“Giornalismo di guerra” Vs “Giornalismo di pace”

“Giornalismo di guerra” Vs “Giornalismo di pace”
Di Fabio Massimo Parenti, ideeazione.com La ragione è la facoltà umana per comprendere il mondo attraverso il pensiero, in contrasto all’intelligenza, che è l’abilità umana per manipolare il mondo con l’aiuto del pensiero. La ragione è lo strumento dell’uomo per arrivare alla verità, l’intelligenza è lo strumento dell’uomo per manipolare il mondo con più successo; la prima è essenzialmente umana, la seconda appartiene alla parte animale dell’uomo. Erich Fromm, 1955 Sulla guerra tra Russia e Ucraina, che si innesta in un quadro globale di scontro tra grandi potenze, abbiamo anche un problema di comunicazione pubblica. La ricerca della contrapposizione tra “fazioni” alimenta le divisioni, riducendo lo spazio per un approccio complesso, articolato e critico, orientato alla pace. In tal modo si scivola facilmente verso un “giornalismo di guerra”, che, più o meno consapevolmente, alimenta ragionamenti semplificatori di natura binaria, facendo terra bruciata del pensiero critico; ovverosia dell’analisi dei processi storico-geografici necessaria alla ricerca di possibili compromessi per riappacificare le parti coinvolte. Il “giornalismo di guerra” marginalizza così la pluralità delle ragioni delle parti ed i contesti entro cui si dispiega la dialettica dei conflitti e delle guerre. Proprio nelle modalità comunicative tese alla polarizzazione delle posizioni va ricercata la malattia sociale e politica che affligge anche i media italiani. La nostra incapacità di costruire la pace, di mediare senza schierarci, di dialogare tenendo conto di tutti gli interessi in gioco, di tutte le parti coinvolte, senza trasformarci in co-belligeranti, nasce da dispositivi comunicativi ispirati a ciò che nei peace studies viene chiamato appunto “giornalismo di guerra”. “Giornalismo di guerra” Vs “Giornalismo di pace” Seguendo il metodo analitico di Galtung, e della letteratura scientifica che ne è derivata, il “giornalismo di guerra” sarebbe alimentato da discorsi e strutture mentali collettive indirizzate da precisi interessi politici, militari ed economici, propri di visioni settarie del mondo. Nella situazione attuale, malgrado la contrarietà dei popoli occidentali ad intraprendere azioni militari contro una delle parti coinvolte, sia pure con il solo trasferimento di armi (benché sappiamo che il coinvolgimento di alcuni paesi vada ben oltre), stiamo seguendo una strategia di guerra fondata su interessi avulsi a quelli comuni della maggioranza dei cittadini. Per questa via la sostanza della democrazia viene lapalissianamente annichilita. “Giornalismo di guerra” Vs “Giornalismo di pace”




È doveroso ricordare che i “discorsi collettivi” possono essere definiti come meccanismi sociali di organizzazione di pensieri ed idee che producono determinate visioni del mondo. Quando i discorsi pubblici dominanti sono estremamente semplificatori restituiranno visioni del mondo altrettanto superficiali e profondamente alterate da un certo dogmatismo. Scomparirà, pertanto, la gamma delle differenze e si svilupperanno visioni dicotomiche a favore di categorie “amico-nemico”, “buono-cattivo”, “fedele-infedele”, “democrazia-dittatura” ecc. Si elimineranno appunto le articolazioni e le declinazioni del reale, che, al contrario, mostrano empiricamente una costante compenetrazione degli opposti in una più realistica oscillazione tra gli estremi. In tal modo non si fa altro che favorire il dogmatismo, la chiusura ed il settarismo a discapito della tolleranza, dell’apertura e della critica del reale. Ciò avveniva con Saddam-Bush (tra gli altri casi) ed avviene oggi con Putin-Zelensky. In tal modo, scompaiono i popoli, le loro articolazioni e diversità interne, i loro interessi, gli attori stranieri coinvolti ecc. Certe visioni del mondo, che si sviluppano in date società ed in determinati momenti storici, sono il risultato delle interazioni e dei rapporti di potere tra governi, media ed istituzioni varie, che possono plagiare ed indirizzare il discorso pubblico, anche quando si nascondono dietro dibattiti solo apparentemente plurali, perché impostati, come detto, su premesse ed approcci iper-semplificatori e polarizzanti. In questo clima è evidente che i discorsi sulla pace vengono marginalizzati a favore di quelli sulla “sicurezza” (corsa al riarmo anche in condizioni di crisi economica) e sulla “democrazia” (anche in condizioni di svuotamento della sua sostanza). L’implementazione dei succitati dispositivi comunicativi avviene attraverso l’accentramento della struttura proprietaria dei media, il rapporto stretto media-governi ed i relativi interessi privati. I “discorsi” orientati alla pace sarebbero più democratici perché orizzontali, contrariamente a quelli verticali indirizzati da un’agenda politica specifica e dai relativi interessi strategici. Se il “giornalismo di guerra” mira alla disumanizzazione e demonizzazione del “nemico”, rimane solo l’opzione di sconfiggere ed annientare ciò che viene rappresentato come il “diavolo”. Diversamente, i discorsi sulla pace sono più articolati, cercando di comprendere le origini del conflitto, ampliando la prospettiva ed analizzando gli interessi e gli obiettivi di tutte le parti. Questa sarebbe la strada per trovare alternative efficaci alla guerra ed alla violenza, dando un’opportunità concreta alla costruzione della pace. In altre parole, anche il nostro “giornalismo di guerra” rappresenta una forma di violenza simbolica e culturale che alimenta quella reale, depotenziando alla radice ogni percorso autentico per la pace. Per contrastare questi processi di costruzione del consenso a favore della guerra è necessario ristrutturare il linguaggio e gli approcci analitici al fine di cambiare le modalità attraverso le quali il pubblico vede il mondo, per tentare di comprenderlo meglio ed avvicinarsi alla verità. Con la ragione. Di Fabio Massimo Parenti, ideeazione.com Fabio Massimo Parenti, Ph.D. in Geopolitica, geostrategia e geoeconomia, è attualmente professore associato alla China Foreign Affairs University di Pechino, dove insegna International Political Economy, e docente al Lorenzo de’ Medici – The Italian International Institute di Firenze. È membro del Laboratorio Brics di Eurispes e ricercatore al Central China Economic Region Research Institute (CCERRI). Foto: Controinformazione.info 18.06.2022 link fonte: https://www.ideeazione.com/giornalismo-di-guerra-vs-giornalismo-di-pace/ — Pubblicato da Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.org




