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Passeggeri sdraiati a terra in cerca di riparo durante l'attentato condotto da un gruppo palestinese all'aeroporto di Fiumicino, il 27 dicembre 1985 ANSA / ELIO VERGATI

Attentato di Fiumicino, 1985: le incredibili analogie con l’omicidio Regeni

DI FEDERICO DEZZANI

federicodezzani.altervista.org

Un tratto saliente della società “moderna e liberale” è l’assenza di qualsiasi profondità storica: la cognizione del passato non si spinge oltre i tre mesi e l’opinione pubblica fluttua in un eterno presente. La storia è eversiva, perché il suo studio consente di smontare facilmente la narrazione proposta dal Potere ed afferrare il “filo invisibile” che lega gli avvenimenti. Si prenda l’omicidio Regeni: a lungo abbiamo evidenziato come non fosse altro che un’operazione sporca dei servizi angloamericani per minare i rapporti italo-egiziani. Una novità? No, perché il terrorismo è da sempre uno strumento per sabotare le strategie mediterranee dell’Italia: con la strage del 1985 all’aeroporto di Fiumicino, il terrorista “palestinese” Abu Nidal portò le relazioni italo-libiche ad un passo dalla rottura. Ma la Prima Repubblica era di un’altra pasta…

Terrorismo: come castrare la politica mediterranea dell’Italia

Alcuni osservatori avranno certamente notato come una delle principali caratteristiche dell’attuale società sia l’assenza di qualsiasi profondità storica: la realtà non è più concepita come un film che si dispiega nel tempo, ma come un fotogramma a sé stante, scollegato dagli altri, diverso dopo giorno. L’opinione pubblica fluttua così in balia di eventi passeggeri, incapace di opporre qualsiasi resistenza alla narrazione dei grandi media: la sua maturità è simile a quella dei bambini, totalmente assorbiti dal presente. Lo studio della storia è quindi eversivo: non solo perché rinvanga fatti scomodi che sarebbe meglio dimenticare, ma anche (o soprattutto?) perché consente di afferrare quel filo invisibile che lega gli avvenimenti e dischiude scenari completamente nuovi, spesso in aperta opposizione al pensiero dominante.

Si considerino gli attentati di Parigi, novembre 2015, e Nizza, luglio 2016: benché siano costati la vita a 200 persone e presentino tuttora una serie di interrogativi irrisolti, appartengono ormai ad un passato remoto. La loro eredità si riduce ad un indefinito senso di inquietudine (secondo gli obiettivi del potere), ma non c’è traccia di una loro metabolizzazione storica:  nessuna riflessione circa la loro possibile appartenenza alla classica strategia della tensione. C’è da dire che l’opinione pubblica francese è piuttosto “naif” da questo punto di vista, mentre un Paese come l’Italia che ha vissuto trent’anni di strategia della tensione (da Piazza Fontana alle stragi mafiose) ha una “preparazione” più solida: è facile, per noi, leggere negli attentati francesi la semplice riproposizione di quanto già sperimentato a lungo nel Belpaese.

Già, l’Italia.

Uscita dalla Seconda Guerra Mondiale ed assegnata dagli accordi di Jalta alla sfera d’influenza angloamericana, vive a partire dal 1969 tre ondate di terrorismo: quello “fascista” di Avanguardia Nazionale ed Ordine Nuovo, poi quello “marxista-leninista” delle Brigate Rosse, ed infine quello “mafioso” di Cosa Nostra. Si è detto che l’obbiettivo di questa strategia della tensione fosse scongiurare l’ingresso dei comunisti nel governo e mantenere saldamente l’Italia nell’orbita NATO ma, ex-post, si può tranquillamente dire che questi attentati si proponessero anche la destabilizzazione tout court del Paese, così da mantenerlo in una perenne condizione di subalternità. La lunga storia del terrorismo italiano dovrebbe, a rigor di logica, essere quindi ancora attuale: se il comunismo è morto, l’esigenza di tenere il nostro Paese al guinzaglio infatti permane.

