Home / Multinazionali / Classe rivoluzionaria cercasi

Classe rivoluzionaria cercasi

DI MARCO DELLA LUNA

marcodellaluna.info

Dateci una classe rivoluzionaria prima che sia troppo tardi!“: il grido di dolore sale da genti di tutto il globo, afflitte dai vari effetti antisociali e antiumani del nuovo ordine liberale: precarizzazione, neocolonialismo, recessione, impoverimento, megatruffe, sostituzioni etniche, guerre per le risorse: il sangue spiccia da cento piaghe e le lacrime scorrono in mille rivoli attraverso il Villaggio Globale. Ma la classe rivoluzionaria ancora non si vede –ossia quella classe sociale capace, per consapevolezza, intelligenza e dotazione, di rovesciare il malo modello socio-economico in essere (oppressivo, sfruttatore, funzionale all’interesse di pochi, e contrario al bene comune), per sostituirlo con uno buono (giusto e conforme al bene comune, ossia agli interessi diffusi anziché a quelli elitari). Questa classe rivoluzionaria fa proprio come l’araba fenice: che ci sia ciascuno dice, dove sia nessuno sa.

O meglio, alcuni annunciavano di averla individuata, ma poi la storia li ha confutati.

Il vecchio Marx, avendo ravvisato la borghesia come classe rivoluzionaria che pose fine all’ordine medioevale, dichiarava che la classe rivoluzionaria moderna, atta a rovesciare il capitalismo, fosse il proletariato operaio; ma in nessun paese il proletariato operaio ha mai fatto una rivoluzione, poiché nei paesi dove era sviluppato, il proletariato operaio fu reso consumista e così fidelizzato al modello capitalistico; mentre le rivoluzioni sedicenti socialiste (sovietica, maoista e castrista) si fecero nei paesi dove esso non era sviluppato, e quelle rivoluzioni furono opera di gruppi di intellettuali che si impadronirono delle masse -masse perlopiù agricole, analfabete, inconsapevoli- per usarle e tiranneggiarle e costruire ordinamenti liberticidi in cui il possesso dei mezzi di produzione da parte dei capitalisti a scapito del popolo era sostituito dal diretto possesso del popolo da parte dei suoi sedicenti liberatori.

Altri pensatori hanno individuato la classe rivoluzionaria odierna negli intellettuali. Ma che vi siano intellettuali alla guida e all’origine delle rivoluzioni, da quella francese in poi, quale che sia il colore della rivoluzione, comprese le rivoluzioni indotte dalle scoperte scientifiche e tecnologiche – è scontato: per fare le cose complesse ci vogliono persone intellettualmente dotate.

Altri infine, i più scollati dalla realtà, hanno annunciato che la classe rivoluzionaria dei nostri tempi sarebbe quella delle masse di migranti spiantati e precari, mentre, all’opposto, tali persone sono le meno consapevoli, le meno dotate di coscienza di classe e di capacità di organizzarsi, le più cedevoli. Esse sono bensì le più utili a chi vuole frammentare i corpi sociali e destabilizzare il residuo ordine e la residua funzionalità degli apparati pubblici (scuola, assistenza, sanità, finanza). Cioè sono le più utili alla classe dominante globale e al suo modello, alla sua ingegneria sociale, che abbisogna di eliminare gli ostacoli all’adattamento della società ai bisogni dei mercati manipolati. D’altronde, quello di destabilizzare e scardinare per conto di altri è appunto il ruolo rivoluzionario che, di fatto, le masse hanno sempre svolto nella storia: sono state usate da élites ascendenti per abbattere oligarchie senescenti, e poi per sostenere i costi della transizione. I fatti danno costantemente ragione al motto di Talleyrand: il popolo è come certe medicine, che vanno agitate prima dell’uso. Il suo ruolo non è mai attivo e consapevole, anche se il suo generoso impeto nasce proprio dall’illusione di esserlo.

Il sentimento rivoluzionario, nelle varie occasioni storiche, sorge dal sentire l’ordine socioeconomico in essere come ingiusto, oppressivo, rovinoso. Ma il sentimento non è, di per sé, consapevolezza, non è cognizione del perché esso sia tale, né di come esso funzioni, non è competenza. Tranne pochi intellettuali esperti, la gente sente e si arrabbia, ma non sa, quindi si costruisce interpretazioni basate su ciò che crede in base a ciò che riceve, perlopiù dall’industria culturale del sistema– rappresentazioni irrealistiche, però con forte potere esplicativo e forte carica motivazionale, che possono venire sfruttate per ottenere consenso e collaborazione popolari.

