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FREEDOM NEXT TIME

DI JOHN PILGER
Information Clearing House

Il titolo di questo intervento è Freedom Next Time, titolo anche del mio libro, nato con l’intento di essere un antidoto alla propaganda che troppe volte si camuffa da giornalismo. Quindi ho pensato di parlare oggi di giornalismo, della guerra raccontata dal giornalismo, della propaganda, del silenzio e di come il silenzio si possa spezzare. Edward Bernays, il cosiddetto padre delle pubbliche relazioni, scrisse di un governo invisibile che è il vero potere dominante del nostro paese, riferendosi al giornalismo, ai media. Questo accadeva quasi 80 anni fa, non molto tempo dopo l’invenzione del giornalismo aziendale: è una storia di cui pochi giornalisti parlano o sanno qualcosa, e che cominciò con l’arrivo della pubblicità privata.

Nel momento in cui le nuove imprese iniziarono a prendere il controllo della stampa, venne inventato ciò che fu definito “giornalismo professionale”. Per attrarre le grandi agenzie pubblicitarie, la nuova stampa aziendale doveva avere una facciata rispettabile e rifarsi ai principi di obiettività, imparzialità ed equilibrio. Furono fondate allora le prime scuole di giornalismo e il giornalismo professionale venne avvolto dal mito di neutralità liberale. Il diritto alla libertà di espressione fu associato ai nuovi media e alle grandi imprese ma l’intera faccenda era “completamente fasulla”, come dice giustamente Robert McChesney.Dal momento che il pubblico non sapeva cosa fosse a rendere professionale il giornalismo, i giornalisti dovevano assicurare che le notizie e le opinioni fossero dominate dalle fonti ufficiali, e anche oggi funziona così. Date un’occhiata al New York Times di un giorno qualsiasi e controllate le fonti da cui sono tratti i principali fatti di politica, interna ed estera: scoprirete che sono controllati dal governo e da interessi stabiliti. Questa è l’essenza del giornalismo professionale. Non sto insinuando che il giornalismo indipendente fosse o sia tutt’oggi escluso, ma è più vicino ad essere un’onorevole eccezione. Basti pensare al ruolo giocato da Judith Miller al New York Times nel periodo precedente all’invasione dell’Iraq. Sì, il suo lavoro fece scalpore, ma solo dopo aver ricoperto un ruolo cruciale nella promozione di un invasione giustificata da affermazioni false. Ancora, il comportamento della Miller, che si prestò alla ripetizione acritica delle notizie provenienti dalle fonti ufficiali per i suoi interessi personali, non fu così diverso da quello di molti altri reporter del Times, come il famoso W.H. Lawrence che si prodigò per insabbiare la verità sugli effetti provocati dal lancio della bomba atomica su Hiroshima nell’agosto del 1945. “Nessuna traccia di radioattività sulle rovine di Hiroshima” fu il titolo del suo articolo, ma era una menzogna.

Pensate a quanto sia cresciuto il potere di questo governo invisibile. Nel 1983 i media erano sotto il controllo globale di 50 aziende, la maggior parte delle quali americane. Nel 2002 tale cifra è scesa fino a 9. Oggi sono probabilmente solo 5. Rupert Murdoch ha previsto che ci saranno solo tre giganti mondiali dell’informazione e la sua società sarà tra quelle. Tale concentrazione di potere non è prerogativa dei soli Stati Uniti; la BBC ha annunciato che si sta espandendo verso gli USA perché crede che gli americani desiderino un giornalismo dai sani principi, obiettivo e neutrale, caratteristiche che hanno reso famosa l’emittente inglese. Così è stata lanciata la BBC americana; forse ne avrete visto la pubblicità.

La BBC nacque nel 1922, appena prima che iniziasse la stampa aziendale in America. Il suo fondatore, Lord John Reith, credeva che l’imparzialità e l’obiettività fossero l’essenza del giornalismo. Nello stesso anno l’establishment britannico fu posto sotto assedio. I sindacati indissero uno sciopero generale e i Tory temevano che la rivoluzione fosse alle porte. La nuova BBC venne in loro aiuto. In gran segreto, Lord Reith scrisse dei discorsi contro i sindacati per Stanley Baldwin, il Primo ministro del governo Tory, e li trasmise a tutta la nazione, mentre si rifiutò di lasciare ai leader laburisti la possibilità di dire la loro fino all’interruzione dello sciopero.

