SULLE FOIBE E ALTRO

SULLE FOIBE E ALTRO

DI FRANCO CARDINI

francocardini.net


Decisamente, la “distrazione” degli italiani a proposito della tragedia delle foibe è colpevole e indecorosa. Siamo all’ennesima riprova che, centocinquant’anni dopo l’unità, la nostra coscienza identitaria nazionale è poco più che all’Anno Zero. Il punto è pero questo: che fare? Sensibilizzare meglio l’opinione pubblica, a cominciare dai giovani? Vincere le residue e implicite reticenze di quanti (tantissimi) in passato hanno a lungo proclamato e sostenuto che il solo richiamare quella memoria era “propaganda fascista”? Organizzare magari delle gite scolastiche in Carso, così come abitualmente molti istituti fanno per i campi di sterminio nazisti?


Ecco, partiamo da qui: giornata della memoria sulla shoah, giornata del ricordo sulle foibe. Abbiamo accettato tranquillamente questa sorta di doppia celebrazione: e molti di noi mostrano, per quanto non lo dicano a chiare lettere, d’intendere questa scelta come qualcosa di bipartisan.Fino a poco tempo fa si sarebbe detto che ricordare la shoah soddisfaceva di più la sinistra, onorare le vittime delle foibe faceva più piacere alla destra. Ma oggi questi contorni politici, un tempo almeno in apparenza così chiari, si sono andati complicando e confondendo. Io credo che i cittadini di buoni sentimenti e di buona volontà vorrebbero in effetti che entrambi gli eventi fossero altrettanto presenti nella memoria e nella coscienza di tutti, pur essendo qualcosa di molto diverso tra loro

Ma proviamo ad andar oltre: ciascuno di noi guardi bene dentro la propria coscienza, fino a quegli angoletti sordidi e bui nei quali di solito si annidano i sentimenti dei quali noi stessi abbiamo paura e vergogna. Dimenticare è colpevole e vergognoso: ma siamo davvero del tutto in buona fede, quando ricordiamo? Dovremmo aver il coraggio di spingerci oltre: e di renderci ben conto che anche il ricordare può essere un dimenticare.

Il mondo è grande, il flusso della storia è immenso: abbiamo il sacrosanto diritto di aver a cuore anzitutto e soprattutto “i nostri”, la nostra famiglia, il nostro prossimo. Ma, dal momento che tale diritto ce l’abbiamo tutti, non dobbiamo né possiamo ormai trascurare nemmeno quello, sacrosanto, degli altri. Di tutti gli altri. Tale era del resto il senso originario della giornata della memoria del 27 gennaio, quando ne fu proposta l’istituzione; era il medesimo senso nel quale si erano mossi i giudici di Norimberga. Ricordare affinché queste cose non accadessero mai più a nessuno. A nessuno: non solo agli ebrei o ai giuliano-dalmati. Questo senso originario si è andato perdendo. Si è discettato e ci siamo accapigliati sulla “unicità” della shoah. Ci siamo dati all’odioso espediente della computisteria funebre, domandandoci chi avesse ammazzato più gente in senso assoluto o in proporzione all’ambiente e al momento in cui aveva agito: Hitler? Stalin? Pol Pot? I conquistadores? Genghiz Khan? I colonialisti europei in Asia e in Africa?



Ho guardato tutto il giorno la televisione, il 27 gennaio scorso. Vi assicuro che tutte le reti e tutti i canali hanno quasi ininterrottamente parlato della shoah. E’ un bene: non ne parleremo e non ce ne vergogneremo mai abbastanza. Ma guai e arciguai se anche per un istante solo pensassimo che la shoah serva a giustificare o a nascondere i poveri morti dei campi di Sabra e di Chatila o gli oltre mille palestinesi falcidiati a Gaza due anni fa nell’operazione che gli israeliani denominarono “piombo fuso”. Guai e arciguai se solo per un momento cedessimo alla tentazione di ritenere che la memoria delle foibe serva a nascondere le violenze e le infamie delle quali gli “italiani-brava-gente” e i loro alleati tedeschi e ustascia si resero responsabili tra ’40 e ’45 in Slovenia e Croazia.