La gente comune, particolarmente, è incapace di vedere la forma complessiva del modello socioeconomico disfunzionale: di esso coglie soltanto alcuni degli aspetti, alcuni degli effetti, quindi è possibile, per i politici di mestiere, captarne politicamente il consenso promettendole la rivoluzione ma circoscrivendone l’oggetto a quei pochi aspetti ed effetti, senza mettere in discussione, anzi senza nemmeno mettere in luce, il modello complessivo, quindi senza porsi in urto, anzi rendendosi utili, ai padroni ed artefici di quel medesimo modello.

Così i politici di mestiere, proponendosi come (apparenti)antisistema (oggi, apparenti sovranisti), riescono ad apparire carismaticamente rivoluzionari (o riformatori radicali, trasformatori del sistema) al popolo, che quindi li vota; e contemporaneamente si fanno accreditare come garanti del sistema dai beneficiari del sistema stesso, che quindi li tollerano o li appoggiano e sovvenzionano affinché inertizzino la protesta dal basso e la riconducano di fatto entro il sistema.

E in tal modo fanno carriera, possono comparire in televisione, ottenere maggioranze elettorali, andare al governo: vedi Syriza, Podemos e il M5S, che, con proclami fiammeggianti hanno alimentato, nella fase iniziale, una grande aspettativa rivoluzionaria e una grande carica carismatica, e successivamente si sono allineati, si sono fatti garanti dell’ordine esistente, per andare al governo. Il gruppo Casaleggio mise su Beppe Grillo e il Movimento in questo senso programmatico: dapprima promesse rivoluzionarie includenti i temi strutturali veri del monopolio monetario, poi silenziamento di questi temi e scivolamento verso una pratica omologazione con l’approdo al governo, soprattutto nel Conte bis, a braccetto col PD: da antisistema sono divenuti filosistema, cioè si sono rovesciati, anche se pochi lo hanno colto. Anche Mussolini e Hitler iniziarono in modo antisistemico, rispondendo a una sofferenza popolare arrabbiata, derivante ultimamente dalle dinamiche del capitalismo finanziario, per poi allearsi col capitalismo globale già allora operante, ed essere da questo sostenuti persino durante la guerra– il tutto senza tematizzare quelle dinamiche, ma mantenendo la facciata rivoluzionaria e travestendo quella realtà in forme mitologizzanti di razza, fato, impero.

Queste tecniche politiche non sono da biasimare, perché i politici minori, cioè quelli che si muovono sulla scena pubblica, che abbisognano dei voti della gente, non possono oggettivamente fare altro, dato che l’aliquota di potere messa in gioco nella politica accessibile al popolo è minima, e serve a scopo illusorio, conservativo-confermativo; mentre il potere politico vero è esercitato a porte chiuse da persone che non devono certo concentrarsi sul brevissimo termine e sui confini nazionali, cioè sull’inseguire la rielezione ogni pochi anni in un ristretto ambito nazionale, ma possono fare e portare avanti programmi di lungo e lunghissimo termine e di ampiezza continentale o globale.

Oggi la causa diretta delle sofferenze popolari è il modello del capitalismo finanziario estrattivo, cioè che usa il monopolio della creazione monetaria per estrarre ricchezza, reddito e diritti civili e politici dalla popolazione mediante l’indebitamento pubblico e privato, la demonetizzazione dell’economia, le bolle speculative, la precarizzazione, la disgregazione sociopolitica; e lo può fare perché e solo perché ha la capacità di creare mezzi monetari dal nulla e a costo nullo, che usa per estrarre la ricchezza prodotta dalla società generale. E’ esso che detta l’agenda politica, delle riforme, delle regole di bilancio, le guerre di esportazione della democrazia liberale e di peace-keeping.