Il passato di bombe e stragi offre quindi ancora preziosi spunti per interpretare e comprendere il presente? Senza ombra di dubbio, sì.

Prendiamo ad esempio l’omicidio di Giulio Regeni: abbiamo più volte sottolineato nelle nostre analisi come l’assassinio al Cairo del giovane ricercatore friulano fosse la classica operazione sporca dei servizi angloamericani, tesa a minare un rapporto strategico, quello tra Italia ed Egitto, germogliato sotto la presidenza di Abd Al-Sisi e fiorito con la scoperta, nell’estate 2015, del più grande giacimento metanifero del Mediterraneo ad opera dell’ENI.

Si poteva arrivare a questa conclusione sia partendo dalla contingenza dell’omicidio (come abbiamo sinora fatto), sia seguendo quel “filo invisibile” che lega i diversi avvenimenti della storia: il terrorismo è, infatti, un’arma con cui le potenze straniere (Regno Unito, Stati Uniti e Francia in testa) da sempre tentato di sabotare la politica estera italiana, e quella mediterranea in particolare. Esiste quindi un “precedente” dell’omicidio Regeni? Esiste un’operazione simile, tale da dire che il caso Regeni ne è la semplice riproposizione? La risposta è ancora sì: la strage all’aeroporto di Fiumicino del 27 dicembre 1985.

Un esperto del ramo, così in là con gli anni da aver vissuto la stagione del terrorismo “palestinese”, direbbe: la dinamica sottostante all’omicidio Regeni è la stessa dell’attentato di Fiumicino. È lo stessa operazione aritmetica, dove si cambia solo qualche elemento per ottenere lo stesso risultato. Con l’omicidio Regeni i servizi atlantici hanno messo nel mirino gli scomodi rapporti italo-egiziani, così come con la strage di Fiumicino avevano messo nel mirino gli altrettanto scomodi rapporti italo-libici. L’esperto del ramo, ormai invecchiato, sospirerebbe però facendo un simile confronto, perché noterebbe come la Prima Repubblica fosse molto più scaltra e risoluta nel difendere gli interessi nazionali. Neutralizzare i danni di un’operazione sporca come l’omicidio di Giulio Regeni, sarebbe stato facile per quei politici che nel 1985 vanificarono il tentativo di scavare un fossato incolmabile tra Libia e Italia, dopo il ben più sanguinoso assalto all’aeroporto romano.

Procediamo con ordine. Sull’omicidio Regeni (ruolo dell’università di Cambridge, profilo dei docenti inglesi, funzione e natura di Amnesty International, intervento dell’anglofilo ambasciatore Maurizio Massari, etc. etc.) abbiamo detto a sufficienza. Non ci resta, per tessere il nostro calzante paragone, che ricostruire la strage di Fiumicino del 1985, di cui molti conservano solo un vago ricordo ed altri hanno sentito nominare solo di sfuggita.

Corre l’anno 1985. Alla Casa Bianca siede Ronald Reagan e Downing Street è occupata da Margaret Thatcher: entrambi sono espressione di una destra liberista, muscolare ed aggressiva, che prosegue quel processo di deregolamentazione dei mercati e finanziarizzazione dell’economia avviato con lo choc petrolifero del 1973 e completato negli anni ‘90 dal democratico Bill Clinton e dal laburista Tony Blair. Entrambi anche sono decisi a ribadire la supremazia angloamericana nelle aree chiave del mondo, prime fra tutte il Mar Mediterraneo: in questo contesto il Colonnello Muammar Gheddafi rappresenta un elemento di forte disturbo, benché il rais, salito al potere col putsch militare del 1969, si limiti a flirtare con Mosca e conservi la Libia nello schieramento del Paesi non allineati (quelli che saranno poi liquidati dalla NATO tra il 1991 ed il 2011).

