DIETA PER UN PIANETA CALDO


DI DANIEL NEPSTAD
Commondreams

Trentacinque anni fa usciva il rivoluzionario libro di cucina di Frances Moore Lappé intitolato “Diet for a Small Planet” che avvertiva delle conseguenze disastrose di una preferenza sempre maggiore per la carne. Per esempio, è necessario sino a 16 volte più terreno agricolo per mantenere delle persone che seguono una dieta di proteine animali piuttosto che una dieta di proteine vegetali. Il suo avvertimento suona profetico mentre negli Stati Uniti, in Europa e in Asia gli agricoltori rimangono senza terra da destinare allo sviluppo della produzione. I nuovi mangiatori di carne delle economie emergenti – tra cui soprattutto la Cina – stanno portando l’agricoltura industriale nelle foreste tropicali del Sud America, spingendo i gas dell’ effetto serra verso il cielo e creando un nuovo nesso pericoloso tra il palato e il riscaldamento del pianeta.

A Seguito: Rivoluzione Vegetariana (Jeremy Rifkin; L’Espresso)

Le foreste tropicali costituiscono un patrimonio di specie vegetali e animali. Ma sono anche una riserva di carbonio enorme e volatile che deve rimanere fondamentalmente intatta per tenere sotto controllo il riscaldamento del pianeta.

La foresta di questi ecosistemi grandiosi fornisce più di 400 miliardi di tonnellate di carbonio, rendendo nient’altro che insignificanti i 7 miliardi di tonnellate di carbonio del combustibile fossile che ogni anno viene bruciato. Questa riserva sta disperdendo il biossido di carbonio nell’atmosfera al ritmo di 1-2 miliardi di tonnellate di carbonio all’anno a causa del taglio e dell’incendio della foresta pluviale. Quando, soprattutto durante gli anni di siccità, i fuochi appiccati per fini agricoli si diffondono nelle foreste tropicali vicine, nel cielo possono liberarsi uno o due miliardi di tonnellate di carbonio.

Non sarà facile tenere intatte le foreste tropicali. Il problema è che sono situate su alcune delle più vaste distese di terra rimanenti nel mondo adatte allo sviluppo delle colture e del pascolo. Secondo l’USDA (United States Department of Agriculture) tutto il territorio destinato alle colture degli Stati Uniti potrebbe entrare nella pianura centrale sudamericana e nella foresta amazzonica al nord. Così la Cina, con un benessere sempre maggiore che ha determinato un raddoppiamento del consumo di carne nel corso degli ultimi dieci anni, ha fatto ricorso ai semi di soia brasiliani per nutrire la sua popolazione che sta scoppiando di polli e maiali. India, Sud Africa e altre economie emergenti stanno seguendo una linea d’azione simile.

Le abitudini continentali del consumo di carne meritano una certa attenzione anche per il problema relativo alla scomparsa dell’Amazzonia. Con la messa al bando dell’utilizzo di carcasse animali nella razione animale in seguito alla diffusione del morbo della mucca pazza, l’Unione europea ha provocato un enorme insufficienza di proteine. E mentre gli importi cinesi di soia dal Brasile sono saliti da 0 a 8 milioni di tonnellate negli ultimi dieci anni, gli importi europei sono passati da 3 a 11 milioni di tonnellate.

Gli alti prezzi del petrolio hanno anche favorito la sostituzione delle foreste tropicali con campi di grano e canna da zucchero. La fonte più promettente di etanolo per alimentare una nuova serie di macchine per pulire è rappresentata dalla canna da zucchero brasiliana, la cui produzione è cresciuta e sta spingendo i campi di soia in Amazzonia.

L’enigma dieta-energia-clima può sembrare insormontabile. Ma c’è un motivo di speranza.

Nella crescente richiesta a livello mondiale di prodotti agricoli è radicata una serie di standard ambientali e sociali che sono in rigoroso aumento. Istituzioni finanziarie, commercianti di prodotti primari, gruppi di consumatori, organizzazioni non governative (NGO) ambientaliste e organizzazioni per i diritti umani stanno premendo per alzare il livello della “qualità” socio-ambientale della catena di produzione di prodotti agricoli. Per esempio, le società che acquistano la maggior parte della soia prodotta nella foresta amazzonica hanno recentemente proclamato una sospensione dell’acquisto di soia coltivata nel suolo della foresta amazzonica sgombrato da poco, in risposta ad un attacco di Greenpeace ai ristoranti di McDonald in Europa che ingrassano i polli con la soia proveniente dall’Amazzonia.