Una volta instaurato questo modello, gli effetti sono inevitabili, anche in termini di trasformazione di lungo periodo della società. Però –ripeto- la popolazione generale non percepisce il modello nel suo complesso, né il suo funzionamento, né il suo essere causa di quegli effetti – bensì percepisce solo alcune delle sue manifestazioni, quelle più superficiali; e alcuni dei suoi effetti, quelli più quotidiani. Non è nemmeno dotata mentalmente per afferrare il modello generale e la sua inevitabile dinamica, se glielo si spiega, né per sostenere emotivamente questa consapevolezza. Perciò a un politico o un attivista non è possibile risvegliare il popolo o una classe rivoluzionaria disvelandogli l’arcano: oltre ad essere colpito dall’alto, non sarebbe capito dal basso, non avrebbe seguito di massa – anche perché che cosa mai potrebbe proporre come programma di azione pratica contro un sistema globale, strapotente, accettato e praticato in tutto il mondo? L’isolamento autarchico? Può invece proporre uno story telling limitato e ovviamente falso a spiegazione del problema generale, con una serie di battaglie e soluzioni fattibili, o come tali percepibili, per alcuni problemi che la gente sente e afferra: immigrazione (bloccarla perché è un’invasione criminogena e dannosa, oppure agevolarla perché aumenta il PIL e colma i vuoti demografici), sussidio di cittadinanza, catene per gli evasori e i corrotti, politiche verdi, politiche per la famiglia, decreti per la dignità del lavoro, e via proponendo. Ovviamente, questi sono solo palliativi del vero problema, ma è tutto quel che si può fare, sul piano politico, della prassi. Sul piano intellettuale, ovviamente, si può invece sviluppare la critica in modo completo e onesto, si possono descrivere e analizzare e confrontare esplicitamente i vari modelli socioeconomici e i loro effetti .

I partiti che problematizzano il modello complessivo come problema rimangono minuscoli – vedi ilc di Marco Rizzo, anche perché quel modello, dominando, anzi possedendo e gestendo, l’industria culturale, squalifica tali partiti come estremisti e pericolosi. Per sottrarsi a queste squalificazione e non essere quindi escluso dall’area degli idonei a governare -area perimetrata dai politici del piano superiore-, pure Salvini ha dovuto non solo astenersi dal criticare e dal descrivere il modello in questione, ma persino fare abiura e dichiarare che ci terremo l’Euro e l’Unione Europea. Anche se è chiaro che da Bruxelles sono regolarmente venuti ordini al governo italiano di auto svendita degli interessi nazionali, come oggi conferma lo stesso Romano Prodi. Prima il Capitano era antisistemico, ora è endosistemico, salve possibili e probabili riserve mentali.

Da qualche settimana, grazie alla massiccia opera di rieducazione filosofica e politica svolta da Diego Fusaro, abbiamo un partito – Vox Italiae – che pone in modo centrale, organico, complessivo e non più eludibile il modello capital-finanziario liberista e globalista come oggetto di analisi e di critica e di possibile rifiuto. Rimarrà verosimilmente un minuscolo partito; ma, finché vivrà, svolgerà un’azione di tribuna e di continuo richiamo alla realtà rispetto al dibattito politico. Alcuni tra gli intellettuali posti alla guida di Vox Italiae posseggono le cognizioni del funzionamento del potere monetario, del cartello di moneta e credito, e possono dare voce a queste conoscenze. Sanno che il modello capitalistico finanziario è essenzialmente basato sul monopolio privato della sovranità monetaria, il quale produce automaticamente gli effetti antisociali che vediamo operanti nel mondo, come alcuni di loro denunciano.

Però è meglio rinunciare alla inveterata e illusoria idea, che diffusamente è percepita come realistica, dell’intellettuale indipendente che scopre il segreto iniquo del potere –nella fattispecie, il monopolio privato della creazione della moneta e del credito con il loro uso estrattivo e antisociale- e lo denuncia al popolo, suscitando con ciò una sollevazione di massa guidata dalla consapevolezza e dall’indignazione etica. Ciò non è mai avvenuto. Il popolo non funziona così. L’uomo comune è concentrato sul suo particolare e sul quotidiano. Il popolo è bue e inerte proprio perché popolo. Non si coordina mai per insorgere, per scuotere il giogo. Nella recessione cronica si deprime, si adatta, si sottomette. Ciò è ancor più vero oggi, e più che mai oggi la classe rivoluzionaria è impossibile (salvo quanto dirò in conclusione), per effetto di fattori potentissimi, quali

-la riduzione dell’utilità del lavoro umano, quindi anche del peso politico della gente, per effetto dell’automazione e della finanziarizzazione dell’economia (quello che ho definito il fenomeno dei “popoli superflui”);

-la precarizzazione e la diffusione di alienazioni edonistiche e rimbecillenti nella popolazione generale, che si distacca dalla partecipazione politica, soprattutto i giovani;

