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C'ERA UNA VOLTA IN IRAQ: I SOLDI FANNO GIRARE IL MONDO

DI GABRIELE ZAMPARINI
The Cat’s Blog

Cazzarola! Ecco tutto quello che riesco a dire ogni volta che vedo quell’ “interessante grafico che mostra il flusso di denaro
che transita dalle fondazioni ai mezzi d’informazione progressisti
e ad altre organizzazioni di sinistra”
,
così com’è stato descritto dallo storico statunitense dissidente
William Blum nell’ottobre del 2005, quando l’ha allegato al suo Anti-Empire Report.

Ho ripensato a quell’ “interessante grafico” quando, qualche giorno
fa, ho letto su AlterNet: “La destra si
sta davvero ribellando all’occupazione dell’Iraq?
“, l’ultima fatica di Phyllis Bennis, responsabile
politica del movimento pacifista della Madrepatria. Il suo articolo,
inutile dirlo, è disponibile anche su ZNet
La signora Bennis scrive:

“(…) questo nuovo periodo sta per rivelarsi molto pericoloso, e creerà nuovi
problemi al movimento pacifista. (…) I funzionari dell’amministrazione
Bush rispondono con nuovi spaventosi rapporti che giungono dai militari
e dai funzionari della Casa Bianca sulle conseguenze infauste che un
ritiro delle truppe comporterebbe. Ma con i Repubblicani che prendono sempre più le distanze da Bush
sulla questione irachena, c’è il pericolo che le loro controparti democratiche posssano ammorbidire la loro [già esitante] opposizione nei confronti dell’occupazione statunitense, per conquistarsi
il trofeo di una posizione “bipartisan” [leggasi: politicamente
sicura]. Questo potrebbe significare davvero un accordo su un “riposizionamento
dopo l’assalto”, studiato per ritirare in parte alcune truppe
(probabilmente circa la metà dei 150.000 soldati statunitensi che si
trovano attualmente in Iraq), e stabilire ciò che già viene venduto
come premio sottobanco: un’occupazione militare statunitense “sostenibile”
dell’Iraq. Sostenibile, in questo contesto, significa permanente.
Il ritiro parziale preparerà il terreno per l’occupazione permanente.
Una forza di occupazione ridotta, che dia meno nell’occhio, posizionata
principalmente nelle enormi basi statunitensi costruite da una parte
all’altra dell’Iraq, terrà perlopiù alla larga i soldati degli
Stati Uniti dalle strade irachene stracolme di IED [Improvised Esplosive
Devices, ordigni costruiti con materiali esplosivi “improvvisati”,
ndt], e ben lontani dalle maggiori città alimentate dalla resistenza
irachena. Le truppe statunitensi non sosterranno ulteriormente neppure
la storiella della responsabilità di proteggere i civili iracheni e, fondamentalmente,
subiranno molte meno vittime. Risultato (dato che le vittime irachene,
molto più numerose, vengono tanto facilmente ignorate): l’Iraq sarà
largamente assente nei titoli, e verrà cancellato dalle prime pagine”.

Ora, saltiamo il passaggio
in cui scrive:

“…le
loro controparti democratiche possano ammorbidire
la loro [già esitante] opposizione nei confronti dell’occupazione
statunitense,…”

dato che, da dove mi
trovo, non ho visto molto di quella opposizione, esitante o meno; ma
magari viste dalla Madrepatria le cose appaiono diverse.

Oltre a ciò che Phyllis Bennis [foto] ha riportato nel suo articolo, [Hillary
Clinton dice che, anche con un riposizionamento, “i restanti interessi
vitali per la sicurezza nazionale in Iraq” rendono necessario “uno
spiegamento continuo di truppe statunitensi”]. La Clinton dice anche:

“L’esercito
degli Stati Uniti ha svolto il suo compito. Guardate cos’ha ottenuto.
Si è sbarazzato di Saddam Hussein. Ha dato agli Iracheni l’opportunità
di svolgere elezioni libere ed imparziali”.

La Bennis dev’esserselo
perso. Capita.

Saltiamo anche quest’altro passaggio:

“Le truppe
statunitensi non sosterranno ulteriormente neppure la storiella della responsabilità di
proteggere i civili iracheni e, fondamentalmente, subiranno molte meno
vittime”.

Mi sembra che lei –
storiella o non storiella – stia tralasciando la responsabilità primaria
delle truppe statunitensi nell’uccisione reale e diretta di civili
iracheni. Accade di nuovo che manchino i particolari.

Quello che nel suo articolo ha attirato la mia attenzione, sta scritto
nell’ultima riga dell’estratto che ho riportato più sopra:

“Risultato
(dato che le vittime irachene, molto più numerose, vengono tanto facilmente
ignorate): l’Iraq sarà largamente assente nei titoli, e verrà cancellato
dalle prime pagine”.