Quindi, la questione era risolta. L’imparzialità era senza dubbio un principio, che però poteva essere messo tra parentesi qualora l’establishment fosse sotto minaccia. E questo principio è stato adottato da allora in poi.

Prendete l’invasione dell’Iraq. Esistono due studi sulla cronaca della BBC. Uno mostra che la BBC dedicò al dissenso alla guerra in Iraq solo il 2% del suo spazio informativo, solo il 2%, ovvero meno di quanto gliene fu dedicato dalla ABC, NBC e CBS. Il secondo studio condotto dall’Università di Wales mostra che dai preparativi fino all’invasione, il 90% delle allusioni della BBC riguardo alle armi di distruzione di massa suggerivano che Saddam Hussein in effetti ne era in possesso e quindi che, implicitamente, Bush e Blair agivano nel giusto. Adesso, sappiamo che la BBC e altre emittenti furono usate dall’MI-6, i servizi segreti inglesi. Nell’ambito di quella che chiamarono Operation Mass Appeal, gli agenti dell’MI-6 misero in giro voci circa l’esistenza delle armi di distruzione di massa di Saddam, nascoste nel suo palazzo o nei bunker segreti sotterranei. Storie del tutto false. Ma non è questo il punto. Il punto è che il lavoro dell’MI-6 fu inutile, perché lo stesso giornalismo professionale di per sé avrebbe prodotto lo stesso risultato.

Ascoltate le parole dell’inviato della BBC a Washington, Matt Frei, poco dopo l’invasione. “Non c’è dubbio” egli disse agli spettatori inglesi e a quelli di tutto il resto del globo “che il desiderio di fare del bene, di portare i valori americani nel resto del mondo, e specialmente nel Medio Oriente, è strettamente legato al potere militare americano”. Nel 2005 lo stesso reporter lodò Paul Wolfowitz, l’architetto dell’invasione, come qualcuno che “crede profondamente nella forza della democrazia e nello sviluppo popolare. Questo poco prima del piccolo incidente alla World Bank.

Non c’è niente di strano in tutto ciò. I notiziari della BBC descrivono sistematicamente l’invasione come un errore di valutazione; non come un’azione illegale, immotivata, basata sulle menzogne, ma come un semplice errore di valutazione.

Le parole “sbaglio” ed “errore” sono di uso comune nei notiziari della BBC, assieme a “fallimento”, che per lo meno suggerisce l’idea che se l’assalto deliberato, calcolato, immotivato e illegale all’indifeso Iraq avesse avuto successo, sarebbe stato proprio giusto. Ogni volta che sento queste parole penso al meraviglioso saggio di Edward Herman sulla normalizzazione dell’inconcepibile. Questo è ciò che il linguaggio standard dei media fa ed è predisposto a fare: normalizzare l’inconcepibile, come la degradazione della guerra, delle mutilazioni, e tutto ciò che ho visto. Una delle mie storie preferite sulla Guerra Fredda riguarda un gruppo di giornalisti russi in visita negli Stati Uniti. Arrivato l’ultimo giorno di permanenza, la persona che li ospitava chiese quali fossero le loro impressioni. “Devo dirle” affermò il portavoce “che, dopo aver letto i giornali e aver visto giorno per giorno la TV, siamo rimasti meravigliati di notare come le opinioni sulle questioni cruciali sono esattamente identiche. Per avere un tale risultato nel nostro paese noi mandiamo i giornalisti nei gulag e dobbiamo strappargli le unghie. Qui non avete bisogno di fare niente di simile. Qual’è il segreto?”

Qual è il segreto? Ci si pone di rado questa domanda nelle redazioni, nelle facoltà di comunicazione, nei giornali, sebbene la risposta sia decisiva per la vita di milioni di persone. Il 24 agosto dello scorso anno il New York Times fece questa dichiarazione in un editoriale: “Se avessimo saputo prima quello che sappiamo ora l’invasione dell’Iraq sarebbe stata impedita da una protesta popolare”. Questa sorprendente ammissione in effetti lasciava intendere che i giornalisti avevano tradito il pubblico non facendo il loro lavoro, accettando e amplificando l’eco delle bugie di Bush e della sua banda anziché sfidarli e smascherarli. Quello che il Times non disse fu che se il giornale e il resto dei media avessero denunciato tali menzogne, più di un milione di persone sarebbero state ancora vive oggi. Questa è l’opinione di un certo numero di giornalisti affermati. Pochi tra loro, me lo hanno riferito personalmente, lo ammetteranno pubblicamente.

