Ucciso il vincitore della vera guerra al terrorismo – SOLEIMANI, IL CHE GUEVARA DEL MEDIORIENTE – Cosa c’entra Gianluigi Paragone? C’entra, c’entra. Come ci dimostra Alessandro Di Battista

DI FULVIO GRIMALDI

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Guerra AL terrorismo? Guerra DEL terrorismo!

Il generale Qassem Soleimani è stato assassinato il 2 gennaio 2020 a Baghdad da un drone statunitense. Insieme a lui sono cadute altre 8 persone, tra cui il dirigente delle Forze di Mobilitazione Popolare irachene (Haashd al-Shaabi), Abu Mahdi al-Muhandis. E’ l’ennesimo atto di guerra illegale, di aggressione ai termini di Norimberga, diventato la costante della politica estera Usa.

Qassem Soleimani, comandante della Brigata “Al Quds” (Gerusalemme) delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, era nato nel 1957 da una famiglia di contadini nel villaggio montagnoso di Rabord, nella provincia di Kerman, vicino alle montagne dell’Afghanistan. Lo hanno assassinato coloro che, dal 2001, 11 settembre, nel nome della “Guerra al terrorismo”, terrorizzano il mondo intero con una serie di guerre terroristiche contro paesi e popoli che non si sono mai sognati di attaccarli, di cui non si vede né la fine, né l’ombra di una vittoria americana e Nato. Autentico difensore di popoli, sul piano militare era paragonato al maresciallo Zukov, vincitore di Hitler, o a Rommel, da Hitler assassinato.

Qassem Soleimani era la mente e il braccio strategici dell’Iran contro gli aggressori dell’Iran e dell’intero Medioriente. Primo consigliere della Guida Suprema, Ali Khamenei, era politicamente vicinissimo a Mahmud Ahmadinejad, l’ex-presidente amato dal popolo per la sua sensibilità sociale e l’irriducibile antimperialismo, grande amico di Hugo Chavez. Il suo successore, Hassan Rouhani, firmatario dell’accordo capestro con cui Obama costrinse l’Iran a smantellare la sua industria nucleare mirata a fini clinici ed energetici, trattato poi rinnegato da Trump, nel 2013 era invece stato eletto, nell’infausta divisione del campo radicale, dallo schieramento di destra, sostenuto dall’alta borghesia di Tehran.

In Iran, da Ahmadinejad, sul fronte di Soleimani

Quando, durante il secondo mandato di Ahmadinejad, per girare un documentario conobbi in profondità il meraviglioso paese e il suo popolo cordiale e sereno, a smentita assoluta delle descrizioni calunniose che se ne fanno da noi per compiacerne i nemici, nostri padroni, capitai nelle innevate montagne al confine con l’Afghanistan. Era la zona dove Soleimani era nato ed era presidiata da unità militari in quella fase da lui comandate. Si trattava della guerra ai trafficanti afghani di oppio ed eroina che, sotto la supervisione degli occupanti Usa, grandi promotori della produzione di droga, provavano a infiltrare in Iran stupefacenti. Operazione che, per i contrabbandieri significava enormi profitti, per gli americani la destabilizzazione sanitaria e sociale del paese disobbediente e già minato dalle loro feroci sanzioni.

Quando in un avamposto vidi appeso il poster del Che Guevara, immagine del resto diffusa in tutto il Medioriente e chiesi ai soldati di parlarmene, mi fu risposto: “Il nostro Che Guevara è il generale Qassem! E tale il comandante dei Pasdaran si dimostrò anche in Siria e in Iraq, nell’addestrare e guidare le milizie popolare, Hezbollah e altre, miste scite e sunnite, tutte animate da un fortissimo sentimento patriottico ed unitario. E sono stati tale addestramento e tali motivazioni a farne la forza risolutiva nella sconfitta dell’Isis a Mosul e poi in tutto l’Iraq, e nella cacciata di Daesh e delle varie formazioni Al Qaida dalla maggior parte della Siria.

Iraq dell’Iran o degli iracheni?

