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ComeDonChisciotte

DI JOE H. LESTER

comedonchisciotte.org

Venezia è passata, anche lì ha vinto la rete (intendo Netflix, non Rousseau o la presunta “Bestia” leghista) ed è significativo. E ora?

“E ora…

dopo anni di fare e disfare…

finalmente…”

E questo già basterebbe, applausi e premio Oscar alla Caparbietà.

Con una simile didascalia si apre L’uomo che uccise Don Chisciotte, ultimo film di Terry Gilliam, il suo lavoro forse più faticoso, inseguito per circa 25 anni, la cui produzione e i successivi sviluppi sono stati costellati da sciagure, nubifragi che hanno distrutto set e attrezzature, defezioni attoriali, sceneggiatura in ostaggio delle assicurazioni, cause legali e infine un serio malore del regista poco prima della presentazione a Cannes. Tanto da poter considerare questo titolo il principe dei “development hell”, termine con cui a Hollywood si indicano i film dalla lavorazione problematica rimasti in sospeso per lungo tempo, al quale nel 2002 era stato addirittura dedicato il buon documentario Lost in la Mancha. Prima lo scomodo primato spettava all’altro Don Quixote, quello di Orson Welles.

Ma ora, finalmente, cosa ci aspetta? “Qualcosa di completamente diverso” (per citare i Monty Python)? No. Ma qualcosa senza dubbio e oramai sembra quasi un miracolo. Qualcosa di più sincero e partecipato della Forma dell’Acqua, per dire.

Alcuni critici hanno scritto che la montagna ha infine partorito il famigerato topolino (e per carità ci sta pure, ma il topolino è sotto mescalina sia chiaro), chi al solito soffre il lato più naïf del grande regista ha decretato il prodotto finale deludente, cialtrone, confuso, facilone, irrisolto, pasticcione e pasticciato. Lo è anche, ma è impossibile volergli male, anzi, il sottoscritto in questo caso fa poco testo, per quanto è affezionato alla filmografia, al pensiero e alla figura del regista/cavaliere in questione, poiché è da sempre lampante quanto Gilliam si identifichi nel personaggio e contemporaneamente, oggi, nel protagonista Toby che, è chiaro fin dal titolo, avrà infine una pesante responsabilità. Come spiegare quindi l’impotenza che provo nel giudicare questo film, senza risultare un bel po’ sentimentale? Non si può. Un’opera così caotica non può che generare riflessioni caotiche.

Dice sardonico Jonathan Pryce ad Adam Driver:

– Spiegare non spiega tutto, Sancho.

Per chi non sapesse di cosa stiamo parlando, ecco la trama in breve: Toby (Adam Driver), regista pubblicitario, è in Spagna per girare uno spot a tema Don Chisciotte (Gilliam stesso ha diretto qualche spot pubblicitario, come molti registi, per portare a casa la pagnotta tra una pellicola e l’altra). In crisi creativa si spinge a visitare il paesino di Los Sueños dove in gioventù, quando aveva ben altre ambizioni artistiche, ha girato il suo cortometraggio di diploma, intitolato proprio The man who killed Don Quixote, coinvolgendo come attori gli abitanti del posto. Scopre però che in qualche modo il suo film ha rovinato la vita di tutti: l’umile calzolaio Javier (Jonathan Pryce) è convinto di essere Don Chisciotte e lo scambia per Sancho Panza (morto alcolizzato anni prima); la bella Angelica invece, all’epoca interprete quindicenne della dama Dulcinea del Toboso, lusingata dallo stesso Toby, forse eccessivamente illusa circa le sue potenzialità (e possibilità) di attrice, si è oggi ridotta a fare la escort. Eh, il potere corruttivo dello spettacolo, chissà quanti “Tony” hanno una loro Angelica sulla coscienza. In ogni caso Toby/Sancho verrà trascinato da Javier/Don Chisciotte in una serie di peripezie che lo coinvolgeranno al punto in cui gli risulterà difficile distinguere la realtà dal sogno.

Per chi invece non conoscesse l’autore, a seguire una breve nota biografica: Terry Gilliam, classe 1940, è un regista, sceneggiatore, comico, animatore (ecc.) statunitense naturalizzato britannico. È membro dello storico gruppo comico Monty Python che oggi sta alla comicità come i Pink Floyd (o i Beatles) stanno alla musica.