Ironia della sorte, ho iniziato a capire come funziona la censura nelle cosiddette società libere quando ho fatto un servizio sulle società totalitarie. Durante gli anni ’70 feci delle riprese segrete in Cecoslovacchia, allora sotto la dittatura stalinista. Intervistai i membri del gruppo dissidente Charta 77, incluso lo scrittore Zdener Urbanek che mi disse: “Sotto un certo punto di vista noi che viviamo sotto le dittature siamo più fortunati di voi occidentali. Noi non crediamo a niente di quello che c’è scritto sui giornali o che vediamo in televisione, perché sappiamo che è solo propaganda e menzogne. Voi occidentali mi piacete. Abbiamo imparato a vedere oltre la propaganda, a leggere tra le righe e, come voi, sappiamo che la verità è sempre sovversiva”.

Vandana Shiva ha dato la definizione di conoscenza sottomessa. Il famoso scandalista irlandese Claud Cockburn aveva ragione quando scrisse: “Non credere a nulla fino a che non sia stato ufficialmente smentito”.

Uno dei più antichi cliché di guerra recita che la verità è la prima vittima. No, non lo è: il giornalismo è la prima vittima. Quando finì la guerra del Vietnam, la rivista Encounter pubblicò un articolo di Robert Elegant, un illustre corrispondente che aveva seguito le fasi della guerra: “Per la prima volta nella storia moderna l’esito della guerra non è stato determinato sul campo di battaglia ma sulle pagine dei giornali e in particolar modo sullo schermo della televisione”. Egli reputava i giornalisti responsabili dell’esito della guerra poiché vi si opponevano nei loro articoli. Il punto di vista di Robert Elegant venne generalmente accettato a Washington e lo è tuttora. Durante la guerra in Iraq il Pentagono inventò la figura dell’embedded journalist, [ossia del giornalista “incorporato” nell’esercito e a seguito di esso n.d.t.], perché convinto che il giornalismo critico sia stato determinante nella sconfitta in Vietnam.

Era vero l’esatto contrario. Durante il mio primo giorno da giovane reporter a Saigon, mi recai presso le principali società di giornali e di TV. Notai che in alcuni dei loro uffici c’era una bacheca appesa al muro sulla quale erano affisse delle fotografie raccapriccianti, per lo più di corpi di soldati vietnamiti e americani con orecchie e testicoli recisi. In un ufficio c’era la fotografia di un uomo sotto tortura; sopra la testa dell’aguzzino qualcuno aveva incollato una nuvoletta stile fumetto con la scritta: “Così impari a parlare con la stampa”. Nessuna di queste foto fu mai pubblicata e neanche distribuita alle testate o ai network d’informazione. Quando chiesi perché, mi venne risposto che il pubblico non le avrebbe mai accettate. In ogni caso, scegliere di pubblicarle non sarebbe stata una mossa obiettiva o imparziale. Anche io sono cresciuto nel mito della guerra giusta contro la Germania e il Giappone, quel bagno etico che ripulì il mondo anglo-americano da tutti i mali. Ma più stavo in Vietnam, più capivo che le nostre crudeltà non erano episodiche, né lo erano le loro aberrazioni, ma era la guerra in sé a costituire un’atrocità. Questa era la grande storia e queste erano le notizie parziali. Sì, le tattiche e l’efficacia dell’esercito erano messe in dubbio da alcuni bravi reporter, ma la parola “invasione” non venne mai usata. La blanda alternativa scelta fu “impegnata”. L’America era impegnata in Vietnam. L’illusione di un gigante goffo, ben intenzionato, impantanato nel fango asiatico, era riproposta incessantemente. Il compito di raccontare la verità sovversiva fu lasciato in mano alle spie che tornavano a casa, come Daniel Ellsberg e Seymour Hersh con il suo scoop sul massacro di My-Lai. Il 16 marzo del 1968, giorno in cui ebbe luogo il massacro di My-Lai, c’erano ben 649 reporter in Vietnam e nessuno tra questi fece la cronaca dell’accaduto.

