ATTACCO ALLA SOMALIA (I)

Come Don Chisciotte - Informazione indipendente dal 2003

DI MIGUEL MARTINEZ

Kelebek

Torniamo, come promesso alcuni mesi fa, alla questione somala.

Molto in breve: la Somalia era dominata dalle bande mafiose dei signori della guerra, autodenominatesi "Coalizione anti-terrorismo" e sostenute dagli Stati Uniti.

In un albergo di lusso in Kenya si riuniva di tanto in tanto un simpatico giro di truffatori e spacciatori di titoli nobiliari che si dichiarava "governo transitorio" del paese.

Con una rapida insurrezione, una coalizione di piccoli commercianti, gente semplice e autorità religiose hanno cacciato i signori della guerra da alcune delle principali città della Somalia, e costituendo il governo delle cosiddette "Corti islamiche". Nei pochi mesi in cui hanno potuto governare, hanno saputo riportare la pace, programmare la rinascita del paese ed evitare gli eccessi che hanno caratterizzato alcuni altri governi di ispirazione religiosa nel Medio Oriente.

A seguito, Attacco alla Somalia (II) (Miguel Martinez - Kelebek); Il ministro degli esteri delle Corti: «Jihad contro l'occupante etiope» (Emilio Manfredi intervista Hasan Addow - Il Manifesto); Brutti pensieri somali in questo lurido Natale 2006 (Igiaba Scego - Il Manifesto); Dietro ad Addis Abeba gli specialisti americani (Paolo Mastrolilli - La Stampa)Invece di riconoscere questo governo, gli Stati Uniti e l'Europa hanno puntato tutto sui simpatici villeggianti kenioti, imponendone il riconoscimento all'ONU, obbligando gli stessi villeggianti a trasferirsi in una cittadina dell'interno della Somalia, mettendo alla presidenza l'unico signore della guerra sopravvissuto, e - in assenza di un esercito - mandando le truppe etiopi a difenderlo. Ma tra lo stesso governo-vacanza, molti ministri hanno cercato di trattare con le Corti Somale, per costituire un governo di unità nazionale.

Adesso l'Etiopia ha improvvisamente invaso la Somalia, per imporre con le armi il potere dei villeggianti; e gli Stati Uniti hanno impedito la condanna dell'invasione alle Nazioni Unite.

Intanto, metto qui un articolo uscito sul Manifesto del 23 dicembre 2006, che aiuta a capire meglio la situazione.

Miguel Martinez

Fonte: http://kelebek.splinder.com/

Link: http://kelebek.splinder.com/1167293164#10372686

28.12.2006

IL MINISTRO DEGLI ESTERI DELLE CORTI: "JIHAD CONTRO L'OCCUPANTE ETIOPE"

EMILIO MANFREDI intervista HASAN ADDOW

Il Manifesto

Hasan Addow: il governo provvisorio è una creatura, corrotta, di Addis Abeba. Vogliono dividere il paese in mille pezzi per dominarci, noi ci difendiamo soltanto

Il professor Ibrahim Hasan Addow è il ministro degli Esteri delle Corti islamiche. Cittadino americano, ex-docente alla Washington University, da sempre è considerato un moderato all'interno dello schieramento islamista. Recentemente, anch'egli ha radicalizzato le proprie posizioni, soprattutto riguardo alla presenza etiopica all'interno del territorio somalo. Intervistato dal manifesto, analizza la situazione che ha portato all'escalation militare di questi ultimi giorni.

Professor Addow, che posizione avete riguardo al governo federale di transizione guidato dal presidente Abdullahi Yusuf?

Il governo provvisorio è una creazione dell'Etiopia, che ha affidato la presidenza a Yusuf, uno dei peggiori signori della guerra che la Somalia abbia mai conosciuto. Addis Abeba ha poi scelto come Primo Ministro Mohammed Ali Ghedi, un uomo privo di qualsiasi capacità politica, senza alcuna dignità umana e politica. Un signor nessuno, un traditore, che ha venduto la Somalia all'Etiopia in cambio di un ridicolo interesse personale. Il Tfg, è evidente oggi più che mai, è una marionetta completamente controllata dal Primo Ministro etiope. L'unica possibilità per parlare di pace, nelle fila del governo, era il portavoce del Parlamento, Sharif Hasan Sheikh Aden. Con lui avevamo raggiunto un accordo per ritornare al tavolo delle trattative. Ma Ghedi e Yusuf, consigliati dall'Etiopia, lo hanno sconfessato. Per fare la guerra.

