Usa,“Dipinto” creato da un’Intelligenza Artificiale vince primo premio a mostra d’arte – Seconda Parte

Nella trasmutazione di tutti i valori in atto ai tempi del transumanesimo, anche l’arte subisce un vero e proprio capovolgimento di senso

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Di Alessia Vignali per ComeDonChisciotte.org

In quest’articolo, che continua il precedente e ne costituisce la seconda e ultima parte, ripercorrerò in maniera quasi nostalgica i significati e le finalità di quell’arte vera che nei secoli ci ha aiutato a vivere, ponendoli a confronto con i nuovi significati che s’intendono conferire a un’”arte” prodotta in un sistema economico dell’arte contemporanea già alienato, che vorrebbe equiparare la “creazione artistica” alle produzioni dell’Intelligenza Artificiale. Il caso di cronaca da cui scaturisce la riflessione è uno dei tanti, la vittoria del primo premio di un dipinto prodotto dalla IA denominata Jason Allen su descrizione verbale dell’artista Midjourney (per fortuna un apporto umano rimane) a un concorso d’arte indetto dalla Colorado State Fair.

Per alcuni la bellezza, che come abbiamo visto nasce dall’afflato amoroso che volendo far vivere l’altro celebra la vita, è in sé qualcosa per cui vale la pena esistere: non possiamo dimenticare la straordinaria lista che Woody Allen fa pronunciare al suo antieroe nel delizioso film “Manhattan”.

Beh, ci sono certe cose per cui valga la pena di vivere. Per esempio … il vecchio Groucho Marx per dirne una e… Joe Di Maggio e… il secondo movimento della sinfonia Jupiter e… Louis Armstrong, l’incisione di Potato Head Blues e… i film svedesi naturalmente… L’educazione sentimentale di Flaubert… Marlon Brando, Frank Sinatra… quelle incredibili mele e pere dipinte da Cézanne, i granchi da Sam Wo… il viso di Tracy… .

La vita come fatto estetico, a quanto pare, sarebbe per il nostro più che degna d’essere vissuta e non sembra esservi alcunché di superficiale, in questo. I simboli che scegliamo per dirci o rivelarci a noi stessi sono, infatti, oggetti estetici evocativi e trasformativi che, come afferma lo psicoanalista americano contemporaneo Christopher Bollas, hanno il potere di condurci altrove, cambiare il nostro stato d’animo, generare trasformazione; la scelta di un oggetto estetico è specifica di un’articolazione potenziale dell’esperienza del Sé che ci conferisce identità.

L’integrità formale dell’oggetto che scegliamo per dirci al mondo attraverso un idioma d’oggetti trascelti lo rende, in piccola parte, irriducibile alla nostra opera completamente soggettiva d’identificazione in esso. Dunque, potremo riemergere dall’identificazione con esso avendo introiettato attributi e significati nuovi, che coloreranno ed allargheranno la nostra identità, assieme alla nostra capacità espressiva della stessa. E’ efficacissimo Bollas quando ci parla della nostra disponibilità all’incontro con un oggetto evocativo: sogni confusi si agitano dentro di noi senza che sappiamo davvero che cosa stiamo cercando, si muovono in noi “pensieri parziali, immagini incomplete, frammenti di dialoghi, ricordi, presenze attive non ricordate, stati sessuali, anticipazioni, impulsi, esigenze ignote eppure attuali, intenzioni vaghe, lucidità mentali effimere, azioni parziali non vissute” (Christopher Bollas, “Essere un carattere”).

Mossi come da un enigma, cerchiamo senza saperlo un’esperienza che ci restituisca qualcosa d’importante su di noi. Quando avviene il fortunato incontro con un oggetto d’arte vera, abbiamo la possibilità di usare l’opera per impegnarci in un profondo lavoro inconscio, un lavoro che ci consenta di esperire e articolare qualcosa del nostro Sé.

“Un giorno è uno spazio dell’articolazione potenziale del mio idioma. Scelgo oggetti per spargere il mio idioma oppure no? Per esempio, leggo un romanzo che non mi piace, ma penso debba essere letto – ma con il quale non arriverò al mio essere – oppure scelgo un romanzo che mi piace, in cui posso lasciarmi cadere, perdendomi in esperienza multiple del Sé e degli altri? Cosa succede se non so intuitivamente quale oggetto mi è utile? Se non lo so, è probabile che la mia giornata sia un’occasione perduta o vuota.”

Lo dimentichiamo spesso: ogni giornata è per noi spazio potenziale, occasione irripetibile per sperimentarci e pensarci godendo di noi.

La scelta di opere d’arte significativa dovrebbe dunque, coerentemente con questa osservazione, rispondere a un’”ecologia” delle scelte che tuteli il nostro uso dell’”occasione vita”. Potremmo allora ribellarci, sollecitava il maestro Franco Battiato, alle “immondizie musicali“ che ci ammorbano, così come alle varie forme d’arte vuota che ci perseguitano.

L’arte vera non è, dunque, solo “luxe, calme et volupté”: l’artista deve cioè essere così folle da regredire a dimensioni per noi dimenticate che consentono una rinominazione del mondo, una sua visione aurorale che lo faccia apparire come mai visto… ma egli dev’essere anche così forte da introdurre la visione della verità che ha contattato in una forma che la “addomestichi” e la racconti nella bellezza.