Ora la belluina stampa occidentale abbaierà con più forza contro un Iraq che, grazie anche al comandante delle sue milizie popolari, si starebbe facendo longa manus dell’Iran. A prescindere dal fatto che ciò favorirebbe meglio l’autodeterminazione della nazione, che non l’occupazione e il tiranneggiamento statunitensi, con i saccheggi delle risorse petrolifere che comporta, Qassem Soleimani non ha fatto altro che assolvere a quella che un tempo si chiamava solidarietà internazionalista con un popolo aggredito. Sui manifestanti che hanno invaso l’ambasciata Usa sventolavano appaiati la bandiera nazionale irachena, sempre quella di Saddam, e i vessilli degli Hezbollah e di altre brigate patriottiche.

Innumerevoli, evidenziate in video, foto, documenti e testimonianze, sono state le prove fornite dalle unità di Soleimani e dagli eserciti iracheno e siriano, sulla collaborazione di Stati Uniti e Nato con le orde dei jihadisti: armamenti, rifornimenti di ogni genere da aerei, intelligence, evacuazione da situazioni compromesse, come a Raqqa e Mosul. Oltre alle note e documentate attività di finanziamento, addestramento e fornitura di armi, nei paesi vicini, Turchia, Arabia Saudita, Giordania, supervisionati dagli Usa.

Tale era la popolarità, oltre che la forza militare, delle milizie volontarie guidate da Soleimani che, in Iraq, poterono esercitare una fortissima pressione sui successivi governi che, installati con il beneplacito di Washington, gradualmente assunsero posizioni sempre più ostili all’occupante e alle migliaia di militari e mezzi tuttora nel paese. Quando Trump trasferì dalla Siria truppe in Iraq, accadde l’inverosimile: il Parlamento iracheno compatto chiese agli Stati Uniti di togliere il disturbo.

Se l’attacco dei manifestanti iracheni all’ambasciata statunitense di Baghdad, la penetrazione nella blindatissima Zona Verde e l’incendio di parti della rappresentanza diplomatica vengono da Washington e dai suoi corifei nostrani portati a pretesto della strage in cui è perito Soleimani, il movente è un altro. Il generale iraniano e i combattenti iracheni hanno una volta di più negato che intrighi e complotti antinazionali e imperialisti prevalessero. Soprattutto – ed è questo che ha ridato coscienza e orgoglio nazionali agli iracheni – hanno sconfitto il possente mercenariato Isis-Al Qaida a cui gli Usa e l’Occidente tutto avevano dato il mandato di completare l’annientamento di due nazioni: Siria e Iraq. Il drone della strage di Baghdad era il portatore di questa vendetta.

Vendetta per aver sconfitto i mercenari Usa

Da anni sorrido al mantra di Giulietto Chiesa che, dagli anni ’90, va annunciando l’imminente Armageddon, la guerra mondiale, magari atomica, a giorni. Non ho mai capito se si trattasse di autentico timore, traveggole, o di qualcosa di strumentale. In ogni caso, come si vedeva allora e come s’è visto poi, tale conflagrazione globale non si prospettava per niente. C’erano e ci sono le sette guerre di Bush e poi di Obama, ma restano confinate nelle regioni da ricuperare al colonialismo. Oggi è tutto il coro degli strepitoni mediatici che intravvede bagliori di apocalisse all’orizzonte. Ovviamente, mica tanto per l’irriducibile bellicosità dell’apparato militar-industriale Usa, il Deep State e il suo Partito Democratico, quanto per un “Iran irresponsabile” che promette risposte. Senza la quale risposta, che io penso verrà comunque calmierata da Mosca, il paese perderebbe credibilità, sia all’interno, sia in tutta la regione, nel mondo arabo, nell’Islam di cui è il simbolo del riscatto. Magari sbaglio. Le 50 atomiche che Washington sposterebbe dalla base turca di Incirlik a Ghedi (BS) e che, nell’abietto servilismo della classe politica, si aggiungono alle altre 70-90 già nel nostro paese, non sono un buon auspicio.

Quanto alle dinamiche che hanno prodotto l’attentato terroristico di Baghdad, personalmente ritengo che sia stato ancora lo Stato Profondo Usa a prendere la mano all’eternamente traccheggiante Trump. Nel riferirsi alla matrice dell’operazione tutti accennano a Pompeo, segretario di Stato, a Mark Esper, ministro della Difesa, entrambi neocon, e al Pentagono. Il Trump che dilaga sui social per ogni mosca che vola, il Trump che aveva legato le sue speranze di secondo mandato alla distensione con Putin, con i nordcoreani e che non si decideva mai sull’attacco all’Iran, preteso anche da Netaniahu, su Facebook si era limitato a pubblicare la bandiera statunitense. Troppo poco per un tweeter maniacale e un successone militare del genere.

