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CONFESSIONI DI UN AGUZZINO

DI JOHN CONROY
Chicago Reader

La storia dello specialista addetto
agli interrogatori dell’esercito americano Tony Lagouranis

Tony Lagouranis non corrisponde al tipo di persona
che può sbagliare nell’eseguire gli ordini. Ha vissuto una vita indipendente,
senza essere vincolato dal desiderio di un avanzamento professionale,
dell’approvazione dei superiori, addirittura di una casa confortevole.
Un libero pensatore, che negli anni del college si è fatto una cultura
con le grandi opere della civiltà occidentale , e si è laureato in
lingue classiche. È stato anche il suo desiderio di imparare l’arabo
a portarlo in Iraq.

E laggiù, come specialista
addetto agli interrogatori, ha torturato numerosi detenuti per ottenere
informazioni che, per sua stessa ammissione, le sue vittime raramente
potevano fornire. Dopo aver lasciato l’Iraq ha reso pubblica la sua
storia, battendosi nelle televisioni nazionali contro i suoi ex superiori,
rei di avergli dato quelli stessi ordini che oggi rimpiange di aver
eseguito.
Nato a Chicago da genitori
molto industriosi (suo padre ha lavorato per una catena di hotel), Lagouranis
ritiene di aver frequentato dieci o undici licei prima di diplomarsi
a New York nel 1987. Dopo un anno di college si ritirò per girare l’America,
mantenendosi con lavoretti edili e culinari. Finì comunque per tornare
a Santa Fe, e nel 1994 si iscrisse al St. John’s College, il cui programma
didattico è composto unicamente dalle grandi opere letterarie del passato,
che vengono lette in ordine più o meno cronologico. Lagouranis scoprì
di avere un certo talento per le lingue straniere: si appassionò al
greco antico e trovò l’ebraico semplice. Provò a imparare l’arabo
da solo, ma senza una classe e un insegnamento regolare lo trovò troppo
difficile.

All’inizio del 2001, quattro
anni dopo essersi laureato al St. John’s, decise di riprovare con
l’arabo, in parte perché pensava che il mondo arabo non venisse capito
dagli occidentali. Oppresso da “enormi debiti contratti durante
gli studi”, conobbe un ex addetto agli interrogatori che aveva
imparato russo e tedesco nell’esercito, e allo stesso tempo aveva
ottenuto il pagamento dei debiti studenteschi. “Sembrava proprio
una buona idea”, confessa Lagouranis. “Pensai che avrei potuto
inserire l’arabo nel mio contratto e arruolarmi nell’esercito per
cinque anni”.

In quel momento gli USA non
erano in guerra con nessuno. Lagouranis stava riprendendosi da un’esperienza
frustrante in Tunisia, dove aveva lavorato per degli scavi archeologici
e insegnato l’inglese, ma non aveva potuto ottenere i requisiti burocratici
per la residenza e quindi non era stato pagato. Al suo ritorno negli
Usaaveva trovato un lavoro presso l’aeroporto di O’Hare aiutando
le corporation a ottenere il rimborso di dazi da importazioni, un lavoro
che descrisse come terribilmente noioso.

“Andai all’ufficio
[di reclutamento dell’esercito] dicendo di volere imparare l’arabo,
e non c’erano molte altre possibilità se ti interessa una lingua.
Ci puoi andare semplicemente come linguista, che significa che dopo
ti verrà assegnato un altro lavoro
– è una mansione abbastanza indefinita. Oppure ci puoi andare come
intercettatore telefonico, per cui stai seduto e ascolti con certe cuffie
le conversazioni telefoniche. Oppure puoi essere uno specialista addetto
agli interrogatori”. I lavori di linguista e intercettatore telefonico
richiedono un’autorizzazione alla protezione top secret, ma i debiti
studenteschi di Lagouranis e i relativi interessi ne impedivano il ricorso.
“Apparentemente l’idea è che se devi soldi a qualcuno, allora potresti
essere corrotto da agenti stranieri. Quindi non mi avrebbero permesso
di ottenere l’autorizzazione alla protezione top secret. Allora ho
accettato. Non pensai realmente a quella decisione. L’idea che avrei
mai davvero interrogato qualcuno sembrava così remota”.

Dopo un addestramento di base
venne mandato a Fort Huachuca, in Arizona, per la scuola di interrogatori,
dove il programma era basato soprattutto sullo studio di armi convenzionali.
Lagouranis imparò molto sull’armamento sovietico. “Ci piacque
in particolare un giorno la lezione sugli approcci, ovvero i metodi
che usi per far crollare il prigioniero, per distruggerne le difese
psicologiche. Ci dissero che il novanta per cento dei prigionieri sarebbero
crollati con un approccio diretto, che consiste semplicemente nel rivolgere
una domanda diretta – non devi per forza avere un approccio particolare.
Ci dissero che se un prigioniero non dovesse crollare, di solito si
hanno a disposizione abbastanza detenuti
da poter ignorare quella persona e parlare con qualcun’altro”.

Lagouranis ritiene che questa
strategia si basasse sull’esperienza della Guerra del Golfo, quando
i prigionieri iracheni spesso collaboravano senza problemi. “Le
loro domande erano completamente diverse da quelle che avremmo posto
in Iraq. Gli si chiedevano il numero di T-72 per unità, dove rimediassero
i pezzi di ricambio, in che condizioni fossero i camion, insomma cose
che non dovremmo mai chiedere per soffocare una rivolta”.

Lagouranis studiò anche la
Convenzione di Ginevra per il trattamento dei prigionieri. “Ci
avevano detto che non potevamo usare tecniche di costrizione. Non ci
sarebbero state ripercussioni negative per un prigioniero che non avesse
collaborato con noi”..

Dopo la scuola specialistica per addetti agli interrogatori, Lagouranis
passò quindici mesi a imparare l’arabo all’Istituto di Lingue della
Difesa a Monterrey, in California. Nell’estate del 2003, circa quattro
mesi dopo l’invasione dell’Iraq, venne mandato a Fort Gordon, in
Georgia, dove si unì alla 513esima Brigata dei Servizi Segreti dell’Esercito,
che comprendeva soldati che avevano già avuto esperienze in Afghanistan
e in Iraq. Venne nuovamente addestrato, e stavolta con scenari più
realistici, e iniziò anche a sentire storie di abusi da parte dei veterani
– storie che però condì via come semplici millanterie.