Ora, non sarebbe stato
piuttosto semplice e facile, a questo punto dell’articolo, fornire
i dati reali di quelle “vittime irachene”? Non sarebbe stato ancora
più utile all’argomento che stava sollevando e al messaggio, che
si presume più ampio, del suo articolo, e cioè “il movimento contro
la guerra continuerà la sua battaglia”, come proclama alla fine del
pezzo? Perché la Bennis non ha colto l’occasione per evidenziare
il 1.000.000
di vite irachene che sono state massacrate a partire dalla “liberazione”
dell’Iraq quattro anni fa, dato che, come giustamente ammette, “le
vittime irachene vengono tanto facilmente ignorate”?

Sono troppo pignolo?

Nell’aprile del 2006 ho avuto uno scambio di e-mail con Phyllis Bennis.
Ma, innanzitutto, c’è bisogno di spendere qualche parola per tracciare
un po’ di sfondo. Ora vi prego di seguirmi, anche se dovesse sembrare
un po’ complicato, e vi prometto che alla fine ci divertiremo insieme.

In quel periodo la maggior parte delle organizzazioni pacifiste della
Madrepatria e dei mezzi d’informazione alternativi usava ancora
i ridicoli dati dello Iraq Body Count [IBC, progetto per il conteggio delle vittime civili in Iraq
ndt], ed io stavo cercando di capire perché non avessero adottato i
dati provenienti dal primo studio pubblicato nella rivista medica britannica
sottoposta a revisione paritaria “Lancet”
nell’autunno del 2004
. Le sue conclusioni: 100.000 vite umane irachene sono state massacrate
solo nel primo anno e mezzo di “liberazione”.

Contemporaneamente Media
Lens
[quelli che per primi
hanno avuto il coraggio di avventurarsi in questa foschia di guerra] e pochissimi di noi contestavano l’utilizzo da parte dei mezzi di
informazione moderati dei dati dell’IBC; io scrissi anche a molte organizzazioni
pacifiste e a diversi attivisti, sia qui in Gran Bretagna che negli Stati Uniti.

Fra parentesi, in quei mesi è stato realizzato davvero molto. La BBC,
il Guardian ed altri “mezzi d’informazione rispettabili”, hanno
offerto la ribalta a Sloboda dell’IBC per attaccare malignamente Media
Lens e quelli tra di noi (molto pochi e molto isolati!) colpevoli di
cercare di concentrarsi sull’aspetto più importante di questa pazzia,
le dimensioni della carneficina prodotta in Iraq dai “liberatori”,
e l’occultamento di queste da parte dei mezzi d’informazione moderati.

Sloboda intervistato dalla BBC:

Domanda
della BBC:
“Coloro che La criticano sostengono che il vostro lavoro
è un’enorme sottostima, come risponde a ciò?”

Risposta di John Sloboda dell’IBC: “L’asserzione (che il nostro
lavoro sia un’enorme sottostima) è fatta sostanzialmente sulla
base di alcune estrapolazioni, davvero traballanti, provenienti da un
singolo studio, effettuato nel 2004 con una metodologia particolare.
Ecco cos’è il celebre studio Lancet. (…) Alcuni critici dello
studio Lancet hanno affermato che è come un ubriaco che gioca a
freccette. Sta per tirare in qualche punto, ma chissà se quel numero
è proprio il centro del bersaglio. Sfortunatamente moltissime persone
hanno deciso di accettare che quel numero, 98.000, sia la verità –
o l’approssimazione più vicina alla verità che abbiamo”.

Come conseguenza del
lavoro di Sloboda dell’IBC, di Human Rights Watch
[Osservatorio sui Diritti Umani, ndt] e dell’esperto del Pentagono Marc Garlasco
,
e dell’orrenda attività svolta dalla maggior parte dei mezzi d’informazione
moderati, lo studio Lancet è stato screditato e milioni di persone
sono state ingannate (tra cui anche molti giornalisti moderati in buona
fede). [Quell’inganno sta ancora continuando,
in queste stesse ore
].

Ma non era abbastanza. Sloboda dell’IBC doveva screditare anche quelle
poche persone che ponevano domande scomode:

Domanda
della BBC: “Come descriverebbe Media Lens?”

John Sloboda dell’IBC: “Si tratta di un gruppo di pressione che
utilizza tattiche aggressive ed emozionalmente distruttive. Nella convinzione
che la gravità delle questioni di cui si stanno occupando le giustifichi,
ed anche nella convinzione che siano in qualche modo efficaci. (…)
Penso che sia perché noi non corrispondiamo alla loro visione del mondo.
Sia la sinistra radicale che la destra radicale sono entrambe totalmente
inflessibili, e non sono in grado di gestire le cose che stanno accadendo
nel centro. Essi vogliono certezza. Vogliono qualcosa a cui possano
attaccarsi e dire – questo è ciò a cui credo. A loro piace la sensazione
di essere una minoranza assediata. Ciò che è più agghiacciante, è
guardare l’adesione della gente a delle cause molto più pericolose
rispetto a quelle che l’uno o l’altro di coloro che ci criticano
stanno facendo proprie. Questa è anche la mentalità che attira i giovani
arrabbiati verso il terrorismo. Ed è fondamentalmente autodistruttiva”.

