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A CAMMINARE CON LO ZOPPO…

QUESTI SONO PEGGIO!

Osservazioni in margine al “governo amico” e al 18 novembre per la Palestina

DI FULVIO GRIMALDI
Mondocane Fuorilinea

Arrivo in ritardo, a polemiche ormai in evaporazione, sulla vicenda del 18 novembre: manifestazione a Roma, parata a Milano, fantocci bruciati, Nassiriye invocate, canea terroristica scatenata contro il giusto e il vero. A dimostrazione di quanto le “contraddizioni interimperialistiche”, elaborate in provetta da inguaribili coltivatori dell’apodittico, lacerino il tessuto atlantico, si constata su Libano, Afghanistan e botte ai lavoratori come si sia tutti tornati felicemente a un’unitaria e sinergica strategia bellica e colonialista. Le famose contraddizioni con sudditi come Prodi, Blair, Merkel e l’incombente Royal resteranno per un bel po’ ancora allo stato fetale. Il ritardo dell’invettiva di turno è dovuta al fatto che ero tappato nello studio di montaggio dove una bravissima montatrice e ricercatrice mi ha aiutato a completare il videodocumentario “Gaza, Baghdad, Beirut: DELITTO E CASTIGO. Il Nuovo Medio Oriente alla prova del riscatto arabo”, che qui militantemente pubblicizzo a tutti coloro che intendano affrontare con iniziative pubbliche o con visioni private questo documento sul nervo scoperto del mondo. Dico subito che ovviamente sto con coloro che hanno difeso il sacrosanto rito, storico, planetario, legittimo e anche legale, del rogo di fantocci simbolici e che hanno preso le distanze dalle riserve espresse – suscitando comprensibili sospetti di opportunismo – anche dal Forum Palestina. Forum Palestina in cui molti sostenitori e militanti della causa palestinese e araba non si riconoscono più e vi riconoscono anzi uno strumento in mano a chi non disdegna rapidi e acrobatici cambi di cavallo a seconda di quello tra i quadrupedi che promette di portarlo a destinazioni altamente autopromozionali. Il guaio è che impostazioni del genere alla fin fine diventano trasparenti e riducono a una condizione di spocchioso, cronico minoritarismo. E’ il bushiano “o sei con me, o sei contro di me” che produce i risultati che si vedono e che finiscono col lasciarti inesorabilmente al palo.

Premesso che la manifestazione di Milano, convocata dai pacifisti al tritolo del “governo amico”, nonviolenti a Piazza del Duomo e bombaroli a Kandahar e Sidone, per “ridurre il danno” (così Lidia Menaguerra), allestita in fretta e furia per sabotare – cosa mai vista nel movimento – l’assai più precisa e corretta manifestazione di Roma, a mio avviso rappresenta – identica nei numeri e negli obiettivi – l’equivalente della “marcia dei 40.000 della Fiat”. E Allah ci guardi da un esito analogo. Questa, represso nel sangue e nella diffamazione il ’68 e seguenti, ci precipitò negli idioti, tossici e panciafichisti anni ’80, quando la schiumosa marea del riflusso rigurgitò gli Occhetto, Veltroni, Fassino, D’Alema, Bertinotti, Cofferati,. Una comitiva già nel 1992 battistrada per il successivo berlusconismo mafioso e postribolare e, ora, protagonista del post-berlusconismo, sempre mafioso, ma da lenonaggio d’alto bordo, ripulito dai Borghezio, Mussolini e Fiore, mentre la componente comica sopravvive con spalle da avanspettacolo come Mastella, Giordano, Parisi, Di Pietro. Quella di Milano ci vuole rendere compatibili con una guerra di decimazione di civili e resistenti, oppure di liquidazione della sovranità a favore di una cosca amica, chiamate rispettivamente “riduzione del danno” e “pacificazione ONU”, e con il suo corollario: lo sterminio sociale come da finanziaria cum De Gennaro.

L’ossimoro del secolo: con Veltroni per la Palestina

Come dire, con Hitler per gli ebrei.