“Si parlava di umiliazioni di tipo sessuale su questa gente, o
anche di posizioni estremamente stressanti a cui erano stati costretti,
o che in Afghanistan costringevano il detenuto a sedersi nudo sulla
neve per lunghi periodi di tempo. Dicevano che questi derelitti non
erano protetti dalla Condizione di Ginevra,
cosa che ho continuato a sentire anche in Iraq””

Arrivò in Iraq nel gennaio 2004, e venne inviato ad Abu Ghraib, giusto
dieci giorni dopo che lo specialista Joseph Draby aveva consegnato le
tristemente famose fotografie di abusi sui prigionieri ad opera degli
investigatori dell’Esercito. “Quando arrivammo lì non avevamo
idea di cosa fosse successo, ma l’Esercito
lo sapeva, e stavano facendo in modo di insabbiare tutto ciò che era
accaduto ad Abu Ghraib”.

Lagouranis sostiene che i suoi interrogatori fossero solo dialoghi, “proprio come nel manuale di campo dell’Esercito”. Alcuni
degli investigatori anziani, comunque, stavano ancora usando metodi
duri. Alcuni detenuti giudicati renitenti alla collaborazione erano
stati privati di indumenti e coperte perché soffrissero il freddo nelle
loro celle. Altri erano stati tenuti in isolamento per mesi e bendati
allorché venivano condotti nelle celle degli interrogatori, di modo
che non potessero vedere nessuno se non il personale addetto all’interrogatorio.
Ciononostante, a Lagouranis sembrava che l’amministrazione di Abu
Ghraib stesse diventando progressivamente più pulita. Ancora, era noto
a molti che fosse la CIA a torturare i prigionieri, sostiene Lagouranis,
per cui tutto ciò che l’Esercito facesse era poca cosa in confronto.

Non molto tempo dopo il suo arrivo, Lagouranis venne assegnato a una
squadra per progetti speciali, incaricata di interrogare coloro che
erano stati coinvolti nella latitanza di Saddam Hussein. Alcuni di loro
erano solo figure minori, a cui “era capitato di avere contatti
con Saddam Hussein e forse avevano qualche informazione, ma non per
questo erano necessariamente dei criminali”. Un parente di un
pezzo grosso del partito Baath si lamentò con Lagouranis di essere
stato torturato. “Mi disse che al momento dell’arresto era stato
picchiato e costretto a stare in ginocchio contro
un muro per giorni, e gli avevano impedito di dormire,
e occasionalmente era anche stato preso a calci e pugni dalle guardie…

[Complesso detentivo ad Abu Ghraib, luglio 2004, quando Lagouranis vi fu inviato.
Karim Sahib/AFP/Getty Images]

“Mi pregò di togliergli la benda dalla sua testa, così che potesse
guardare il sole, e magari anche fare due passi in cortile.

“Preparai un rapporto sugli abusi su quest’uomo. C’era una
specie di modulo standard, preparato per questo da qualcuno ad Abu Ghraib,
così chiesi al mio superiore di questo modulo, quindi tornai dalla
vittima e gli chiesi di parlarmi di questi abusi nello specifico. L’iracheno
però si rivelo veramente riluttante ad approfondire la questione, diceva
di essersene dimenticato, semplicemente non voleva passare altri guai.
E per quanto ne so, quel rapporto sugli abusi da lui subiti è scomparso.
Non esiste più”.

Dopo un mese circa, Lagouranis venne trasferito ad una squadra mobile
di interrogatori, composta da Quattro uomini. Svolse qualche lavoretto
alla base aeronautica di Al Asad e ancora ad Abu Ghraib, e poi venne
assegnato a Mosul; fu qui che iniziò a torturare gli uomini durante
gli interrogatori.

“Lavoravamo per questo sergente maggiore che era interessato solo
ad andare il più in là possibile. Ci consegnò un pezzo di carta chiamato
IROE, che riguardava le regole di ingaggio. Comprendeva tutto ciò
che era possibile fare durante un’interrogatorio, con l’approvazione
del Pentagono; ma era anche un documento
“aperto”, che incoraggiava la creatività dell’interrogatore.

“Ad esempio, una tecnica approvata era chiamata la manipolazione
ambientale. È difficile dire cosa significasse esattamente. Poteva
significare che avevamo il permesso di lasciare i prigionieri fuori
al freddo sotto la pioggia, o potevamo mettere musica rock a tutto volume
e tormentarli con luci psichedeliche per giorni, oppure usare queste
cose insieme. Il documento non forniva istruzioni precise, ma del resto
questo era proprio ciò che si voleva ottenere.

“Quindi quando ci veniva detto di fare qualcosa, controllavamo
su quel documento per capire cosa fosse legale o meno”. Dato
che gli era stato detto che i detenuti non erano tutelati dalla Convenzione
di Ginevra, Lagouranis pensò che la sua conoscenza della legge non
fosse applicabile. “Eravamo in una situazione molto strana… ti
hanno sempre detto che se ricevi un ordine contro la legge hai il dovere
di rifiutarti di eseguirlo, ma eravamo in un posto dove non sapevamo
dove fosse il limite della legalità, quindi non sapevamo che fare”.
Per coprirsi le spalle, Lagouranis preparò un piano per l’interrogatorio
di ogni singolo detenuto, lo fece firmare dal sergente maggiore, e lo
incluse alle relative documentazioni.

Prima che la squadra mobile
di Lagouranis arrivasse, il sito era stato a corto di personale.
“Una volta arrivati, credo che il sergente maggiore avesse visto la
possibilità di creare un sistema di proprie regole. Una
di queste riguardò l’introduzione di operazioni di 24 ore. Prima
di questo, le operazioni duravano solo 12 ore. Ci fece lavorare a turni,
di modo che potessimo resistere alla mancanza di sonno, che potessimo
resistere a posizioni stressanti tutta la notte… così nel giro di
una settimana dal nostro arrivo vennero istituite
queste tattiche più dure”.