Più foschia di guerra
in questo FLASHBACK.

Anch’io ho fatto la mia parte. In uno dei numerosi tentativi da parte
di Iraq Body Count di screditare i due studi scientifici pubblicati
nella rivista sottoposta a revisione paritaria “Lancet”, John Sloboda, Hamit Dardagan e Josh Dougherty
dell’IBC
sono stati così
gentili da riconoscere la mia tenacia nel fare una campagna a favore
della verità sul genocidio perpetrato contro il popolo iracheno:

“Uno
dei crociati via mail più ostinati della campagna, e uno degli utenti
fissi dell’area dei messaggi di Media Lens”.

Sì, sono davvero orgoglioso
di queste parole [ehi, sono vanitoso come tutti gli altri] e non sarò
mai in grado di ripagare una tale gentilezza. Grazie.

Dov’era in quel periodo il movimento “contro la guerra”,
della pace, della giustizia e della solidarietà? A parte qualche illustre
eccezione, il panorama era oscurato dal silenzio e dall’omertà.

In quegli stessi mesi, Brian Dominick di ZNet, uno dei membri più importanti
della famiglia ZNet di Michael Albert, era occupatissimo a spedire e-mail
private (di nuovo, anch’io ho fatto la mia parte) per contribuire
al piano dell’IBC per costringere al silenzio quelle poche voci che avevano
osato porre domande scomode o, per usare il vocabolario di Dominick,
innescare un “ridicolo battibecco su Iraq Body Count”.

Ancora peggio, quando nel 2006 è uscito il secondo studio Lancet,
e dopo il nuovo, vergognoso tentativo da parte di
IBC di screditarlo
, Dominick
è entrato pubblicamente nell’area dei messaggi di Media Lens schierandosi,
inutile dirlo, come un prode cavaliere, a fianco di IBC e contro…
la verità!

Infine, per concludere questo deprimente retroscena, questo scandalo
di IBC è stato la ragione per cui mi sono dimesso dal BRussells Tribunal

[BT], un’organizzazione di cui avevo fiducia ed in cui, per aiutarli,
avevo speso un po’ di energie. L’ostinazione irrazionale con la
quale alcuni responsabili del BT avevano continuato a difendere Sloboda
ed il suo IBC mi ha obbligato a porre questo scandalo all’attenzione
di una cerchia più ampia di membri del BT. Ho rassegnato le dimissioni
ed il BT è stato costretto ad espellere Sloboda dall’assemblea consultiva;
ma si può vedere l’ostinazione del BT nel difendere IBC nella formulazione
della breve nota resa pubblica dal BT stesso:

Cari amici,

John Sloboda è stato
escluso dal BRussells Tribunal. Il motivo non è il contrasto su IBC,
ma perché a quanto pare egli è a capo dell’Oxford Research Group,
un centro di ricerca. Di recente il Gruppo ha pubblicato il rapporto
che trovate qui: http://www.oxfordresearchgroup.org.uk/publications/books/iraqiliberation.htm.

A causa di questo rapporto,
che contrasta totalmente con tutto ciò che il BT rappresenta, egli
non può assolutamente far parte del nostro network.

Ho pensato di mettervi
al corrente.

Dirk.

Non è stupefacente
quanto a volte le coincidenze siano davvero incredibili? Ad ogni modo,
tutti i frammenti di questo penoso retroscena sono già divenuti di
pubblico dominio. In questa occasione io vorrei semplicemente contribuire
al recupero della nostra fragile memoria collettiva in questi anni orrendi,
per coloro che si preoccupano ancora per quel milione e più, e prima
di tutto per quel milione e più. Un milione di Iracheni massacrati
in quattro anni. Un milione. Proviamo a pensare a questa cifra. Dov’è
lo sdegno?

Torniamo all’aprile 2006
e al mio scambio di e-mail con Phyllis Bennis
.

Zamparini:
“Non pensa che il sito web di “United for Peace and Justice” sia
fuorviante e nasconda la verità quando scrive: “oltre 33.000 morti
tra i civili iracheni (ed alcune stime arrivano a 100.000 morti)?”

Bennis: No, non lo è. C’è abbondanza di stime là fuori. Nessuno
sta nascondendo nulla.

E’ vero, c’è stato
un seguito positivo
a quegli scambi
e quando
più tardi nello stesso anno è uscito il nuovo studio Lancet, le
sue conclusioni sono state finalmente presentate al Congresso degli Stati Uniti.

Ma era troppo poco, troppo tardi. I mezzi d’informazione moderati,
sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti, continuano a nascondere
quelle cifre scomode, e troppe organizzazioni e siti web pacifisti
utilizzano ancora i dati dell’Iraq Body Count, col risultato che la stragrande
maggioranza della popolazione non ha idea delle dimensioni reali della
carneficina provocata dall’operazione “Iraqi Freedom”.