Precisato quanto sopra, va interpretato il triste avvitarsi del Forum Palestina nel solipsismo congenito del gruppetto veltronian-antagonista che a Roma vorrebbe padroneggiare, nei soliti termini rustico-vernacolari, la micidiale aporia della formula “con Veltroni e i quattrini del Comune per la Palestina”, di arlecchiniana memoria. Nulla da dire sulla piattaforma della manifestazione romana: ineccepibile per quello che diceva, per quanto astutamente debolicchia per quello che non diceva su Iraq e Libano (dove vegetano 440.000 palestinesi raminghi). Tanto autoreferenziale e iperminoritarista, il gruppo, da non far apparire neanche l’ombra di uno dei suoi alfieri nella più efficace iniziativa per la Palestina mai arrivata a livelli di risonanza e valore istituzionale. Quella organizzata con grande successo di presenze e contenuti al Senato, il 30 novembre, dalla benemerita Associazione e Agenzia stampa Infopal, presenti le più valide, limpide e non-compromissorie voci della solidarietà araba e palestinese.

Quando iniziammo a manifestare per la Palestina e, un po’ sottovoce, per l’Iraq, eravamo quasi centomila. Siamo poi gradualmente calati a 50.000, 20.000, fino ai poco più di 5000 del 18 novembre 2006. Colpa del filibustering dei governoamicisti di Milano? In minima parte, date l’assoluta incompatibilità degli obiettivi. Credo invece che la causa sia nella pesante perdita di credibilità degli organizzatori che, come plusvalore, si picconano i coglioni mitragliando di diffamazioni, anonime o firmate, chi non intinge nelle loro pietanze. Questo lo hanno in comune con i campettisti di Perugia e non è un bel sentire quando gli uni e gli altri danno della “spia” perfino ai migliori di noi. Primo, non ci si può aspettare convinte adesioni a chi, pochi mesi prima, mette in campo, gomito a gomito con la lista dei “Moderati (leggi vandeani) per Veltroni” del noto estremista opusdeista Michelini, una “Lista arcobaleno per Veltroni”. Sostenere l’inventore del Partito Democratico all’amerikana, fiduciario del più brutale sionismo, amministratore della capitale nel segno del glamour e dello sfascio sociale e gestionale, anticomunista nato, allevato e pasciuto nel Comitato Centrale del PCI, da sempre compare-rivale del D’Alema il Balcanico e della criminale consorteria guerrafondaia Nato in versione proiezione coloniale, e poi scendere in piazza contro l’imperialismo stragista di quella loggia, bè, ragazzi, sarà una stupefacente arlecchinata, ma toglie un po’ di entusiasmo a chi dovrebbe intrupparsi. Secondo, se allo smagrirsi dei numeri si cerca di ovviare accettando di marciare a braccetto con i noti funamboli politici del Campo Antimperialista (anche Comitati Iraq Libero), con i quali gli antimperialisti autentici hanno tanto da spartire quanto il mio bassotto Nando con i vivisezionisti dell’Istituto Negri, allora vuol dire che pur di galleggiare verso qualche lido di confortevole sopravvivenza-convivenza, scranni del Comune o teste di corteo, si rasenta il sublime del trasformismo all’italiana. E si rimane in pochini.

