AVEVA RAGIONE TIMOTHY LEARY?

DI JOHN CLOUD
Time

Le esperienze psichedeliche fanno bene? La domanda è quasi imbarazzante, tanto ci ricorda il periodo hippy, ma una silenziosa rinascita psichedelica sta iniziando ai livelli più alti della scienza americana, incluso l’Istituto Nazionale della Sanità Mentale (NIHM) ad Harvard, che sta conducendo quella che si pensa essere la prima ricerca nell’uso terapeutico di sostanze allucinogene (in questo caso l’Ecstasy), da quando l’Università ha espulso Timothy Leary nel 1963. Ma dovremmo nuovamente curiosare oltre le porte della percezione? Non fu già un disastro la prima volta?

La risposta alle due domande è sì. Lo studio sugli allucinogeni degli anni ’50 e ’60 sfociò in una sorta di “droga per tutti” negli anni 70. Ma la nuova ricerca è cauta e promettente. Lo scorso anno due tra le maggiori pubblicazioni scientifiche, Archives of General Psychiatry e The Journal of Clinical Psychiatry pubblicarono articoli che sostenevano il beneficio degli allucinogeni nel trattamento di malattie mentali. Entrambi gli studi erano limitati, di 27 soggetti in tutto, ma quello degli Archives of General Psychiatry – il cui principale autore, il dottor Carlos Zaratre Jr., è direttore del Mood and Anxiety Disorders Research Unit allo NIMH (Unità di ricerca su disordini da stato d’animo e ansia) – trovò che “forti e rapidi effetti antidepressivi” perduravano una settimana dopo che a persone depresse era stata somministrata la ketamine (nomignolo: Special K o semplicemente k). Nell’altro studio, un gruppo, capitanato dal dottor Francisco Moreno dell’Università dell’Arizona, somministrò psilocybin (il principio attivo con effetti allucinogeni contenuto nei cosiddetti funghi magici) a pazienti con disordini da comportamento ossessivo (OCD), per la cui maggioranza si riscontrò una “intensa riduzione nei sintomi acuti di OCD”. Adesso i ricercatori di Harvard stanno studiando come l’Ecstasy possa aiutare ad alleviare i disordini da ansia, mentre la britannica Beckley Foundation ha avuto l’approvazione per intraprendere i primi studi sugli effetti della LSD su esseri umani dagli anni ’70.

Gli allucinogeni alterano chimicamente il modo che il cervello ha di assorbire informazioni e possono causare la perdita del controllo sulla formazione del pensiero. La teoria dietro la recente ricerca è che se i pensieri sono di depressione o di ossessione, gli allucinogeni potrebbero correggerne il percorso. Per Leary e il suo entourage – che con i loro studi indussero milioni di americani alla sperimentazione di droghe – le potenzialità, a prima vista infinite, portarono a comportamenti paurosamente avventati. Nella biografia di Leary scritta lo scorso anno da Robert Grenfield, c’è un passaggio sbalorditivo in cui si racconta che Leary ed altri due amici ingerirono un’incredibile quantità di psilocybin (31 pillole) nella cucina di casa, mentre sua figlia intratteneva le amiche con un pigiama-party in camera. Sotto l’effetto degli allucinogeni uno dei due amici salì di sopra e tentò di buttarsi nel letto della bambina, ma fu allontanato a forza dalla camera.

Mezzo secolo dopo gli scienziati sperano di estrapolare la ricerca sugli allucinogeni proprio dagli eccessi dei loro precursori. Anche se uno studio del Journal of Clinical Psychiatry da una parte esalta il potenziale dello psilocybin di procurare “potenti intuizioni”, dall’altra ne raccomanda un uso prudente. Lo studio suggerisce l’impiego dello psilocybin solo per i casi più gravi di OCD, casi per cui non sono valse le terapie consuete e in cui i pazienti, come ultima spiaggia, dovrebbero essere sottoposti a chirurgia cerebrale. Analogamente, i pazienti non possono essere trattati con l’Ecstasy a meno che la loro malattia non possa essere curata altrimenti.

I “guerrieri” antidroga diranno che la ricerca darà alle droghe un’aura di rispettabilità, causando un nuovo ciclo di uso ludico. È possibile, ma oggi non c’è una figura carismatica come Leary con le sue dichiarazioni pro-droga, in sua vece abbiamo un Leary per un’era meno ingenua: Richard Doblin. Anche lui uomo di Harvard – il suo dottorato è in politiche pubbliche – nel 1986 Doblin fondò la Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies (MAPS) (associazione multidisciplinare per studi sugli allucinogeni) per aiutare gli scienziati ad ottenere l’approvazione e i finanziamenti necessari alla ricerca sulle droghe psicotrope. (Doblin, 53enne, asserisce di essere stato troppo timido per gli anni ’60, ma di essersi ispirato al lavoro dello psicologo Stanislav Grof, che nel 1975 scrisse un libro circa la “promettente ricerca sulla LSD” – ricerca poi repressa dalle lobbies antidroga). Doblin ha diligentemente lavorato per ottenere i permessi necessari dalle scetticissime autorità federali. La sua associazione, MAPS, ha aiutato il lancio di tutti e quattro gli attuali studi sulla Ecstasy, una fase per cui ci vollero due decadi. È l’antitesi dell’approccio che ebbe Leary. Tutte le droghe hanno i loro benefici e i loro rischi, ma con le sostanze allucinogene siamo stati tentati di vederne solo gli uni o gli altri. Non è più così.