Forse, se il “movimento pacifista” – invece di tentare di
far tacere quelle poche voci; solidarietà, col cavolo! – fosse stato
più attivo e responsabile nel condurre una campagna ed informare l’opinione
pubblica sulle dimensioni reali della carneficina che gli Stati Uniti
stavano infliggendo agli Iracheni, le cose a quest’ora avrebbero potuto
essere diverse. Chissà? Ma persino Phyllis Bennis converrà con me
che, dopo che sono stati pubblicati due studi scientifici nella rivista
sottoposta a revisione paritaria “Lancet”, a questo punto si
possa essere piuttosto sicuri che NON c’è “abbondanza di stime
là fuori”, e quindi la nostra prima responsabilità morale dovrebbe
essere quella di concentrarci su quella cifra, 1.000.000, TUTTE LE
VOLTE
che parliamo e scriviamo di Iraq, e teniamo conferenze su
e per conto del movimento “pacifista”. Quel milione non è
un dettaglio, Phyllis, è IL punto in questione. Tutto il resto
viene in secondo piano, comprese le strategie “realistiche” e la
lealtà verso i partiti politici.

L’articolo della signora Bennis è molto lungo, eppure tralascia l’elemento
essenziale; la reale estensione dell’orrore che le “nostre truppe”
hanno inflitto agli Iracheni, e la nostra responsabilità per questo
genocidio. Qualsiasi strategia, tattica, risposta da parte del movimento
pacifista dovrebbe prendere le mosse da quell’orrore. Ma forse
la signora Bennis non voleva rovinare la colazione a quelle orecchie
delicate a cui era rivolto il suo articolo; perché quell’articolo
secondo me ha l’aria di uno spot a favore del Partito Democratico.

In quello scambio di e-mail del 2006, la signora Bennis mi ha scritto
anche:

“La mia
preoccupazione è che noi riusciamo a capire come portare a termine
la guerra, in un periodo in cui abbiamo vinto in maniera schiacciante
la battaglia per l’opinione pubblica”.

[Chi è questo “noi”?
Il movimento pacifista della Madrepatria? I fautori della sua
politica?]

Questa tesi viene espressa anche nel primo paragrafo del suo ultimo
articolo:

“L'”ondata”
improvvisa di posizioni contrarie alla guerra tra i potenti senatori
Repubblicani, gli ultimi in ordine d’arrivo sono John Warner e Richard
Lugar, e tra altri gruppi d’élite (come ad esempio gli editori del
New York Times), sta esercitando una nuova intensa pressione bipartisan
sulla Casa Bianca, affinché inizi a ritirare le truppe. Ed anche se
ciò indica certamente che i nostri anni di lavoro stanno dando i loro
frutti, questo nuovo periodo sta per rivelarsi molto pericoloso, e creerà
nuovi problemi per il movimento pacifista”.

Ora, la tesi che “noi”
[?] “abbiamo vinto in maniera schiacciante la battaglia per l’opinione
pubblica” così che persino “potenti senatori Repubblicani” ed
“altri gruppi d’élite (come ad esempio gli editori del New York
Times)” siano stati convertiti, suona come un’affermazione sbalorditiva.
In altre parole, più che di “frutti”, si sente odore di…

Nella Madrepatria la classe dirigente sta abbandonando il regime crollante
di Bush perché capisce che a questo punto il Regime Bush non può andare
da nessuna parte. Il Partito Democratico, pezzi del Partito Repubblicano,
i Mezzi d’Informazione, il Denaro stanno tutti saltando fuori dalla
nave che affonda. Persino alcuni neoconservatori! Così ora vediamo
il New York Times, le potenti reti televisive, e tutti questi audaci
politici che dicono: “E’ tutta colpa di Bush”. Beh, sai che c’è?
Non è tutta colpa di Bush. Loro sono responsabili quanto Bush. Le loro
mani sono sporche quanto quelle di Bush. Sporche del sangue di persone
innocenti. Il genocidio degli Iracheni non è iniziato nel 2003 (quando
Hilary Clinton ed i suoi compagni Democratici applaudivano in continuazione
al Congresso il loro caro presidente) ma nel 1990, con l’embargo genocida
dell’ONU (leggasi: USA + GB), e poi con la prima Guerra del Golfo,
e poi con i bombardamenti (illeciti) delle No Fly Zones (illecite).
I Democratici liberali col loro amato presidente, Bill Clinton, hanno
ucciso tanti Iracheni quanto i due Bush messi insieme, se non di più.

Lasciamo stare per ora l’Afghanistan, ricordate?
La Guerra Giusta
, che mi
ricorda un’altra Guerra Giusta, quella in Yugoslavia. E poi abbiamo
ancora il grande tabù, il genocidio dei Palestinesi. Shh! Shh! Non spaventiamo
i grandi donatori del Partito Democratico! Suppongo che per tutti questi
il frutto non sia ancora maturo. Diamogli più tempo, chissà? E l’Iran?
Sh! Sh! Quei donatori stanno ascoltando!