I postsinistri corifei umbri di Moqtada Al Sadr e Al Zarkawi

Si potrebbe argomentare che la mia posizione rispetto agli sparuti virgulti autunnali del Campo Antimperialista abbia qualche motivazione personale. Qualche ragione l’avrei, anche perchè il personale è politico, se è vero che, per quanto io non me ne occupi da tempo e abbia tutto sommato rilevanza modesta, la combriccola senta un bisogno tanto sproporzionato quanto compulsivo di occuparsi di me. Ve ne cito un esempio fresco fresco e, perdonatemi, la prosa non è mia: accostatomi all’agente “Betulla”, il prezzolato Farina di “Libero”, in una filippica anti-Pollari del tutto omogenea a quella del partito amerikano che voleva disfarsi di questo spione che manda in giro agenti a liberare giornalisti dalle grinfie dei manovali degli occupanti Usa, il notiziario del Campo Antimperialista scrive: “Tra i più infami (tra i “mentecatti di sinistra”), un vero ex-fascista: Grimaldi Fulvio”. E meno male che ci hanno messo l’ex, visto che i neonazisti firmatari dei loro documenti e direttori dei giornali e siti su cui scrivono, tale prefisso lo rifiutano con sdegno. Con scarso senso della logica, del resto smarrita da tempo tra i fumi di un trotzkismo da lunapark, i campettisti mi vorrebbero rendere corresponsabile della loro breve vicenda carceraria, per averli io criticati “nei mesi che precedettero gli arresti”. Peccato che quei miei rilievi avrebbero dovuto rappresentare una forte attenuante, se non uno assoluto esonero, rispetto alle accuse di “associazione sovversiva” mosse al terzetto. Rilevavo, infatti, che destinare soldi a una Resistenza che mai avrebbe potuto riceverli, o era naif, o era scaltro, e sicuramente provocatorio; che esibire vecchissimi e ambigui fuorusciti, lontani dall’Iraq da venti o trent’anni, come rappresentanti della Resistenza (che manco li conosceva) era buona propaganda campettista, ma pessimo servizio alla verità; che la vicinanza firmaiola, ma anche operativa, tra campettisti e neonazi del più bel tanfo non era proprio una garanzia di coerenza antimperialista e di classe. La questura di Perugia un diploma al merito anti-iracheno avrebbe dovuto dargli, non 24 giorni di gattabuia. Sarà che a Perugia, la confusione non regna solo tra gli “antagonisti”. Mi corre poi l’obbligo, per ragioni di più netta identificazione, di rilevare la contiguità lessicale, etica e ideologica tra le incontinenze dei perugini e quelle di chi sembrerebbe sulla sponda opposta. Il poco noto Dimitri Buffa, caro a Tel Aviv, che sul noto, per quanto impresentabile, sovvenzionato e tuttavia invisibile giornale “L’Opinione”, del berlusconide Diaconale, sotto l’amabile titolo “I veri nazisti sono gli ebrei, così si bestemmia al Senato” campettisticamente reagisce al mio intervento sul terrorismo Mossad e sull’11 settembre. Parte con la consueta tattica della ridicolizzazione (“il giornalista verde col cane”) e finisce col definirmi “dietrologo infame“. Non è solo lo stile che hanno in comune. C’è anche qualche identità di vedute.

Lasciamo dunque l’irrilevante “personale” e meditiamo sul fatto che da almeno un lustro la quasi totalità del movimento antimperialista da quella minuta e vociferante conventicola ha preso le stesse distanze che il mio bassotto, sempre lui, prende d’istinto dai bocconi avvelenati. E questo anche alla vista della martirologica notorietà che uno Stato sagace e benevolo ha regalato al gruppetto, ospitandone alcuni per ben 24 giorni nelle patrie galere (e di questo sinceramente mi dispiace, avendo avuto esperienze simili, corredate di botte). Vista che non dovrebbe offuscare le valutazioni che, appunto, il Campo condivide con l’imperialismo e tutte le destre, fino a Bertinotti, pur dandole valenze opposte, ma questo conta poco quando si gira sui cardini dell’inganno padronale. Scelgo, tra tante efflorescenze, il riconoscimento tributato all’agente Cia e famiglio di Bush, Osama bin Laden, di combattente antimperialista e all’autoattentato dell’11 settembre di azione di lotta contro gli Usa; la condoglianze espresse al “combattente antimperialista Mussab Al Zarkawi”, quando gli Usa decisero di far scomparire il fantasma giordano, loro operativo virtuale, ucciso nei bombardamenti del 2003 in Curdistan, al cui ologramma avevano affidato il compito di far apparire un’ Al Qaida in Iraq al solo scopo di criminalizzare la Resistenza e suscitare l’attuale carneficina interconfessionale. Operazione smascherata ripetutamente da una Resistenza autentica, che invece il Campo non ritiene di dover ascoltare, preferendo sostenere le invenzioni degli uffici disinformazione Cia e Mossad. Tralasciamo le tournee con finti esponenti della Resistenza, nel frattempo dissoltisi nel Regno di Danimarca, per arrivare all’ultima opzione perugina: il riconoscimento regalato a Moqtada al Sadr quale eroe della Resistenza irachena, alla faccia del ruolo di strumento della colonizzazione e frantumazione dell’Iraq laico e progressista che questo chierico al soldo degli iraniani riveste. Moqtada, con il suo esercito di tagliagole “del Mahdi”, offre agli occupanti e ai loro fantocci, accanto al collaborazionismo governativo e parlamentare, un centinaio di corpi sunniti torturati e ammazzati al giorno, nell’evidente scopo di decimare la popolazione resistente e tagliare all’Iraq la sua testa pensante (oltre 1000 docenti universitari uccisi, quasi 4 milioni di iracheni-contro costretti a lasciare il paese). Gli occasionali attriti con le truppe statunitensi fanno parte di una farsa patriottica che, sul cadavere programmato dell’Iraq, vuole imporre il primato di questa setta oscurantista scita sulle altre fazioni collaborazioniste. Concludendo, qui siamo di fronte a irresponsabilità che, al meglio, traggono origine da un trambusto politico-ideologico già evidenziato al tempo della confluenza con tossiche scorie neonaziste. Confluenza che si intendeva giustificare con il “superamento della dicotomia destra-sinistra” nel nome dell'”antiamericanismo”. E in questo contesto, una lista per Veltroni potrebbe anche trovarsi a suo agio.