Sia in Vietnam che in Iraq politiche e strategie deliberate sono sconfinate nel genocidio. In Vietnam attraverso l’espropriazione forzata di milioni di persone e la creazione di zone franche; in Iraq attraverso un embargo che ha percorso tutti gli anni ’90, come un assedio medievale, e che causò la morte, secondo l’UNICEF, di mezzo milione di bambini al di sotto dei cinque anni. Sia in Vietnam che in Iraq furono usate contro i civili armi proibite per condurre esperimenti deliberati. L’Agente Arancio cambiò l’ordine genetico e ambientale del Vietnam. L’esercito la chiamò “Operazione Ade”. Quando il Congresso lo scoprì, venne rinominata più affettuosamente “Operazione Garzone di Fattoria”, ma non cambiò nulla. Questo è all’incirca l’atteggiamento del Congresso nei confronti della guerra in Iraq. I democratici l’hanno condannata, rinominata e alla fine prolungata. I film di Hollywood che uscirono dopo la guerra in Vietnam erano un’estensione del giornalismo, della normalizzazione dell’inconcepibile. Sì, alcuni film erano critici riguardo alle tattiche militari, ma tutti alla fine erano attenti a spostare l’attenzione sul sentimento di malessere degli invasori. Il primo di questi film è oggi considerato un classico. Si tratta di The Deerhunter, il cui messaggio si può sintetizzare così: l’America ha sofferto, l’America è stata colpita e i ragazzi americani hanno fatto del loro meglio contro i barbari orientali. Tale contenuto è ancora più pernicioso dal momento che il film è diretto e recitato brillantemente. Devo ammettere che questo è stato l’unico film che mi ha fatto scoppiare in un urlo di protesta in una sala cinematografica. Anche l’acclamato Platoon di Oliver Stone, considerato un film contrario alla guerra e che in effetti mostra i vietnamiti come esseri umani, alla fine promuove soprattutto l’immagine dell’invasore-vittima.

Non avevo pensato di menzionare The Green Berets quando mi sono messo a scrivere questo articolo, fino a che l’altro giorno lessi che John Wayne lo reputava il film più influente che sia mai stato girato. Ho visto Green Berets, nel quale recitava John Wayne, un sabato sera del 1968 a Montgomery, in Alabama. (Mi trovavo lì per intervistare il famigerato governatore George Wallace). Ero appena ritornato dal Vietnam e non riuscivo a credere all’assurdità di questo film. Quindi mi misi a ridere forte e risi, risi. Non ci volle molto perché l’atmosfera attorno a me si raffreddasse notevolmente e il mio amico, che era stato un Freedom Rider [attivista per i diritti civili n.d.t.] nel sud disse: “Muoviamoci da qui in fretta e diamocela a gambe”.

Fummo inseguiti fino al nostro hotel, ma ho i miei dubbi che tra i nostri inseguitori ci fosse qualcuno consapevole che John Wayne, il suo eroe, aveva mentito per non andare a combattere durante la seconda guerra mondiale. E che il fasullo modello di comportamento di Wayne spedì centinaia di americani a morire in Vietnam, con le notevoli eccezioni di George W. Bush e Dick Cheney.

L’anno scorso, durante la cerimonia di consegna del premio Nobel per la Letteratura, il drammaturgo Harold Pinter fece un discorso epocale. Si chiese perché, e lo cito, “la brutalità sistematica, la diffusione delle atrocità, la spietata soppressione del pensiero indipendente nella Russia stalinista siano così ben note nel mondo occidentale, mentre i crimini perpetrati dallo stato americano siano riportati o documentati soltanto superficialmente, o dimenticati”. E ancora, nel mondo l’estinzione e la sofferenza di innumerevoli esseri umani potrebbe essere attribuita al rampante potere americano, “ma” secondo Pinter “voi non lo sapreste. Non è mai successo. Niente è mai successo. Anche mentre stava accadendo, non stava accadendo. Non importava. Non era di alcun interesse”. Le parole di Pinter furono più che surreali. Ma la BBC ignorò il discorso del più famoso drammaturgo inglese.

