captain, who’s
    our media liaison officer, will check with the colonel, and they will
    check with the Brigade headquorters as well
    ” (citato da Kumar
    2006, p.63).

    (Dobbiamo controllare ogni storia che abbiamo con i
    militari. Il capitano, che è il nostro ufficiale di
    collegamento per i media, controllerà con il colonnello e
    insieme controlleranno la storia con il quartier generale di
    brigata).

    Non solo i giornalisti embedded partecipano della vita
    militare delle truppe di cui sono al seguito ma sono prevalentemente
    della stessa nazionalità dei militari, mangiano insieme,
    dormono insieme, condividono con loro parte del tempo libero e non
    possono non essere inclini ad adottarne il punto di vista (punto 1).
    A questo va aggiunto che i reportage filmati dai giornalisti
    embedded, essendo a seguito delle truppe, vengono filmati in
    soggettiva [it.wikipedia.org] inducendo lo
    spettatore ad assumere il punto di vista delle truppe americane (o
    inglesi), mettendo subito in chiaro chi sono i “buoni” e
    chi i “cattivi” e il tutto a discapito di una obiettività
    a questo punto irrimediabilmente compromessa (Kumar 2006, p. 61).

    Per realizzare il quarto punto del
    programma, l’amministrazione USA ha lavorato anche su altri fronti.
    Subito dopo l’attacco del 11/9 (esattamente il 30 ottobre 2001), è
    stato formato un gruppo al pentagono chiamato Office of Strategic
    Influence
    (OSI) con lo scopo di sviluppare piani al fine di fornire
    informazioni (eventualmente anche false) ai media stranieri [news.bbc.co.uk]
    (Calabrese 2005, p. 163). L’intento era quello di limitare il rischio
    che i media americani potessero raccogliere informazioni sconvenienti
    dai media internazionali e darne risalto all’interno del paese.
    L’ufficio si proponeva anche di istruire ex militari che sarebbero
    poi stati proposti in qualità di esperti per interviste con i
    media (Kumar 2006. p. 63). In seguito ad un articolo del New York
    Times che ne rivelò l’esistenza, l’ufficio venne chiuso (nel
    febbraio 2002) e parte dei suoi incarichi passati ad un’altra
    istituzione, l’Information Operations Task Force, ed è quindi
    lecito dubitare che i propositi di tale organismo siano stati
    abbandonati con la sua chiusura.

    La grossa sfida è stata rappresentata da Al Jazeera: il network
    televisivo con sede in Quatar ha costituito una importante novità
    rispetto all’analogo scenario della Prima Guerra del Golfo. Se
    durante quest’ultima, gran parte degli stessi media arabi dipendevano
    dalle news della CNN, durante la Seconda Guerra del Golfo, Al Jazeera
    salirà ai clamori della cronaca trasmettendo alcuni clip di
    Osama bin Laden che verranno poi ripresi e ritrasmessi da alcuni
    media occidentali. Il rapporto, per certi versi sembra essersi
    invertito e anche negli Stati Uniti, nel frattempo, alcune cose sono
    cambiate: il più seguito canale di news è Fox che
    ha scalzato la CNN dal primo posto. Al Jazeera in più
    occasioni si è dimostrata una voce fuori dal coro dei media
    occidentali (e statunitensi in particolare) dando voce anche alle
    posizioni dei terroristi (la dove l’amministrazione Bush aveva
    esplicitamente richiesto ai network americani di non trasmettere tali
    filmati) e portando sullo schermo gli orrori della guerra con corpi
    di civili e militari ben presenti nei reportage a testimonianza delle
    conseguenze del conflitto (dove invece al pubblico americano veniva
    presentato un reportage edulcorato) (Cfr. Altheide, Grimes 2005).

    Al
    Jazeera ha rappresentato forse una delle sfide più serie al
    quarto punto del programma (Cfr. Calabrese 2005, p. 163) e la
    risposta del governo Bush è stata tutt’altro che transigente.
    Nel novembre 2001 un aereo americano sgancia due bombe sull’ufficio
    di Al Jazeera in Kabul. Fortunatamente non si registrerà
    nessuna vittima e fonti ufficiali americane affermeranno di disporre
    di prove secondo le quali gli uffici sarebbero stati utilizzati da al
    Qaeda e di ignorare che il sito fosse utilizzato da Al Jazeera.
    Memore dell’accaduto, Al Jazeera informerà più volte i
    vertici militari americani sull’esatta locazione dei loro uffici in
    Baghdad. Nel aprile del 2003 tuttavia un missile americano colpisce
    gli uffici dell’emittente araba uccidendo un giornalista giordano di
    34 anni (Calabrese 2005, p. 162). Lo stesso giorno le truppe USA
    aprono il fuoco sul Palestine Hotel dove risiedevano gran parte dei
    giornalisti non embedded della stampa internazionale con un bilancio
    di due morti (Kumar 2006, p. 64). Nel novembre 2005 il The Daily
    Mirror
    [www.mirror.co.uk]
    pubblica un articolo in cui si sostenevano le intenzione del governo
    americano di bombardare la sede centrale di Al Jazeera in Quatar
    (intenzioni ovviamente smentite dalla Casa Bianca). Stando ad una
    fonte anonima, il piano sarebbe stato frustrato dalle obiezioni di
    Blair.