L’Italia ha solidi rapporti con la Libia “nasserista” del Colonnello: il nostro apporto alla salita al potere di Gheddafi è stato, secondo alcune ricostruzioni, determinante, come testimonierebbe il fatto che, mentre molte compagnie angloamericane sono nazionalizzate dopo il 1969, l’ENI è risparmiata e le sono anzi spalancate le porte per massicci e proficui investimenti. Un ingente flussi di armi di fabbricazione italiana si riversa negli arsenali libici ed i nostri servizi segreti, non solo “plasmano” quelli di Tripoli1, ma a più riprese contribuiranno a sventate i progetti per defenestrare/assassinare il Colonnello: merita di essere ricordato il tentativo inglese nel 1971 di rovesciare il Gheddafi sbarcando un gruppo di mercenari sulle coste libiche, noto come “piano Hilton”, prontamente neutralizzato da Roma.

Nei primi anni ‘80, quando l’amministrazione Reagan ha già imposto sanzioni economiche alla Libia e ne ha proibito l’importazione di greggio, l’Italia continua quindi a fare lauti affari con la “Quarta Sponda”, nella veste di primo acquirente di petrolio e venditore di tecnologia: si noti ancora il parallelismo con l’Egitto di Abd Al-Sisi e la scoperta del maxi-giacimento di Zohr.

Nel corso del 1985 il divario tra Washington e Londra da una parte, Roma dall’altra, si allarga: gli americani hanno messo la Libia sotto embargo, armano insieme ai sauditi la resistenza al rais in Ciad, progettano il cambio di regime e demonizzano il Colonnello, dipingendolo come il principale sponsor del terrorismo internazionale (accusa piuttosto ridicola se pronunciata da chi ha partorito le Brigate Rosse e a Rote Armee Fraktion). Gli italiani gettano acqua sul fuoco, si aggiudicano commesse miliardarie con l’Italsider, stigmatizzano l’aggressività dell’amministrazione Reagan e, per bocca del ministro degli Esteri Giulio Andreotti, ribadiscono l’estraneità del rais al terrorismo che insanguina il Paese (al contrario, il Colonnello finanzia l’IRA che si batte per la liberazione dell’Irlanda del Nord dagli inglesi). Come riportare all’ovile la riottosa Italia? Semplice: proprio come avverrà a distanza di 31 anni con l’omicidio Regeni, progettando una sanguinosa operazione che metta in crisi i legami tra Roma e la sponda sud.

Si arriva quindi all’aeroporto di Fiumicino, 27 dicembre 1985: sono le nove del mattino, quando un commando di quattro palestinesi assaltano con bombe a mano e kalashnikov i banchi della compagnia israeliana El Al e della statunitense Twa, sparando sulla folla. In circa 60 secondi restano uccisi dodici passeggeri ed un impiegato di El Al2, prima che tre dei quattro terroristi siano uccisi dalle forze dell’ordine italiane e dai tiratori scelti israeliani: già perché Tel Aviv, precedente avvisata dal SISMI guidato da Fulvio Martini circa la possibilità di un attentato a Fiumicino tra il 25 ed il 31 dicembre, aveva preso provvedimenti. Solo il ministero degli Interni, guidato da Oscar Luigi Scalfaro, si rivela stranamente sordo agli avvertimenti del SISMI. Misteri italiani.

Quasi in contemporanea, un commando di terroristi assalta con identiche modalità l’aeroporto Schwechat di Vienna, uccidendo due persone: perché Vienna? Perché l’Austria in quegli anni, grazie al cancelliere Bruno Kreisky, è il secondo alleato europeo della Libia, subito dopo il nostro Paese ed a fianco della Grecia di Andreas Papandreou.