Secondo lei, qual è il piano dell'Etiopia sulla Somalia?

L'Etiopia vuole controllare la Somalia. Da anni, Addis Abeba cerca di impedire la creazione di qualsiasi governo unitario e forte nel nostro Paese. Siccome sono coscienti dell'impossibilità di occupare militarmente la Somalia e di governarla direttamente, cercano di dividere il Paese in piccoli staterelli, politicamente deboli e governati da politici corrotti al loro soldo. Così hanno fatto in Somaliland (l'autoproclamata Repubblica nell'estremo nord del Paese, ndr), così fanno con il Puntland. Ora, tramite il Tfg, cercano di controllare anche il resto della Somalia. Noi abbiamo il dovere di liberare la Somalia dall'invasore. Dobbiamo liberare il nostro Paese. Almeno ottantamila soldati etiopi sono schierati in Somalia o sul confine etio-somalo, e combattono. E la comunità internazionale cosa fa? Sa tutto, e non dice nulla. Ecco spiegato il motivo della nostra jihad: difendere l'unità e la libertà della Somalia contro l'occupante.

Come andrà questa guerra?

Dal nostro punto di vista, è una guerra di difesa. Ripeto ciò che ho detto molte volte: non abbiamo intenzione di invadere nessun Paese limitrofo. Non abbiamo ambizioni oltre i confini, e non organizzeremo attentati contro i civili, perché è contro la nostra religione. Attaccheremo i militari etiopi, o di qualsiasi altro Paese, che entreranno in Somalia. Non vogliamo truppe di occupazione, perché siamo in grado di controllare il Paese da soli. Stiamo subendo un'invasione militare da mesi, e per mesi abbiamo chiesto alla comunità internazionale di fermare questa situazione. In tutta risposta, le Nazioni Unite hanno appoggiato il piano americano volto a colonizzare la Somalia. Ma noi risponderemo all'aggressione colpo su colpo.

Ci sono combattenti stranieri nelle Corti?

Non abbiamo militanti stranieri nelle nostre fila. Non ci sono militari eritrei in Somalia. Ma stiamo reagendo ad un'invasione militare di un Paese terzo. E quando scoppia una guerra, è diritto di qualsiasi Stato sotto attacco stringere alleanze.

Emilio Manfredi intervista Hasan Addow

Fonte: http://www.ilmanifesto.it/

Link: http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/23-Dicembre-2006/art31.html

23.12.2006

Commenti (3)

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    1. marzian 29 dicembre 2006

      DIETRO AD ADDIS ABEBA GLI SPECIALISTI AMERICANI

      DI PAOLO MASTROLILLI
      La Stampa

      Gli Stati Uniti stanno addestrando le truppe
      etiopi e hanno incoraggiato il governo di Addis Abeba a lanciare
      l’offensiva in Somalia, nella speranza di piegare i fondamentalisti
      islamici che controllano gran parte del paese. Lo scrive oggi il New
      York Times e lo conferma a La Stampa l’ambasciatore Princeton Lyman, ex
      assistente segretario di Stato e responsabile degli studi sull’Africa
      del Council on Foreign Relations. Secondo il Times, oltre cento soldati
      americani si trovano in Etiopia, dove da diversi mesi addestrano le
      truppe di Addis Abeba. Ieri nella zona delle operazioni sarebbero stati
      avvistati anche aerei spia degli Stati Uniti, forse in missione per
      dare informazioni alle forze del premier Zenawi. Il maggiore Kelley
      Thibodeau, portavoce del contingente americano basato a Gibuti, non ha
      confermato o smentito l’impiego di apparecchi Usa. Non ha però negato
      l’assistenza offerta ad Addis Abeba: «Ufficialmente, non abbiamo
      soldati in Somalia. Gli americani non avanzano con gli etiopi: li
      addestrano in Etiopia».


      Lyman ha spiegato così la strategia di Washington: «L’obiettivo
      degli Stati Uniti è mettere i fondamentalisti islamici in un angolo,
      per spingerli ad accettare l’autorità del governo provvisorio. Questo
      serve ad impedire che la Somalia venga usata come base da al Qaeda o
      gruppi simili.

