Unipolarismo vs Multipolarismo: apocalisse in arrivo?

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Di Alessandro Fanetti per ComeDonChisciotte.org

Pochi giorni fa mi è capitato di rivedere il cartone animato “Asterix e il Regno degli Dei”, basato sugli immortali scritti e disegni di René Goscinny e Albert Uderzo. Le similitudini con ciò che abbiamo vissuto (e stiamo vivendo) dalla nascita del “momento unipolare” in avanti sono perfette e, nella loro semplicità, danno tutta una serie di spunti di riflessione per chiunque ne sia interessato.

Talvolta, in mezzo ad analisi, documentari, interviste e quant’altro di questo genere, un qualcosa di più leggero ma altrettanto significativo può essere utile per ampliare la platea di persone che cercano di comprendere il nostro “tempo geopolitico”. Dunque, è possibile affermare che la caduta del Muro di Berlino e la successiva dissoluzione dell’URSS hanno portato alla nascita del periodo unipolare. Anni nei quali il trionfo del liberalismo sembrava aver condotto alla “fine della storia”. O almeno questo è quello che in e l’occidente hanno cercato di far credere.

Un mondo dove i valori di stampo liberale avevano preso il sopravvento. Erano diventati “universali” e indiscutibili. Anni nei quali l’esportazione della democrazia e gli interventi umanitari “a favore” delle popolazioni che li subivano venivano considerati salvifici. Ben al di fuori del Diritto Internazionale e/o comunque con interpretazioni ultra-estensive e di comodo delle decisioni prese dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (vedi caso Libia).

Considerati salvifici sì, ma ahimè solamente dai mittenti e non dai destinatari. Dall’Iraq alla Jugoslavia, solo per citarne alcuni, si è così ricreato un movimento popolare e di governi ostili a ciò che l’asse euratlantico propugnava verbalmente e spesso metteva in pratica concretamente. Un movimento non uniforme e pienamente compatto ma che ha nell’ “idea multipolare” e nell’ostilità all’unipolarismo guidato dagli USA il suo collante.

Dall’America Latina all’Asia, dall’Africa all’Oceania, movimenti popolari e cambiamenti politici stanno sconvolgendo lo status quo, creando cambiamenti significativi ai quattro angoli del globo.

Solo per citarne alcuni:

  • Rinvigorimento dei BRICS, con Paesi che fanno la fila per aderirvi.
  • Disallineamento dell’Arabia Saudita dalla “fu” granitica alleanza con Washington.
  • Stravolgimento della posizione francese in Africa, con l’espulsione dei contingenti militari di Parigi dal Mali e dal Burkina Faso (il Niger sarà il prossimo?).
  • Rinvigorimento dell’ALBA – TCP in America Latina & Caraibi, insieme al costante sviluppo della CELAC.
  • Costituzione di assi “inediti” (ma non troppo) e sorti proprio in ottica multipolare, come il rafforzamento negli ultimi anni delle relazioni iraniane in
  • America Latina (in particolar modo con il Venezuela).
  • Riposizionamento politico delle Isole Salomone in Oceania attraverso la stipula di un accordo con la Cina (in chiara funzione antioccidentale).

A guidare questo tentativo di cambiamento epocale e a fare da “faro multipolare” ci sono la Russia e la Cina, le quali pochi anni fa hanno sottoscritto una “partnership senza limiti” e anche oggi proseguono la loro profonda collaborazione nonostante le pressioni occidentali e il conflitto in Ucraina. Proprio quest’ultimo è da considerarsi come la chiave di volta di questi cambiamenti, il pulsante che una volta premuto ha scatenato un’accelerazione decisiva al tentativo di modifica del panorama geopolitico globale e allo scontro unipolarismo vs multipolarismo (fino a questo momento sviluppatisi invece in modo più lento e meno diretto).