Veniamo così al “legame” tra le stragi e il Colonnello Gheddafi: quell’immaginario nesso, identico al pretestuoso coinvolgimento dei vertici egiziani nell’omicidio Regeni, che dovrebbe seminare l’odio tra l’Italia e la Libia. L’architetto delle stragi di Roma e Vienna è, infatti, il terrorista palestinese Abu Nidal ma, secondo l’ossessiva campagna della Casa Bianca, il mandante è nientemeno che Muammar Gheddafi. Un brevissimo profilo di Abu Nidal (1937-2002): strenuo oppositore di Yasser Arafat, considerato una scheggia impazzita dallo stesso OLP che lo condannerà a morte in contumacia, buona conoscenza dei brigatisti italiani e tedeschi3, sospettato di essere un agente del Mossad, questo papavero del terrorismo internazionale non è altro che un alfiere dei servizi atlantici. “Abu Nidal, notorious Palestinian mercenary, was a US spy” scriveva The Independent nel lontano 20094. Un terrorista pianamente ascrivibile ai servizi atlantici compie una sanguinosa strage a Fiumicino, gli USA incolpano il rais di esserne il mandante ed enormi pressioni sono esercitate su Roma affinché tagli i ponti con la Libia: suona famigliare? Ricorda un poco il caso Regeni?

Siamo però in Guerra Fredda ed in Italia regna ancora la Prima Repubblica: la rigida polarizzazione est-ovest, la “minaccia comunista” e le qualità dei leader politici forgiati, con tutti i loro limiti, alle grandi scuole del partito democristiano e socialista, permettono all’Italia di scansare la tagliola che le è stata preparata. Il premier Bettino Craxi annuncia che il nostro Paese non parteciperà a nessuna azione di rappresaglia militare contro la Libia e, affiancato dal ministro degli Esteri Giulio Andreotti, adotta un atteggiamento prudente e dilatorio, in attesa che passi la bufera: solo i partiti “anglofili”, come il PRI ed PLI, invocano la linea dura, con l’imposizione di sanzioni economiche (le stesse già adottate da Washington, ossia il blocco delle importazioni petrolifere) e una drastica inversione di rotta della Farnesina. Si noti, continuando il parallelismo con il caso Regeni, che ampi settori dell’informazione (Gruppo l’Espresso) e della politica (esponenti filo-atlantici del PD come l’ex-Lotta Continua Luigi Manconi) chiedevano anch’essi nel 2016 l’imposizione di sanzioni all’Egitto e la sospensione delle attività dell’ENI, come “rappresaglia” contro il Cairo.

Mentre la VI flotta manovra minacciosa davanti alle coste libiche, Craxi si adopera per ricucire i rapporti, tanto che si parla di un imminente incontro a Malta tra il premier italiano ed il rais: se il faccia a faccia salterà, sarà colpa della solita azione frenante esercitata dagli “anglofili” liberali e repubblicani. L’Italia continuerà a remare contro Washington anche nei mesi successivi, quando gli americani, ormai decisi ad andare fino in fondo e a liquidare il Colonnello, passeranno alla classica politica delle cannoniere: prima una serie di bombardamenti contro postazioni militari libiche (marzo 1986), seguiti da un raid aereo sul quartiere generale del rais (aprile 1986). Secondo le ricostruzioni più accreditate, Muammar Gheddafi sfuggirà al letale attacco aereo proprio grazie al tempestivo avvertimento di Bettino Craxi.

Trascorreranno ancora anni prima che i protagonisti di questa vicenda siano definitivamente eliminati dai poteri atlantici: Craxi con Tangentopoli, Andreotti (che ambiva a quella presidenza della Repubblica poi occupata dal sullodato Oscar Luigi Scalfaro) con l’accusa di associazione mafiosa, Gheddafi con la rivoluzione colorata ed i successivi raid della NATO nel 2011. Tre figure, controverse e differenti, che in quel dicembre del 1985 operarono però in sintonia, impedendo che una strage dei servizi segreti atlantici degenerasse in una crisi diplomatica. Impedendo che quell’Abu Nidal, terrorista al soldo della NATO, causasse l’irreparabile nel Mar Mediterraneo con una mattanza all’aeroporto di Fiumicino. Impedendo che si verificasse l’infamia del 2011, quando il governo Berlusconi, su pressione di Giorgio Napolitano, concesse la basi italiane per bombardare quel Paese con cui aveva sottoscritto nel 2008 il trattato di Amicizia e Cooperazione.