Coraggio, ragazzi, ci rimangono pur sempre i Cobas. E, con tanti comitati, associazioni, gruppi perbene sul territorio, gli ottimi bruciatori di simboli del genocidio. Ancora qualche rosa è nei rosai / ancora qualche timida erba odora / nell’abbandono il caro luogo ancora / rifiorirà se tu rifiorerai…

4 novembre dei precari, Cobas e canea di sinistra

Denunciano rabbiosi la “sindrome di Stoccolma” quando qualcuno, già detenuto, che so, dalle FARC colombiane, non urla ai quattro venti che lo hanno torturato da mane a sera e che la guerriglia antifascista è condotta da narcoterroristi. E magari si spinge fino a dire che è stato trattato civilmente e che si tratta di gente che ha a cuore la liberazione del paese dal totalitarismo colonial-fascista-amerikano che campa sulle uccisioni di massa di contadini, operai e sindacalisti. Anatema! Invece, quanto alla “sindrome del governo amico”, che inebria coloro che, a un operato uguale e peggiore di quello dei traffichini reazionari e bellicisti di Berlusconi, insistono a dare la patente di “equità” e “nuova politica estera”, il mero accenno a una sudditanza psicologica, li scandalizza e fa andare in bestia. E così ai Cobas, che marciano il 4 novembre contro un precariato spinto a mille e non si peritano di dare dell’ “amico dei padroni” a un ministro che si schiera con i mangiatori di teste dell’Atesia contro i suoi stessi ispettori ligi alla legge, si deve fare la pelle per mancate affettuosità verso il “governo amico”. E’ l’occasione per fargli pagare parecchie nefandezze, ai Cobas: la contromanifestazione del 2 giugno, quando invece Bertinotti esponeva a sghignazzi di compiaciuti generali la sua microspilla arcobaleno, o quell’altra, intorno al voto sulla missione in Afghanistan, in cui da sotto Palazzo Chigi i Cobas, con pochi cani sciolti e qualche nicchia di incorruttibili coerenti, strappavano agli ex-pacifisti dell’integralismo nonviolento, di partito o movimento, l’oscena foglia di fico dell’assalto agli afghani mascherato da “riduzione del danno”. A proposito, fichi dell’opposizione interna del PRC, donna Menaguerra, marciatore Flavio Lotti, cattolici a propulsione d’acqua santa, dov’è la celebrata “commissione parlamentare di monitoraggio” sulla guerra, dov’è il taglio degli effettivi, dov’è l’impegno civile sul quale sbavano le voraci ONG del viceministro Patrizia Sentinelli, dov’è la exit strategy che doveva partire la mattina dopo?

