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ATTACCHI KAMIKAZE – LA STORIA SEGRETA DELLE OPERAZIONI MILITARI USA IN IRAQ

DI JOE QUINN
Signs of the Times

In Iraq, gli “attacchi kamikaze” sono qualcosa di giornaliero e vengono strumentalizzati dai media propagandistici del governo statunitense per convincere il mondo che le truppe americane hanno ancora molto lavoro di “libertà e democrazia” da portare avanti nel paese. Ma se si trattasse di una copertura per qualcosa di diverso?

Leggete questo estratto di un articolo del luglio 2006:

La violenza può portare alla spartizione di Baghdad
UK Telegraph
22/07/2006

Secondo voci raccolte ieri, i politici iracheni [cioè i funzionari del Pentagono e israeliani] starebbero mettendo a punto un progetto per la spartizione di Baghdad tra sunniti e sciiti, dopo una settimana di sangue che ha mandato in fumo il piano di sicurezza governativo per la pacificazione della capitale.
La proposta sarebbe una chiara ammissione del fatto che è impossibile mantenere unito il paese e sottolineerebbe il drammatico fallimento della politica americana volta a incoraggiare l’unità nazionale.

Il Tigri […] diventerebbe la linea di separazione tra il distretto occidentale (a prevalenza sunnita) e quello orientale (a prevalenza sciita) di Baghdad.

E ora leggete questo resoconto di un avvenimento di due giorni fa:

Un kamikaze fa crollare il ponte di Baghdad. Almeno 10 morti
Canadian Press
12/4/2007

Baghdad – In un attacco suicida, un camion bomba è esploso giovedì mattina su uno dei principali ponti di Baghdad, provocando il collasso della struttura in acciaio e facendo precipitare numerose auto nelle acque del Tigri, secondo le dichiarazioni della polizia e dei testimoni. I morti sarebbero almeno dieci.

Il ponte al-Sarafiya collegava due quartieri settentrionali di Baghdad: Waziriyah, a prevalenza sunnita, e Utafiyah, zona controllata dagli sciiti. Dopo oltre un anno di massacri indiscriminati di civili a opera degli squadroni della morte, manovrati dagli Usa e operanti fuori dal controllo del ministro iracheno degl’interni, i civili sunniti e sciiti si sono spostati nei quartieri in cui sono maggioritari o dove le due etnie convivono più o meno alla pari.

Prima che venisse distrutto al-Sarafiya, le aree occidentali e orientali di Baghdad erano collegate da nove ponti. Ora ne restano otto. Ma fino a quando?

Il Tigri è ora diventato in pratica la linea di demarcazione tra la parte orientale, a prevalenza sciita, e la parte occidentale, a prevalenza sunnita, unite esclusivamente dai ponti. È la cosiddetta “strategia antiguerriglia”: dividi e regna.

La notizia di un “camion bomba” fatto esplodere sul ponte è stata diffusa dalle forze armate statunitensi, ma nessuna fonte irachena o indipendente ha potuto controllare l’informazione. Il video dell’AP mostra in effetti il ponte spaccato in due punti, cosa che lascerebbe piuttosto pensare a due esplosioni.

Secondo alcuni testimoni iracheni, un elicottero da combattimento statunitense avrebbe sparato due missili contro la struttura; ma nella marea di notizie che ripetono pedissequamente solo la versione ufficiale dell’esercito americano, secondo cui si sarebbe trattato di un “camion bomba”, le affermazioni dei testimoni non sono mai state riportate.

Il ponte al-Sarafiya era stato costruito dagli Inglesi all’inizio del XX secolo: poiché apparteneva all’esercito di occupazione toccava a loro distruggerlo.

D’ora in avanti, è superfluo dirlo, nel leggere le informazioni sulle quotidiane esplosioni in Iraq sarà opportuno sostituire “kamikaze” con “esercito statunitense”.

Recentemente Robert Fisk ha commentato il progetto dell’esercito statunitense di “comunità recintate” a Baghdad:

Di fronte all’insorgenza di Baghdad, sempre più spietata nonostante l’aumento delle truppe deciso da Bush, le forze di occupazione statunitensi stanno ora pianificando una massiccia ed estremamente controversa operazione di controguerriglia che recinterà vaste aree della città, isolando interi quartieri con barriere che solo gli iracheni muniti di nuove carte d’identità saranno autorizzati a varcare.

La campagna per le “comunità recintate”, la cui origine risale alla guerra in Vietnam, coinvolgerà 30 degli 89 quartieri ufficiali della città e costituirà il più ambizioso progetto di controguerriglia fino ad oggi messo in opera dagli USA nel paese.

Il sistema è già stato usato (ed è clamorosamente fallito) in passato, e la sua introduzione in Iraq è un chiaro segno dello scoraggiamento americano di fronte al progressivo impantanarsi del paese in una vera e propria guerra civile e della determinazione degli Usa di “vincere” la guerra contro un’insorgenza irachena che ha già richiesto il sacrificio di oltre 3.200 soldati statunitensi. La politica delle aree “recintate” in un regime di occupazione straniera è già fallita durante la guerra francese contro i ribelli algerini del FLN e l’invasione statunitense del Vietnam. Israele ha fatto uso, anche in questo caso con scarsi risultati, di tecniche simili nel corso dell’occupazione del territorio palestinese.