Constatata l’identità tra la strage di Fiumicino del 1985 e l’omicidio di Giulio Regeni del 2016, non si può che rabbrividire di fronte alla diversità di reazione: il premier Matteo Renzi che avalla la crisi diplomatica con l’Egitto, l’ambasciatore Maurizio Massari promosso a Bruxelles per i suoi servigi al Cairo, il disastroso Marco Minniti che si adagia alla strategia filo-islamista degli angloamericani in Libia, l’ossequioso Paolo Gentiloni che si reca in pellegrinaggio alla London School of Economics nelle stesse ore in cui media inglesi diffondono la notizia di improbabili attacchi informatici russi alla Farnesina.

Di fronte a questo scempio, viene da dire: ridateci il Cinghialone! Ridateci il Divo! Ridateci la Prima Repubblica o, perlomeno, ammazzate in fretta la Seconda!

 

Federico Dezzani

Fonte: http://federicodezzani.altervista.org

Link: http://federicodezzani.altervista.org/attentato-di-fiumicino-1985-le-incredibili-analogie-con-lomicidio-regeni/

17.02.2017

 

 

1Gheddafi, Angelo Del Boca, Editori Laterza, 2001, pag. 131

2http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2015/12/20/strage-di-fiumicino-il-terrore-30-anni-prima-di-parigi_dce1fdd8-eca4-4a14-a641-3b56e20340af.html

3http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1989/09/10/le-br-come-la-raf-un-pugno.html

4http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/abu-nidal-notorious-palestinian-mercenary-was-a-us-spy-972812.htm

 

Pubblicato da Davide

  • clausneghe

    Il cinghialone non possiamo riaverlo, è impegnato a rubare i forconi al Diavolo mentre il suo socio gobbo spala carbone…

    • fastidioso

      Possiamo dife tutto il male possibile del cinghialone ?
      Sicuramente i rafale di Sarkò(fago) non sarebbero transitati sul cielo italico per a dare a massacrare la Libia.
      E gli ameri_CANI avrebbero piazzato il MUOS alla Sughereta ?
      A proposito di Storia, Sigonella è già dimenticata ?

    • Toussaint

      Mi permette, Clausneghe, una piccola chiosa al suo intervento? Ricorda quando gli esponenti del MSI (anche altri, ma soprattutto loro) gettavano monetine addosso a Craxi, all’uscita del suo albergo a Roma, gridandogli ladro, ladro …?

      Bene, visto che Craxi ha lasciato poco più di una catapecchia ad Hammamet e che l’asta di tutti i suoi beni ha fruttato la bellezza di 200.000 euro, mentre l’allora segretario politico del MSI, Gianfranco Fini, ha lasciato case a Montecarlo e a San Martin (per non dire tutto il resto), dopo aver sponsorizzato l’eticissimo gioco d’azzardo di Corallo, con l’aggiunta di accuse di corruzione e riciclaggio,

      penso che

      tutte le persone, soprattutto gli ex missini, che erano andate davanti al Raphael a gettare monetine sulla testa di Craxi debbano ora andare a raccoglierle una ad una, ed andare a lanciarle su Gianfranco Fini e sugli onestissimi esponenti del MSI/AN che hanno permesso questo sfregio.

      Sono sicuro che lei sarà d’accordo con me.