Tra le cose meno importanti che lo riguardano, è stato uno dei pochi che ha espresso una posizione lucida (e coraggiosa) nei confronti del caso Weinstein e del movimento #MeToo definito perlomeno ipocrita. Nell’estate del 2018 il capo della sezione commedia della BBC Shane Allen ha dichiarato che oggi i Monty Python sarebbero anacronistici perché erano sei uomini bianchi e quindi non potrebbero rappresentare la diversità razziale e culturale contemporanea. Al che Terry Gilliam ha risposto: “Non voglio più essere un maschio bianco […] Mi chiamo Loretta e sono una nera lesbica in transizione”. I più non l’hanno capito. È dura fare dell’ironia di questi tempi…

Per me comunque il film è cominciato prima di quella didascalia.

Eravamo quattro persone nel cinema di una cittadina di provincia sperduta tra pesini, monti (meno brulli) e ruderi non troppo diversi da quelli che avremmo visto “interpretare” la Mancha poco dopo. La proiezione è iniziata con sovrapposta a centro schermo la sagoma luminosa di una porta della sala rimasta aperta alle nostre spalle, anche per questo non sono del tutto certo del testo della didascalia. Il signore seduto dietro di me borbottando si è alzato per chiuderla proprio mentre meditavo di fare lo stesso, così quando è tornato al suo posto l’ho ringraziato.

– Figurati, – ha risposto. – Questo è un film per pochi, se non ci aiutiamo tra noi…

Ho sorriso sentendomi onorato, ma vagamente ebete. La cosa mi ha dato da pensare a tal punto che sinceramente sento di dover rivedere con più attenzione il primo tempo del film. Ecco uno dei migliori risultati dell’esperienza cinematografica condivisa, mi sono detto, paragonabile allo scambiarsi un segno di pace in chiesa, l’effetto Gilliam, l’orgoglio di sentirsi Don Chisciotte, immedesimarsi con l’iconico protagonista e riconoscersi tra simili. Pochi? Purtroppo è vero che siamo pochi. Sarà spocchioso? Maddai, chi si rivolge in questa maniera al prossimo nel buio di una sala cinematografica, al contrario, vuol dire “so che siamo pochi, ma ho fiducia tu possa essere dei nostri”! Come un esercito di due persone, come Don Chisciotte e Sancho Panza o lo sceneggiatore Tony Grisoni e il regista Terry Gilliam. Come quegli idealisti che nonostante tutto non si arrendono ai soprusi e alle ingiustizie e continuano a lottare contro i giganti, i mulini a vento e le pale eoliche. Come quelli che continueranno a sbraitare per difendere le proprie idee e cercare ostinati la verità, anche semplicemente la propria. Quelli che spesso muoiono soli, pazzi e dimenticati. Cosa che dovremmo sempre tenere a mente, che non ci auguriamo, ma che può capitare. E impazzire in compagnia non so se sia possibile, ma sarebbe meglio. Sono irritante e puerile, vero? Probabilmente è l’effetto Gilliam.

Comunque questo ho pensato nel primo tempo, finché un errore di continuità, troppo grosso per non essere voluto, mi ha scosso: da dove diavolo è uscito fuori quel mulo?! E l’ho anche detto a voce alta. Sì, perché non mi è parso di averlo visto prima che Toby ci salisse sopra per terminare la sua trasformazione in Sancho. E siamo talmente poco abituati a simili sconvolgimenti anarcoidi del linguaggio audiovisivo che l’ho immaginato spuntare fuori all’improvviso tra due fotogrammi.

Il film poi è una baraonda di colori e costumi (geniale quello del Cavaliere degli Specchi realizzato con vecchi CD-ROM e DVD), i soliti grandangoli, inquadrature sbilenche ispirate ai quadri di Goya e alle illustrazioni di Gustave Doré, idee simpatiche come i sottotitoli gettati per terra quando non servono più, un susseguirsi di incontri con stralunati personaggi e di pretestuose (e forse pretenziose) avventure picaresche che mano a mano mescolano sempre più la realtà con le allucinazioni di Sancho Panza/Toby, il quale non per caso nel nome ha la stessa iniziale e la stessa ipsilon sia del regista che dello sceneggiatore…

Sono poi tanti i riferimenti al testo originale di Cervantes: c’è Ronzinante innanzitutto, vi è un accenno all’episodio del gregge di pecore scambiato per un esercito arabo, vi sono le 12 pulzelle a cui il mago Malabruno ha fatto crescere la barba e chiaramente tanti mulini a vento.