-la demolizione o precarizzazione delle strutture e delle relazioni sociali, dalla famiglia su fino allo stato nazionale, che sono la matrice della regolamentazione etica della vita e del sentire etico;

-il mischiamento dei popoli con le migrazioni di massa che discioglie le identità-solidarietà storico-culturali nell’acido della globalizzazione;

-la prevenzione del formarsi di maggioranze con capacità politica anche mediante il frazionamento della società in numerose minoranze artificiose sotto l’egida del nuovo umanesimo dei diritti dell’uomo (minoranze di sesso, di gender, di lingua, di sangue, di religione, di costume etc.);

-e soprattutto la crescente e incolmabile distanza tra gli strumenti tecnologici di controllo e dominio a disposizione della ruling elite globalista, e quelli di autodifesa a disposizione della gente comune.

La classe rivoluzionaria non è certo la piccola imprenditoria, che vive lottando per la sopravvivenza quotidiana, né la grande imprenditoria, che partecipa dei benefici del sistema.

Non è nemmeno quella degli intellettuali, perché quasi tutti quelli che esercitano le professioni intellettuali, compresa la mia, lo fanno come tecnici esecutori integrati; e gli intellettuali accademici sono ancora più allineati da rigidi requisiti di conformismo posti come condizione per avere un posto, avere visibilità, fare carriera; mentre gli intellettuali del giornalismo sono al soldo degli inserzionisti.

Ma a che varrebbe una classe rivoluzionaria? A niente. Infatti il modello capitalistico-finanziario, coi suoi strumenti monetari, non è accidentale né contingente, bensì, assieme al dualismo servo-padrone, è la conseguenza di quella che Robert Michels chiamava “la ferrea legge dell’oligarchia”, ossia del fatto che lo strutturarsi di qualsiasi società genera un’oligarchia, ossia che ogni società è oligarchica, dominata da pochi padroni che comandano e sfruttano molti servi. Agli entusiasti della scoperta del potere del signoraggio monetario, che essi vogliono denunciare per demolirlo e liberare la gente, faccio qui presente che quel potere è espressione e conseguenza, nongià la causa, del dominio dei pochi sui molti, ossia della costante oligarchica delle società. Questa costante strutturale delle società interagisce col fatto che, nel corso delle epoche, vi è un’evoluzione degli strumenti usati per la dominazione; in particolare, negli ultimi decenni si è affermato l’uso degli strumenti finanziari; ma questi ora vengono gradualmente soppiantati da quelli tecnologici (biologici, elettromagnetici, informatici: ne tratto ampiamente nel mio ultimo libro, Tecnoschiavi. Oggi si apprende che nei farmaci possono essere inserite molecole in grado modificare il genoma, e che i primi computers quantistici hanno prestazioni un miliardo di volte superiori a quelle dei computers normali, quindi presto coloro che ne dispongono potranno impadronirsi delle reti superando ogni chiave e password, fino a controllare ogni attività. La classe rivoluzionaria del nostro secolo, votata a scalzare i signori della finanza, si prefigura come un’élite militare di neotecnocrati biologi e informatici.

Ad ogni modo, è tempo che il focus dell’analisi politica e delle proposte per l’autodifesa popolare si sposti dall’economia a questo nuovo modello di dominazione.

 

Marco Della Luna

Fonte: http://marcodellaluna.info

Link: http://marcodellaluna.info/sito/2019/10/30/classe-rivoluzionaria-cercasi/

30.10.2019

Pubblicato da Davide

8 Commenti

  1. Gli eletti nelle Ere preistoriche, parassitavano il popolo ma svolgevano una funzione sociale insostituibile di mappatura delle costellazioni e di studio dell’alternanza delle stagioni, per accrescere in ultima analisi il benessere e la potenza dei gruppi sociali che si sottomettevano, per proteggersi da aggressori e anzi espandere la propria influenza.
    Anche in epoca storica, seppure con molte diverse sfumature, gli eletti che fossero cavalieri, clero, feudatari, principi, ecc., hanno svolto funzioni sociali a beneficio dei popoli.
    È in età moderna che gli eletti diventano autoreferenziali rispetto al popolo, cioè parassitano le genti dando in cambio valori immateriali superflui.
    Credo che il futuro prospettato da Marco Della Luna sia fin troppo ottimistico: gli eletti del futuro saranno le macchine, e noi popolo sottomesso non avremo neanche il consumismo o la disinformazione ad alleviarci dalle pene di un’esistenza inutile.