      • clausneghe

        Stimato Touissant, so che lei è un vecchio socialista e quindi non mi stupisco della sua difesa pro Craxi, onore a lei, ma nel contempo debbo ribadire la mia totale disistima contro il personaggio siculo-milanese, ignorante come una talpa, vendicativo e sbirronesco. Fu lui a dare il via alla guerra alla droga e al proibizionismo tout court solo perchè aveva smesso di fumare, suo figlio no, quello si faceva le canne..
        Fu lui d’accordo con i sindacati a toglierci la scala mobile e a metterci le mani in tasca con quel topo socialista da 30.000 euro di pensione ancora adesso, fu sempre lui a seminare socialisti ladri in tutti i buchi possibili..
        Di Sigonella mi ricordo i carabinieri che circondavano i marines che circondavano i carabinieri..Una buffonata che passò per atto di eroismo..
        Quindi ribadisco che il puzzone sta bene dov’è.

        • Toussaint

          Non sarebbe difficile risponderle punto per punto, ma credo sia inutile perché la sua posizione mi sembra più ideologica che fattuale (fermo restando che alcune cose che ha detto sono giuste, non ho le bende sugli occhi), quindi non sarà disposto a cambiarla nemmeno se venissi a lei con la più chiara delle evidenze. Prendiamo atto di questa forte divergenza d’opinione, fermo restando la grande stima che ho di lei. Riguardo certi moralizzatori alla Fini, Bossi & Di Pietro credo che la storia, comunque, abbia già fatto ampiamente giustizia. Chi sono io per aggiungere altro?

          • clausneghe

            Ah beh, se è per questo detesto pure Fini, Bossi e anche il trattorista di Montenero Bisaccia.
            Lei Toussaint può aggiungere o togliere a piacimento, ne ha la facoltà, non meno di quei politicanti sunnominati.
            Saluti cordiali.

        • Filippo Gregoretti

          A mio avviso bazzecole, che accetterei di buon grado, purché con la sovranità che, volenti o nolenti, Craxi ha difeso meglio dei comunisti e di chiunque altro.

          • clausneghe

            Bazzecole se non ti hanno mai mandato in galera per uno spinello, certo…
            Ma se fosse toccato a te avresti cambiato idea, suppongo.

          • Filippo Gregoretti

            Purtroppo è capitato anche a me da adolescente. Fortunatamente viviamo in un paese cattolico dove la polizia è umana.

      • Pedro colobi

        Perfetto, condivido 100 per 100

  • vocenellanotte

    Si, va vabbè, tutta questa apologia di una banda di ladri non la farei.
    Non hanno partecipato alle nefandezze atlantiche solo perché avevano le loro buone e sonanti ragioni.
    Craxi e compagnia erano perfettamente integrati nel magnamagna occidentale, non diciamo fesserie.

    • Filippo Gregoretti

      Anche incidentalmente, e a fini egoistici, la difesa della sovranità nazionale è sempre ben accetta.

      • clausneghe

        Preferirei che tirassero giù dalle finestre di casa nostra “le risorse” multicolori che tentano di entrare, e ci riescono, intanto che i nostri deficienti sono in Lettonia a dare la caccia a Putin, che scappa sulla slitta di Babbo Natale..

  • fastidioso

    “Lo studio della storia è quindi eversivo”
    Che dire…la Geografia ormai è fuori dai programmi scolastici.
    Il Inghilterra lo studio della Storia è opzionale.
    Lo diventerà anche in I TAGLIA ?

    • Filippo Gregoretti

      La scuola anglosassone deve sfornare rotelline di cui il meccanismo economico ha bisogno nel qui ed ora, non uomini colti e indipendenti. Nessuna rampante tessera dell’economia angloamericana si basa sullo studio della storia.

  • Toussaint

    Ho subito pensato che finalmente il nostro piccolo guru ha capito che è meglio parlare di storia piuttosto che spacciare auspici (peraltro comuni a molti, me compreso) per previsioni (nel primo caso contano le proprie convinzioni morali e politiche, nel secondo ci vogliono dei fondamenti). Ma, anche stavolta, proprio non ce la fa a non fare confusione.