      L’amministrazione Bush ha incoraggiato l’azione militare di
      Zenawi, perché spera che la aiuti a raggiungere il proprio scopo».
      Lyman però considera pericolosa l’offensiva etiope, che ieri è stata
      discussa dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu durante una riunione
      d’emergenza: «Le forze di Addis Abeba sono sicuramente in grado di
      battere gli estremisti islamici sul piano militare, ma non di governare
      poi la Somalia. Quindi questa offensiva corre il rischio di aumentare
      l’instabilità regionale, allargando il conflitto anche all’Eritrea e
      Gibuti, senza centrare l’obiettivo di eliminare i fondamentalisti. Per
      risolvere la crisi serve un’iniziativa diplomatica che coinvolga tutta
      la regione».



      Paolo Mastrolilli


      Fonte: http://www.lastampa.it

      27.12.2006

    1. marzian 29 dicembre 2006

      BRUTTI PENSIERI SOMALI IN QUESTO LURIDO NATALE 2006

      DI IGIABA SCEGO
      Il Manifesto

      Il mio telefono ha la febbre. Squilla in continuazione. A dicembre non ha mai smesso di squillare.

      Periodo
      di regali e baldorie, di finti abbracci e cenoni. Ho ricevuto auguri
      addobbati, cartoline prestampate, denti allargati in sorrisi sintetici.
      Il
      telefono ha la febbre. Vorrei non rispondere più, ma devo. Tra la
      melassa natalizia può nascondersi anche qualche telefonata importante.
      Qualche telefonata del cuore.

      Dicembre è stato un mese difficile per
      me e per tutti i somali. Per me perché ho perso un fratello adorato per
      un tumore. Per tutti noi somali perché abbiamo perso le ultime speranze
      di pace. Il mondo, infatti, ci ha gettati in un precipizio di violenza
      che speravamo fino all'ultimo di evitare.
      Non credevo che ci fosse
      qualcosa di peggio della guerra civile che ha dilaniato la Somalia per
      sedici anni, invece mi sono dovuta ricredere, il peggio riserva sempre
      sorprese inaspettate.

      Qualcuno mi ha chiesto: Per chi tifi?
      Parteggi per le corti islamiche o per il governo di transizione? Mi
      faccio ripetere la domanda. Non la capisco. La gente pensa alla Roma e
      alla Lazio. A Totti e Oddo. Tutto ridotto a una metafora calcistica. Ma
      non ci sono sciarpe e caroselli stradali a Mogadiscio. In mezzo a
      questo delirio c'è solo la povera gente. C'è stata una alluvione che ha
      devastato il paese settimane fa, ora c'è la carestia, molti si stanno
      ammalando di malaria. E domani? Domani non oso pensare cosa potrà
      esserci.

      Vado a un call center. Chiamo la Somalia, mia cugina
      Halima. Lei è una veterana ormai, quando è scoppiata la guerra civile
      nel 1991 c'era. Non racconta balle lei. Miracolosamente la linea
      funziona. Il black out, l'assenza di notizie arriverà, per ora sentire
      la voce dall'altro capo del filo mi rasserena. La voce di Halima è
      potente. Però noto una incrinatura che non mi piace.
      «Abbiamo
      paura - dice - ci stanno bombardando. Hanno colpito gli aeroporti.
      Quando arriveranno qui (gli etiopi, ndr) ci massacreranno». Non ha
      nessun dubbio Halima su come finirà la faccenda. Bagno di sangue,
      stupri, vendette sommarie, torture. Il solito copione.

      La vita al tempo delle Corti islamiche


      Solo
      che per qualche mese si è respirato a Mogadiscio. Le corti non sono
      forse il migliore dei mondi possibili, lo riconosco. Hanno posizioni
      ambigue su temi fondamentali come i diritti dell'uomo e soprattutto
      della donna. Però il popolo stanco si è affidato alle sue cure. Un mio
      cugino alla lontana mi spiega che «almeno questi ti lasciano vivere».

      In
      questi mesi di controllo islamista la gente ha potuto lavorare, i
      ragazzi sono tornati a studiare, le donne a circolare per strada senza
      la paura di essere stuprate e gettate come stracci vecchi. Il popolo
      somalo stanco ha pensato che questo potesse essere il paradiso. Non lo
      è, lo sappiamo. Ma la soluzione quale può essere?