“Il sergente maggiore si impossessò
di un container da nave che divenne
la stanza per gli interrogatori dell’unità. La procedura operativa
cominciò a includere il sottoporre il prigioniero a
posizioni stressanti come standard di interrogatorio. Queste comprendevano
il farlo stare in piedi o inginocchiato per lunghi periodi di tempo;
farlo camminare con le ginocchia sul cemento, sul compensato o anche
sulla ghiaia (su questa lo si costringeva anche a strisciarvi).
Un altro supplizio che usavamo era costringere il prigioniero ad appoggiarsi
al muro con la schiena tenendo le ginocchia piegate con un angolo di
novanta gradi. Si tratta di un esercizio ginnico abbastanza normale,
che diventa veramente doloroso dopo pochi minuti, ma
i prigionieri venivano costretti a eseguirlo
per molto più tempo.

“Avevamo tre diverse luci
psichedeliche che usavamo simultaneamente, e il prigioniero era costretto
a una posizione stressante al freddo, cosicché congelasse. A volte
i detenuti erano esposti direttamente alla luce psichedelica, ma altre
volte indossavano dei dispositivi ottici che oscuravano la vista, ma
permettevano alla luce pulsante di entrare. La musica nel container
da nave era quella di uno stereo a tutto volume. In teoria
dovevamo stare col prigioniero tutto il tempo, ma
se volevamo potevamo uscire e chiudere a chiave la porta. Potevamo anche
semplicemente andare fuori dal container e starcene seduti.
Il rumore non mi avrebbe dato poi tanto fastidio. Iniziammo a usare
musica Heavy Metal fornitaci dalla polizia militare, ma
una volta alle due del mattino misi James Taylor
(popolare cantante folk Americano anni 70′-’80, N.d.T.), perché
non ne potevo più di quella merda.

“Non ero io a occuparmi dei cani. Avevamo addestratori professionisti.
Erano della Polizia Militare (in seguito si abbrevierà in MP, N.d.T.),
ed erano di stanza vicino a noi, quindi dovevo solo andare lì e svegliarli.
Concordavamo un segnale che gli avrei dato per aizzare il cane ad abbaiare
al prigioniero, o addirittura perché vi si
scagliasse contro. Lo stesso prigioniero indossava degli occhiali da
saldatore completamente oscurati, per cui non poteva vedere che il cane
era legato, non poteva vedere che il cane aveva una museruola, avrebbe
saputo solo che c’era un cane grosso e pericoloso in
stanza con lui.

“Di solito accadeva che il prigioniero all’inizio fosse terrorizzato,
ma poi l’effetto veniva meno – capiva che il cane non l’avrebbe
attaccato. Quindi nei primi istanti
l’effetto per il prigioniero era così terrificante
da fargliela letteralmente fare addosso. Ma in seguito
non accadeva più niente. Quindi questo metodo era ben poco
efficace, ma il sergente maggiore iniziò a dirci di fare così, e
quindi noi eseguimmo”.

Sebbene alcuni prigionieri si lamentassero, Lagouranis ritiene che gli
altri in qualche modo avessero accettato il trattamento – “come
se questo fosse normale quando sei detenuto. Se pensi all’Iraq, e
a ciò che gli Iracheni si aspettavano se cadevano nelle mani di Saddam
Hussein, probabilmente credevano che gli fosse andata abbastanza bene,
specialmente perché il trattamento che subivano da noi era molto meno
duro di quello che avevano subito dalle unità di custodia dei prigionieri.
Ricevevamo prigionieri che ne avevano viste di tutti i colori. Ricevevamo
prigionieri dai Navy SEAL, che usavano molte delle nostre tecniche,
anche se le loro erano più dure. Gli capitava di
far spogliare il detenuto, e di farlo sdraiare sul pavimento versandogli
acqua ghiacciata sul corpo. Gli misuravano la temperatura con un termometro
rettale. Ci portarono un prigioniero che era stato ustionato dai Navy
SEAL. Sembrava che avessero usato un comune accendino. I piedi di un
altro prigioniero erano gonfi e di un colorito bluastro, le dita erano
tutte rotte, per cui non poteva camminare. E allora ce li mandavano,
e gli facevamo ascoltare James Taylor
– non penso che fossero particolarmente offesi per quello che gli
facevamo. Non che voglia giustificarmi per questo, ma le loro reazioni
non furono mai troppo forti”.

Lagouranis sostiene che gli MP fossero “entusiasti di partecipare
a tutto questo. Molti dei ragazzi con cui lavoravamo erano ex guardie
carcerarie o riservisti che svolgevano gli stessi compiti durante la
vita civile. Amavano fare queste cose. Volevano assolutamente essere
coinvolti durante gli interrogatori. Questo in realtà a volte era un
problema. Mi ricordo di una volta, in cui ero di guardia alle tre del
mattino presso un container con un prigioniero dentro, e degli uomini
si avvicinavano per sapere che stava succedendo, perché sentivano
la musica e forse vedevano le luci. E volevano unirsi all’interrogatorio.
Quindi mi capitava di avere quattro sergenti intorno a me, e io sono
uno specialista, e volevano entrare e riempire di botte il
prigioniero, e dovevo controllare questi uomini che erano di un grado
più alto, erano di più ed erano anche armati, mentre io no
– poiché se sto tenendo sotto controllo un prigioniero non posso
avere armi con me. A volte mi innervosivo non poco, e non potevo nemmeno
chiedere aiuto perché non c’era nessuno in giro. Mi ricordo una volta
che gli MP arrivarono dalla struttura principale e cominciarono a picchiare
sul container, un tizio salì sul tetto e iniziò a saltare su e giù,
mentre gli altri tiravano sassi al container, entravano e urlavano al
prigioniero. E io mi chiedevo come potessi controllare la situazione…”

Lagouranis sostiene che gli MP non sapevano niente dei singoli detenuti,
la maggior parte dei quali, secondo le sue stime, non c’entravano
nulla con le sommosse. “Gli MP non leggevano i rapporti, non parlavano
al prigioniero, non sapevano nulla di lui, pensavano solo che fosse
un franco tiratore o un attentatore e quindi lo odiavano. Avrebbero
abusato di lui in ogni modo, se ne avessero avuto la possibilità. In
effetti riuscivano a farlo in molti modi. Potevano rifiutare
il permesso di una visita medica, di andare al bagno (il che è molto
comune), e perfino di una coperta”.