I negoziati internazionali sulle condizioni climatiche forniscono un altro filo di speranza. L’anno scorso la Papua Nuova Guinea e la Costa Rica hanno proposto il risarcimento delle nazioni tropicali per gli sforzi fatti nel tentativo di contenere la deforestazione. Il Brasile ha avanzato una proposta simile durante i negoziati di Nairobi che hanno avuto luogo la scorsa settimana.

Il recente successo del Brasile che sta costituendo vaste riserve naturali nel cammino verso l’espansione della frontiera agricola dell’Amazzonia dimostra che la volontà politica può far rallentare la distruzione della foresta tropicale. Ma deve anche diminuire la richiesta di prodotti agricoli. E a questo punto la speranza è vicina quanto il nostro tavolo da pranzo. Se gli americani affrontassero le problematiche relative al rapporto tra dieta e pianeta mangiando meno carne – ed infischiandosene della dieta Atkins – potrebbero offrire un singolare esempio di supremazia nel rallentare il riscaldamento del pianeta.

Daniel Nepstad
Fonte: http://www.commondreams.org
Link: http://www.commondreams.org/views06/1122-27.htm
22.11.2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di LUISA

1 Commento
  1. Tao dice

    Il bestiame genera il 18 per cento dei gas serra. Più di quelli prodotti dai trasporti. E occupa il 26 per cento della superficie terrestre: mangiare meno carne aiuterebbe la salvaguardia dell’ambiente

    Mentre va diffondendosi la preoccupazione per le centinaia di milioni di automobili, autobus e camion, come pure per gli aerei e i treni che emettono anidride carbonica nell’atmosfera, surriscaldano il pianeta e fanno incombere la minaccia di un radicale cambiamento climatico sulla Terra, viene quasi ignorata una fonte ancor più insidiosa di gas inquinanti. Forse potrà sorprendervi sapere che la carne che mangiamo è oggi il principale fattore di alterazione globale del clima. Secondo un recente rapporto della Fao, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, il bestiame genera il 18 per cento dei gas di serra. Più ancora di quelli prodotti dai trasporti. Ma se gli animali da allevamento, in special modo i bovini, producono solo il 9 per cento dell’anidride carbonica derivante dalle attività umane, generano una percentuale maggiore di gas più nocivi. Come ad esempio il 65 per cento delle emissioni di protossido d’azoto, un gas che contribuisce al riscaldamento terrestre quasi 300 volte di più del biossido di carbonio, provenienti in gran parte dal letame. O il 37 per cento del metano, che ha un effetto 23 volte superiore a quello dell’anidride carbonica come fattore di riscaldamento del globo.

    Il bestiame occupa attualmente il 26 per cento della superficie terrestre non ricoperta dai ghiacci. Non solo, ma oltre un terzo delle terre coltivabili è sfruttato oggi per produrre cereali per gli animali anziché per gli uomini. Tradizionalmente, il bestiame si nutriva del foraggio delle praterie. Solo nel XX secolo si è cominciato a convenire vaste estensioni di terreno coltivabile producendo cereali per la zootecnia invece che per l’alimentazione umana, in modo che i consumatori più ricchi potessero mangiare carne di animali nutriti con questi diversi mangimi. In questo modo, molte delle popolazioni più povere del mondo sono state confinate in terre marginali, un fenomeno che ha reso sempre più difficile per milioni di persone assicurarsi anche il più modesto apporto calorico quotidiano. La zootecnia in crescente espansione è divenuta un flagello mondiale di proporzioni epiche. 1 soli bovini stanno letteralmente divorando interi ecosistemi. Molte foreste tropicali, come accade ad esempio in Amazzonia, vengono abbattute per far posto ai pascoli, che stanno erodendo ovunque anche le terre coltivabili, mentre le acque dolci rimanenti nel mondo vengono contaminate dai rifiuti degli animali e dai pesticidi.