Quest’operazione attiene a uno dei periodi più primitivi della formazione della coscienza, allorquando le categorie per la discriminazione e la collocazione in un sistema di conoscenza delle cose del mondo non si erano ancora formate, e le cose stesse non erano per noi che ammassi mutimodali di frammenti d’esperienza categorizzabili in modi differenti da quelli che conosciamo. Come un delfino, l’artista sa immergersi e uscire da questa dimensione d’assoluta creatività in cui vede e crea oggetti nuovi mai visti né uditi per portarceli in dono; un dono grandissimo, per ottenere il quale si mette a repentaglio ogni volta. E’ d’ogni volta, infatti, l’angoscia della sfida al non conosciuto e al non ancora pensato.

I poeti, dice Galimberti, sono (come gli artisti in generale, n.d.a.) i più arrischianti: “creano sul momento le parole che nominano le situazioni e le cose, non ne dispongono prima, non ne hanno, come gli aventi diritto – di – parola, di già confezionate. I poeti camminano accanto alle situazioni e alle cose, e nel loro incedere c’è lo stile del viandante, non quello del topografo che delimita spazi e misura percorsi… La direzione scaturisce da ogni incontro, perché ogni incontro dispiega, in ogni uomo, l’uomo” (da “Idee: il catalogo è questo”).

L’artista attraversa densi strati d’esperienza psichica, tutta la sua memoria e la sua identità, i ricordi di copertura e le simbolizzazioni attuali condensandone la punta più folle, disperata e pregna di bellezza in una forma: il dito dell’uomo cerca Dio, Dio cerca la sua creatura.

Mentre fa questo, l’opera d’arte “legge” il fruitore rivelandogli quelle personalissime e universali verità che a volte teme persino di cercare, essendo le parti più creative di lui speso protette dalla coltre della rimozione. Ma questa comunicazione profonda tra uomo e uomo, tanto potente da attraversare i secoli, ha luogo soltanto se attraversa due mondi viventi, nell’affratellarsi delle loro esperienze soggettive pregne d’emozionalità sui temi della passione, della sofferenza, del senso della vita.

Quale comunicazione, quali verità sulle passioni che muovono l’universo può provenire da una macchina che, per definizione e sinanche vantaggio per il suo ottimale funzionamento, non ha emozioni? Essa non attraversa alcuna delle stratificazioni che compongono un mondo psichico, non c’è profondità nel lavoro che nemmeno possiamo dire “produca”, ma “emette”.

Il bel dipinto prodotto per la competizione di Chicago è purtroppo completamente falso e racconta falsità: la gioia che esprime non è stata mai provata, è un copiaincolla campionato, svuotato, irriconoscibile delle gioie di artisti che vissero un tempo.

In realtà, questo fatto di cronaca ci attrae tanto non solo perché inorgoglisce la nostra hybris di “novelle divinità” capaci d’aver prodotto figli sintetici in grado di far arte… ma forse anche perché metaforizza i sé vuoti che stiamo diventando: in difficoltà di fronte alla produzione di contenuti nostri, “Sé trasmissivi”, com’ebbe e definirci il citato Bollas, capaci di trasmettere contenti altrui attraverso i social e conversazioni “cut and paste”. L’”opera bella” è dunque una mera immagine, un simulacro che mente al mondo come noi stessi spesso mentiamo, vuoti avatar di persone vere persi dietro l’immagine pixellata di noi da dare in pasto al pubblico.

E’ in gioco lo statuto stesso dell’arte, il suo significato per noi umani: se cominciamo a chiamare “arte” – come peraltro da decenni già facciamo riguardo a un’arte spesso falsa prodotta dagli umani – qualcosa che non proviene da alcun tormento, da alcuna reale elaborazione e non ha messaggio alcuno di verità, introdurremo nel linguaggio una pericolosa distorsione. La neolingua magmatica del nuovo ordine mondiale si approprierà dunque di un ambito tra i più alti, la cui valenza salvifica per l’uomo è massima, per farlo scomparire.

Si comincerà a pensare che sia arte qualcosa che non ha dentro nulla, si comincerà ad apprezzare e a cercare l’arte falsa in luogo di quella vera. Questa tendenza c’è sempre stata, nell’umanità: il preferire la strada veloce del decorativismo a quella del conflitto risolto, che richiede lavoro anche nell’osservatore, è strategia perversa che dà sempre un certo gusto e un sollievo perverso sia nell’”artista” che nel fruitore, poiché risparmia ad essi la fatica e li fa irridere la “via lunga”, quella dell’autentica generatività. Abbacinati dall’arte falsa, rideremo a crepapelle come Lucifero che invidia a Dio la creazione, insomma. Ma vivremo in un inferno vuoto.

Sarà allora difficile pensarla come Freud, quando ammise che ben prima e più velocemente di lui i grandi artisti erano giunti a intendere i segreti della mente umana.

Di Alessia Vignali per ComeDonChisciotte.org

FINE SECONDA E ULTIMA PARTE  – 2/2

QUI LA PRIMA PARTE

Alessia Vignali, psicologa, psicoterapeuta, psicoanalista e giornalista

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