La campagna ha però obiettivi militari molto più ambiziosi della pacificazione di Baghdad. Risulta che l’armata americana intenda dispiegare a sud e a est della città cinque divisioni meccanizzate (circa 40.000 uomini), almeno tre delle quali attestate tra la capitale e la frontiera iraniana. Nel caso di un attacco statunitense o israeliano contro i suoi siti nucleari sul finire dell’anno, l’Iran si troverebbe quindi a dover fronteggiare alle sue frontiere una poderosa, e potenzialmente aggressiva, forza militare.

Il più recente piano di “sicurezza”, i cui dettagli sono venuti in possesso del giornale The Independent, è stato messo a punto dal generale David Petraeus, attuale comandante americano a Baghdad, durante un corso di sei mesi a Fort Leavenworth (Kansas). I partecipanti, alti ufficiali della marina e generali dell’esercito statunitense in servizio in Iraq (oltre, secondo alcuni giornalisti, ad almeno quattro ufficiali israeliani), hanno preso parte a una serie di discussioni sul modo migliore di “cambiare le sorti” della disastrosa guerra in Iraq.

Per il momento la campagna di Baghdad ha significato solo la creazione di qualche postazione statunitense in alcune aree civili della città, ma il nuovo progetto prevede la nascita di “basi di appoggio” comuni americane e irachene in nove dei trenta distretti destinati a essere recintati. Partendo da queste basi, in edifici fortificati, le forze iracheno-statunitensi dovrebbero eliminare le milizie dalle strade, che verranno allora chiuse e ai cui abitanti verranno forniti nuovi documenti d’identità. Solo gli abitanti potranno penetrare in queste “comunità recintate”, costantemente pattugliate da forze iracheno-statunitensi. Verranno probabilmente imposti accessi controllati, punti di registrazione per i “visitatori” e limitazioni sui movimenti al di fuori di queste aree. I civili potrebbero finire col trovarsi in una prigione di “popolazione controllata”.

I generali di Stato maggiore che hanno messo a punto il nuovo piano “di sicurezza” per Baghdad sono gli stessi che avevano creato l’ufficialmente “riservato” manuale operativo sulla controguerriglia, pubblicato a dicembre dell’anno scorso dal Department of the Army (codice FM 3-24). Anche se non parla espressamente della campagna di “comunità recintate”, il manuale indica tra i punti principali l’unificazione delle attività civili e militari, e cita i “gruppi di sostegno alle operazioni civili e allo sviluppo rivoluzionario” nel sud del Vietnam, l’assistenza ai rifugiati curdi nell’Iraq settentrionale (1991) e i “gruppi di ricostruzione provinciale” in Afghanistan (un progetto unanimamente condannato perché lega cooperazione militare e aiuto umanitario).

Il manuale FM 3-24 analizza rigorosamente quello che le forze della controguerriglia devono fare per eliminare la violenza in Iraq. “Con un buon servizio di intelligence”, sostiene, “la controguerriglia è come un chirurgo che taglia via il tessuto canceroso lasciando intatti gli altri organi vitali”. Ma un altro alto ufficiale statunitense ha manifestato le sue conclusioni pessimistiche sul progetto dei quartieri “recintati”.

“Quando le truppe supplementari saranno sul posto, i ribelli taglieranno nella misura del possibile le linee di comunicazione dal Kuwait”, ha dichiarato a The Independent. “Faranno lo stesso a Baghdad, obbligandoci a ricorrere con maggior frequenza agli elicotteri, estremamente vulnerabili quando entrano nell’area di sorveglianza, che abbatteranno ogni volta che ne avranno l’occasione. Come passo successivo, tenteranno di distruggere una delle basi di sorveglianza. Lanceranno l’operazione usando i loro fiancheggiatori all’interno delle “comunità recintate” per riuscire a entrare, e sceglieranno le basi in cui le truppe irachene non opporranno resistenza o addirittura forniranno un aperto sostegno.

“L’esercito americano reagirà usando tutta la sua potenza di fuoco, e finirà così col distruggere il quartiere che aveva l’incarico di proteggere”.

Ecco, in fin dei conti, quale sarà il futuro della popolazione irachena: un massacro ad opera dell’esercito statunitense, quando infine capirà che non sta combattendo contro i “terroristi” o i “ribelli”, ma contro l’intero popolo iracheno che, come tutti i popoli oppressi nel corso della storia, non rinuncerà mai ad opporsi all’occupazione brutale ed illegale del proprio territorio.

Quello che veramente sconvolge, è che gli architetti civili e militari di questa guerra lo hanno sempre saputo.

Foto di apertura: Il ponte al-Sarafiya, che fino a due giorni fa attraversava il Tigri a Baghdad, collegando i quartieri sciiti e sunniti della città.

Joe Quinn
Fonte: http://www.signs-of-the-times.org/
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13.04.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CARLO PAPPALARDO

Pubblicato da God