    Il problema sta diventando sempre più grave. Secondo le stime della Fao, la produzione mondiale di carne raddoppierà entro il 2050, con effetti potenzialmente catastrofici per la biosfera, tanto da spingere l’agenzia delle Nazioni Unite a lanciare un monito: «Per evitare che la situazione peggiori ulteriormente, bisognerà dimezzare i danni ambientali prodotti da ciascun capo di bestiame». Ma dopo averci messo in guardia da questi pericoli, la Fao prospetta una serie di rimedi, fra i quali metodi più efficaci di conservazione del suolo, nuove diete animali per ridurre le emissioni di metano e sistemi d’irrigazione più efficienti. Tutte soluzioni che fanno un po’ sorridere considerando le evidenti dimensioni del problema, che rimane sostanzialmente senza risposta nel rapporto dell’agenzia. Il fatto è che un numero crescente di esseri umani sta incidendo sempre di più sulla catena alimentare della Terra, con diete a base di carne, a spese dell’integrità del pianeta. Perché allora nel rapporto si fanno solo pochi cenni a una dieta più vegetariana senza raccomandare una sostanziale riduzione del consumo di carne fra le soluzioni proposte? Forse il motivo è che la zootecnia è il settore in più rapido sviluppo dell’agricoltura mondiale, fornisce occupazione a 1,3 miliardi di persone e rappresenta il 40 per cento della produzione agricola globale.

    Persino il "New York Times", generalmente molto attento alle questioni ambientali, ha sottovalutato le implicazioni del rapporto della Fao. Dopo aver lamentato i dannosi effetti del bestiame sull’ambiente e sul cambiamento climatico, la direzione del giornale ha osservato che «la predilezione umana per la carne non si esaurirà molto presto », per cui la soluzione dipende dallo «sviluppo di forme di allevamento più sostenibili». Ma né il famoso quotidiano né la Fao hanno compreso pienamente che "più sostenibile" significa con effetti meno devastanti sulla catena alimentare globale attraverso la riduzione del consumo di carne. Ci vogliono quattro chili di mangime per far ingrassare di mezzo chilo un manzo nel recinto dove viene allevato, di cui meno di tre chili sono costituiti da cereali e sottoprodotti e poco più di un chilo da crusca. Ciò significa che solo IMI per cento di questo mangime serve a produrre il bue mentre il resto viene consumato come energia nel processo di conversione, utilizzato per mantenere le normali funzioni corporee o espulso o assorbito in parti del corpo che non vengono mangiate, come il pelo o le ossa. L’inefficienza e lo spreco derivanti da una dieta a base di carne sono molto peggio degli analoghi inconvenienti dovuti all’uso di automobili che bruciano una gran quantità di carburante. Se confrontiamo il rendimento di un terreno destinato alla coltivazione di cereali per l’alimentazione umana con quello di un altro destinato invece a produrre granaglie per gli animali, vediamo che un acro del primo fornisce il quintuplo delle proteine del secondo. I legumi producono una quantità di proteine dieci volte superiore e i vegetali ricchi di foglie 15 volte superiore, per ogni acro, rispetto a quelle che si ricavano dall’allevamento del bestiame.

    Negli Stati Uniti, l’industria zootecnica usa l’equivalente di un gallone di benzina per produrre mezzo chilo di carne di manzo allevato con cereali. Per far fronte alla richiesta annuale di carne di una famiglia media di quattro persone – pari a circa 120 chili – occorrono più di 260 galloni di carburanti fossili. Quando questi vengono consumati, emettono oltre 2,5 tonnellate di anidride carbonica addizionale nell’atmosfera: una quantità pari a quella emessa da un’auto media in sei mesi di normale funzionamento. Ovviamente, la risposta immediata a un sia pur timido invito a ridurre la carne nella dieta è che gli esseri umani sono carnivori e hanno bisogno di questo alimento per conservarsi in buona salute. Ma non è così. Noi siamo infatti onnivori e come i nostri più stretti parenti, gli scimpanzè, ci siamo evoluti biologicamente mangiando soprattutto frutta fresca e verdure e solo occasionalmente carne. Sebbene questa abbia fatto parte tradizionalmente della nostra dieta, fino al XX secolo era più un condimento che un alimento base. Ma le proteine addizionali che la carne contiene sono davvero necessarie per la nostra salute? Di fatto, l’americano medio già consuma molte più proteine di quante l’organismo sia in grado assorbire. Una dieta bilanciata, basata su vegetali può fornire facilmente tutte quelle proteine di cui abbiamo bisogno per restare sani. Le implicazioni del rapporto della Fao sono chiare. Stabilito che l’allevamento del bestiame è responsabile dell’effetto serra assai più dei trasporti, perché allora i mass media e i governi non lanciano campagne per ridurre il nostro superconsumo di carne come già si sta cercando di ridurre la nostra tendenza all’uso di automobili che sperperano benzina?

    Jeremy Rifkin
    Fonte: http://espresso.repubblica.it/
    Numero 3 anno 2007
    Visto su: Fonte: http://www.europass.parma.it
    Link: http://www.eur
    opass.parma.it/page.asp?IDCategoria=553&IDSezione=0&ID=99073
    21.01.07

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