Ho girato diversi documentari sulla Cambogia; il primo è stato Year Zero. La pellicola descrive il bombardamento americano che ha fatto da catalizzatore per l’ascesa di Pol Pot. Ciò che Nixon e Kissinger hanno iniziato, Pol Pot ha completato: i soli documenti della CIA non lasciano dubbi a riguardo. Ho offerto Year Zero alla PBS e lo portai a Washington. I dirigenti della PBS che videro la pellicola rimasero scioccati, bisbigliavano tra loro, poi mi chiesero di aspettare fuori. Uno di loro alla fine venne fuori e mi disse: “John, ammiriamo molto il tuo lavoro, ma ci preoccupa il fatto che dica che gli Stati Uniti hanno preparato la strada all’avvento di Pol Pot”.

Io risposi: “Volete mettere in discussione l’evidenza?” E citai diversi documenti della CIA. “Oh, no,” rispose lui. “ma abbiamo deciso di chiamare un giudice giornalistico”.

Ora, il termine “giudice giornalistico” potrebbe essere stato inventato da George Orwell. In fatti riuscirono a trovare uno dei soli tre giornalisti che erano stati invitati in Cambogia da Pol Pot. Come si può immaginare, egli mostrò il pollice verso nei confronti del film e io non fui più contattato dalla PBS. Fu trasmesso in 60 paesi e divenne uno dei documentari più visti al mondo, ma non fu mai trasmesso negli Stati Uniti. Dei cinque film che ho fatto sulla Cambogia, uno fu mandato dalla WNYET, emittente della PBS di New York. Credo che sia stato messo in onda attorno all’una di notte. Nonostante quest’unica trasmissione, ad un orario in cui la maggior parte delle persone dorme, si è guadagnato un Emmy. Quale stupenda ironia. Si è meritato un premio, ma non un’audience.

La verità sovversiva di Harold Pinter, credo, sta nelle connessioni che lui ha evidenziato tra imperialismo e fascismo e nella descrizione di una battaglia per la storia di cui non si parla quasi mai. Questo è il grande silenzio dell’era mediatica e il nucleo nascosto della propaganda oggi. Una propaganda dalla portata così vasta da farmi sempre meravigliare che ci siano poi tanti americani che sanno e capiscono così tante cose. Parliamo di un sistema ovviamente, non di personaggi. Ci sono molte persone oggi credono che il problema sia George W. Bush e la sua cricca. Certo, l’entourage di Bush è la punta dell’iceberg, ma secondo la mia esperienza non si tratta di niente di più che di una versione estremizzata di quello che andava avanti già da tempo. Nella mia vita, ho visto iniziare più guerre dai liberali democratici che dai repubblicani. Ignorare questa verità è una garanzia che il sistema delle propagande e della promozione della guerra continuerà. Abbiamo avuto una branca dei democratici a capo della Gran Bretagna durante gli ultimi 10 anni. Blair, apparentemente liberale, ha coinvolto il suo paese nella guerra più volte di ogni altro primo ministro nell’epoca moderna. Sì, il suo attuale amico è George Bush, ma il suo primo amore fu Bill Clinton, il presidente più violento della fine del 20° secolo. Il successore di Blair, Gordin Brown, è anche lui un devoto di Clinton e Bush. L’altro giorno Brown ha detto: “I giorni in cui l’Inghilterra doveva scusarsi per l’Impero Britannico sono finiti. Dovremmo adesso celebrare”.

Come Blair, Clinton e Bush, Brown crede nella verità liberale che la battaglia per la storia sia stata vinta; che milioni di persone morte a causa delle carestie inflitte dalla Gran Bretagna nell’India imperiale, o nell’impero americano, saranno dimenticati. E come Blair, il suo successore è fiducioso che il giornalismo istituzionalizzato stia dalla sua parte. Molti giornalisti, consapevoli o meno, sono allineati ad un’ideologia che considera se stessa non ideologica, ma che si presenta come il centro naturale, come il fulcro della vita moderna. Questa può essere di buon grado l’ideologia più potente e pericolosa che abbiamo mai conosciuto perché è suscettibile di più interpretazioni. Questo è il liberalismo. Lungi da me negare le virtù del liberalismo; noi tutti ne siamo beneficiari. Ma se neghiamo i suoi pericoli, il suo progetto a lungo termine e il potere smodato della sua propaganda, allora neghiamo anche il nostro diritto ad una vera democrazia, perché il liberalismo e la vera democrazia non sono la stessa cosa. Il liberalismo ebbe origine nel 19° secolo per preservare le élite, e la vera democrazia non è mai stata tramandata dall’élite. Ci si è sempre battuti e si è lottato per essa.