Forse i motivi di quella ‘conversione’ da parte delle élite della
Madrepatria vanno cercati di nuovo da qualche altra parte? Forse quelle
élite della Madrepatria stanno abbandonando la nave che affonda perché
vogliono salvare il loro Impero e, con esso, il loro culo sporco? Forse
la resistenza del popolo iracheno, che non è mai stata riconosciuta
e rispettata come tale, né tanto meno appoggiata, cara Bennis, dal
movimento pacifista e dai fautori della sua politica, quella
resistenza (e non insurrezione) ha a che fare di più con quella nave
che affonda? Sì, i cittadini della Madrepatria stanno iniziando a contare
i corpi. Ma solo i corpi di quei prodi soldati, non degli Iracheni;
UN MILIONE e più.

Ma naturalmente i fautori della politica del movimento pacifista
della Madrepatria e i loro amici Democratici stanno usando la “politica
della realtà”. Recentemente Pilger,
a Chicago, ha spiegato
:

Una componente
storica della coalizione pacifista “United For Peace and Justice”
ha affermato di recente, ed io la cito: “I Democratici stanno usando
la politica della realtà”. Il suo punto di riferimento storico
liberale era il Vietnam. Lei ha detto che il Presidente Johnson iniziò
a ritirare le truppe dal Vietnam dopo che un Congresso di Democratici
iniziò a votare pacifista. Non è questo che è successo. Le
truppe furono ritirate dal Vietnam dopo quattro lunghi anni. E durante
quel periodo gli Stati Uniti uccisero più persone in Vietnam, Cambogia
e Laos con le bombe di quante furono uccise in tutti gli anni precedenti.
E questo è quello che sta accadendo in Iraq. Il bombardamento è raddoppiato
a partire dall’ultimo anno, e questo non viene riferito. E chi ha
cominciato questo bombardamento? E’ stato Bill Clinton a dare il via.
Durante gli anni ’90, Clinton ha fatto piovere le bombe sull’Iraq
in quelle che venivano eufemisticamente definite le “no fly zones”.
Contemporaneamente ha imposto un assedio medievale chiamato sanzioni
economiche uccidendo forse, come ho citato, un milione di persone tra
cui, è stato documentato, 500.000 bambini. Quasi nulla di questa carneficina
è stato riportato nei cosiddetti mezzi d’informazione moderati. L’anno
scorso uno studio pubblicato dalla “Johns Hopkins School of Public
Health” ha scoperto che a partire dall’invasione dell’Iraq, gli
Iracheni morti per le conseguenze dirette dell’invasione sono stati
655.000. I documenti ufficiali mostrano che il governo Blair era al
corrente che questo dato fosse credibile. In febbraio, Les Roberts,
autore del rapporto, ha dichiarato che il dato era pari a quello presente
nello studio della Fordham University riguardante i decessi avvenuti
durante il genocidio del Ruanda. La risposta dei mezzi d’informazione
alla rivelazione scioccante di Roberts è stata il silenzio. Quello
che può davvero costituire il maggiore episodio di assassinio organizzato
per una generazione, per usare le parole di Harold Pinter, “Non
è accaduto. Non ha avuto importanza”.

La maggior parte degli
Statunitensi tende a pensare che il Vietnam sia stato un problema degli
Stati Uniti. Gli stessi Statunitensi sembrano credere ora che l’Iraq
sia un problema degli Stati Uniti. La realtà è che così come il Vietnam,
l’Iraq non è un problema degli Stati Uniti; sono gli Stati Uniti
ad essere un problema per l’Umanità.

La classe dirigente statunitense, i suoi mezzi d’informazione, le
sue star hollywoodiane, il suo ambiente accademico, le istituzioni e
la cultura moderata necessitano di una radicale “de-nazificazione”,
non di un’incriminazione che non arriverà mai o di un nuovo inquilino
alla Casa Bianca. Bush non è il nuovo Hitler. E’ semplicemente l’ultimo
di una lunga serie di Hitler. Uno peggiore dell’altro. Quando ti ritrovi
con un Impero così avido da soddisfare, non puoi essere un buon Führer.
Questa è la realtà. E l’unica strategia, l’unica tattica, la sola
politica possibile per noi che cerchiamo di perseguire la pace e la
giustizia è davvero semplice: dire la verità, ribadirla sempre e basarsi
su di essa.

Ma la verità non è ben accetta da quella “politica della realtà”
adottata dal Partito Democratico e dai suoi simpatizzanti che appartengono
alla gerarchia del movimento pacifista della Madrepatria.

Ecco cosa siamo stati costretti a leggere qualche giorno fa:

Il blog
pro-democratico “Daily Kos” ha minacciato la pacifista Cindy Sheehan
che, se davvero è decisa a sfidare la portavoce della Casa Bianca Nancy
Pelosi, non le sarà permesso promuovere la sua candidatura sul blog.
La Sheehan deve aver inasprito la loro relazione quando attaccò i Democratici
in un diario del Daily Kos:

“I Democratici
rappresentano il partito della schiavitù e sono stati la fazione politica
che ha dato inizio a tutti i conflitti del XX secolo, fatta eccezione
per la débâcle dell’altro Bush. La Federal Reserve, le imposte permanenti,
federali (ed incostituzionali) sul reddito, i campi di concentramento
giapponesi e, non una, ma due bombe atomiche sganciate sugli innocenti
cittadini del Giappone, sono tutte cose che ci hanno portato i Democratici.
Non ditemi che i Democratici sono i nostri “Salvatori” perché non
la bevo”.