Siamo tutti – nessuno escluso - corresponsabili dell’immenso dolore del mondo: e ciascuno di noi deve accollarsene la sua parte di colpa, compresi i silenzi, le dimenticanze, le viltà. Ciascuno di noi dovrebbe ormai imparare non tanto e non solo a elaborare il lutto dei torti subiti, ma anche a fare un pieno e completo esame di coscienza di quelli fatti subire agli altri. Nel marzo del 2000, papa Giovanni Paolo II ci dette una splendida lezione, con il documento Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato. Dissero ch’era l’ora che i cattolici ammettessero i delitti commessi. Ma quel documento era ben altro; era un esempio e un ammonimento. Tutti i popoli dovrebbero metterlo in pratica per quel che riguarda ciascuno di essi. Senza aspettare dagli altri il primo passo. Perché – come s’insegna o si dovrebbe insegnare ai bambini – quando si pretendono delle scuse dagli altri, bisogna cominciar a presentare le nostre per primi. Visto che ricorre il 150° dell’unità, diciamolo con chiarezza: quando noialtri italiani avremo fatto debita e onorevole ammenda dei “briganti” meridionali massacrati, dei libici fatti a pezzi nel 1911-12, degli obbrobri della conquista dell’Etiopia del 1935-36 (rileggete Canale Mussolini del “fasciocomunista” Pennacchi per rinfrescarvi la memoria) e delle carognate seminate a piene mani dai Balcani all’Albania alla Grecia durante la seconda guerra mondiale, allora potremo chiedere gli altri di fare altrettanto. E vedrete che risate, quando toccherà agli inglesi, ai francesi, agli americani, ai piccoli gloriosi popoli olandesi e al loro opulento passato coloniale. Pensate che esageri? Date un’occhiata alle oltre settecento documentatissime pagine dell’ Encyclopedia of genocide messo insieme da Israel W. Charny, Direttore generale dell’Istituto dell’Olocausto di Gerusalemme (edizione statunitense nel 1999; quella francese, della Privat di Tolosa, è del 2001; purtroppo ne manca una italiana) e a Le livre noir du colonialisme di Marc Ferro (Hachette 2003): poi ne riparliamo.



Del resto, basterebbe cominciare a essere una buona volta sul serio dei buoni europei. Ha senso che in Alto Adige/Sudtirol si continui ancora a litigare dopo oltre mezzo secolo di convivenza? Ha un senso, dopo tanti anni di comune cittadinanza europea, che ciascun paese continui a celebrare le sue gloriuzze conseguite in guerre fratricide tra europei? Non sarebbe bello, almeno da qui, cominciar a impiantare sul serio uno spirito di concordia europea?

Napoleone agì in modo esemplare a Parigi, cancellando l’infausto nome di Place de la Revolution attribuito alla piazza dove per troppi anni aveva lavorato la ghigliottina e sostituendolo con lo splendido nome di Place de la Concorde. E io, vecchio impenitente europeista, ho un sogno: che tutti i paesi d’Europa cancellino le loro piazze dedicate “alla vittoria”, ch’è sempre e comunque una vittoria contro compatrioti europei in guerre fratricide come quelle combattute dalla riforma del Cinquecento fino al 1945, e lo sostituiscano con la dedicazione “alla concordia europea”; in attesa di diventar tanto saggi da riuscir sul serio a celebrare la concordia umana e mondiale.


Franco Cardini

Fonte: www.francocardini.net

11.02.2011

Commenti (22)

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Mostra commenti 20 caricati
    1. Longoni 17 febbraio 2011

      "Ho guardato tutto il giorno la televisione, il 27 gennaio scorso. Vi assicuro che tutte le reti e tutti i canali hanno quasi ininterrottamente parlato della shoah. E’ un bene: non ne parleremo e non ce ne vergogneremo mai abbastanza." Io non mi vergogno affatto e ne ho abbastanza di questa ipocrisia della finta memoria selettiva. I fatti degli ultimi sessant'anni ci hanno dimostrato che la lezione della storia non è stata imparata per una precisa mancanza di volontà e la rievocazione in totale malafede dell'Olocausto è servita solo a "pulirsi" la coscienza, quando non serviva per giustificare i milioni di morti in Palestina negli ultimi 100 anni. Le foibe e l'Olocausto sono due fatti totalmente separati. L'associarli serve solo a dimenticare il primo per assorbirlo nel simbolo propagandistico del secondo.

