È doveroso ricordare che i “discorsi collettivi” possono essere definiti come meccanismi sociali di organizzazione di pensieri ed idee che producono determinate visioni del mondo. Quando i discorsi pubblici dominanti sono estremamente semplificatori restituiranno visioni del mondo altrettanto superficiali e profondamente alterate da un certo dogmatismo. Scomparirà, pertanto, la gamma delle differenze e si svilupperanno visioni dicotomiche a favore di categorie “amico-nemico”, “buono-cattivo”, “fedele-infedele”, “democrazia-dittatura” ecc. Si elimineranno appunto le articolazioni e le declinazioni del reale, che, al contrario, mostrano empiricamente una costante compenetrazione degli opposti in una più realistica oscillazione tra gli estremi. In tal modo non si fa altro che favorire il dogmatismo, la chiusura ed il settarismo a discapito della tolleranza, dell’apertura e della critica del reale. Ciò avveniva con Saddam-Bush (tra gli altri casi) ed avviene oggi con Putin-Zelensky. In tal modo, scompaiono i popoli, le loro articolazioni e diversità interne, i loro interessi, gli attori stranieri coinvolti ecc.
Certe visioni del mondo, che si sviluppano in date società ed in determinati momenti storici, sono il risultato delle interazioni e dei rapporti di potere tra governi, media ed istituzioni varie, che possono plagiare ed indirizzare il discorso pubblico, anche quando si nascondono dietro dibattiti solo apparentemente plurali, perché impostati, come detto, su premesse ed approcci iper-semplificatori e polarizzanti. In questo clima è evidente che i discorsi sulla pace vengono marginalizzati a favore di quelli sulla “sicurezza” (corsa al riarmo anche in condizioni di crisi economica) e sulla “democrazia” (anche in condizioni di svuotamento della sua sostanza). L’implementazione dei succitati dispositivi comunicativi avviene attraverso l’accentramento della struttura proprietaria dei media, il rapporto stretto media-governi ed i relativi interessi privati.
I “discorsi” orientati alla pace sarebbero più democratici perché orizzontali, contrariamente a quelli verticali indirizzati da un’agenda politica specifica e dai relativi interessi strategici. Se il “giornalismo di guerra” mira alla disumanizzazione e demonizzazione del “nemico”, rimane solo l’opzione di sconfiggere ed annientare ciò che viene rappresentato come il “diavolo”. Diversamente, i discorsi sulla pace sono più articolati, cercando di comprendere le origini del conflitto, ampliando la prospettiva ed analizzando gli interessi e gli obiettivi di tutte le parti. Questa sarebbe la strada per trovare alternative efficaci alla guerra ed alla violenza, dando un’opportunità concreta alla costruzione della pace. In altre parole, anche il nostro “giornalismo di guerra” rappresenta una forma di violenza simbolica e culturale che alimenta quella reale, depotenziando alla radice ogni percorso autentico per la pace.
Per contrastare questi processi di costruzione del consenso a favore della guerra è necessario ristrutturare il linguaggio e gli approcci analitici al fine di cambiare le modalità attraverso le quali il pubblico vede il mondo, per tentare di comprenderlo meglio ed avvicinarsi alla verità. Con la ragione.
Di Fabio Massimo Parenti, ideeazione.com
Fabio Massimo Parenti, Ph.D. in Geopolitica, geostrategia e geoeconomia, è attualmente professore associato alla China Foreign Affairs University di Pechino, dove insegna International Political Economy, e docente al Lorenzo de’ Medici – The Italian International Institute di Firenze. È membro del Laboratorio Brics di Eurispes e ricercatore al Central China Economic Region Research Institute (CCERRI).
Foto: Controinformazione.info
18.06.2022
link fonte:
https://www.ideeazione.com/giornalismo-di-guerra-vs-giornalismo-di-pace/
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Pubblicato da Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.org
absitiniuriaverbis 20 giugno 2022
Penso di capire il senso dell'articolo: chi legge, legge opinioni. Tutto qua.
Osservare, come fa l'articolo, che esistono questi due modi di fare giornalismo, significa spiegare l'evidenza che il giornalismo è limitato ad una scelta di parte. E questa scelta suona come un pregiudizio che filtra ed elimina tutto quello che non è adeguato a supportare la tesi che il giornalista, ovvero la linea della testata che lo ospita, vuole dimostrare.
Esistono i fatti, tutti e non solo quelli utili alla tesi, esistono le interpretazioni opinabili degli stessi ed esistono le prese di posizione soggettive su come procedere in prospettiva.
Chiedo troppo?
Come annotato qualche tempo fa, oggi si vendono più giornalisti, giornalai, che giornali.
Senza scomodare né Fromm né altri, è evidentemente più facile formulare giudizi partendo da pregiudizi che cercare di scavare, capire e cercare di darsi delle spiegazioni.
Ed è più vero, a maggior ragione, quando si scrive seduti su un divano piuttosto che in mezzo ai fatti e corroborati da uno studio degli avvenimenti pregressi.
Mala tempora currunt sed peiora parantur.