Qualche giorno fa, su Prison Planet riportava:

La Sheehan
ha criticato aspramente la Pelosi, definendola un’elitista guerrafondaia
che vive in un castello su una collina senza alcun tipo di contatto
con il suo elettorato, e come una delle maggiori sostenitrici dell’AIPAC
[American Israel Public Affairs Committee], un gruppo che ha espresso
il suo esplicito supporto ad un attacco contro l’Iran.

“Non puoi rimanere fedele a due paesi quando sei legislatore in uno
di questi”, ha detto la Sheehan, aggiungendo che molti politici pospongono
i più importanti interessi degli Stati Uniti ad Israele.

Ahi! Ahi! Di nuovo
quel tabù.

E’ ovvio che anche Cindy Sheehan ha i suoi limiti e le sue contraddizioni,
come me e la Bennis. Tuttavia, vorrei che tali limiti e contraddizioni
rappresentassero tutto ciò che si può dire del Partito Democratico
della signora Clinton e dei suoi compagni. Faceva comodo sbandierare
la Sheehan quando si trattava di raccogliere consensi, l’attenzione
dei mezzi d’informazione e voti. Ma hey, Cindy, continua a divertirti
con i giocattoli che ti abbiamo dato e lascia
gli “affari veri, come al solito” a
“noi”.

E così ha avuto inizio il silenzio di Cindy Sheehan.

Ovviamente non è una novità. Quando Ralph Nader, dopo aver dedicato
la vita alla giustizia sociale, decise di candidarsi per la corsa alle
elezioni presidenziali nel 2000 e poi di nuovo nel 2004, ci fu un’insurrezione
tra gli intellettuali e gli attivisti liberali e progressisti. Lettere aperte, siti web dedicati, argomentazioni razionali, inviti formali, articoli moderati
e attacchi maligni iniziarono a demolire l’immagine di una delle persone più oneste nel panorama politico statunitense.

Ricordo che un amico statunitense all’epoca mi disse: “La colpa
di Nader sta nel suo nome”. E perché? Forse il suono del suo cognome
risulta troppo sgradevole alle delicate orecchie dei generosi donatori
del Partito Democratico?

Quelli erano i tempi
dell'”o Bush o nessuno”. Bush vinse e tenne le chiappe alla Casa
Bianca ma – sorpresa, sorpresa – Nader non determinò la vittoria di
Bush contro Kerry. Tuttavia, il movimento della Madrepatria contro la
guerra, e tutti coloro che ancora credono nella pace e nella giustizia,
e non c’è dubbio che siano la maggioranza dei cittadini statunitensi,
hanno perso un’occasione formidabile di costruire un fronte più organizzato
in grado di rompere ciò che Gore Vidal ha definito il Partito della
Proprietà:

“C’è
un solo partito negli Stati Uniti, il Partito della Proprietà… ed
ha due ali destre: i Repubblicani e i Democratici. I Repubblicani sono
un po’ più stupidi, rigidi e dottrinari nel loro capitalismo liberistico
rispetto ai Democratici che sono più abili, acuti, un po’ più corrotti
– fino a poco tempo fa… e più propensi rispetto ai Repubblicani
ad apportare dei piccoli cambiamenti quando i poveri, i neri e gli anti-imperialisti
sfuggono al loro controllo. Ma, sostanzialmente, non esiste alcuna differenza
tra i due partiti”.

Stranamente, per questi
ideatori politici del movimento pacifista, per questi intellettuali
progressisti e menti liberali i tempi di “o … o nessuno” sembrano
non finire mai e c’è sempre stata una situazione di emergenza tale
da “non sprecare il nostro voto” e supportare il Partito Democratico
e la sua “politica della realtà”. Nel frattempo nel mondo reale…

“Centinaia
di migliaia di decessi hanno avuto luogo in tutti questi paesi. Davvero?
E sono tutti casi riconducibili alla politica estera statunitense? La
risposta è si, hanno avuto luogo davvero e sono attribuibili alla politica
estera statunitense. Ma non avreste dovuto saperlo. Non è mai successo.
Non è accaduto niente. Quando queste cose accadevano, non stavano accadendo
davvero. Non avevano importanza. Non erano di alcun interesse”. [Dal
discorso di Harold Pinter
in occasione della consegna del Nobel
]

L’ingannevole messaggio
della Bennis non è altro che l’ultimo e più innocente esempio di
un’incestuosa, necrofila relazione tra la gerarchia del movimento
della Madrepatria pacifista e il Partito Democratico. In quello
scambio di e-mail che ebbi con lei nel 2006, la signora scrisse:

“Dato
che stai monitorando la stampa statunitense e il movimento contro la
guerra così attentamente, immagino che tu sia a conoscenza dell’aumento
dei voti pacifisti e dei quasi due terzi di statunitensi che
chiedono di riportare le truppe a casa… La nostra sfida consiste nel
tradurre quel sentimento in azione politica in un momento in cui il
supposto partito dell’opposizione appare spaventato e passivo, il
che rende il Congresso ampiamente riluttante a sfidare la Casa Bianca.
Non mi interessa tanto quali dati vengano addotti come conseguenze dei
conflitti, quanto trovare una buona strategia per porvi fine del tutto.
Molte grazie per le tue idee.”