Scontro fra difensori dell’unipolarismo vs promotori del multipolarismo che si sta vedendo in vari contesti, fra i quali:

  • Continui interventi di Israele in Siria e Iran per limitare l’influenza di Teheran nella regione ed impedirgli di sviluppare un programma nucleare. Interventi sempre più massicci e decisi (come quello con droni del 28 gennaio 2023).(1) Alto rischio di espansione del conflitto, almeno a livello regionale.
  • Continue tensioni fra Taiwan e Repubblica Popolare Cinese, con l’isola ribelle fortemente sostenuta dagli USA. Rischio altissimo di conflitto in quella zona, con probabile intervento esterno al momento dell’utilizzo delle armi. Per dirla con il pensiero del Generale Michael Minihan della US Air Force (rese pubbliche il 28 gennaio), riportate fra gli altri da MercoPress:

Il generale dell’aeronautica statunitense Michael Minihan ha scritto in un promemoria interno reso pubblico che prevedeva uno scontro armato con la Cina entro il 2025. Il capo dell’Air Mobility Command ha predetto che la Cina avrebbe invaso Taiwan nel 2025 usando le elezioni presidenziali del 2024 a Taiwan e negli Stati Uniti rispettivamente come scusa e distrazione.Il mio istinto mi dice che combatteremo nel 2025”, ha scritto il generale. Il presidente cinese Xi Jinping “ha garantito il suo terzo mandato e ha fissato il suo consiglio di guerra nell’ottobre 2022. Taiwan terrà le elezioni presidenziali nel 2024, il che darà una ragione a Xi. Gli Stati Uniti terranno le elezioni presidenziali nel 2024, che daranno a Xi un’America distratta. La squadra, le ragioni e le opportunità di Xi saranno in armonia entro il 2025”, ha dichiarato Minihan. Il generale a quattro stelle ha anche detto ai suoi subordinati di allenarsi in modo più aggressivo e di occuparsi dei loro problemi legali personali. […] Nel frattempo, una portavoce dell’AMC ha confermato l’autenticità del promemoria di Minihan: “Il suo ordine si basa sugli sforzi fondamentali dell’Air Mobility Command dello scorso anno per preparare le forze di mobilità aerea per un futuro conflitto se la deterrenza fallisce.”(2)

Ma è appunto il conflitto in Ucraina che ha scoperto le carte, che ha obbligato il mondo a schierarsi da una parte o dall’altra (chi in maniera più decisa e chi meno, ma comunque certamente in modo più lampante rispetto al pre – 24 febbraio 2022).

A tal proposito, il voto di marzo 2022 all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sull’intervento russo in Ucraina è stato molto significativo:

  • 141 Paesi che hanno condannato la Russia.
  • 5 contrari.
  • 35 astenuti (fra i quali l’India e la Cina, che in 2 fanno circa il 40% della popolazione globale).(3)

L’importanza che ha e i rischi che il conflitto in Ucraina comporta sono dunque sotto gli occhi di tutti: esso non è, appunto, solamente uno scontro fra due Paesi ma riguarda anche modelli di sviluppo, visioni geopolitiche opposte e alleanze internazionali contrapposte.
Un conflitto che dunque non si limita a interessare le parti direttamente coinvolte ma abbraccia interessi e visioni del mondo che hanno l’intero globo come confine.

Per dirla con le parole di Aleksandr Dugin (molto vicine al pensiero dell’élite politica russa):

“[…] L’Occidente si aggrappa al sogno impossibile dell’egemonia. Il conflitto in Ucraina è la “prima guerra multipolare” del mondo, in cui la Russia sta combattendo per il diritto di ogni civiltà a scegliere il proprio cammino, mentre l’Occidente vuole mantenere il suo globalismo egemonico totalitario […]. Il multipolarismo non è contro l’Occidente in quanto tale ma contro la pretesa di esso di essere il modello, di essere l’esempio unico della storia e della comprensione umana […].

Quando l’Unione Sovietica si era autodistrutta nel dicembre 1991, aveva lasciato alla “civiltà liberale occidentale globale” il controllo del mondo. Questo egemone si sta ora rifiutando di accettare il futuro in cui sarebbe non uno dei due, ma uno dei pochi poli messo al suo giusto posto come solo una parte, non il tutto, dell’umanità […].

(Oggi) l’Occidente è “puro liberalismo totalitario” che pretende di avere la verità assoluta e cerca di imporla a tutti. C’è un razzismo intrinseco nel liberalismo occidentale perché esso identifica l’esperienza storica, politica, culturale occidentale [come] universale […]. Nel multipolarismo non esiste nulla di universale e ogni civiltà può e deve sviluppare i propri valori. In particolare, la Russia ha bisogno di superare secoli di dominio ideologico occidentale e di creare qualcosa di nuovo, fresco, creativo che tuttavia si opponga direttamente all’egemonia liberale occidentale, alla società aperta, all’individualismo, alla democrazia liberale[…].”(4)

Uno scontro che, dunque, garantirà un pre e un post conflitto in Ucraina.