  2. Come evidenziato da Longanesi già negli anni trenta, “Non bisogna aver paura né dell’Internazionalebianca né della rossa, ma solo e soltanto dell’Internazionalebancaria.”; ma – poiché prevenire é sempre meglio di curare – come si é giunti a ciò?

    Le costruzioni ‘naturali’ (intendi nel senso di quelle realizzate da Deus sive Natura) hanno il loro grafico nel piano cartesiano costantemente rappresentato da una gaussiana (intendi: curva a forma di campana) il che equivale a dire che nascono, crescono, ma poi arrivano ad un top da cui incominciano a decrescere sino ad annullarsi, a morire.

    Ma, in quanto prodotto umano e non divino, l’economia ha un ‘peccato originale’ e, detto tra noi, é questa la ragione per la quale – quando tradussi lo straordinario capolavoro di Gesell (intitolato in tedesco ‘Die naturliche Wirtschaftsordnung’, intendi letteralmente ‘L’Ordine Economico Naturale’) –

    da traduttore-traditore (ma, nel mio caso, più da ‘filosofo della traduzione’), preferii tradurlo ‘Il Sistema Economico a misura d’uomo’, il titolo tedesco sembrandomi improprio per la copertina, cioé per la prima pagina,

    mentre aveva pieno titolo per comparire nell’ultima, beninteso se e qualora nel frattempo si fosse messa in pratica la soluzione, semplicissima ma geniale, da quella poderosa ricerca proposta per rifisicizzare l’umanissimo sistema economico: la sterilizzazione del denaro a mezzo Schwundgeld (intendi: denaro fondente, icemoney, monetadighiaccio).

    A catena, questa avrebbe comportato l’annientamento del saggio d’interesse, questo a sua volta l’autolimitazione della volontà d’incremento del proprio risparmio (capitale) oltre certi limiti, un autolimitazionismo,

    perché l’homo sapiens – se degno di questo nome – lavora sì per procacciarsi un adeguato sostentamento proprio e della propria famiglia ma, non appena adempiuto a questo suo dovere, utilizza il proprio tempo libero per realizzarsi intellettualmente e/o artisticamente,

    scrupolosamente evitando quell’autoalienazione, da Marx ritenuta a malapena accettabile solo e soltanto in quelle economie (fortunatamente completamente ormai superate dal progresso tecnologico), in cui l’uomo dovesse consumare assolutamente tutto il proprio tempo solo per sopravvivere.

    Quella di Gesell é veramente una Endlösung (intendi: soluzione finale) perché, come negli animali, anche nell’uomo la tendenza al risparmio é figlia solo dell’insicurezza esistenziale,

    che sparirebbe non appena uno Stato, gesellista e non più abominevole, ne coprisse ogni cittadino REALMENTE E NON IMMAGINARIAMENTE COME AVVIENE ORA (visita medica specialistica a sei mesi, in non pochi casi cioè post mortem!, per finire con pensioni da fame):

    a) tutti cercheremmo di guadagnarne solo il necessario, l’immediatamente spendibile, e niente di più assai recuperando in tempo libero (e quindi anche favorendo l’occupazione altrui);

    b) ragioniamo: poiché la facoltà di pretendere il saggio d’interesse, questo estremo ma nefasto potere del capitalista, gli vien offerto solo dalla possibilità d’imporre “O mi restituisci l’X per cento in più o io non ti presto il mio denaro e tu non puoi più realizzare quel che ti serve ed a cui tanto tieni.”,

    a quest’incentivo a prestare (rappresentato dal saggio d’interesse) Gesell propone d’opporre il disincentivo “Guarda che, se tieni il tuo denaro a lungo immobile in cassaforte, alla fine non lo ritroverai più o, per meglio dire, lo ritroverai completamente squagliato: quantomeno io invece ti restituisco integro l’attuale suo potere d’acquisto……scegli tu, ma scegli per il tuo menopeggio!”