    Da un lato ci dice che il Sismi era consapevole dell’attentato a Fiumicino, tant’è vero che ha avvertito il Mossad, dall’altro (giustamente) che Abu Nidal era egli stesso collegato ai servizi israelo-americani. Ed allora, visto che sono stati gli stessi Cia/Mossad ad organizzare l’attentato, com’è possibile che il Sismi abbia avvertito gli Israeliani? Di che cosa, di quello che essi stessi stavano facendo? Per favore!

    Più ragionevole pensare che il Sismi non fosse affatto consapevole di quello che si stava preparando, almeno non del luogo e del giorno (per quanto filo americano, possibile che nemmeno uno spiffero fosse pervenuto al Governo, che lo stesso analista ritiene composto di ben altre persone, rispetto a quelle di oggi?).

    Ma quello su cui il Dezzani avrebbe potuto tentare un’analisi (ribadisco, lo dico da semplice lettore), sarebbe semmai potuto essere:

    1) La differenza fra le condizioni generali al tempo della morte del Regeni (Amministrazione Obama/Clinton) e quelle odierne (Amministrazione Trump). Se sia nel 1985 che nel 2016 l’intenzione era quella di frenare l’Italia riportandola all’”ordine anglosassone”, adesso sembrerebbe che ci vogliano coinvolgere in tutti i modi, accettando la spartizione della Libia in due. Ad est filo russo-egiziana, ad Ovest filo occidentale, con proconsoli noi italiani (sul ruolo dei francesi devo pensarci meglio. Le vicende si intrecciano moltissimo con quelle in Europa e non è questa la sede adatta). In questo senso sembrerebbe da interpretare l’invito di Al Serraj fatto alla Nato perché intervenga sullo scacchiere libico (ieri su tutta la stampa).

    2) Il fatto che del povero Regeni (la giustizia, per chi ci crede, è dell’altro mondo) ormai ne parli solo lui nel suo blog. Le vicende sono scomparse da mesi dalla stampa main stream. Giusto qualche accenno ogni tanto, con ben poca enfasi rispetto agli inizi. Cosa pensare se non al fatto che un accordo sia stato trovato? E, se del caso, quali sono i suoi termini?

    Ancora una volta, e non ne sono contento, una figura da …. Stavolta è arrivato a contraddire sé stesso. Contento lui.

  • PietroGE

    La strategia complessiva era già iniziata con la guerra Iran Iraq, una guerra che ha fatto un milione di morti tra i militari e un numero indeterminato tra i civili, nella quale gli occidentali avevano il ruolo di rifornire i contendenti di armi affinché si ammazzassero a vicenda e, in particolare, Saddam di armi chimiche per impedire la vittoria dell’Iran. La strategia, che continua fino ad oggi con la guerra in Siria, consiste nella eliminazione sistematica dei nemici di Israele. La tattica può variare a seconda delle circostanze, attentati terroristici nei Paesi nemici, attacchi su istallazioni militari e terrorismo ‘dimostrativo’ nei confronti di quei Paesi che si ostinano a avere rapporti commerciali e diplomatici con i nemici degli israeliani. Gli ‘atlantici’ non avevano e non hanno nessun vantaggio dalla destabilizzazione del MO, gli italiani meno di tutti. Vedere cosa ne è stato di questi ‘nemici’ : l’Iraq è stato distrutto in 2 guerre e ora deve combattere contro l’IS all’interno del suo Paese, la Libia è stata fatta fuori nel 2011, la Siria finirà probabilmente smembrata in staterelli e l’Iran continuerà ad avere sanzioni anche con l’amministrazione Trump.
    L’importanza che Dezzani dà al ruolo dell’Italia nel Mediterraneo mi sembra un tantino esagerata. L’Italia non ha la potenza economica, finanziaria e militare per poter giocare un ruolo di primo piano nel Mediterraneo. E soprattutto non ha una leadership politica all’altezza di questo ruolo.