    I soft media

    I risultati e le tesi di Matthew Baum nel suo
    Sex, Lies, and War: How Soft News Brings Foreign Policy to the
    Inattentive Public
    (Sesso, Bugie e Guerra: Come le Soft News Portano
    la Politica Internazionale ad un Pubblico Disimpegnato) costituiscono
    un importante approccio per capire quali fattori abbiano contribuito
    alla propaganda e alla formazione del consenso attorno alle linee
    dell’amministrazione Bush.

    Soft News è un
    termine definito in relazione al panorama statunitense delle news (in
    prevalenza televisive). In Italia forse il telegiornale che assume un
    taglio da soft news più marcato potrebbe essere Studio Aperto
    di Italia 1. Con soft news si intende tutto un insieme di news che
    vanno dal gossip ai delitti di cronaca (vedi caso Cogne per la realtà
    italiana), scandali, disastri naturali e storie umane drammatiche e/o
    particolarmente toccanti. Il panorama italiano potrebbe includere
    anche i vari servizi su cosa mangeranno gli italiani per il pranzo di
    Natale o il cenone di capodanno, dove andranno in vacanza per
    ferragosto e quanto sarà calda l’estate entrante (evitando
    possibilmente ogni riferimento al global warming).

    Negli Stati Uniti, a
    partire dagli anni ’80, prima con l’affermarsi della TV via cavo e
    successivamente la tecnologia satellitare e Internet si è
    arrivati ad un crescente livello di competitività con la
    conseguente esigenza da parte dei grossi network (soprattutto
    televisivi) di massimizzare i profitti sia aumentando l’audience, sia
    diminuendo i costi di realizzazione. In questo quadro le soft news si
    sono affermate essenzialmente perché la loro produzione e
    realizzazione è sensibilmente più economica di prodotti che richiedono inchieste giornalistiche o
    professionisti qualificati e al tempo stesso riscuote il gradimento
    di spettatori che altrimenti vi avrebbero preferito un talk show. I
    network commerciali preferiscono così selezionare news che
    possano in qualche modo sposarsi con il punto di vista dei loro
    spettatori e che vadano incontro alle loro aspettative (Altheide,
    Grimes 2005, p. 628-629). La percentuale di soft news è
    gradualmente aumentata dagli anni ’80 ma sono anche aumentate le
    trasmissioni che offrono tale tipo di informazione (Cfr. Baum 2002,
    p. 94 e Altheide, Grimes 2005, p. 620). In una ricerca sui trends dei
    network dell’informazione tra il 1977 e il 1997 le hard news hanno
    avuto un declino passando da una percentuale complessiva del 67.3% al
    41.3% a cui corrisponde un massiccio incremento della presenza di
    soft news passate da un 13.5% a un 25% (Altheide, Grimes 2005, p.
    621). Divario che si è ulteriormente accentuato negli ultimi
    anni. Non è solo l’argomento trattato che decide se una
    notizia è soft o meno ma anche il taglio di un servizio:
    argomenti importanti che si prestano ad un’analisi critica possono
    essere trattati con un taglio “soft”: il salvataggio del
    soldato Jessica Lynch in seno al più ampio e complesso
    conflitto iracheno ne può essere un esempio. La vicenda
    di Jessica Lynch, catturata dalle truppe irachene, è
    stata confezionata dai media americani come una classica soft news.
    Una sorta di storia nella storia, presentata facendo leva
    sull’emotività e con tanto di lieto fine è risultata di
    facile appeal anche per chi non segue normalmente vicende di politica
    internazionale né forse ha un’idea chiara dell’esatta
    collocazione geografica dell’Iraq. Otto giorni dopo la cattura
    vari media americani trasmisero il filmato della sua “liberazione”:
    le truppe statunitensi entrano nell’ospedale come se fossero sotto il
    fuoco della controparte irachena, si muovono con circospezione,
    seminano il panico e strappano Jessica dalle grinfie del nemico a
    sprezzo del pericolo. I dottori presenti nell’ospedale,
    successivamente intervistati da alcuni media, forniranno una versione
    completamente differente dichiarando che:

    Iraqi troops had left the
    hospital two days before, that the hospital staff had tried to take
    Jessica to the Americans but were fired on, and that in the “rescue”
    the US troops shot through the doors, terrorized doctors and
    patients, and created a dangerous scene that could have resulted in
    deaths, simply to get some dramatic rescue footage for TV audiences.