    Il Padreterno non ha mai creato problemi senza aver prima pensato anche alle soluzioni, si tratta solo di volerle ricercare in tempi e spazi in cui l’internazionale bancaria, atterrita da simile autentica rivoluzione, le ha brutalmente criptate, lasciandole accessibili non solo solo ai supercolti, ma anche plurilingue:

    si tratta di vere e proprie novità teoriche che, per la loro spiegazione, richiedono spazio oltre le venti pagine, taglio da saggio e non d’articolo per CdC; l’invierò comunque gratuitamente a tutti i suoi lettori che mi faranno pervenire la loro e.mail in [email protected], in cui comunque trovate, in podcast ed in italiano, quel capolavoro.

  3. “La classe rivoluzionaria del nostro secolo, votata a scalzare i signori della finanza, si prefigura come un’élite militare di neotecnocrati biologi e informatici.”

    Questa affermazione mi induce ad alcune considerazioni.
    Nel famoso “Manifesto del partito comunista” Marx identificava la classe rivoluzionaria che nasceva con lo sviluppo del capitalismo nel “proletariato”, che molti marxisti identificavano di volta in volta nella classe degli operai, dei contadini, dei diseredati urbanizzati o nel generico “popolo” e oggi anche nei tecnocrati biologi e informatici. Innanzi tutto è da dimostrare che questa elite di tecnocrati biologi e informatici sia una classe sociale (meglio sarebbe definirla ceto sociale) antagonista al potere dei signori della finanza, dal momento che tutti i centri di studio e ricerca da dove provengono sono finanziati e costruiti dai signori della finanza direttamente o attraverso personale delle università in gran parte allineate all’ideologia dominante, salvo poche eccezioni. Quindi, se è vero che è l’essere sociale che crea la coscienza e non viceversa, è difficile pensare che questo ceto, che nel sistema attuale trova la sua collocazione ottimale, possa in concreto assumere caratteri rivoluzionari. Ma allora chi è questo mitico “proletariato” , questa “classe rivoluzionaria del nostro secolo” che dovrebbe scalzare il potere dei signori della finanza? Credo che per capire chi e cos’è il proletariato, si debba partire dal suo significato letterale, “proletario” è colui che non possiede nulla tranne la prole, i figli, è l’immagine dell’uomo nel suo stato naturale, che si presenta nella società privo di tutto e dalla società riceve tutto, il suo sostentamento e anche il suo essere sociale. Al suo opposto c’è il “proprietario”, l’uomo che si è costruito da sé (il self made man, il “borghese”), è colui che possiede i mezzi di produzione con i quali domina sul proletario e sull’intera società, la società non lo sostiene, ma al contrario è lui che le dà la forma, la organizza, ne determina il destino. Sono evidentemente due figure ideali che in quella forma assoluta non esistono, sia perché il proletario può acquisire alcune proprietà personali e magari sentirsi “borghese”e imprenditore di sé stesso, sia perché all’opposto il “borghese”può cadere in disgrazia e finire nella schiera dei proletari, ma sentirsi ancora l’uomo che si fa da sé, che rinasce. Sono in sostanza due “ideologie” che identificano l’essenza delle due classi antagoniste che si contrappongono nella vita pratica e nella politica. E’ un conflitto che si manifesta all’interno della società e dell’ordinamento giuridico cui appartengono i singoli individui e che va interpretato come dialettica di classe alla luce dello sviluppo raggiunto dalla civiltà (la Spengleriana “zivilisation”)che ha generato il processo storico reale che ha origine con la comparsa del capitalismo, la cui formazione sociale è entrata in questo secolo in crisi e, secondo alcuni, nella sua fase terminale. Perciò non si tratta di individuare una “classe rivoluzionaria” che “faccia” la “rivoluzione”, in quanto “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” coinvolge in modi e forme diverse l’intera società. Si tratta di analizzare questo movimento, come dice Marx “con la precisione delle scienze naturali”, e tentare di dargli forma e organizzazione e questo è il compito degli intellettuali. Bene quindi Vox Italiae.

    • Neanche lontanamente il sospetto che il proletario sia tale perché in qualche modo, legale o no e per le ragioni più varie, gli é o gli é stato reso difficile o impossibile l’accesso al benessere, e che il borghese sia tale per circostanze casuali o indotte e proditoriamente trasferite e ‘fissate’ quindi in leggi, regolamenti e consuetudini che non sono estranei all’incancrenirsi della situazione?