Il mondo non è e non sarà più lo stesso, in quanto si stanno scontrando visioni del mondo contrapposte con attori che non hanno la possibilità (anche volendolo) di tornare allo status pregresso senza stravolgimenti in un senso o nell’altro.

Una situazione esplosiva, dunque, che può finire realmente e a lungo termine solamente in due modi:

  • Un accordo che non contempli un semplice cessate il fuoco Russia – Ucraina ma che sia ampio e comprendente tutte le potenze globali. La soluzione certamente più auspicabile. Semplificando, un nuovo Congresso di Vienna. Ovviamente attualizzato ai giorni nostri.
  • Uno scontro diretto fra Potenze che rischierebbe di portare alla catastrofe nucleare.
    Per dirla con le parole pronunciate nel 2015 (e oggi più che mai attuali) da un grande analista di nome Giulietto Chiesa:

“[…] Sono fortemente inquieto perché penso che siamo alla vigilia della guerra, di una grande guerra. Quello che sta accadendo sotto i nostri occhi è l’inizio della terza guerra mondiale. […]. Possiamo fermare la guerra? Forse. Ma credo che ci siano delle ragioni molto pressanti perché questa guerra si sta facendo, si sta preparando sotto i nostri occhi e che la probabilità che si compia è molto più alta di quella che non si faccia. Ci troviamo in un grande pericolo. […] La crisi dell’Ucraina è l’inizio dell’offensiva degli Stati Uniti d’America e dell’Europa […].”(5)

In conclusione, dunque, è realisticamente impossibile prevedere al 100% se una guerra diretta fra potenze nucleari scoppierà davvero.

Lo scontro fra chi difende l’ordine unipolare e chi promuove quello multipolare è fra giganti (in termini economici, culturali, militari, politici e sociali) e avventurarsi in certezze sarebbe sbagliato e fuorviante.

È possibile però affermare che le tante crisi drammatiche e pericolosissime che si sono e si stanno sviluppando in giro per il mondo (e che vedono la partecipazione delle potenze nucleari) non lasciano ben sperare in un futuro di sicurezza, pace e prosperità per tutti i popoli del pianeta.

Le continue escalation che stiamo vivendo, in primis quella in Ucraina, non lasciano spazio ad una Politica e a una Diplomazia in grado di provare a risolvere le differenti vedute in modo sostanzialmente pacifico.

E le crisi non militari ma dovute ad un sistema redistributivo e di ricchezza inadeguato sono anch’esse all’ordine del giorno ed esacerbano la situazione.
Il tutto condito da una sostanziale incomunicabilità fra i principali attori geopolitici in competizione.

“Che fare?”

direbbe dunque il Padre della Rivoluzione d’Ottobre anche a distanza di più i 100 anni dal suo scritto originale.

Urge un ripensamento completo dell’architettura geopolitica globale che ha retto le sorti del mondo nel post Guerra Fredda, venendo anche incontro alle richieste e alle aspettative dei nuovi attori che nel frattempo sono “usciti dal letargo”. L’America Latina e i suoi popoli non sono più quelli della Dottrina Monroe, la Cina non è più quella dei “Trattati ineguali”, i popoli africani non sono più quelli della colonizzazione ottocentesca e l’Asia centrale non è più solamente quella del periodo sovietico.

Il mondo sta cambiando e l’élite politica deve comprenderlo, sedendosi quanto prima a un tavolo per discutere nuove e più condivise regole del gioco.

L’altra faccia della stessa medaglia è coperta dai popoli del mondo, i quali devono spingere per un cambiamento positivo delle relazioni internazionali e per la creazione di un sistema scevro da diseguaglianze scandalose come quelle odierne. Per dirla con le parole di Papa Francesco:

“È necessario mobilitare tutte le conoscenze (e le coscienze) […] per superare la miseria, la povertà e le nuove schiavitù, nonché per evitare le guerre.” (6)

Di Alessandro Fanetti per ComeDonChisciotte.org

01.02.2023

Alessandro Fanetti, studioso di geopolitica e relazioni internazionali, autore del libro Russia: alla ricerca della potenza perduta (Edizioni Eiffel, 2021).

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