    (Kellner 2004, p. 56)

    (Le truppe irachene avevano lasciato l’ospedale
    due giorni prima, che il personale dell’ospedale aveva provato a
    riportare Jessica agli americani ma gli hanno sparato addosso e che
    nel “salvataggio” le truppe USA hanno sparato attraverso le
    porte terrorizzando dottori e pazienti solo per ottenere un filmato
    del salvataggio da mostrare al pubblico televisivo).

    Anche se la
    guerra in Iraq in sé non è un argomento da soft news,
    può comunque essere confezionata come tale ritagliando certi
    particolari avvenimenti dal contesto: i
    soft news media are in the business of packaging human drama as
    entertainement
    ” (Baum 2002, p. 91). La pratica di confezionare
    un pezzo di informazione come intrattenimento riduce il costo
    cognitivo per lo spettatore. Anche soggetti che normalmente non
    seguono le news potrebbero essere interessati a un tale tipo di
    informazione-intrattenimento che richiede un basso livello di
    attenzione. Anche l’intervento americano in Bosnia (soggetto di per
    sé più da hard news che da soft news) è stato
    affrontato in due maniere differenti. I media che hanno prediletto un
    approccio più hard hanno dato spazio a una serie di questioni
    dal peso dell’appartenenza etnica nel conflitto al ruolo della NATO
    ad aspetti di strategia militare. Contrariamente i media che
    adottarono l’approccio soft, si concentrarono quasi esclusivamente
    sulla storia del pilota Scott O’Grady e di come sopravvisse per
    cinque giorni dietro le linee nemiche cibandosi solo di insetti e
    erba (Baum 2002 p.94).

    Baum individua e argomenta quattro tesi
    principali. Cito e traduco direttamente dall’articolo le prime due
    (p. 96):

        1.le persone guardano le soft news come intrattenimento non
        per essere informate su politica o affari internazionali.
        2.le
        persone che non sono interessate in politica o affari internazionali
        ma consumano soft news sono più attente alle crisi
        internazionali (o simili argomenti) della controparte che similmente
        non è interessata a simili questioni ma non consuma soft news.

    La visione del pubblico americano sulle faccende e le crisi di
    politica internazionale è essenzialmente quella presentata dai
    newscasts serali di ABC, NBC, CBS, CNN, Fox e via dicendo (Altheide,
    Grimes 2005, p. 619). Le soft news espongono (per il target a cui si
    rivolgono) soggetti ad argomenti a cui probabilmente non si sarebbero
    mai interessati se non fossero stati confezionati alla stregua di
    intrattenimento e conseguentemente spingono questi soggetti al
    formarsi di un opinione su tali questioni. Nel caso specifico del
    conflitto iracheno, per la loro stessa natura, le soft news
    costituiscono una breccia per la propaganda dell’amministrazione
    americana e prestano il fianco a tutti gli argomenti della retorica
    che abbiamo passato in rassegna. Il basso costo di realizzazione
    spinge tali format ad usufruire dell’informazione preconfezionata
    messa a disposizione dal governo (senza passarle al vaglio di
    inchieste e verifiche più o meno impegnative) e al tempo
    stesso le dicotomie e gli altri strumenti della retorica di facile
    digeribilità si sposano con il target ti tale tipo di news più
    interessato ad una forma di intrattenimento che ad una vera e propria
    informazione. In conclusione le soft news si sono rivelate uno
    strumento per propagare la linea ufficiale dell’amministrazione Bush
    senza frapporre nessun filtro critico all’informazione veicolata e
    raggiungendo segmenti di potenziale consenso che altrimenti sarebbero
    rimasti contrassegnati da una certa indifferenza verso il conflitto.
    Non a caso la contrapposizione “noi vs. loro”
    (ampiamente utilizzata nei discorsi ufficiali) è al tempo
    stesso uno dei temi preferiti dai soft news media. La dove un
    informazione hard avrebbe forse concesso uno spazio ad un
    approfondimento storiografico e al problema mediorientale,
    le soft news hanno funzionato, più o meno
    inconsapevolmente, come cassa risonanza per la propaganda ufficiale.