Commenti (12)

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    1. absitiniuriaverbis 20 giugno 2022

      Penso di capire il senso dell'articolo: chi legge, legge opinioni. Tutto qua.
      Osservare, come fa l'articolo, che esistono questi due modi di fare giornalismo, significa spiegare l'evidenza che il giornalismo è limitato ad una scelta di parte. E questa scelta suona come un pregiudizio che filtra ed elimina tutto quello che non è adeguato a supportare la tesi che il giornalista, ovvero la linea della testata che lo ospita, vuole dimostrare.

      Esistono i fatti, tutti e non solo quelli utili alla tesi, esistono le interpretazioni opinabili degli stessi ed esistono le prese di posizione soggettive su come procedere in prospettiva.
      Chiedo troppo?

      Come annotato qualche tempo fa, oggi si vendono più giornalisti, giornalai, che giornali.
      Senza scomodare né Fromm né altri, è evidentemente più facile formulare giudizi partendo da pregiudizi che cercare di scavare, capire e cercare di darsi delle spiegazioni.
      Ed è più vero, a maggior ragione, quando si scrive seduti su un divano piuttosto che in mezzo ai fatti e corroborati da uno studio degli avvenimenti pregressi.
      Mala tempora currunt sed peiora parantur.

    1. danone 19 giugno 2022

      L'intelligenza non è affatto la capacità di manipolare il mondo, come sostiene Fromm, dimostrando una pochezza di pensiero a dir poco sospettosa.
      Senza la consapevolizzazione dei doveri e degli scopi esserici prestabiliti dall'immanenza della verità, per noi in quanto uomini e per noi in quanto singole anime individuali, qualunque essa sia, pensare di poter manipolare il mondo è già sintomo di squilibri poco intelligenti.
      Un uomo in grado di produrre un pensiero normo-intelligente, niente di che quindi, sviluppa di suo la capacità di capire che pensare di manipolare il mondo è da uomini ancora poco consapevoli, uomini ad un livello basso di evoluzione interiore, per cui per questi esseri semplici credere di poter manipolare la realtà è normale, folli esaltati in preda a deliri di onnipotenza, come appunto risultano attualmente, ad un occhio minimamente intelligente, i nostri leaders atlantisti.
      Un libero pensatore sa che l'intelligenza del pensiero e della ragione è direttamente proporzionale alla libertà di osservazione ed indagine del pensiero stesso, che deve essere libero di andare ovunque ritenga utile o necessario andare, per capire.
      Se un pensiero viene vincolato da paletti, dogmi, regole, profitti e privilegi, schemi prestabiliti, padroni, etc, non può più svilupparsi nella sua intelligenza piena, perchè è un pensiero per definizione bloccato da qualcosa, e quindi la ragione stessa perde la sua funzionalità di muscolo cognitivo, operativo pienamente solo se sempre attivo e ben ossigenato dall'indagine e dalla ricerca libera.
      Sul piano dello sviluppo della ragione e del pensiero intelligente, la libertà è un prerequisito imprescindibile, se non c'è, ce la stiamo raccontando e basta, proprio come succede oggi, qualunque cosa ci diciamo, ce la stiamo solo raccontando, mentre il senso vero e la direzione giusta di una libera osservazione è quasi ormai perduta per la maggioranza della gente.