Dice, “avevamo a che fare con molti prigionieri… per cui la maggior
parte di loro non subivano tutto il trattamento, a meno che il sergente
maggiore non lo volesse. Ma c’erano due fratelli che avevamo riempito
di botte… c’erano dei segni evidenti su questi uomini, cosa che
era veramente rara – non lasciavamo segni visibili praticamente su
nessuno… riservammo loro un trattamento duro per quasi un mese, almeno
credo, e alla fine quei ragazzi erano completamente a pezzi, sia fisicamente
sia mentalmente. Uno di loro, quando avevamo finito con lui,
camminava come un novantenne. Era un reduce dell’esercito, quando
venne portato da noi era un giovanotto molto in salute, ma alla fine
era ridotto a uno straccio. Psicologicamente, non riuscivano a focalizzare
più niente. Le loro emozioni cambiavano in continuazione. Mostravano
chiari segni di deterioramento”.

Se una persona non riesce a focalizzare le cose, come può rispondere
alle domande? “Rendeva l’interrogatorio più difficile, ma non
avevamo altri modi di ottenere informazioni da loro. La persona che
aveva ordinato tutto questo, il sergente maggiore, non vide mai questi
prigionieri, quindi per lui non c’era modo di capire cosa stesse accadendo”.
La risposta del sergente maggiore alla mancanza di informazioni, dice
Lagouranis, era semplicemente di aumentare gli abusi.

Nell’aprile del 2004 il New Yorker e 60 Minutes II portarono all’attenzione
del pubblico la vicenda degli abusi subiti da un detenuto ad Abu Ghraib.
Non molto tempo dopo la pubblicazione di queste immagini, Lagouranis
venne trasferito di nuovo da Mosul ad Abu Ghraib. Le trasmissioni della
CNN venivano prodotte costantemente nelle zone dove gli specialisti
addetti agli interrogatori redigevano i loro rapporti, ed era là, mentre
guardava i discorsi al Congresso, che Lagouranis sentì il Segretario
alla Difesa Donald Rumsfeld affermare che i detenuti in Iraq venivano
trattati in base alla Convenzione di Ginevra. “Udii anche il tenente
generale Ricardo Sanchez affermare che non c’era l’autorizzazione
a usare i cani in Iraq”. Questa testimonianza contraddiceva completamente
le linee guida per gli interrogatori che Sanchez, comandante militare
in Iraq, aveva emesso nel settembre del 2003.

“Fu in quel momento che mi incazzai sul serio”, dice Lagouranis.
“Pensai così, ‘Cazzo, questa gente ce lo sta mettendo nel culo'”.

Non molto tempo dopo, la Divisione di Indagini Criminali dell’Esercito,
mentre conduceva un’indagine su torture ad opera degli MP ad Abu Ghraib,
convocò Lagouranis per fargli alcune domande riguardo agli abusi subiti
da un prigioniero da parte di alcuni MP in seguito accusati dello scandalo.
Lagouranis riferisce di averli potuti aiutare con quel caso, in quanto
non era stato lui a interrogare il detenuto, ma riportò tutto ciò
che aveva fatto nel container dala nave a Mosul e tutto ciò a cui aveva
assistito. Menzionò anche il primo rapporto che aveva redatto col CID
(Criminal Investigation Department, Dipartimento per Indagini Criminali),
riguardante il pezzo grosso del partito Baath che era stato torturato
ad Abu Ghraib.

In seguito non ebbe più notizie di nulla, prima di essere trasferito
a Kalsu, una base a Iskandariyah, circa 25 miglia a sud di Baghdad,
dove i Marines erano al comando di una nuova struttura detentiva. “Quando
scoppiò il casino, trovammo il potere di rifiutare ogni misura pesante”,
ricorda Lagouranis, “ma in quella base fui testimone degli abusi
più gravi. Dopo lo scandalo, smisero di torturare la gente in prigione
e cominciarono a farlo prima di portarcela. Lo facevano o a casa loro,
o li portavano in certi posti lontani… I Marines avevano una postazione
– soprannominata la ‘fabbrica di carne’
– in cui portavano i prigionieri per torturarli per 24 o 48 ore prima
di internarli, e usavano tecniche come il supplizio dell’acqua, esecuzioni
simulate, pestaggi, rottura di ossa, qualsiasi cosa. Era terribile,
in particolare la Prima Ricognizione
– una specie di unità di forze speciali dei Marines, un’unità
di élite (unita alla Ventiquattresima Forza di Spedizione dei Marines,
nota come il 24th MEU). Ogni volta che conducevano
un raid, non era importante chi catturassero, volevano solo riempire
di botte questa gente. Vecchi, quindicenni, tornavano tutti, ne uscivano con ferite
e ossa rotte. Un ragazzo tornò con una vescica dietro la gamba. Era
grossa, brutta e purulenta. Lo avevano costretto a sedersi sul tubo
di scappamento di un camion col motore acceso.

“E io in quel periodo redigevo rapporti sugli abusi commessi da
questi uomini, e li inviavo attraverso la catena di comando dei Marine…
prendevo le dichiarazioni dei prigionieri, scrivevo le mie, scattavo
fotografie, e le inserivo nei file medici dei detenuti.

“Nessuno guardò mai questi documenti medici, nessuno venne mai a parlare
coi prigionieri, nessuno mi intervistò mai su quella roba. Ma mi assicuravano
che queste cose sarebbero state sottoposte a un’indagine”.

In novembre, dopo due mesi a Kalsu, Lagouranis venne mandato a Falluja.
Le forze americane avevano lanciato una grande offensiva per ripulire
la città, e i cadaveri venivano portati in un magazzino agricolo che
gli americani avevano soprannominato “la fabbrica di patate”.
Lagouranis venne assegnato alla perquisizione delle tasche e dei vestiti
dei morti, per cercare di identificarli e raccogliere indizi dai loro
documenti. Il Dipartimento della Difesa aveva offerto alcuni scanner
della retina per aiutare l’identificazione, ma questa tecnologia non
si rivelò efficace. I corpi, molti dei quali erano rimasti sulla strada
per più di una settimana a decomporsi e ad essere straziati dagli animali,
spesso non avevano più gli occhi – “solo le orbite piene di
vermi”. I Marines stavano negoziando con le autorità locali e
gli Imam riguardo a come e dove i cadaveri dovessero essere sepolti,
e finché non si fosse arrivati a una decisione sarebbero rimasti dov’erano.
“Era orribile. Dovevamo maneggiare questi cadaveri tutto il giorno.
Era come se ci vivessimo insieme, vermi e mosche ovunque. Non potevamo
nemmeno farci una doccia, perché non ce n’erano. Non potevamo lavarci
i vestiti”. Lagouranis visse in quel modo per un mese. Secondo
le sue stime c’erano 500 corpi nel magazzino quando se ne andò.