La bombarda dei Balcani, Massimo D’Alema, se ne torna dal vertice di Riga, durante il quale si sono incorporati nell’alleanza guerrafondaia a firma Usa (contraddizioni interimperialistiche, Radio Città Aperta?) alcuni nuovi mafiostatarelli usciti dal “gulag continentale sovietico”, e delizia il governo amico e i suoi sostenitori costi quel che costi con la novella dell’ulteriore impegno ad “allargare” la Nato e potenziare la sua capacità di proiezione in chiave planeticida. Tronfio come un tacchino, alitato dalle bandiere al vento dei veri narcoterroristi UCK, si vanta di aver anticipato tutto questo con la promozione e firma a Roma, in pieno macello balcanico, della prima rimessa a nuovo della Nato dopo la fine del Patto di Varsavia, con i panni dell’ intervento “a difesa degli interessi nazionali ovunque questi vengano minacciati”, fosse anche da uno sputo in faccia a Calderoli dalle parti di Timbuctu. E, tagliando la testa al toro del diritto internazionale, proclama la sua decisione di dare l’indipendenza alla democrazia progressista del Kosovo. Non fa in tempo a scambiare l’elmetto Nato con il grembiulino dell’amico di Montezemolo che, alla conventicola degli “Italianieuropei”, sigilla un “patto tra le forze sociali” (banca, impresa e governo) che in questi termini viene illustrato da due aderenti. Alessandro Profumo, banchiere, AD di Unicredit, nel resoconto de “L’Unità” (4/12/06): “Ciò che ci sta a cuore sono prima di tutto i profitti. L’obiettivo delle banche è quello di creare valore per gli azionisti, noi non siamo un ente pubblico. Il nostro obiettivo non è aiutare il sistema (sic), a noi interessa un sistema che funziona meglio perchè ci fa guadagnare di più”. E, di rimando, il fratello D’Alema, di fresca vasellina da Fabio Fazio: “Dobbiamo lavorare per un nuovo patto tra le forze sociali (banca, impresa, governo). E’ una condizione necessaria per affrontare le nuove sfide del paese. Deve essere un patto per la crescita e la competitività. Lo Stato deve mettere qualcosa (sic) di suo e ci deve essere una impostazione sindacale che guarda alla produttività. Ci deve essere più flessibilità, più meritocrazia, meno precarietà (?)”. Berlusconi si mangia il fegato per la rabbia del decalogo rubato. La vicenda della proprietà intellettuale non è stata ancora sistemata a dovere. Fosse rimasto un brevetto suo e dei Chicago teocons, altro che solo Cobas in piazza. Ma questo è un governo amico.

Questi sono peggio, anche grazie a chi gli sta appresso.

Sono peggio, non tanto intrinsecamente perchè, dopottutto, sono solo degli epigoni scimmiottanti. L’originale funziona sempre meglio, checchè facciano napoletani e cinesi. Sono peggio perchè sanno addormentare e incitrullire, tra cooptazioni e prebende varie, chi ad altri avrebbe fatto vedere, per le stesse cose, i sorci verdi. E così hanno saputo far passare la piena partecipazione all’abominio anti-afghano come “intervento di pace”, trascinandosi dietro, con i rispettivi strapuntini e poltrone, pure i pseudo-recalcitranti antiguerra d’antan della minoranza PRC. E così ci hanno venduto una guerra da soluzione finale al popolo palestino-libanese e una difesa di Israele come intervento di interposizione. Interposizione ONU tutt’intera sulla pelle e sulle terre dei partigiani e della maggioranza libanesi, e pervicacemente impegnata a salvare la cadrega al quisling Fuad Siniora con i suoi alleati nazisti della Falange, sulla morte del cui massimo dirigente, Pierre Gemayel, per certa mano anti-araba, si è concionato in termini di “martire della democrazia”. Intanto andavano lietamente firmando accordo dopo accordo, militare, scientifico, economico, con quell’Israele che di accordi simili aveva saputo far buon uso incenerendo con le nuove armi organi e ossa di “terroristi” alti mezzo metro. E così hanno lasciato sull’altarino dei penati la legge 30, la legge Moratti, la legge Fini-Giovanardi, e tra questi cimeli hanno inserito il ticket sugli incidentati e accidentati, il Mose da Venezia rovinata, il TAV squarcia-Alpi, i 300 milioni alle scuole dei preti e speculatori, i 21 miliardi ai militari per andare ammazzando a rapinando in giro agli ordini del primo Stato canaglia del mondo, i quattro sberleffi a una Ricerca e a una scuola senza la quale questo paese può andare per lupini.