Ora, non prestate attenzione
al “Dato che stai monitorando la stampa statunitense e il movimento
pacifista così attentamente” e al “Molte grazie per le tue
idee”; capita a tutti una giornata storta. Focalizziamo la nostra
attenzione su quanto è essenziale qui:

    “Il supposto
    partito d’opposizione è spaventato e passivo”.

Stiamo parlando dello
stesso Partito Democratico della signora Clinton e dei suoi compagni?
Non sembravano molto spaventati e passivi vedendoli, anno dopo anno,
osannare il loro amato Presidente Bush. E le recenti parole della signora
Clinton “L’esercito degli Stati Uniti ha svolto il suo compito.
Guardate cos’ha ottenuto. Si è sbarazzato di Saddam Hussein. Ha dato
agli Iracheni l’opportunità di svolgere elezioni libere ed imparziali”,
vi sembrano le parole di un senatore spaventato e passivo che vuol diventare
Presidente?

Nonostante le indicibili atrocità e orrori commessi dalle truppe statunitensi,
in Iraq la gente sembra ancora capace di pensare e parlare con buon senso:

“Sono
sciita”, ha detto Ali. “I miei zii e i miei cugini sono stati assassinati
dal regime di Saddam. Volevo disperatamente farlo fuori. Ma oggi, se
Saddam apparisse di fronte a me, mi inginocchierei per baciargli i piedi”.

Ovviamente il buon
senso non ha nulla a che vedere con quella “politica della realtà”
che i mandarini pacifista hanno diligentemente seguito.

“I Democratici non vogliono porre fine alla guerra, malgrado la loro
maschera di opposizione. Se avessero voluto porvi fine, avrebbero interrotto
i loro finanziamenti molto tempo fa”, ha scritto qualche giorno fa Joshua Frank.

“La classe dirigente democratica ha scelto semplicemente di sembrare
contraria alla guerra mentre continua a finanziarla. Questo è quanto
hanno ottenuto finora, tra gli applausi soddisfatti del settore progressista”, hanno commentato alcuni mesi fa Alexander
Cockburn e Jeffrey St. Clair
.

Allora, perché il movimento pacifista e i suoi ideatori politici
continuano a sostenere questo partito? O, per dirla in altro modo, perché
c’è tutto questo silenzio assordante in merito al dirottamento della
corrente pacifista a supporto del Partito Democratico della signora
Clinton?

Upton Sinclair avrebbe probabilmente risposto così:

“E’
difficile far capire qualcosa ad un uomo (o ad una donna), quando lo
stipendio di lui o di lei dipende dal fatto di non capirla”.

Phyllis Bennis conclude

il suo articolo dicendo:

“L’apice
di questo momento nel sentimento pacifista, che comprende alcune
fonti improbabili, è un segno della forza e dell’espansione del movimento
pacifista e del sentimento pacifista in tutta la nazione. (…)
Tutto ciò indica l’importanza di ricordare che il Congresso non è
il movimento pacifista. (…) L’occupazione statunitense dell’Iraq,
“sostenibile” o meno, deve finire. Finché persisterà, il movimento
pacifista continuerà la sua lotta”.

Se solo bastasse la
retorica a salvare vite umane!

Qualche giorno fa, Alex Cockburn
chiedeva
alla fine del
suo pezzo:

“Il popolo
degli Stati Uniti è ampiamente contrario alla guerra, con immenso imbarazzo
e preoccupazione della dirigenza repubblicana e democratica. Pertanto,
importa davvero che non ci sia una gran quantità di movimento contro
la guerra
? Molto. E’ così che la destra ha imparato attraverso
gli anni il suo ABC internazionalista”.

Com’è possibile
che negli stessi giorni due tra i più famosi intellettuali della sinistra
statunitense possano esprimere punti di vista così diversi?

Ma una domanda ancora
più importante e decisiva credo sia: “Che tipo di movimento contro
la guerra?
“.

La preoccupazione principale
di questo movimento pacifista è stata fin dall’inizio la legittimazione
del governo fantoccio della Zona Verde. Questo vale sia per i più importanti
intellettuali del movimento che hanno tracciato la via, sia per i fautori
della politica delle principali organizzazioni che l’hanno realizzata.

Ricordate il “Benvenuto!”
dato “negli Stati Uniti” al fantoccio Maliki
da Unite for Peace and Justice
?