Lasciò l’Iraq nel dicembre 2004. Nel gennaio del 2005 tornò a Fort
Gordon in Georgia, infuriato e frustrato da ciò che aveva visto e fatto.

“L’idea di base di un interrogatorio
– così come ti viene insegnato sempre
– è che dovresti ottenere alcune informazioni, che parteciperanno
a comporre un disegno più complesso. E io non credo che questo stesse
accadendo… mi occupai di un prigioniero il cui fratello era in un’altra
struttura detentiva. Non avevo accesso ai rapporti sull’interrogatorio
di suo fratello. Scrivevo rapporti segreti, il prigioniero poi veniva
rimandato ad Abu Ghraib, e spesso i miei rapporti
non l’avrebbero accompagnato. Le informazioni finivano per andare
perdute. Anche se l’Esercito aveva un software creato apposta per
spartire le informazioni fra gli interrogatori e l’intero dipartimento
dei servizi segreti, ogni comandante faceva quello che voleva. Quindi
i nostri database non potevano comunicare fra di loro. Quando ero ad
Abu Ghraib non potevo nemmeno accedere al database della Polizia Militare
per capire chi fosse ad Abu Ghraib. Tutto era difficile in modo ridicolo.
Non aveva senso.

“Redigevo rapporti segreti e qualcuno avrebbe menzionato il nome
di qualcun’altro, un vicino, senza nessun tipo di informazioni che
potessero incriminarlo. E la persona preposta ad analizzare il tutto
ne avrebbe preso possesso, e quella persona sarebbe divenuto un bersaglio
e io mi sarei messo a parlare con quella persona la settimana dopo
– e per cosa? E io avrei chiamato l’addetto alle analisi e gli avrei
detto, ‘Perché sto avendo a che fare con questo qua?’ E lui avrebbe
citato il mio rapporto fuori dal contesto, e mi avrebbe detto che questo
era il perché. Non aveva nessun senso”.

Lagouranis spiega che la produzione di rapporti, anche i più insignificanti,
era un obiettivo per molti specialisti addetti agli interrogatori, e
in base al numero di rapporti prodotti venivano ricompensati con delle
decorazioni. Dopo che Lagouranis ebbe spiegato al suo caposquadra che
un certo detenuto che aveva coperto un fuggiasco non aveva più niente
da dire, l’ufficiale iniziò a interrogarlo in modo da ottenere i
dettagli più minuti. “Gli faceva domande del tipo,
‘Quali bibite piacciono a questo qua? Beve Coca Cola normale o Light?’
Se glielo avesse detto, avremmo pubblicato un rapporto segreto su questo”.

A Falluja, uno degli obiettivi dell’identificazione dei cadaveri era
capire quanti stranieri fossero stati coinvolti nell’insurrezione.
“L’Esercito e i suoi servizi segreti le stavano provando tutte per
far sì che quei corpi fossero di stranieri. Se uno aveva una camicia
fatta in Libano, allora era libanese. Se vi trovavano un Corano stampato
in Algeria, allora si trattava di un algerino. Se vi trovavano valuta
siriana – cosa che era tutt’altro che improbabile, dato che la valuta
irachena era senza valore – allora era siriano. E poi pubblicavano
queste statistiche – questo è il motivo del ritrovamento di così
tanti combattenti stranieri fra i morti a Fallujah.

“Quando arrivammo lì per la prima volta”, Lagouranis ricorda,
“controllammo tutti gli edifici del sito, e in uno di essi qualcuno
notò che c’erano un certo numero di scatole di sapone alla glicerina
e che qualcuno stava facendo qualcosa con la stufa. Sembrava che stessero
producendo grasso, per qualche ragione
[la produzione di grasso avviene cocendo le parti grasse della carne,
in modo da estrarlo per usarlo come condimento]. Ma io penso che
qualcuno avesse visto Fight Club e pensato che si potesse estrarre la
glicerina dal sapone per preparare una bomba, il che era semplicemente
ridicolo. E così realizzammo che qualcuno qui stava facendo degli
IED [congegni esplosivi artigianali], cosicché potessero mettere
una bomba in quella cucina e farla saltare in aria. Quando arrivammo
lì per la prima volta sul sito vi
trovammo un pugno di uomini della sicurezza. Quindi li interrogammo
tutti. Avevano arrestato il fratello di un boss locale, e lo avevano
fatto nonostante lui si fosse spiegato in questi termini:
‘Non so di che state parlando. Qui abbiamo solo una postazione di
soccorso’. Avevano tutte queste medicine, c’era una bandiera con
la mezzaluna rossa che vi sventolava sopra, era ovvio che fosse una
postazione di soccorso. Disse così:
‘Gli americani quando sono venuti ci hanno dato il sapone perché
siamo una postazione di soccorso’. Io gli credetti, ma lui venne comunque
arrestato e portato via. Poi arrivò il fratello, il capo di questa
delegazione – un pugno di uomini in abito dal Ministero dell’Agricoltura
venuti per protestare contro ciò che stavamo facendo nel sito. Arrestano
e portano via pure lui. In seguito ho visto il rapporto riguardante
l’intera operazione a Fallujah. Uno dei punti focali recitava così:
‘Trovata e distrutta fabbrica di IED nella fabbrica di patate'”.