Ha le radici in questa maleodorante stagno lo scatenamento, tra il bisbetico e il fegatoso, contro i Cobas e contro una manifestazione palestinese che, bruciando bruciando, a dispetto dei giri di giostra di alcuni capintesta, affermava pur sempre il diritto dei palestinesi a fare di tutto per non sparire e il rifiuto di permettere a uno svergognato vittimismo di convenienza di coprire il razzismo genocida della cosca militare di Tel Aviv.

Da “Viva il Mose” di Rossanda al “picchia i russi” di Dakli ai “terroristi islamici” di Sgrena, la parabola del “manifesto”.

Il solco l’aveva tracciato Bertinotti, prima di convolare a nozze con le istituzioni dello Stato mafio-clerical-atlantico-capitalista da guerra. E quindi non ci interessa più di un manifesto del 1920 dell’ Amaro Ramazzotti. Vada il parvenu vippomane a giuggiolarsi tra la sua becera fauna e ci resti. Il “manifesto” – e spiace per le penne d’onore che vi sopravvivono e per il rapporto d’amore-delusione che ci lega tutti da decenni a questo foglio – pur obiettando qua e là, lo difende. A dispetto delle poche lettere di critica e, a volte, di stizzita rivolta, i responsabili del quotidiano non si sono mai posta la domanda che direttori ed editori tutti si fanno allorchè le vendite si raggrinzano: “perchè perdiamo lettori?”. Se se lo chiedono è per deviare su una causa esterna, i cattivi che li vorrebbero fuori dalle palle. In compenso rivendicano di meritare prezzi antiproletari all’edicola, donazioni con la frequenza di una gabella per il transito sul ponte, accorruomo a difesa della sua “diversità”. Noi vogliamo che il “manifesto” viva e prosperi, ma non ci stiamo se ci rifila a elevato prezzo, sotto la testattina “quotidiano comunista”, una micidiale subalternità alle bugie e alle malefatte del potere. “Diverso”, cari compagni, significa non consolidare con la vostra autorevolezza i pilastri sui quali si basa il malgoverno del paese e del mondo. “Diverso” non è riempire paginoni con chi, coda di paglia lunga fino a Langley, gratifica di “dietrologo paranoico” e di “psicopatico complottista” chi butta lo sguardo nelle voragini della versione ufficiale sull’11 settembre e su tutto il terrorismo “islamico”. “Diverso” non è confermare la bufala ufficiale e tacere le scoperte mai smentite sull’attentato del 9 novembre 2005 e dei 54 morti ad Amman che ci dicono come le vittime siano dirigenti e cittadini palestinesi e il mandante, non il fantomatico Al Zarkawi, ma una manina antipalestinese di chiara e provata identità. “Diverso” non è euforicamente chiamare, con la firma economica più autorevole del giornale, l’emissario di Soros e Goldman-Sachs, il privatizzatore pazzo e ora governatore di Bankitalia, Mario Draghi, “compagno di strada”. “Diverso” non è avallare l’ennesima montatura umanitaria, quella del Darfur, convalidando tutti gli strumenti propagandistici usciti dalla fucina di Langley – e corredati dal plauso di Ong e pacifisti – per spianare la strada al nuovo episodio della guerra “antiterrorista” sfasciapaesi. Tanto da fornire al Bertinotti-bonsai con la voce da Orietta Berti, Franco Giordano, quello strato di giornale che lo elevi, cappello da bersagliere in testa, a proclamatore dell’intervento in Darfur. Chissà che ne pensano lettori come i congiunti di coloro che ci hanno lasciato la pelle servendo Bush a Nassiriya, o di quei 150 iracheni che, fin nelle ambulanze, i “nostri ragazzi” hanno ivi “annichilito”. “Diverso” non è, ma è letale, accreditare con il prestigio di una Rossana Rossanda vuoi Zarkawi, Osama, Al Qaida, Moretti, vuoi il Mose di Venezia. Rifilare tali truffe del secolo a un popolo davvero di sinistra (anche se ormai ammutolito e a tastoni nel buio), allorchè questo popolo sente, più nelle viscere che nell’inchiostro del giornale, la verità su tutte le operazioni delle elites impegnate nella controrivoluzione antiproletaria mondiale.