      Il dialogo penso. Mi dicono dalla cabina di regia che la risposta è errata.
      L'Etiopia
      e il sedicente governo di transizione somalo (appoggiati tacitamente
      dalla Comunità Internazionale, Stati Uniti in testa) hanno invece
      pensato che fosse una bella trovata disseminare il paese di cluster
      bombs, che uccideranno i bambini somali per i prossimi cento anni.
      L'invasione etiope riceve plausi internazionali, Meles Zenawi viene
      considerato una povera vittima del complotto islamista ordito da una
      grotta del nowhere dal solito Osama Bin Laden.

      Il telefono squilla
      ancora. È una mia amica etiope di Bologna. «Mi dispiace» dice. È triste
      la mia amica. Mi spiega che il popolo etiope non vuole la guerra, la
      vuole Zenawi. Quell'uomo in verità la vera guerra la sta facendo ai
      suoi, vuole spezzare la resistenza interna, qualsiasi voce di
      opposizione. La Somalia è una buona scusa per distrarre il popolo dai
      suoi diritti. E non importa se per tenersi il potere Zenawi non esiti a
      destabilizzare l'intero Corno d'Africa.

      La mia amica etiope è
      preoccupata. Io più di lei. Le truppe sono vicine a Mogadiscio. Penso
      alle mie zie, agli infiniti cugini. Non posso fare nulla per loro.
      Halima mi ha detto: «Che il cielo non voglia, ma se scappiamo lasceremo
      le zie al loro destino». Le zie sono malate, trasportarle è
      impossibile, rallenterebbero il gruppo. Gli anziani si sacrificano per
      i più giovani. Mi passa la zia Faduma al telefono. Riconosco il suo
      vocione. Fa confusione, mi scambia per un'altra nipote. Però è allegra.
      «Se gli etiopi verranno gli farò vedere i sorci verdi». È vecchia mia
      zia, molto. Ha una gamba fuori uso. Se gli etiopi verranno la useranno
      come pallina da baseball. Dio non voglia, ma la preferisco morta,
      piuttosto che uccisa in malo modo. Ecco questi sono i miei brutti
      pensieri di questo lurido Natale 2006.

      Le responsabilità coloniali dell'Italia

      Gli
      islamisti stano facendo appelli alla jihad, il governo di transizione
      invece parla di sovranità e democrazia. Entrambi sono colpevoli di aver
      gettato il paese in questo caos. I giornali del mondo globalizzato
      etichettano la guerra come «conflitto locale». Peccato che gli
      armamenti non siano «locali». Tutti hanno armato tutti. Paesi arabi
      assortiti, potentati locali africani, Stati Uniti d'America, Eritrea.
      Molte armi sono di fabbricazione italiana.

      A proposito l'Italia
      che fa? So solo che Prodi ha commentato «è triste» poi si è sentito con
      Gheddafi sulla crisi somala. È preoccupato il professore. Preoccupato
      per i sicuri profughi del Corno che sbarcheranno a Lampedusa.
      Preoccupato per le ire funeste dei razzisti nostrani. Ma l'Italia lo sa
      che non è esente da colpe su questo conflitto? Somalia, Etiopia,
      Eritrea. Tre ex colonie. Tre paesi che dalla fine del Secondo conflitto
      mondiale a oggi litigano su confini incerti che l'Italia ha creato.
      Litigano perché l'Italia le ha messe l'una contro l'altra. Per la
      guerra d'Etiopia del 1936 Mussolini e i suoi fedeli scagnozzi hanno
      usato dubat somali e ascari eritrei contro Hailé Selassiè. E prima
      ancora erano stati usati etiopi contro i libici.

      Divide et impera.
      Dividi e sfrutta. Pensiero coloniale che temo non sia mai caduto in
      disuso. Oggi soffriamo anche per queste ferite antiche, ferite mai
      rimarginate. Su Internet intanto i somali hanno riesumato i canti
      anti-etiopi del conflitto Menghistu-Barre annata '77. L'odio sta
      mettendo salde radici.
      Strano destino quello della Somalia. Dalle
      stelle ai bassifondi. Maha Thray Sithu U Thant, diplomatico birmano,
      terzo segretario delle Nazioni Unite diceva negli anni sessanta che «la
      Somalia è il figlio prediletto delle Nazioni Unite». Eravamo un
      esempio. In realtà la cancrena ci aveva già colpito, aveva colpito già
      tutto il Corno d'Africa da tempo. Oggi sono proprio le Nazioni Unite a
      voltarci le spalle. Prima di chiudere la telefonata con Halima le dico
      «auguri» fra un po' di giorni è festa per gli islamici. Aggiungo «che
      Dio possa donarci la pace». Lei dice «Amin» poi aggiunge: «Nemmeno Siad
      Barre ci avrebbe venduto agli etiopi. Come è potuto accadere?».