Un’eminente rappresentante della coalizione pacifista United For Peace and Justice ha detto recentemente, e la cito, “i Democratici stanno usando la politica della realtà”. Il suo punto di riferimento storico liberale era il Vietnam. Secondo quanto ha detto, il presidente Johnson iniziò a ritirare le truppe dal Vietnam dopo che il Congresso democratico iniziò a votare contro la guerra. Non è quello che accadde. Le truppe vennero ritirate dal Vietnam dopo quattro lunghi anni. E in questo periodo gli Stati Uniti fecero più morti con i bombardamenti in Vietnam, Cambogia e Laos, che durante gli anni precedenti. E questo è ciò che successe in Iraq. I bombardamenti sono raddoppiati dall’anno scorso e questo fatto non è stato denunciato. Chi ha iniziato i bombardamenti? Bill Clinton. Durante gli anni ’90 Clinton fece piovere bombe sull’Iraq in quelle che erano eufemisticamente chiamate “no fly zones”. Nello stesso tempo impose un assedio medievale definito “sanzioni economiche”, uccidendo, come ho detto, milioni di persone, tra cui 500.000 bambini. Tale carneficina non venne denunciata quasi da nessuno nel cosiddetto mainstream mediatico. L’anno scorso uno studio pubblicato dalla Johns Hopkins School of Public Heath rivelò che dall’invasione dell’Iraq, 650.000 iracheni sono morti come risultato diretto dell’invasione. I documenti ufficiali riportano che il governo Blair giudicava questa cifra credibile. A febbraio, Les Roberts, autore del rapporto, disse che secondo uno studio condotto dalla Università di Frodham la cifra corrispondeva a quella dei morti durante il genocidio in Ruanda. La risposta da parte dei media alla rivelazione shock di Robert fu il silenzio. Quello che per una generazione può essere considerato il più vasto episodio di uccisione organizzato, nelle parole di Harold Pinter, “Non è successo. Non importava”.

Molte persone che si considerano di sinistra appoggiarono l’attacco di Bush in Afghanistan. Che la CIA avesse aiutato Osama Bin Laden venne ignorato, che l’amministrazione Clinton abbia segretamente sostenuto i talebani, addirittura fornendo loro il materiale informativo di alto livello della CIA, è praticamente all’oscuro di tutti gli Stati Uniti. I talebani erano partner segreti del gigante del petrolio Unocal nella costruzione di un condotto petrolifero in Afghanistan e quando venne fatto presente ad un funzionario di Clinton che i talebani perseguitavano le donne, egli rispose “Sopravviveremo”. È palesemente evidente che Bush decise di attaccare i talebani non a seguito del 9/11, ma due mesi prima, nel luglio del 2001. Questo fatto non è noto negli Stati Uniti a livello pubblico, come la portata delle vittime civili in Afghanistan. Che io sappia, solo un reporter appartenente al mainstream, Jonathan Steel del Guardian di Londra, ha investigato sulle morti dei civili in Afghanistan stimando 20.000 persone e stiamo parlando di tre anni fa.

La tragedia senza fine della Palestina è dovuta in gran parte al silenzio e alla compiacenza della cosiddetta sinistra liberale. Hamas è descritto ripetutamente come votato alla distruzione di Israele. Il New York Times, l’Associated Press, il Boston Globe… a voi la scelta. Tutti usano questa informazione come fosse data per certa, ma è falsa. Ancora più importante, è pressoché sottaciuto che negli ultimi anni Hamas ha subito un cambiamento ideologico di portata storica riconoscendo quella che è definita la realtà di Israele; e che Israele abbia giurato di distruggere la Palestina è indicibile.