    2. Fedeledellacroce 19 giugno 2022

      Mi mancavi

    3. LuxIgnis 19 giugno 2022

      In effetti la frase di Fromm lascia un po' spiazzato anche me avendolo apprezzato per molte altre sue cose. Ma leggendo bene la frase lui usa il termine intelligenza per qualcosa di non così positivo visto che l'associa alla parte animale dell'uomo e quindi ci sta il termine manipolatorio riferito alla stessa.
      Non concordo con i termini usati, ma poi bisognerebbe vedere il contesto per saperne di più e anche la traduzione, ma la frase ha un senso.

    4. jeints 20 giugno 2022

      Mi lascia perplesso questo apparente obbligo di far precedere gli articoli da citazioni di intellettualoni del passato.

    1. DrCaligari 19 giugno 2022

      E' soprattutto molto più semplice la realtà precotta dei pregiudizi. Così come d'altra parte si può andare sempre più in profondità nell'analisi delle cause e concause. In questo senso diventa come una specie di millefoglie la platea degli spettatori di questa guerra. Dove lo strato più basso e copioso consta di chi demonizza Putin. Quello superiore di chi invece tiene conto di Maidan, ad esempio, e rivaluta lo Zar. Forse però (e qui so che mi attirerò le ire di molti) si deve anche considerare ad esempio l'ingerenza dei Russi in Sudamerica cosi come in Africa (vedi ad es. organizzazione Wagner) e più in generale quale potrebbe la reale portata della nuova pesante influenza sino-russa in ambito geopolitico. Insomma ok non demonizzare Putin, ma senza dimenticarci che in fondo Usa ed Europa viaggiano da ormai un secolo a braccetto e comunque qualcosa di buono tra tanti errori lo hanno anche combinato.

    2. oliver 19 giugno 2022

      ..qualcosa di buono.. e concretamente che cosa ?

    3. DrCaligari 19 giugno 2022

      Dopo oltre due anni di pandemia e relative follie è difficile non essere arrabbiati, comprensibilissimo. Come esempio potrei portare Tiziano Terzani, autore non troppo schierato da una parte o dall'altra, e quello che diceva a proposito dell'imperialismo cinese: chi lo subisce sostiene che arrivano, comprano e poi iniziano a sfrattare gli "autoctoni". Anche nell'Est Europa non è che fossero molto contenti del tipo di ingerenza russa. Per me la soluzione è trovare una collocazione di equidistanza tra due imperialismi, perché gira e gira sono molto simili.

    4. jeints 20 giugno 2022

      Mah, non so, provi allora a trasferirsi in Russia o Cina. Politicamente considero Biden peggiore di Putin, ma anche di Trump, quest'ultimo prodotto dagli stessi Usa. Se poi si odiano tanto Usa ed Europa, che almeno si provi a vivere in Russia e poi si potrà confrontare.

    1. Martin 19 giugno 2022

      Se si leggesse attentamente la storia dello scorso secolo, e non solo le versioni degli Anglo Sassoni. Esiste per esempio una dettagliata letteratura sui molteplici interventi dei servizi segreti britannici nella terza elezione di Roosevelt nel 1940. Furono inventate campagne stampa e scandali a ripetizione per eliminare gli oppositori, che non volevano che gli USA entrassero in guerra. Si tratta di metodi che continuano ad essere utilizzati, ovviamente anche in Italia, e che continuano a funzionare egregiamente. Ne sono guarda caso stati vittime tutti quei pochi politici italiani che si sono azzardati ad avere una qualche autonomia: Andreotti, Craxi e Berlusconi (pre 2011).

    2. jeints 20 giugno 2022

      Andreotti vittima? Dopo 44 anni? In quanto abbandonato dalla mafia? E quanto doveva durare?

    3. Martin 20 giugno 2022

      La mafia Usa (il boss dei boss Lucky Luciano) collaboro' con gli Usa nello sbarco e occupazione della Sicilia. A partire dal 1946, le famiglie siciliane obbedivano alle famiglie Usa. Poi lentamente le famiglie siciliane ripresero il controllo della Sicilia, una storia piuttosto complessa. Indipendentemente dal giudizio negativo che si voglia dare su Andreotti Craxi e Berlusconi pre 2011 - giudizio negativo che comprendo benissimo, per tutti e tre - resta il fatto che specie visti dall'estero, sono stati gli unici politici italiani che hanno agito con un notevole grado di autonomia rispetto a USA e UE. Tutti e tre sono stati travolti o azzoppati da mega scandali, o finti o del tutto gonfiati. E' solo OVVIO che oltre all'odio della sinistra italiana, c'e' stata una ampia collaborazione di servizi esteri di Paesi "amici". Idem per la morte di Mattei, la strage di Ustica, il "suicidio" di Calvi ed il caffe' avvelenato di Sindona appena rientrato in Italia. Siamo un Paese debole e soggetto a frequenti azioni aggressive di servizi stranieri, a cominciare dalla stampa e dagli scandali montati ad arte fino a settori della magistratura. Purtroppo la maggioranza degli Italiani e' troppo disinteressata o stupida ed ignorante per rendersene conto. Mi dispiace dirlo, ma francesi e tedeschi sono molto piu' svegli in materia.

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