    La tirannide della maggioranza

    Dan Guthrie, un colonnista del Oregon
    Daily Courier [www.thefirstpost.co.uk] e Tom
    Gutting del Texas City Sun furono licenziati per aver criticato la
    reazione di Bush all’attacco dell’undici settembre (Ryan 2006,
    p. 14). Nel 2002 è la volta di Tim McCarthy, licenziato dal
    settimanale The Courier, verosimilmente per le sue posizioni
    fortemente critiche nei confronti della politica irachena
    dell’amministrazione Bush.

    In alcuni casi la decisione di licenziare
    le voci fuori dal coro non è partita come iniziativa dalla
    testata giornalistica o del network televisivo ma è stata il
    risultato di pressioni provenienti dall’alto, da pressioni da parte
    degli sponsor che hanno minacciato di ritirare le loro inserzioni
    pubblicitarie (per la possibile impopolarità in cui sarebbe
    incorsa la testata o il programma)(Cfr. Calabrese 2005, p.171) o per
    proteste da parte degli stessi lettori-spettatori. Peter Arnett [news.bbc.co.uk], per
    esempio,
    (premio Pulitzer 1966 per i suoi reportage dal Vietnam) fu
    inizialmente difeso dalla NBC ma questo non gli evitò il
    licenziamento. Arnett era in Iraq come reporter per la NBC e per il
    National Geographic [news.nationalgeographic.com]
    e fu licenziato da entrambi in seguito ad alcune sue dichiarazioni
    rilasciate in un’intervista alla TV irachena in cui esprimeva forti
    perplessità sulle aspettative USA di aver ragione della
    resistenza. Il National Geographic, in particolare, ammise senza
    problemi che la causa del licenziamento era da attribuirsi alle
    opinioni espresse da Arnett (Cfr. Kumar 2006). Lo show di Phil
    Donahue
    [www.fair.org] per MSNBC fu
    cancellato ufficialmente per bassi ascolti anche se nell’ultimo mese
    aveva registrato ottime performance che lo avevano portato ad essere
    il più seguito show per MSNBC. Nel suo show Phil Donahue
    presentava spesso pacifisti o ospiti critici o scettici verso le
    motivazioni ufficiali della Casa Bianca (Kumar 2005, p. 60). Robert
    Scheer
    [www.fair.org], giornalista del Los Angeles Times fu licenziato l’undici
    novembre 2005, dopo trent’anni di lavoro per la testata e tredici
    spesi come uno dei suoi migliori articolisti. FAIR (Fairness and
    Accurancy in Reporting) avvalla le accuse del giornalista che imputa
    il licenziamento a pressioni provenienti da ambienti conservativi e
    motivate dalle sue aspre critiche verso la Casa Bianca e la guerra in
    Iraq.

    Singoli episodi senza
    pretese di completezza che probabilmente costituiscono la punta
    dell’iceberg a cui corrisponde la parte sommersa di tutti quei
    giornalisti che hanno preferito tacere per non rischiare sanzioni. Il clima
    generale in cui i giornalisti statunitensi si sono trovati ad operare
    dopo l’undici settembre, viene perfettamente restituito nelle parole
    di Dan Rather, anchorman della CBS:

    It is an obscene comparasion …
    but you know there was a time in South Africa that people would put
    flaming tyres around people’s neck if they dissented. And in some way
    the fear is that you will be necklaced here, you will have a flaming
    tyre of lack of patriotism put around your neck. It is that fear that
    keeps journalists from asking the toughest of the tough questions.

    (citato in Altheide, Grimes 2005, p. 629)

    (È un paragone
    mostruoso… ma sai, c’era un tempo in Sud Africa in cui le persone
    usavano mettere un copertone infiammato intorno al collo di quelli
    che dissentivano. In un certo senso la paura è che ti possa
    succedere lo stesso qua e ritrovarti con il copertone infiammato
    della mancanza di patriottismo attorno al collo. È questa
    paura che trattiene i giornalisti dal porre le domande più
    scomode.)

    Le parole di Rather ricordano gli ammonimenti di
    Tocqueville sulla possibilità di una “tirannide della
    maggioranza”, pericolo insito in ogni democrazia:

    In America la
    maggioranza traccia un cerchio formidabile intorno al pensiero.
    Nell’interno di quei limiti lo scrittore è libero, ma guai a
    lui se osa sorpassarli. Non già che egli abbia da temere un
    autodafé, ma è esposto ad avversioni di ogni genere e a
    quotidiane persecuzioni. La carriera politica è chiusa per
    lui, poiché egli ha offeso la sola potenza che abbia la
    facoltà di aprirgliela. Tutto gli si rifiuta, anche la gloria.
    […]

    La potenza che domina gli Stati Uniti non vuole essere
    presa in giro. Il più leggero rimprovero la ferisce, la minima
    verità piccante la rende feroce e bisogna lodarla dalle forme
    del suo linguaggio fino alle sue più solide virtù.