Lagouranis sostiene di aver interrogato quattro fratelli che erano stati
arrestati durante un rastrellamento perché i militari avevano trovato
a casa loro un’asta per misurazioni, che avevano ipotizzato potesse
essere stata usata per segnalare bersagli per i mortai. I fratelli,
torchiati uno per volta da Lagouranis, insistettero di averla usata
per misurare la profondità dell’acqua in un canale, e che nella casa
non ci fosse niente che potesse incriminarli. Benché Lagouranis fosse
convinto dell’innocenza di quegli uomini, i suoi superiori non volevano
rilasciarli. Un uomo arrestato perché in possesso di un cellulare e
di una pala andò incontro a un simile destino. L’Esercito insistette
che la pala poteva essere stata usata per impiantare un IED, mentre
il cellulare avrebbe potuto essere stato usato per farlo detonare, e
anche se Lagouranis aveva accettato la spiegazione del detenuto, nulla
di quello che poté dire riuscì a smontare questi sospetti. L’Esercito
voleva potersi vantare del numero di terroristi catturati, e i quattro
fratelli con l’asta per misurazioni, i due che dirigevano la postazione
di soccorso alla fabbrica di patate, e l’uomo con la pala, vennero
trattatati come tali.

[Lagouranis in viaggio da Mosul ad Abu Ghraib]

La stragrande maggioranza degli uomini e delle donne della brigata MI
rimasero ad Abu Ghraib e in una base vicina per l’intero corso della
ferma, e alla fine di quell’anno pubblicarono un rapporto segreto
che, secondo Lagouranis, era pieno di millanterie. “Era
qualcosa del tipo: ‘Ecco i dieci detenuti più pericolosi e tutto
quello che abbiamo cavato da loro’. Erano tutte stronzate. E quello
valeva per un intero anno di interrogatori,
in cui ad Abu Ghraib erano stati torchiati
migliaia di prigionieri. Non si ottenne nulla da quel posto. E non sono
solo io a dirlo – puoi chiederlo a chiunque vi abbia lavorato insieme
a me. La ragione principale di questo è che dal 90 al 95% delle gente
che avevamo catturato non aveva nulla a che fare con l’insurrezione.
E se ne aveva, non potevamo provarlo in modo adeguato. E i detenuti
lo sapevano, e sapevano anche che non erano costretti a parlare con
noi”. Un rapporto della Croce Rossa del febbraio 2004 basato sulle
stime degli ufficiali del servizio segreto della coalizione recita come
dal 70 al 90% dei prigionieri fossero in realtà innocenti.

“L’esperienza in Iraq non mi ha dato nulla”, dice Lagouranis.
“Niente di niente”.

Tornato a Fort Gordon, Lagouranis rivela di aver risentito di quella
terribile esperienza in prima persona. “Ho avuto qualche problema
mentale per un po’. Attacchi di panico, ansia, insonnia,
incubi. Tremavo in continuazione. In più ero davvero incazzato. Cominciavo
a rifiutare di eseguire gli ordini. Dopo che torni dall’Iraq sono
tutti a darti pacche sulla spalla, ti chiamano eroe e ti ricoprono di
medaglie, ma io rispondevo ‘Andate vaffanculo, gente. La nostra missione
laggiù è una presa per il culo. Tutto quello che abbiamo fatto è
una presa per il culo’. E non mi potevano dire nulla, perché avevo
ragione, prima di tutto, e poi perché loro erano sempre stati ad Abu
Ghraib, mentre io avevo dovuto sporcarmi le mani sui morti.

“Quindi tutti si chiesero che farne di questo Lagouranis. In effetti
stavo davvero facendo un casino della madonna. Quindi mi sbatterono
fuori. Mi diedero un congedo onorevole, cosa che apprezzai”.

Lagouranis lasciò l’Esercito
verso la metà del luglio 2005, si fermò a New Orleans da alcuni amici
per un po’, e tornò a Chicago in agosto. “Scendo dal treno e
mi sento davvero a pezzi e disorientato. La mia ragazza mi porta a casa,
mi mette a letto e se ne va al lavoro. Mi giro e mi rigiro cercando
di dormire e sento questa musica klezmer che viene dai vicini. Sentivo
tutto il giorno questa musica terribile. Mi stava facendo impazzire.
Quindi vidi un fantasma nella mia camera. La mia ragazza torna e mi
sto lamentando della musica, e poi sento Bill Monroe che canta
‘Blue Moon of Kentucky,’ e le faccio,
‘La senti?’ e lei mi risponde ‘Stai diventando matto’. Quindi
poi lei va a dormire e improvvisamente il soffitto si riempie di scarafaggi.

“Penso che fosse perché ero stato a Zoloft e Welbutrin e decisi
di smetterla di prendere quella roba, ma in teoria non si potrebbe smettere
così. Quindi per tre giorni e tre notti non ho dormito e ho visto e
sentito cose. Ascoltavo una talk radio
– portava notizie sull’Iraq. Era nella mia testa,
ma allo stesso tempo non sembrava che ci fosse davvero. Anche dopo che
mi dissero che sentivo quelle cose, non ci credevo.
Camminavo intorno alla casa della mia ragazza e dal freezer sentivo
suonare canzoni tedesche. Come uscivo nel patio sentivo Lou Rawls. Avrei
dovuto capire che stavo perdendo il controllo con la realtà, ma continuai
a cercare di convincermi che sentivo davvero quella roba. Quindi finii
al pronto soccorso del Veterans Administration… finalmente mi addormentai
esausto, e poi stetti bene”.

Anche se le voci nella sua testa se n’erano andate, la sua rabbia
c’era ancora. Anche prima di lasciare l’Esercito, Lagouranis si
era fatto intervistare da un amico per la KALW, la stazione della National
Public Radio di San Francisco. Quindi venne intervistato anche da un
avvocato di New York di sua conoscenza, in collegamento con una causa
civile che aveva coinvolto detenuti iracheni e contraenti americani.
Frontline ne sapeva qualcosa, e gli telefonò. Prima che l’estate
e l’autunno finissero, raccontò la sua storia anche a Hardball e
a Democracy Now, su ciò che chiamò la cultura dell’abuso. Era il
primo specialista addetto agli interrogatori che avesse lavorato in
Iraq a descrivere torture e abusi da parte di soldati americani, e dopo
le prime interviste iniziò a lavorare su un libro, “Fear Up Harsh:
An Army Interrogator’s Dark Journey Through Iraq”
(l’espressione “fear up harsh” rimanda a una tecnica usata durante
gli interrogatori da parte degli americani, e consiste nell’aumentare
in modo significativo la soglia del terrore nel prigioniero sotto detenzione,
N.d.T.), che verrà pubblicato in giugno. L’addetto stampa dell’Esercito
John Paul Boyce ha risposto all’intervista di Hardball sostenendo
che l’Esercito “non ha mai dato il permesso a nessun soldato
durante questa guerra di torturare o commettere abusi sui detenuti…
esortiamo il signor Lagouranis a fornirci informazioni su questo, così
che si possa iniziare un’inchiesta approfondita”.