“Politica della realtà” o ci troviamo al di là di Orwell e Kafka?

Ricordate il silenzio assordante di questo movimento
“pacifista” durante il processo-linciaggio
e, a seguire, l’assassinio del Presidente della Repubblica Irachena
?

Ricordate quel sinistro gracchiare nell’aria o la nobile arte di riscrivere la storia?

Questo è il movimento pacifista di coloro che continuano a negare
l’influenza della lobby ebreo-sionista-israeliana sulla politica estera
statunitense, quando quella lobby condiziona estremamente quel movimento
dall’interno, stando a quanto riferito dal Rabbino
Michael Lerner
:

Non c’era neppure quella retorica anti-israeliana o marxista che spesso ha reso altre dimostrazioni così lontane dalla gente che vi partecipava da far sì che nessuno volesse ascoltare [le ragioni della protesta]. Così, stranamente, e felicemente, la gente
ha ascoltato”.

C’è qualcuno là
fuori che ancora si chiede perché la Palestina
continui a rappresentare ancora un tabù
,
persino all’interno del movimento
“pacifista” della Madrepatria
,
o perché persone oneste e distinti intellettuali vengano emarginati
ed attaccati dall’interno di quel
“movimento”
?

Di quale movimento “pacifista” sta parlando Phyllis Bennis?
Si tratta di quel movimento i cui ideatori politici sono unicamente
interessati alla salvezza delle “nostre truppe”, di quelle truppe
che hanno stuprato, torturato, assassinato centinaia di migliaia di
esseri umani e trasformato l’Iraq in un deserto? Si tratta del movimento
“pacifista” la cui classe dirigente si preoccupa di non usare
il termine “resistenza” e che ancora considera l’ “insurrezione”
il nemico mentre si schiera con il cosiddetto governo iracheno
e offre rivoltanti dimostrazioni di benvenuto? Gli ideatori politici
del movimento “pacifista” che tipo di significato danno alle
parole “pace e giustizia”? O dovremmo credere che quelle parole
abbiano un significato completamente diverso nella Madrepatria? Forse
si tratta dell’altro volto dell’infame singolarità statunitense?
Non credo.

Gli Statunitensi che sono contrari alla guerra meritano di meglio. Tutti
coloro che nel mondo sono contrari alla guerra meritano di meglio. Ma,
soprattutto gli Iracheni, gli Afgani, i Palestinesi… Le vittime dell’imperialismo
meritano di meglio che questa sciarada, questa farsa “pacifista”
i cui attori principali sono molto più vicini allo star system hollywoodiano
che a qualsiasi onesto movimento di resistenza nella storia dell’umanità.

“Politica della realtà” col cavolo, cara compagna Judith LeBlanc,
co-presidente di UFPJ!

Alla fine siamo ritornati al punto di partenza. I soldi.

La professoressa di Scienze Politiche Joan Roelofs
scrive nel primo capitolo (disponibile
online in formato PDF
)
del suo libro intitolato “Fondazioni e Politica Pubblica. La Maschera
del Pluralismo”:

I miei
studi sono stati anche guidati e ispirati dall’antologia del pedagogista
Robert Arnove, “Filantropia ed Imperialismo Culturale”, e da quanti
vi hanno contribuito. Arnove sostiene che:

…Fondazioni
come Carnegie, Rockfeller e Ford esercitano un’influenza corrosiva
su una società democratica; rappresentano concentrazioni relativamente
non regolate e bizzarre di potere e ricchezza che acquistano talenti,
promuovono cause e, in effetti, stabiliscono l’ordine del giorno di
ciò che merita l’attenzione della società. Funzionano come delle
agenzie di “raffredamento”, cancellando e prevenendo cambiamenti
strutturali più radicali.

Fin dove può arrivare
questa “influenza corrosiva su una società democratica”?

Bob Feldman
scrive
:

Lo storico legame tra
la multimiliardaria Fondazione Ford e la CIA viene menzionato raramente
al Democracy Now/Deep Dish Show della Pacifica, al Counterspin
Show
della Fair, al Working Assets Radio Show, al Radio
Nation Show
dell’Istituto Nazionale, all’Alternative Radio
Show
di David Barsamian o nelle pagine del Progressive,
del Mother Jones o della rivista Z. Forse perché la Fondazione
Ford ed altre fondazioni della classe dirigente sovvenzionano i gatekeeper
e i censori dei mezzi d’informazione alternativi della classe dirigente
di sinistra.

Non dispongo di prove
certe e qui non muovo accuse, ma sicuramente il problema deve essere
tenuto a mente, soprattutto in questi tempi bui fatti di foschia di
guerra, e di “politica della realtà”. In altre parole, nessuno
è perfetto, ma qui abbiamo esagerato, gente!

A presto con altre
fiabe della serie “C’era una volta…”. Ma prima, come promesso,
divertiamoci un po’…

Gabriele Zamparini
Fonte: http://www.thecatsdream.com/
Link
23.07.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org
a cura di CRISTINA MAZZAFERRO e ELISA MASIERO

Pubblicato da God