“Diverso” non è fosforizzare i Cobas con ben dieci bombe in due giorni, perchè a un governo amico dei nemici dei precari (e della pace) hanno detto che è amico dei nemici dei precari. Potrei continuare per dolorose ore: “diverso” non è rilanciare russofobicamente – copiando il migliore Paolo Guzzanti – lo spurgo di latrina cucinato da terroristi Cia contro un Putin, sempre più autonomo e dignitoso, con la megabufola di Polonio, Litvinenco, Scaramella (scusate la puzza), con la stessa tecnica dell’11 settembre, dell’assassino che grida “prendetelo”. E il discorso si appesantisce su Cecenia e Kosovo (quando non ne parla Tommaso De Francesco, cui però si dovrebbe estrarre dal linguaggio il compulsivo “contro” quando parla di “contropulizia etnica” e così rinsangua l’ormai anemica menzogna della “pulizia etnica” di Milosevic), dove si riesce israelianamente a invertire l’ordine dei fattori carnefice e vittima, cambiando radicalmente il risultato. E senza una volta approfondire l’aspetto geostrategico di quei luoghi, perfettamente sufficiente a individuare gli attori in campo. Restando nel campo cruciale della politica estera, nè “diverso” nè “comunista” è far fare i commenti sulle pulizie etniche israeliane a un criptosionista come Zvi Schuldiner, con il suo codazzo di intellettualoni israeliani specializzati nell’obnubilare torti e ragioni dicendosi equidistanti tra aggressori (“esagerati”) e aggrediti (“terroristi”). Sono illusionisti che mettono tutti, ammazzanti ed ammazzati , occupanti e occupati, sullo stesso piano e danno del “criminali” a Hezbollah, ripetendo – con tutto il “manifesto” – la patacca-trappola di hezbollah penetrati in Israele per sequestrare soldati di Tsahal, quando era successo il contrario. Non fanno molto “diverso” le acide e superficiali rimasticature di certe signore, perdutamente eurocentriche, su Iraq, Algeria, Afghanistan, basate sulla spasmodica esibizione di testimonianze della più bella acqua antislamica e di “società civile chic”. E altrettanto poco “diverso” e “comunista” è il dilagare esponenziale nelle sempre più brutte pagine del giornale dello tsunami informativo cattolico, Terre Des Hommes, Lettera22, tutto in chiave caritatevole, moderatina, assistenziale, euroindulgente, e “lungi da noi ogni lotta armata”. Che poi, più di qualsiasi sodale di segno giulianferrariano del debole intellettuale e discutibile personaggio, ci si sia impegnati nella difesa di Adriano Sofri, sorvolando su altri meno repellenti detenuti d’antan, senza mai neppure borbottare qualche riserva sulle sconcezze filosioniste e filoimperialiste del Nostro, è davvero poco “diverso”. Basta andarsi a leggere “il Foglio” o cartaccia analoga. Diversissimo è peraltro il “manifesto” nelle seconda metà del giornale, dove, perlopiù, ci si perde nella boscaglia inestricabile di iperspecialistiche astruserie letterarie, culturali, spettacolari che, ci scommetto la penna, risultano avvincenti o comprensibili a un 2% dei lettori e a uno 0,001% degli italiani e stanno all’interesse di un proletario come la nouvelle cuisine a quello di Nando.

Piccolo e non esaustivo florilegio, ma atto a trovare qualche attenuante ai reprobi che abbandonano questo “quotidiano comunista” e la rancorose risposte di Valentino Parlato a chi denuncia difetti di impostazione e carenze di verità.