Esiste uno studio pionieristico della Università di Glasgow sulla cronaca che riguarda la Palestina. Venne intervistato un campione di ragazzi che in Inghilterra segue le notizie per televisione. Più del 90% di loro pensa che i coloni illegali siano i palestinesi. Più guardano, meno sanno, come recita la famosa affermazione di Danny Schecter.

Il silenzio attualmente più pericoloso è quello attorno alle armi nucleari e al ritorno della guerra fredda. I russi capiscono chiaramente che il cosiddetto scudo di difesa americano nell’Europa orientale è progettato per soggiogarli e umiliarli. Ancora, qui le prime pagine parlano di Putin sul punto di iniziare una nuova guerra, fredda, mentre nessuno riferisce dello sviluppo di un intero sistema nucleare chiamato Reliable Weapons Replacement (RRW), progettato per offuscare la distinzione tra guerra convenzionale e guerra nucleare, antica ambizione.

Nel frattempo, l’Iran è stato indebolito, con i media liberali che hanno rivestito più o meno lo stesso ruolo giocato prima dell’invasione dell’Iraq. E, come per i democratici, osservate come Barak Obama sia diventato la voce del Council on Foreign Relations, uno degli organi di propaganda della vecchia classe dirigente liberale di Washington. Obama scrive che sebbene egli desideri il ritiro delle truppe, “noi non dobbiamo escludere la forza militare contro avversari di vecchia data quali Iran e Siria”. Ascoltate queste parole di Obama il liberale: “In un momento di grande pericolo nel secolo passato i nostri leader assicurarono che l’America, con le azioni o con l’esempio, guidasse e sostenesse il mondo, che noi ci sollevassimo e lottassimo per la libertà cercata da miliardi di persone oltre i loro confini”.

Questo è il nocciolo della propaganda, o il lavaggio del cervello se preferite, che filtra nelle vite di ogni americano e in tanti di noi che americani non sono. Da destra a sinistra, laici o timorati di Dio, quello che così poche persone sanno è che nell’ultima metà del secolo le amministrazioni americane hanno rovesciato 50 governi, molti dei quali democratici. Nel processo, trenta paesi sono stati attaccati e bombardati con la conseguente perdita di innumerevoli vite. L’attacco di Bush va bene – ed è giustificato – ma nel momento in cui iniziamo a farci incantare dal richiamo della sirena delle fandonie dei democratici sul sollevarsi e combattere per la libertà cercata da milioni di persone, la battaglia per la storia è persa e noi stessi siamo ridotti al silenzio.

Quindi, che cosa dovremmo fare? Questa domanda che io ho posto spesso all’interno di convegni, anche in un contesto colto come quello di questa conferenza, è interessante in se stessa. Secondo la mia esperienza, la gente nel cosiddetto terzo mondo raramente si fa la domanda, perché sa cosa fare. Alcuni hanno pagato con la loro libertà e la vita, ma sanno cosa fare. È una domanda alla quale molti dei democratici (con la “d” minuscola) di sinistra devono ancora rispondere.

L’informazione reale, sovversiva, rimane il potere più potente di tutti, e io credo che non dobbiamo cadere nella trappola della convincimento che i media lavorino per il pubblico. Questo non era vero nella Cecoslovacchia stalinista e non è vero negli Stati Uniti.

In tutti gli anni che sono stato giornalista, non ho mai visto la coscienza pubblica sollevarsi così rapidamente come sta avvenendo oggi. Sì, la sua direzione e la sua forma non sono chiare, in parte perché le persone sono adesso profondamente sospettose nei riguardi delle alternative politiche e perché il partito democratico è riuscito a sedurre e a dividere l’elettorato di sinistra. Poi, questa crescente consapevolezza critica del pubblico è ancora più notevole se si considera l’incredibile portata dell’indottrinamento, della mitologia di uno stile di vita superiore e l’attuale stato di paura prodotto.

Perché il New York Times uscì senza editoriale l’anno scorso? Non perché si schierava contro la guerra di Bush; guardate i servizi sull’Iran. L’editoriale era una rara ammissione che il pubblico stava iniziando a vedere il ruolo segreto dei media e che la gente stava iniziando a leggere tra le righe.