    1. Longoni 17 febbraio 2011

      Grazie!!

    1. Sokratico 15 febbraio 2011

      Sono d'accordo con te, gli eventi sono vecchi. Non hanno diretta relazione con noi, oggi.



      Ma informati, non è 40 anni che si parla di queste cose, sono forse dieci anni. Da quando la nuova destra revisionista ha avuto necessità di "fare a pari" dicendo che anche a sinistra hanno fatto porcate.



      In questi senso, è importante capire veramente cosa è successo, proprio perchè vengono usati per manipolare la pubblica opinione ADESSO!



      Tutto il refrain Berlusconiano sui comunisti si regge su questa diffusa percezione, prodotta dai media berlusconiani ad hoc.


      E dunque, leggi Foucault, leggi Pasolini, leggi Ivan Illich, leggi Chomsky. Leggi, insomma.



      I problemi, che tu dici che bisogna risolvere, vanno prima compresi. Altrimenti ti possono vendere qualunque soluzione semplicistica e tu ti trovi a sostenere il potere altrui in buona fede.

    1. owanda 15 febbraio 2011

      Evidentemente sono stato frainteso. Sono il primo a capire e a dire che dalla storia si puo' e si deve imparare. Pero' sono stanco di farmi ficcare in gola storie di cento anni fa, che hanno poco o niente a che vedere con il MIO presente, per di piu' col fare saccente di chi vuole promuovere un'ideologia. Quelle porcate sono figlie di quei tempi e (soprattutto) dei loro leaders, tanto quanto le porcate di oggi sono dovute ai leaders di oggi.

      Vi sembra normale che da quarant'anni si riempiano le pagine dei giornali con questa diatriba sulle foibe di destra o di sinistra? a me sembra una melina inutile per farci costantemente sentire sotto pressione... facile dare lezioni col ditino alzato, ma non vi sembra che sia un problema di un'altro secolo?

      Se ci sono cosi' tanti disoccupati e vittime della camorra, sara' mica anche perche' si perde tempo su problemi minori? Si va da un estremo all'altro... o si parla di cose antiquate, o si parla delle orge del premier.

      Ma i problemi veri non li risolve nessuno.

    1. vic 14 febbraio 2011

      Grazie per aver rinfrescato la memoria un po' a tutti.

    1. lucamartinelli 14 febbraio 2011

      ottima puntualizzazione. Ma non è esatto affermare che le stragi di noi italici in Jugoslavia siano sottaciute. Il sottoscritto, per esempio, ha avuto modo di raccontare quello che abbiamo fatto a quella gente durante la guerra, avendone avuta conoscenza da una persona che le aveva commesse. Non è stato bello apprendere che siamo stati tra i peggiori criminali del secolo scorso. Quindi è giusto che chi è onesto intellettualmente racconti tutta la verita' sulle foibe. saluti

    1. lucamartinelli 14 febbraio 2011

      bravo Tetris. E' triste vedere come ai giovani non importi nulla della storia. Forse anche per questo siamo ridotti cosi' Un popolo senza memoria non è un popolo....infatti... saluti.

    1. buran 14 febbraio 2011

      Sulle stragi italiane, sull'occupazione della Jugoslavia, nessun armadio della vergogna è stato mai aperto, continuano a restare ben chiusi a doppia mandata.

    1. Tetris1917 14 febbraio 2011

      Mi spiace, io sono giovane e la storia la ritengo utile. Ti posso assicurare che a Scampia non si parla delle foibe, ecco anche il perche' e' ridotta cosi'! Il problema e' l'opposto: le foibe sono un'occasione di discussione seria. Affrontarla in questo modo malsano e' l'errore. Con rispetto, saluti.

    1. Sokratico 14 febbraio 2011

      probabilmente ad un disoccupato o una vittima della camorra (o ad un ragazzino come presumo tu sia) non gliene frega niente delle foibe e dei vari eccidi.