Lagouranis non pensava di avere niente di nuovo da dire all’Esercito,
oltre all’abuso che aveva riportato nel gennaio 2004 ad Abu Ghraib
in due interviste al Dipartimento di Indagini Criminali (CID) dopo che
aveva lasciato Mosul in quella primavera, poi tre volte alla catena
di commando dei Marines a Kalsu in settembre e ottobre, e ancora in
un’intervista su cui aveva insistito con il CID dopo il suo ritorno
in Georgia nel gennaio 2005. Dopo che la sua apparizione su Frontline
venne trasmessa nell’ottobre del 2005, comunque, un ispettore del
CID dell’Esercito si recò all’appartamento di Lagouranis e gli
chiese perché non avesse riportato nessuno di questi abusi prima di
andare dai media. “Il ragazzo mi disse,
‘Abbiamo inserito il tuo nome nel computer, ma non abbiamo nessun
rapporto da parte tua”.

Alla domanda su cosa l’Esercito
avesse fatto in risposta alle lamentele di Lagouranis, Boyce, il portavoce
dell’Esercito, rispose via e-mail che “Mr. Lagouranis era stato
intervistato dal CID per fare chiarezza sulle sue accuse, ma offrì
troppo poche informazioni per attuare ulteriori azioni”.
Nessuno, disse Boyce, era stato accusato di niente.

Il capitano dei Marines David Nevers, addetto alle pubbliche relazioni
per il 24esimo MEU, rispose alle accuse di Lagouranis riguardo agli
abusi commessi a Kalsu dai Marines.
“Posso dirvi che non ci sono prove per verificare queste accuse”
ha dichiarato Nevers la scorsa settimana. “I nostri Marines sono
stati aggressivi nel dare la caccia e catturare noti criminali, assassini
e terroristi? Ci potete scommettere. Alcuni di questi personaggi sono
stati strapazzati un po’ durante la detenzione perché si dessero
una calmata? Si, per forza. Stiamo combattendo una guerra contro un
nemico irriducibile, e i nostri ragazzi, cercando di mettercela tutta
e dare il massimo, devono essere molto aggressivi per assicurare la
propria incolumità e quella dei loro stessi detenuti. Ma i nostri ragazzi
stavano veramente abusando dei loro detenuti? Assolutamente no. E mettere
sullo stesso piano qualche ferita e taglietto durante arresto
e detenzione, in un contesto dove i
nostri Marines incontrano resistenza armata, significa dimostrare
scarso apprezzamento, per metterla in modo caritatevole, per quello
che i nostri ragazzi stanno facendo al fronte…”

Nevers pensò che Lagouranis
avesse archiviato solo una delle rimostranze e non conosceva né le circostanze
né le ferite menzionate. Lagouranis dice di aver archiviato tre rimostranze
– che comprendevano un vecchio e la sua famiglia che sostenevano di
essere stati picchiati a casa loro, un uomo che era stato colpito col
retro di un’ascia durante un interrogatorio, e un contadino che scappò
via quando arrivarono i MEU – un uomo non ricercato per nessun motivo,
eppure, come da accusa, picchiato durante l’interrogatorio dei Marine.
Lagouranis sostiene di aver visto molte ferite serie a Kalsu che non
ha riportato. “Non so perché ho riportato alcuni abusi e non altri.
Penso avesse a che fare con quanto stanco o occupato fossi, o sulle
sensazioni che mi suscitava la vittima”.

Le tecniche che Lagouranis aveva usato erano state autorizzate dal Tenente
Generale Ricardo Sanchez, comandante delle forze di coalizione in Iraq,
in un memorandum del 14 settembre 2003. La parte iniziale del documento
indica che la Convenzione di Ginevra andava applicata, e che “le
forze della Coalizione avrebbero continuato a trattare tutte le persone
sotto il loro controllo con umanità”. Detto questo, Sanchez continua
ad autorizzare trattamenti disumani – posizioni stressanti, l’uso
dei cani, l’esposizione al calore o al gelo, isolamento prolungato,
musica ad alto volume, privazione di sonno (Sanchez lo chiama “controllo
del sonno”), e l’oscuro “controllo della luce”.

Secondo Stephen Lewis, uno dei compagni di Lagouranis nella 513esima
Brigata dei Servizi Segreti dell’Esercito, tutte le tecniche presentate
da Lagouranis tranne l’uso dei cani
“erano molto comuni, e venivano supervisionate direttamente da ufficiali
fino al rango di colonnello”. Lewis servì in Iraq nello stesso
periodo in cui c’era Lagouranis, ma venne inviato solamente ad Abu
Ghraib e in un’altro luogo che non può nominare in quanto si tratta
di informazioni riservate. Le tecniche, disse Lewis, “erano considerate
legali e richiedevano un approvazione che era concessa sempre. Non ho
mai assistito o sentito dire di una richiesta rifiutata”. Lewis
sostiene di non aver visto nessuno usare i cani, perché i colonnelli
che supervisionavano entrambi i siti ne erano allergici.

Lewis sostiene di aver avuto l’ordine di registrare un abuso ogni
qualvolta un prigioniero se ne lamentasse, ovunque questo accadesse.
Ricorda modelli di tortura distinguersi, con metodi specifici peculiari
di luoghi specifici – c’era il modello Ramadi, per esempio, e un
altro per Fallujah. Ricorda che i prigionieri si lamentavano di essere
stati sodomizzati con una grossa zucchina o con un bastone, e anche
se l’aveva effettivamente riportato, in seguito udì la stessa accusa
numerosi mesi dopo da un altro prigioniero detenuto nello stesso sito.
“Non ho mai sentito dire di un arresto in seguito a un abuso riportato,
disse, nonostante fosse evidente che i detenuti non stessero recitando.

“Era evidente che abusi
di questo tipo avvenivano ovunque”, dice. “Ogni giorno vedevo
cose che a molti di noi specialisti addetti agli
interrogatori sembravano così normali e parte di una routine per cui
nessuno diceva niente. Ci vuole un certo coraggio per alzarsi in piedi
e rivelare che il re è nudo. Penso di aver fatto bene date le circostanze,
ma nessuno riportò quello che avrebbe dovuto quando avrebbe dovuto
farlo – me incluso.