    • fastidioso

      “Vedere cosa ne è stato di questi ‘nemici’…”
      C’è ancora Haftar che ‘ un po’… fastidioso

  • Adriano Pilotto

    Più che da altervista simili articoli provengono da una vista alterata.

    Che un giovane commetta errori di valutazione tali da costargli la vita è drammatico. Che su questo dramma si costruiscano fumisterie geopolitiche è solo penosamente umano.

  • clausneghe

    E che fine fece la bicicletta? Era ancora in buono stato? Riuscì a rubarla?

    • Filippo Gregoretti

      Are di un mio amico, se la riprese un po’ stortignaccola dall’impatto con l’auto blu 🙂

  • natascia

    Mah……dal 1985 a oggi vi sono stati talmente tanti crolli sociali, cambiamenti epocali di etica, di potere, che queste similitudini riguardanti la penetrazione dell’egemonia angloamericana in Italia sono interessanti per molte ragioni, ma non scalfiscono minimamente il quadro di devastante crisi di valori in corso, che molto studiosi prevedono durerà almeno per altri 50 anni. Il nostro tempo viene definito post-modernità e macro esperimenti sociali sono in corso. Adesso, che la mia giunta comunale pentastellata , per altro da me votata, abbia attaccato per circa 6 mesi nella facciata della sede comunale : “Verità per Giulio Regeni” non mi ha cambiato assolutamente nulla. Prendere atto che l’Italia è diventata una nuova colonia e dibatterne mi sembra più sensato. Il sistema complesso di potere, che per altro ha le sue belle imprevedibiltà, ha deciso così. Studiamo le colonie africane e osserviamo le similitudini con l’Italia di oggi, forse capiremo qualcosa anche così.

  • fiorin fiorello

    Mi pare che cio’ che sta’ accadendo, riguardo alla politica internazionale praticata sia dall’Italia che da alcuni ( o parecchi) altri paesi Europei, non sia altro che sottostare volutamente ad un piano di destabilizzazione economico/culturale studiato, voluto e praticato dai potenti dell’economia mondiale (banche, industrie chimico farmaceutiche, petrolifere, religiose) messo in atto per appropriarsi della sovranita’ economica e monetaria delle nostra nazioni.
    Vediamo in primissimi cosa e’ accaduto alla Grecia.

  • martina

    I rapporti commerciali tra Italia e Egitto sono saldi e continuano a svilupparsi, e così pure ENI.
    Matteo Renzi non ha mai avallato la crisi con l’Egitto ed è stato il primo capo di Governo in Europa ad accogliere Al Sisi sottolineando l’amicizia che lega i due paesi.
    Dichiarazioni ufficiali che confermano la richiesta di giustizia da parte dell’Italia da parte dei premier e ministri referenti succedutisi negli due ultimi governi, sono dovute mi sembra. O preferisce uno Stato assente di fronte al sequestro e al brutale omicidio di un suo cittadino?
    La rotazione con spostamento di Maurizio Massari a Bruxelles è un inizio della normalizzazione dei rapporti.
    Pressioni dall’estero, dall’UE, dal gruppo Espresso per sanzioni…ma quando. Mai lette e se anche fosse, sono cadute nel vuoto.
    Sempre più insistenti sono le voci che parlano e spingono per il rientro al Cairo del nostro ambasciatore.
    L’unica differenza rispetto a prima del massacro di Giulio Regeni è l’inchiesta della nostra Procura. Arenata direi.
    Tenti con un altro parallellismo. Tra punti esclamativi e interrogativi e salti acrobatici, magari la prossima volta le andrà meglio.
    So che tra i suoi lettori ed estimatori vanno alla grande i complotti e il piano Kalergi.
    Viste le sue peculiarità ginniche ce la fa sicuramente a scrivere un pippone trovandoci un nesso con l’affaire Regeni.