    • Le mie definizioni sono queste:
      1. Il proletariato è formato da tutte quelle persone che non hanno mezzi di sussistenza propri e che per vivere devono lavorare svolgendo qualsiasi tipo di lavoro, dall’operaio di fabbrica al professore universitario.
      2. La borghesia è formata da coloro che hanno mezzi di sussistenza in abbondanza e non devono lavorare, nemmeno come manager di una società per azioni.
      3. Gli intellettuali chiamati in causa da Marco Della Luna – e qui sta la novità di cui essere grati all’autore – sono un gruppo di persone aventi conoscenze profonde nel campo delle nascenti discipline della tecnologia biologica e informatica che scelgono di stare dalla parte degli oppressi.
      Le categorie marxiane mi sembrano un po’ obsolete, ma ció non deve sorprendere perché il capitale è diventato monopolistico.
      Ah, dimenticavo: prima di concedere la fiducia ad un nuovo partito per poi ritrovarsi delusi fra dieci o vent’anni davanti all’ennesimo voltafaccia, sarebbe meglio escogitare nuove forme di esercizio della democrazia. Quali? Non lo so, ma echeggiano nella mia mente le parole di Guido Grossi, che ognuno deve assumersi le proprie responsabilità.

    • A me non dispiace Fusaro, perché é un giovane assai intelligente ma che ha seguito il percorso formativo sbagliato: un dottore il filosofia non può che essere destinato all’inconcludenza, perché tali sono stati la maggioranza dei suoi ispiratori.

      Inoltre Fusaro é fissato con Hegel, ossia non solo un antianarchico per eccellenza (“Lo Stato é la manifestazione di Dio sulla terra”) ma anche porco guerrafondaio (“La guerra é il motore della storia”),

      mentre Kant ha scritto un intero volume antibellicista, e quando Nietzsche – in evidente contrapposizione all’assioma che una buona causa possa giustificare anche la cattiva guerra – afferma “una buona zuffa é giustificata da qualunque causa!”

      evidentemente allude all’insostituibile istinto competitivo maschile, assolutamente non apollineo ma dionisiaco ma che: a) deve assolutamente restare delimitato alla competizione individuale e non ad una collettiva (sempre insensata perché il quoziente medio di una collettività é inevitabilmente inferiore a quello del di lei membro che lo detiene massimo)

      b) in ogni caso la competizione deve generare non invidia ma spirito d’emulazione perché, da un corretto punto di vista apollineo, é impensabile risolvere una competizione accoppando il migliore (alla stregua della malvagia regina di Cenerentola).

      Per carità, sono anch’io per la sintesi, ma come si possono sintetizzare valori di destra con ideologie di sinistra? I valori di destra sono: a) Dio, cioé il Creatore, che quindi dovrebbe supervisionare assolutamente tutte le sue creature essendo allora ‘internazionalista’,

      in quanto dette risultano attualmente disperse in un discreto numero di nazioni diverse (lo Jahvé ebraico é un dio nazionalista, dio solo é soltanto del suo popolo eletto, ma non tutti gli altri, in particolare il cristiano Padreeterno od Allah!).

      b) Patria, ma anche qui io – bastardo siculotedesco (ed i cui ascendenti, da ambo i lati dinastici, hanno cambiato Vaterland con la stessa facilità con cui si cambiano le scarpe!) – contesto il tedesco Vaterland (intendi: terra dei padri):

      il passato non esiste più, é il presente quello che conta e quindi ‘la terra dei propri figli’, quella che generosamente li nutrirà, assicurando anche ai vecchi un minimo di sopravvivenza.

      c) Famiglia: io la sostengo a spada tratta, ma essa ha un senso solo in funzione della riproduzione, in quanto il cucciolo umano (a completa differenza di tutti gli altri) ha un periodo di neonatismo talmente lungo da richiedere, per assicurarne idonea sopravvivenza, il continuo coinvolgimento d’entrambi i genitori.

      Però essa é ormai contestata di fatto – non dal sottoscritto ma proprio dalla Società umana che riconosce le famiglie omosessuali –

      e – se non si debbano più far figli (cosa del resto ecologicamente giustificatissima) – chiunque può tranquillamente vivere da single, se mai potenziando l’istituto dell’amicizia.

      Quindi valori di destra nel cesso e lasciatemi ben attaccato alle ideologia di sinistra! Fusaro deve diventare adulto e CONCLUSIVO, smettendo di recitare le parti dell’intellettuale incomprensibile e del solo osservatore di problemi, ma senza mai prospettarne una qualche soluzione.