“Ho visto persone buone e rispettabili
diventare delle belve feroci – bravi ragazzi americani che, tanto per
cominciare, non avrebbero mai dovuto essere messi in quella posizione.
Avevano due scelte – disobbedire a ordini diretti o diventare dei
mostri. Quando tutti prendono l’altra strada finisce che ti senti
solo”.

In risposta alla domanda se considerasse le tecniche usate da Lagouranis
come torture, Lewis disse, “Penso che
il confine fosse molto sfumato. Tutte le tecniche che ognuno di noi
usava erano espressamente approvate da ufficiali di alto rango, quindi
ogni specialista addetto agli interrogatori aveva una possibile difesa,
poiché veniva detto in continuazione che avevamo ragione. Eppure Tony
si alzò e disse che era sbagliato ciò che le massime sfere del Pentagono
sostenevano essere giusto. Cosa che è molto più di quello che la maggior
parte di noi poté dire”.

E nonostante tutto il coraggio che Lagouranis aveva mostrato venendo
fuori, accusando da solo l’Esercito e i Marine, portando alla luce
le denunce di vari detenuti, e prendendo parte a numerosi eventi in
difesa dei diritti umani, doveva ancora guardarsi allo specchio. Qui
c’è un aguzzino che aveva studiato le grandi opere del pensiero occidentale
e che ha girato il mondo vivendo una vita davvero fuori dal comune.
Ha vissuto per sei mesi nel suo attuale appartamento con niente più
che un materasso, una sedia imbottita, e una scatola su cui mettere
il computer; l’arredamento che ha adesso, regalatogli da un amico,
potrebbe essere rifiutato anche dall’Esercito della Salvezza.

E ha torturato.

La misura di ciò sono le sue
vittime. In risposta alla domanda su cosa potrebbe aspettarsi di vedere
in un uomo che è stato rinchiuso in un container da nave, al buio,
bombardato con luci stroboscopiche e musica al massimo, esposto a ipotermia,
e minacciato da un grosso cane, Rosa Garcia-Peltoniemi, primaria nel
Centro per le Vittime della Tortura a Minneapolis, ha detto che non
sarebbe sorpresa se l’uomo soffrisse di tremendi danni psichici e
psicologici per il resto della sua vita.

Alla domanda su che spiegazioni
potesse darsi, Lagouranis dice, “E’ dura. Posso dire che stavo
eseguendo degli ordini, e questo è vero in parte. Mi stavo chiedendo,
‘a che punto sono arrivato?’ e c’erano chiaramente dei momenti
in cui ho detto che non avrei attraversato questa o quella linea”.
Lagouranis sostiene di essersi rifiutato di partecipare a umiliazioni
sessuali, shock elettrici, o esecuzioni simulate (anche se ammette che
una volta non riuscì ad assicurare a un prigioniero bendato, che stava
scortando oltre alcuni soldati impegnati in esercitazioni di tiro, che
non si trattava di un plotone di esecuzione). Disse anche di non aver
mai colpito un prigioniero, anche se ammette che colpire qualcuno
“può fargli meno danni dell’ipotermia, delle posizioni ad alto
contenuto di stress o cose del genere. Sembrava proprio che fosse completamente
tabù. Ma non pensavo davvero quello
– sembrava come se ciò fosse dove la linea era a livello legale e
morale.

“Ma ci sono anche altre risposte. Sei in zona di guerra e tutto
si fa confuso. Volevamo la segretezza. Diventò moralmente quasi impossibile
per me continuare quando realizzai che la maggior parte della gente
con cui avevamo a che fare era innocente. E questo era duro da accettare.
Quindi era più semplice pensare di avere a che fare con autentici criminali.
Un’altra cosa che rendeva tutto più semplice era che
mi sentivo – e penso che anche questo sia un argomento piuttosto debole
– che tutto ciò che capitava a questa persona era per ragioni contestuali.
Come se fosse la gravità a fargli male alle ginocchia, come se fosse
colpa del freddo fuori se non stavano bene, non ero io, capisci cosa
intendo? Come ho detto, erano argomentazioni futili, ma era più facile
continuare se la mettevi su questo punto.

“Allora, poi, sei in un posto dove tutti ti dicono che va
bene, ed è duro essere l’unica persona a dire,
‘Non si può’. Ed ero davvero, anche se lo facevo, ero l’unico
a dire, ‘Dobbiamo metterci dei freni. Cos’è che sta andando troppo in là
qui?’

“Potresti pensare che nemmeno questa sia una buona difesa, ma le
cose che ho fatto non erano davvero così orrende. Voglio dire, ho visto
delle torture davvero terribili. E sono certo che ogni torturatore direbbe
così – ‘Altre persone fanno di peggio’. Non portavo a termine
i miei compiti fino in fondo. Come quando lasciavamo quei poveretti
fuori al freddo, io ero sempre quello che usciva e li controllava per
tutto il tempo. La maggior parte degli altri si sedevano solamente nell’ufficio
e guardavano dei DVD mentre quella gente stava fuori al gelo. Ogni tanto
li portavo dentro perché si riscaldassero. In questo modo non mi spinsi
in là come avrei potuto fare.

“Non penso che la gente possa immaginarsi com’è. A Mosul eravamo
all’aperto. C’era solo filo spinato a separarci dal paese e venivamo
bombardati dai mortai in continuazione. Stavi a letto e colpi di mortaio
cadevano tutto intorno. La fanteria ti porta qualcuno e ti dicono che
si tratta del tizio che faceva il tiro al bersaglio col mortaio. Terrorizzarlo
con un cane alla museruola non sembra esattamente la cosa peggiore in
quella situazione… intendo che mi veniva voglia di farlo. Non sapevo
che non avrebbe funzionato”.

John Conroy ha studiato torture
della polizia e argomenti relativi dal 1990, ed è l’autore di Unspeakable Acts, Ordinary People:
The Dynamics of Torture
.
Email: [email protected]

John Conroy
Fonte: http://www.chicagoreader.com/
Link: http://www.chicagoreader.com/features/stories/torture/
02.03.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FYLO

Pubblicato da God