Luigi Paragone, Qassem Suleimani e omini, ominicchi e quaquaraquà

Nel titolo ho avvicinato Gianluigi Paragone, deputato 5Stelle, espulso dal Movimento, a Qassem Soleimani, nientemeno. Raffronto indubbiamente azzardato. Ma, si parva licet componere magnis, cosa che, quando si va per simboli, si può, provo a dimostrare che nel piccolo si rispecchia il grande e viceversa. Sia l’ambito della nostra miserevole repubblica, sia quello dell’assassinio di Soleimani inseriti nel quadro di un conflitto mondiale, fanno parte dell’ambito umano. E qui che, ci si trovi bimbetti nel nido, o generali, o presidenti, o manager, possiamo avere, nelle parole di Sciascia, omini, ominicchi e quaquaraquà.

E su questo piano abbiamo un uomo, Soleimani, un ominicchio, Trump, e tanti quaquaraquà, tutti i media e i politici (il patetico capoleghista in testa) che rovesciano la frittata e cianciano dell’assassinio di un uomo, di un grande uomo, di un uomo umano, come della rimozione di una minaccia. E abbiamo un uomo, Paragone, un ominicchio, Di Maio e i quaquaraquà da poltrona, sedia e strapuntino che, con l’osso in bocca, abbaiano contro colui che “non è stato alle regole”.

Siamo ad Antigone, a capocchia invocata per la mozza ONG di Soros, che sperona navi italiane. Paragone non ha obbedito alle regole che dovrebbero tenere a bada eventuali dissidenti del capo ominicchio, anche quando fa puttanate, o tradimenti di tutto ciò per cui è stato portato dove si trova e dove non merita minimamente di trovarsi. Paragone è stato alle regole che ha concordato con quella parte del popolo di uomini che lo ha votato. Non ha votato vergogne, le leggi imposta dagli avvoltoi UE e dai grassatori mafiopidini, repulsive a quel popolo e, perciò inevitabilmente a lui.

L’ho conosciuto da eccellente giornalista, competente come pochi su banche, finanza, manomorta europea e realizzatore della trasmissione “La Gabbia”, dove finalmente s’è visto qualche 5Stelle e si è tirato qualche schiaffazzo ai dominanti. Titolo appropriato, la Gabbia, se si pensa che spiccava in una rete, La7, dove informazione e analisi sono quelle di Gruber, Formigli, Floris, Giletti, Damilano, Zoro….. Senza dubbio uno dei più validi rappresentanti di quello che è stato – e spero sia tuttora – un autentico anelito al riscatto.

Non per nulla è uscito dal suo Grande Silenzio, Alessandro Di Battista: “Gianluigi è infinitamente più grillino di tanti che si professano tali. Non c’è mai stata una volta che non fossi d’accordo con lui”. Il 33% delle ultime politiche lo si deve a questi uomini e ai valori per la fedeltà a contro i quali un ominicchio senz’arte né parte si permette espulsioni. Sembra che ne abbia nel mirino un’altra trentina, di “uomini”.

Magari. Contiamo su di loro, su Paragone, su Di Battista, su Fioramonti, altro esempio di intelligenza e coerenza, dimessosi da ministro dell’Istruzione in opposizione all’eterna strategia dei padroni: rimbecillire i giovani italiani, tagliandogli fondi e conoscenza. Anche rendendoli obesi con le famigerate merendine e bevande zuccherine che un ministro, come non lo si era mai visto da quelle parti, voleva strappare agli intossicatori. Aspettiamo gli altri: Morra, Corrao, Lezzi, Lanutti, i tantissimi sul territorio. Non è più tempo di esitare. L’ominicchio, col vecchio guru uscito di senno, ha ridotto una galassia luminosa, il 33%, a pochi detriti stellari. Paragone, Di Battista, gli altri, i confusi, i persi per strada, tutto quello che non è né ominicchio, né quaquaraquà, riprendano il discorso, riaccendano le stelle spente dagli ominicchi e odiate dai quaquaraquà, ma ancora care al meglio di questa povera Italia.

 

Fulvio Grimaldi

Fonte: https://fulviogrimaldi.blogspot.com

Link: https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2020/01/ucciso-il-vincitore-della-vera-guerra.html

3.01.2020