      Chiudo. Non ho più risposte.

      Mi
      collego a Internet. Vado sul sito di Amin Amir, il Vauro somalo. Le
      ultime vignette sono sulla guerra. In una c'è la bandiera somala,
      azzurra con una stella bianca a cinque punte al centro. Qualcuno
      pugnala la stella. La stella sanguina. Il sangue esce a fiotti dallo
      schermo del computer. Penso che Amin sia un genio. Il sangue sta
      uscendo a fiotti dai corpi di tutti i somali. Soprattutto dei civili.
      Lo so il nuovo linguaggio politico preferisce chiamarli danni
      collaterali, ma sono all'antica abbiate pazienza, per me sono ancora
      civili.

      Igiaba Scego
      Fonte: http://www.ilmanifesto.it/
      Link: http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/28-Dicembre-2006/art26.html
      28.12.2006

    1. marzian 29 dicembre 2006

      ATTACCO ALLA SOMALIA (II)

      Ieri, su Rai Tre, un servizio piuttosto ben fatto sulla caduta di Mogadiscio è stato introdotto dal titolo, "le truppe governative riconquistano Mogadiscio". Chiunque sa che il governo di Baidhowa non ha mai avuto truppe proprie. E che era noto come governo "di Baidhowa" proprio perché stava a Baidhowa, e non a Mogadiscio, dove non aveva mai messo piede. E quindi c'era poco da riconquistare.

      Come spesso succede in Somalia, le notizie cambiano con una velocità che ne rende difficile l'interpretazione.

      Le truppe etiopi sono entrate a Mogadiscio, e le Corti Islamiche affermano di aver abbandonato la città per evitare una strage. Non è una spiegazione da rigettare come propagandistica: le Corti Islamiche sono un prodotto della stessa società somala, e non un'organizzazione esterna; e quindi rispecchiano anche i complessi patti tra clan, nonché le semplici esigenze di sopravvivenza degli abitanti dei vari quartieri.

      C'è chi in questo giorno critica le Corti [www.hiiraan.com] per non essersi organizzate militarmente, e non aver pensato a come gestire una guerriglia, e aver lasciato quindi morire molti giovani impreparati sotto i colpi dei cannoni e degli aerei etiopi, e probabilmente c'è del vero anche in questo: gli etiopi si vantano di aver ucciso qualcosa come duemila somali in questi pochi giorni.

      E' anche vero, però, che per organizzare una guerriglia efficace, ci vuole una struttura di partenza - come è stato il partito Baath o l'esercito iracheno - che manca totalmente in Somalia: le stesse Corti non a caso si chiamano così, al plurale, essendo sorte in maniera spontanea in diverse parti del paese.

      Difficile immaginarsi cosa succederà adesso.

      Il "governo somalo" praticamente non esiste, anche se ha una forza sproporzionata che gli deriva dal riconoscimento da parte dell'ONU e quindi il controllo su buona parte dell'industria degli aiuti esteri. Conoscendone alcuni esponenti, dubito però che i membri del governo faranno un uso politicamente accorto del denaro che passa per le loro mani.

      Etiopi e somali hanno più o meno lo stesso rapporto fraterno che unisce albanesi e serbi, o turchi e greci, e quindi un'occupazione permanente da parte etiope è difficile da immaginare. I somali hanno cacciato anche i ricchi americani, mentre gli etiopi avranno poco da offrire anche in termini di piccolo clientelismo.

      La cosa più probabile è quindi un ritorno generale dei signori della guerra, che dietro le truppe etiopi, hanno già occupato diverse città (queste sì, "riconquistate", ma non certo dal governo).

      Però è anche vero che i somali hanno scoperto di essere in grado, da soli, di cacciare questi signori della guerra.

      Miguel Martinez
      Fonte: http://kelebek.splinder.com/
      Link: http://kelebek.splinder.com/1167372878#10383000
      29.12.2006

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