Certo, alcuni passaggi li ho trovati fastidiosi persino io, la recitazione tolvolta è sopra le righe, alcuni personaggi stereotipati e alcune scene raffazzonate, soprattutto nel secondo tempo (la fondamentale sequenza della mascherata attorno al falò pare sia stata girata in una sola notte). Insomma, sicuramente non è il capolavoro che Gilliam ci avrebbe consegnato col budget adeguato e meno travagli produttivi. Solo, mi chiedo, c’era davvero bisogno del solito antagonista russo magnate della vodka (che più che altro sembra voler ricordare nuovamente Weinstein) con tanto di guardie del corpo sempre in occhiali da sole? Come di quella battuta al suo indirizzo (“trattalo come un bambino iperattivo, fai finta che sia Trump”) che vuole prepotentemente inserire un po’ di contemporaneità nel delirio? Magari sì, se Don Gilliam lo desiderava, anche perché poi non ha remore a illustrarci l’animo menefreghista, cialtrone o corrotto di ogni suo personaggio.

Il regista stavolta è discretamente spietato con tutti, persino con l’equivoco gitano interpretato da Óscar Jaenada, in cui forse si può ricercare una parodia di Johnny Depp (il Sancho originale, prima compagno di sventure, poi sempre più al servizio delle major). Gilliam risparmia solo i poveri e i pazzi. I reietti li ha sempre idealizzati, quei “semafori morali” della società che turbano le nostre coscienze borghesi. Questa vicinanza è palese in tutta la sua filmografia che forse di questo film non avrebbe avuto davvero bisogno, poiché il personaggio Don Chisciotte inevitabilmente emerge chiaro dall’insieme delle sue opere, da Le avventure del Barone di Muchausen, ad esempio (la cui teatralità in questo Don Chisciotte torna con un richiamo al suo viaggio sulla luna), ma soprattutto da quel gioiello de La leggenda del Re Pescatore.

C’è poi l’ignavo, come il sognatore Sam Lowry in Brazil (sempre Jonathan Pryce, all’epoca giovane), raccomandato figlio di mamma, di buon cuore in fondo, ma che troppo tardi prende coscienza e per questo morirà, qui rappresentato in parte dal Toby di Adam Driver. Terry Gilliam, come tutta la società dello spettacolo si situa lì, al confine tra il pazzo e il sognatore; soltanto il sognatore differisce dal pazzo poiché è disposto a scendere a compromessi con la realtà pur di realizzare le proprie visioni, i propri bisogni e desideri.

E se pure nelle fantasie (e)semplificate dell’anziano Gilliam tutti i personaggi all’apparenza sembrano bianchi o neri, in realtà sono intermittenti o soggetti a repentine e opposte trasformazioni: gli uomini sono venduti o cavalieri, le donne dame o puttane, e d’un tratto il venduto senza morale può riscattarsi e divenire eroico cavaliere, la escort essere salvifica e santa, avvolta dalle fiamme come Giovanna D’Arco. Dopotutto, come sostiene Enrico La Talpa: “mostratemi un eroe e vi farò vedere un imbecille col senso del drammatico”.

Finché (SPOILER!) all’apice di questi transfert ci sarà la definitiva immedesimazione di Sancho in Don Chisciotte e l’interessante sostituzione di Dulcinea/Agelica (Joana Ribeiro) a Sancho Panza stesso. E in fondo nessuno può accudire un cavaliere meglio della propria compagna (o compagno naturalmente, non me ne voglia la sorella Loretta https://youtu.be/1Y7Se_MjpZs).

Il film si chiude con la dedica a Jean Rochefort e John Hurt, i due attori che nelle precedenti versioni avrebbero dovuto interpretare Don Chisciotte, ambedue deceduti nel 2017, e con un ringraziamento speciale al Monty Python Michael Palin che ha poi cortesemente lasciato il ruolo a Jonathan Pryce (ma c’è stata anche l’ipotesi Robert Duvall e altrettanti Sancho).

Possiamo quindi tranquillamente affermare che morto un Don Chisciotte se ne fa un altro; la follia di voler combattere i mulini a vento è contagiosa, dilagante. Non siamo in due naturalmente, ma tanti, tantissimi, e romperemo le scatole ai potenti e ai conformisti, perché è nella nostra natura e non ci estingueremo mai. Come giustamente conclude questo piccolo film gigante, pur con tutti i nostri difetti e le nostre contraddizioni, possiamo dire a gran voce: noi siamo Don Chisciotte e vivremo per sempre.

 

Joe H. Lester, settembre/ottobre 2018

Fonte: www.comedonchisciotte.org

4.10.2018

Pubblicato da Davide