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Timothy Leary: Click per ingrandire

John Cloud
Fonte: http://www.time.com/
Link: http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,1612717,00.html
19.04.2007

QUANDO L’ELITE ADORAVA L’LSD

DI JOHN CLOUD
Time

E’ difficile ricordarsene adesso, ma 50 anni fa c’è stato un periodo in cui chi faceva uso di sostanze allucinogene non apparteneva esclusivamente alla classe popolare, ma anche all’Estbalishment. Molti accademici e ricconi desiderosi di nuovi stimoli erano convinti che l’assunzione di sostanze psichedeliche – note per essere in grado di sviluppare maggiore percezione pur se a costo di sconvolgere il controllo del cervello sul modo di processare l’informazione e quindi la formazione del pensiero – potesse condurre ad uno stato di grande consapevolezza; altri invece finirono per esserne indecorosamente dipendenti.

Ora che la ricerca nell’uso terapeutico degli allucinogeni è ricominciata, vale la pena ricordare quell’era in cui le sostanze psichedeliche erano più droghe d’élite che “da strada”.

Come scrisse lo scorso anno Robert Greenfield sul suo divertente libro: “Timothy Leary: una biografia”, la parola “psichedelico” fu coniata da uno psichiatra britannico, Humphrey Osmond, che nel 1951, dopo aver ingerito della mescalina scherzò: “Per saggiare l’inferno o volare come un angelo, prendi un pizzico di psichedelico”, dettando così il tono scanzonato di trattare le droghe che più tardi Leary adottò.

Osmond era molto amico di Aldous Huxley, romanziere e con lui entusiasta fruitore di sostanze psichedeliche. A metà anni ’50 i due incontrarono un vice presidente della J.P. Morgan & Co., un certo Gordon Wasson, che, usando il linguaggio pomposo e razzista tipico di quei tempi, dichiarò che lui ed un suo amico fotografo erano stati “i primi bianchi nella storia a mangiare i funghi divini”. Si riferiva ai funghi psichedelici (i peyote, n.d.t.) che lui stesso aveva trovato in un villaggio indiano in Messico nel 1955.

Il “viaggio psichedelico” di Wasson e del suo amico sarebbero andati persi per la storia, senonché lui fu così preso dall’esperienza che quando tornò a New York continuò a parlarne agli amici. Come ci ricorda Jay Stevens nel suo libro “Assalto al Paradiso: LSD e il Sogno Americano”, un giorno, durante un pranzo al Century Club, un editore di Time Inc. (società madre della rivista “Time”) sentì Wasson parlare della sua avventura e gli diede l’incarico di scriverne un articolo per la rivista “Life”.

Leggere l’articolo oggi – che “Life” pubblicò nell’edizione del 13 maggio 1957 (purtroppo non reperibile in rete) – è spassoso. Wasson descrive le sue allucinazioni con dovizia di dettagli, in termini narrativi: “Le visioni non erano vaghe o ambigue, ma limpide e nette. Mi sentii come se in quel momento vedessi in modo totale, mentre la vista normale ci da una visione insufficiente; io vedevo l’archetipo, l’idea Platonica che sottolinea le immagini imperfette della vita di tutti i giorni”. Questo gergo da drogato, febbrile e perlopiù sciocco, riportato su “Life” – a quei tempi la rivista più autorevole – senza alcuna ironia, ci fa capire quanto fossimo ingenui. (Specialmente Wasson, che diede i funghi a sua figlia diciottenne il giorno dopo il suo primo “viaggio”).

Dopo la pubblicazione dell’articolo di Wasson, furono in molti a ricercare i funghi e l’altro grande allucinogeno del giorno, la LSD (Lysergic acid diethylamide, comunemente detto “acido”, n.d.t.). (Nel 1958, il co-fondatore della Time Inc., Henry Luce e sua moglie Clare Booth Luce, provarono l’acido con uno psichiatra. Henry Luce “condusse un’orchestra immaginaria” durante il suo “viaggio”, secondo “Assalto al Paradiso”.)

La persona più importante che scoprì gli allucinogeni tramite l’articolo di “Life” fu Timothy Leary stesso. Leary non aveva mai fatto uso di sostanze stupefacenti, ma un amico gli consigliò di leggere l’articolo e qualche tempo dopo Leary fece un viaggio in Messico per provare i famosi funghi. Nel giro di pochi anni avrebbe lanciato la sua crociata in America con la famosa frase “turn on, tune in, drop out” (accenditi, sintonizzati, abbandonati). In altre parole, si può tracciare una sconnessa ma reale linea dai pacati uffici della J.P. Morgan and Time Inc. negli anni ’50 fino ad Haight-Ashbury (quartiere di San Francisco famoso per essere stato il centro del movimento hippie negli anni ’60, n.d.t.) e ad un’infinità di centri di riabilitazione degli anni ’70. Davvero uno strano, lungo… “viaggio”.

John Cloud
Fonte: http://www.time.com/
Link: http://www.time.com/time/nation/article/0,8599,1613675,00.html
23.04.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIANNI ELLENA

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