Se l’Iran è attaccato, la reazione e il tumulto che ne deriverà non possono essere previsti. La sicurezza nazionale e la direttiva presidenziale sulla sicurezza della madrepatria dà a Bush, in caso di emergenza, il potere supremo rispetto a tutte le fazioni del governo. Non è improbabile che la costituzione venga sospesa; le leggi per contrastare centinaia di migliaia di cosiddetti terroristi e combattenti nemici esistono già. Credo che questi pericoli siano compresi dal pubblico che ha fatto passi in avanti dal 9/11 e ha percorso una lunga strada da quando la propaganda ha collegato Saddam Hussein ad Al-Qaeda. Ecco perché votarono per i democratici lo scorso novembre, solo per essere traditi. Ma hanno bisogno della verità e i giornalisti dovrebbero essere gli agenti della verità, non i cortigiani del potere.

Credo che un quinto stato sia possibile, il prodotto dei movimenti della gente, che controlla, decostruisce e respinge i media istituzionali. In ogni università, in ogni college dove si studiano i media, in ogni aula, gli insegnanti di giornalismo e i giornalisti stessi devono chiedersi quale sia il loro ruolo nella carneficina in nome di un’obbiettività fasulla. Tale movimento interno ai media potrebbe annunciare una perestroika come non ne abbiamo mai viste. È tutto possibile. I silenzi possono essere rotti. In Inghilterra, l’Unione Nazionale dei Giornalisti ha intrapreso un cambiamento radicale e ha chiesto di boicottare Israele. Il sito web Medialens.com è stato l’unico a chiamare la BBC a renderne conto. Negli Stati Uniti spiriti ribelli incredibilmente liberi popolano il web (non li posso menzionare tutti in questa sede) da International Clearing House di Tom Feeley a ZNet di Mike Albert o Counterpunch online fino allo splendido lavoro di FAIR. La miglior relazione sull’Iraq compare sul web, ad opera del coraggioso giornalismo di Dahr Jamail e di cittadini-reporter come Joe Wilding, che ha fatto un servizio sull’assedio di Fallujah dall’interno della città.

In Venezuela, le ricerche di Greg Wilpert smentirono la propaganda aggressiva ora rivolta ad Hugo Chavez. Non facciamo errori, si tratta della minaccia della libertà di parola per la maggioranza dei venezuelani che giace dietro alla campagna occidentale per conto del corrotto gruppo audiovisivo Radio Televisione Caracas (RCTV). La sfida per noi è portare allo scoperto questa conoscenza sottomessa e diffonderla tra la gente comune.

Dobbiamo fare in fretta. La Democrazia liberale si sta muovendo verso una forma di dittatura istituzionalizzata. Questo è un cambiamento storico e non si deve lasciare che i media siano la sua facciata, piuttosto che diventino l’ardente espressione popolare, soggetta all’azione diretta. La famosa spia Tom Paine avvertì che nel momento in cui la maggioranza della gente avesse negato la verità e le idee della verità, sarebbe stato il tempo di prendere d’assalto quella che lui chiamava la Bastiglia delle parole. Quel momento è adesso.

Discorso pronunciato alla Conferenza Socialista di Chicago 2007, sabato 16 giugno

John Pilger
Fonte: http://www.informationclearinghouse.info/
Link: http://www.informationclearinghouse.info/article18046.htm
20.07.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di AGLAIA KOCHELOKHOV

Pubblicato da God

  • marzian

    Putroppo Pilger è rimasto indietro, a quando si pensava che la cosiddetta informazione alternativa fosse davvero alternativa.

    da International Clearing House di Tom Feeley a ZNet di Mike Albert o Counterpunch online fino allo splendido lavoro di FAIR.

    ICH è un sito che pubblica indiscriminatamente qualsiasi cosa, mentre ZNet, Counterpunch e FAIR si possono benissimo definire etero-diretti dai servizi segreti, in particolare per il modo in cui hanno trattato l’invasione dell’Iraq. Si veda:

    Once upon a time in Iraq… Money makes the world go around, Gabriele Zamparini, The Cat’s Blog, 23 luglio 2007
    http://www.thecatsdream.com/blog/2007/07/once-upon-time-in-iraq-money-makes.htm [www.thecatsdream.com]

    di prossima pubblicazione in italiano sul nostro sito.