Alessandra: “dopo il vaccino è iniziato l’incubo”.

Alessandra Maffi racconta il suo calvario e la sua vita devastata a 32 anni.

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Riportiamo di seguito la testimonianza di una giovane donna che ha registrato il suo racconto. La sua voce già ci commuove. L’affidiamo a questa pagina. Alessandra Maffi abita nel nord Italia. Ha trentadue anni, una famiglia, un fidanzato, un lavoro stabile e soprattutto ha un’ottima salute, tanto che ogni giorno trova il tempo per la sua grande passione: correre. Appena può va a correre, e la sua giornata prende un altro colore. Avvertire il suo corpo risponderle in modo perfetto le dà gioia. Mens sana in corpore sano. Purtroppo, come tanti della sua età, è indotta/obbligata ad assumere un vaccino contro un virus – covid 19 – che finora non ha mai ucciso nessuno sotto i quarant’anni. La sua vita si ribalta. Ecco il suo racconto:

“Già con la prima dose avevo avvertito molta stanchezza e una quasi febbre, ma è dopo la seconda dose, il 3 agosto 2021, che la situazione precipita. Non solo febbre e male al braccio, ma anche uno strano affanno e dolore al torace. Il 5 agosto vado al pronto soccorso e la diagnosi è di sospetta pericardite acuta. Allora consulto un cardiologo che conferma: verosimile pericardite. Terapia: riposo assoluto, antinfiammatori e colchicina. A un controllo verso fine settembre il problema pare rientrato, mi sento meglio e midicono che posso riprendere a fare sport. Nel mese di ottobre ci provo ma con fatica. Ad inizio novembre poi si ripresentano i sintomi: febbre, dolore al torace, affanno. Di nuovo in pronto soccorso e là mi comunicano che ho la prima recidiva di pericardite. Decidono di ricoverarmima alla cura classica – antinfiammatori e colchicina – il mio corpo non risponde, il versamento aumenta e allora passano al cortisone che elimina i dolori e abbassa l’infiammazione. Dopo tredici giorni d’ospedale torno a casa, sempre però con la raccomandazione di stare riguardata. A infiammazione spenta dovrei partire con lo scalaggio del cortisone ma ogni volta tornoin recidiva, così mi aumentano ancora la dose.

Ai primi di dicembre ancora un tentativo di riduzione del farmaco, di nuovo vado in recidiva e di nuovo sono ricoverata in ospedale. Una volta dimessa, la cardiologa che mi segue attualmente mi prescrive uno scalaggio del cortisone molto più blando ma vado lo stesso in recidiva perché ormai sono diventata dipendente. Solo la terapia monoclonale, che lei decide di adottare, in poco tempo riesce a scalare del tutto il cortisone, senza recidive, e a levarmi i sintomi – tachicardia e gonfiori – che lo stesso cortisone mi aveva procurato.

Ad oggi grazie alla terapia monoclonale sto meglio, ma da qui a dire che sto davvero bene… ne passa! Inoltre, assumo ancora antinfiammatori per evitare che mi torni la febbre; quando li scalo ho ancora dolori al petto… alla schiena.L’immunologo, tramite esami, ha verificato che le mie interleuchine (proteine secrete da cellule del sistema immunitario) risultano alterate; la speranza è che si ristabilizzino. Inutile dire che da inizio novembre a fine gennaio ho dovuto rinunciare al lavoro e a qualsiasi uscita. In tutto quel periodo vedevo solo il mio fidanzato ma ovviamente a casa perché, se avessi preso un virus qualsiasi da altri contatti, la mia pericardite poteva peggiorare. Però poi, nonostante le indicazioni dei medici, ho deciso di riprendere a fare la mia vita, almeno in parte. Ad oggi non riesco ancora bene a correre ed è la cosa che assolutamente mi manca di più”.

Fonte articolo: https://www.ilparagone.it/interventi/dopo-il-vaccino-e-iniziato-lincubo-alessandra-racconta-il-suo-calvario-e-la-sua-vita-devastata-a-32-anni/

 

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