    […] La maggioranza vive dunque in una perenne adorazione di sé
    medesima; soltanto gli stranieri, o l’esperienza, possono far
    giungere alcune verità all’orecchio degli americani. (Alexis
    de Tocqueville. La democrazia in America, Bur, Milano, 2005, parte I,
    pagg. 260-261)

    Negli Stati Uniti il pericolo di una “tirannide
    della maggioranza” sembra essersi concretizzato immediatamente
    dopo gli attacchi dell’undici settembre. Una volontà politica
    preesistente ha trovato un prolungamento nei mass media. In alcuni
    casi questa alleanza è stata esplicita e cosciente (Fox News)
    arrivando ad omettere fonti contrarie alla versione ufficiale,
    presentando prove facilmente riconoscibili come false e ridicolizzando in alcuni casi le voci pacifiste
    o contrarie all’intervento armato che pur hanno caratterizzato la
    società americana. In altri casi l’alleanza è stata il
    risultato, almeno in parte, di un clima generale teso a stigmatizzare
    come anti patriottiche le voci fuori dal coro.

    Conclusioni

    L’effetto
    rally ’round the flag” (stringersi attorno alla bandiera)
    sarebbe stato inspiegabile senza quanto successo l’undici settembre:
    gli attacchi terroristici, in tutta la loro simbolicità, si
    prestavano ad essere percepiti come una nuova Pearl Harbor.
    L’amministrazione Bush ha cavalcato l’inevitabile coesione
    dell’opinione pubblica di fronte alla scioccante percezione di un
    nuovo nemico esterno, alimentando e sovrastimando l’idea di una nuova
    minaccia per il popolo americano nell’era post Guerra Fredda.

    Il successo dell’amministrazione Bush è però consistito nel presentare l’intervento
    in Iraq come una estensione della risposta americana alla proclamata
    “guerra al terrorismo” basandola su premesse infondate. A
    questo successo politico fa da contrappeso un fallimento mediatico: i
    media americani hanno in gran parte fallito nei loro ruolo di
    guardiani della democrazia limitandosi a presentare acriticamente le
    tesi ufficiali dell’amministrazione nel loro doppio ruolo di vittime
    e artefici dell’effetto rally ’round the flag. I fattori e le
    variabili che hanno contribuito a questo risultato sono stati
    molteplici (in parte esaminati nelle precedenti sezioni), senza voler
    semplificare un quadro così composito va però notato
    come anche un sistema democratico come gli Stati Uniti con un sistema mediatico pluralistico non sia stato in grado di impedire ad una compagine di governo di presentare la sua linea come l’unica linea marginalizzando e minimizzando il dissenso. Il caso Fox News [en.wikipedia.org] è stato indicato come l’esempio più evidente di convergenza tra i media e gli interessi politici dell’amministrazione ma mette in luce anche una più generale vulnerabilità delle grosse media corporations. Da un lato, interessi economici tesi alla massimizzazione del profitto non sembrano essersi sposati in questo caso ad un’etica dell’informazione portando i grossi media commerciali a presentare le news in modo che potessero raccogliere i favori del pubblico e un taglio soft e narrativo ha sovente prevalso a discapito di approfondimenti e inchieste (Cfr. Altheide,and Grimes, 2005 p. 628-629). Dall’altro lato i grossi gruppi si sono dimostrati più sensibili al “richiamo del potere” la dove esistevano convergenze tra i loro interessi economici e interessi politici dell’amministrazione (Cfr. Kumar, 2006 p.51). Di fronte al fallimento dei media “tradizionali”, chi ha resistito all’effetto centripeto della “tirannide della maggioranza” dopo gli attacchi terroristici dell’undici settembre e stata Internet (Cfr. Kellner 2004 p.59). La struttura decentralizzata di quest’ultima si è rivelata più resistente permettendo di accedere direttamente alle informazioni e alle fonti ponendosi come il miglior mezzo d’informazione anche se solo per un pubblico più attento e attivo.

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    Lorenzo Ansaloni
    Fonte: http://asfalto_bagnato.blog.tiscali.it/
    Link: http://asfalto_bagnato.blog.tiscali.it/gm3289987/
    05.06.2007