Amici e compagni di un “manifesto” che resta irrinunciabile, non adagiatevi sul conforto che non c’è di meglio (almeno dopo l’autoaffondamento nel cassonetto della storia del giornale emiliofediano di Bertinotti). I lettori, soprattutto i lettori del vostro bacino, hanno ampia opportunità di documentarsi sui migliori siti e bollettini del mondo telematico dell’informazione vera. Quella che, ottusamente, qualcuno biasima come complottista. Come se non ci fossero complotti da smascherare in questo mondo di ladri. E di gente che da duemila anni cospira contro il 90% dell’umanità. Al “manifesto” si chiede perchè non contribuisca a smantellare le colonne di stereotipi, buonsenso, luoghi comuni e imposture che una classe dirigente criptohitleriana utilizza per imporre la sua dittatura alle menti, prima ancora che ai corpi. Chè, Giulietto Chiesa o Gianni Minà sono forse più fessi? O gli autori dello straordinario sito comedonchisciotte? Ci si dovrebbe essere abituati alle infinocchiature, dalla Donazione di Costantino all’Assunzione della Vergine, dalle armi di distruzione di massa dell’ottimo Saddam alla bufala dei dieci aerei da schiantare tra Londra e New York, svaporata, peraltro, ma servita a deviare lo sguardo atterrito del mondo dalla macelleria perpetrata da Israele a Qana e in tutto il Libano. Forse è solo questione di lento imborghesimento, di rendita di posizione, di mancanza di coraggio, di voglia di non guardare negli abissi, di restare al caldo. Perchè al “manifesto”, come a noi, non è mica inibito collegarsi alle fonti che raccontano e dimostrano un’altra realtà, quella radicalmente opposta e che nel “manifesto” ormai barluccica sempre più timida solo nei pezzi di mezza dozzina di compagni. Il 60 o 70% degli italiani ha disapprovato una spedizione nel Libano, con addosso quei caschi blù che dalla Corea ad oggi hanno condotto le più sconce operazioni belliche nell’interesse dell’imperialismo. Hanno ben visto, sotto quei caschi, l’elmetto atlantico, copiato pari pari da quello della Wehrmacht. Non c’è dubbio che quella percentuale contiene tutti i 25.000 lettori del “manifesto”. Il “manifesto”, invece, salvo San Stefano Chiarini, ha traccheggiato. Ed era un questione davvero dirimente. Ve ne accorgerete. In una situazione del genere, con le contraddizioni e i crimini che esplodono e il “manifesto” a reggere il tendone contro lo tsunami della verità, è comprensibile che si perdano lettori. E, comunque, che non se ne guadagnino.

Un relatore al riuscitissimo convegno sulla Palestina di “Infopal”, al Senato, l’ha messa giù bene. Ci sono due sequenze. La prima: informazione-comunicazione-conoscenza-coscienza-azione. L’altra: disinformazione-negazione-sconoscenza-incoscienza-inazione. Che prevalga la seconda forse è anche un po’ per colpa del “nostro giornale”. Gianni Vattimo, uno dei migliori tra noi, ha detto una cosa fulminante: “La classe politica oggi è una classe”. Tautologia? Macchè. E’ un’unica classe, a percorrere l’intero emiciclo, da Giordano a Mussolini. E fa lotta di classe contro tutti noi. Quella che non stiamo facendo noi, con mani e piedi legati dai bertisconi. Perchè ci raccontano balle.

Fulvio Grimaldi
Mondocane Fuorilinea
05.12.2006

Pubblicato da God

  • silviu

    Un GRANDE grazie a Grimaldi.
    Per tutto quello che ha scritto, soprattutto sui Cobas.
    Da uno che ha smesso di comprare (dopo 35 anni) il manifesto proprio per le ragioni che dice lui.: il giorno in cui ho trovato qui un articolo di Avnery che il manifesto ha rifiutato di pubblicare.
    Mi piacerebbe se volesse affrontare (qui nella nostra straziata italietta) il mondo no-profit e associazionismo. Pieno di arroganze, sopraffazioni e turpe (sì, turpe) ipocrisia.