      • La domanda se i valori tradizionali della destra storica Dio, Patria, Famiglia possono essere compatibili con l’ideologia o le ideologie della sinistra, non può essere posta in astratto , ma valutata nel contesto storico e politico. L’attuale epoca storica è caratterizzata da liberismo imperante, espressione di un’ideologia” borghese”, la cui summa theologiae si riscontra nell’espressione della Tatcher “la società non esiste, esistono gli individui”. Come in natura tutti gli animali devono lottare e competere per la sopravvivenza, così l’individuo umano deve competere con gli altri per sopravvivere nella società. E’ un’equiparazione questa fra stato di natura dell’animale e condizione sociale dell’individuo umano, che già Marx aveva bollato come “robinsonata”, ma che oggi rappresenta l’ideologia dominante nelle società di capitalismo avanzato in Occidente. Falsificandone il nome e invertendone il significato il liberismo definisce questa competizione accanita fra individui, aziende e stati, vera e propria guerra commerciale ma anche economica e militare, come “concorrenza”, il cui significato vero e letterale non è lotta o guerra, ma correre insieme per il bene comune, l’esatto opposto della competizione. Naturalmente se il presupposto della nostra sopravvivenza è la lotta e la guerra, allora è necessario che l’individuo, l’azienda o lo stato goda della massima libertà d’azione, senza limiti, senza divieti, facendo tutto ciò che uno vuole,sono tutte parole d’ordine, che ci vengono dalle centrali anglosassoni del capitalismo occidentale, no limits, do what you want, vietato vietare ecc. ecc. E’ del tutto evidente che per l’individuo capitalista, l’azienda capitalista non ci possono essere vincoli o divieti alla loro “naturale” espansione e predazione, né da parte del proprio stato, né da parte di altri stati, mentre lo stato capitalista non può accettare limiti da un ordine superiore del diritto internazionale. Non è forse ciò che accade ad esempio con individui come Soros, aziende multinazionali, istituzioni finanziarie e stati come USA, Francia UK, che in spregio a qualsiasi principio di diritto internazionale bombardano, invadono e depredano altri paesi , delocano industrie, comprano, vendono, licenziano, applicano sanzioni unilaterali, manipolano la finanza e infine truffano i loro stessi cittadini? Per traslazione questi stessi principi liberisti sono inculcati nella massa che li fa propri in una lotta ideologica nella quale l’individuo a-critico crede di lottare per la sua libertà, mentre in realtà determina la sua disintegrazione come corpo sociale, riducendosi ad atomo disperso alla mercé del più forte, il capitalista. In questo processo di trasformazione vengono smantellati tutti i valori che tenevano unito il corpo sociale dalla religione, alla famiglia, alla patria intesa come terra dei padri e finanche alla stessa lingua madre. Lo scopo dei nostri liberisti è proprio quello di eliminare del tutto qualsiasi potere sovrano degli stati nazionali che ancora resistono all’onda di piena del liberismo assoluto e come diceva Monti “le crisi sono necessarie per arrivare alle cessioni delle sovranità dei popoli.“
        La massa che vive questa situazione in questo momento storico appare completamente disorientata e incapace di reagire a un piano diabolico di dominio non solo economico ma psicologico, emotivo e spirituale degli uomini, ai quali in fondo non offre altre prospettive se non di essere soppiantati dalle macchine. Pertanto il primo punto di resistenza a questo progetto deve essere il recupero della funzione sovrana dello stato nazionale (in primis monetaria), dal quale tutto sommato dipende la sopravvivenza della gran massa dei suoi cittadini, dai pensionati, ai dipendenti dello stato alle sue industrie nazionali. Pertanto concordo con Fusaro che “valori” di destra Dio, Patria e Famiglia e idee della sinistra non possono, ma devono andare insieme per costruire la nuova resistenza all’oppressore straniero.

  4. I rivoluzionari non li si trova più a sinistra.

    Gran parte si è imborghesita mutando in liberals progressisti e liberisti.
    Un’altra parte è al potere e sta facendo marcire varie zone del pianeta.
    La sinistra è potere costituito, establishment , ormai.
    Pur avendo fallito sempre e comunque, l’ideologia socialista in parte mutata verso il liberismo da accattoni, tiene bordone e infogna ancora buona parte delle menti dei sudditi del pianeta.
    Uno statalismo liberista di origine socialista.
    L’estrema sinistra è ininfluente, anacronistica, finita.

    I rivoluzionari li si potrebbe trovare tra i libertari, di questo passo.

Lascia un commento