      Questo è il motivo per cui, in una situazione simile, rifarebbero gli stessi errori.



      Ascanio Celestini una volta ha detto una cosa molto bella, e molto semplice: la memoria non riguarda il passato, ma il presente. E' come la chiave di casa, se non ce l'hai in tasca nel momento in cui ti serve resti fuori di casa.




      Non serve averla in un cassetto o su uno scaffale della libreria, devi proprio averla con te, in quel momento.



      Ma quando c'è un diffuso interesse politico-sociale nel disimpegno e nell'ignoranza, quando il problema è l'analfabetismo e l'incapacità ad orientarsi nella società complessa, parlare di memoria...è tanto utopistico da essere doloroso.



      Cosa posso dire a un ragazzo che non capisce cosa succede intorno a lui, che pensa che il problema sia Berlusconi?

      Leggiti Foucault? Leggi Pasolini?



      cosa pensate che mi risponderebbe? Probabilmente che è stufo di sentirsi dire che deve leggere robe vecchie di 30 o 40 anni, che i problemi sono di adesso!



      E così, tutto si perpetua...

    1. mircea79_MI 14 febbraio 2011

      SPECIE QUANDO SI BASA SU FATTI DEL TUTTO INVENTATI CHE BISOGNA INGOIARE A FORZA PERCHE' ORAMAI NELLA MAGGIOR PARTE DEI PAESI EUROPEI AFFERMARE LA VERITA' DI UNA SIMILE TRUFFA E' REATO PENALE

    1. owanda 14 febbraio 2011

      Francamente mi sono rotto i marroni delle foibe e di tutte le altre cose che hanno combinato i nostri padri e nonni. Sono di una generazione che non c'entra niente con la seconda guerra mondiale e le sue porcate (da entrambi gli schieramenti). Che se le facciano gli ottantenni queste rimembranze, noi giovani abbiamo altri problemi a cui pensare, la maggior parte dei quali causati proprio dalle generazioni piu' vecchie. Non solo ci hanno lasciato un mondo di m...., ora ci vogliono pure rompere i marroni ad oltranza per i loro errori? Chiedete ad un disoccupato se gliene frega delle foibe. Oppure ad uno di Scampia...

    1. licia 14 febbraio 2011

      cardini VUOLE RICORDARE E CHIEDERE SCUSA ?
      vada da un prete a confessarsi !

    1. licia 14 febbraio 2011

      LA MEMORIA è VENDETTA !! ROBBA DA JUDEI !

    1. licia 14 febbraio 2011

      Cardini scrive
      "Ciascuno di noi dovrebbe ormai imparare non tanto e non solo a elaborare il lutto dei torti subiti, ma anche a fare un pieno e completo esame di coscienza di quelli fatti subire agli altri."
      e poi aggiunge "Tutti i popoli dovrebbero metterlo in pratica per quel che riguarda ciascuno di essi. Senza aspettare dagli altri il primo passo."

      Caro sig Cardini lei da cattolico sà benissimo che questa catarsi non avverrà mai;come cattolico sà che l'uomo,il genere umano è una insulsa cacchetta incapace di modificare la propria condizione di peccatore e fratricida.Le scuse di Giovanni Paolo II per le presunte colpe della Chiesa hanno negato questo principio basilare del cattolicesimo innalzando quindi la giustizia dell'uomo al di sopra di quella di Dio e permettendo che uomini, si ergessero a giudici e vendicatori (vedi Norimberga) nonostante siano colpevoli delle stesse miserie umane di coloro che hanno giudicato .Perpetrando quindi la colpa nell'umanità.Perdonare e porgere l'altra guancia è il solo modo per interrompere la catena della Vendetta e guardare al futuro.Far proprio il criterio della MEMORIA vuol dire perpetrare la vendetta e soprattutto vuol dire snaturare l'essenza stessa della identità cattolica del nostro paese.

    1. giorgiolx 14 febbraio 2011

      "Non ho invece conoscenza di documenti analoghi redatti dagli ex fascisti per la responsabilita' morale delle leggi razziali e dell'olocausto"

      aggiungerei anche dell'invenzione e primo utilizzo delle foibe

    1. Tetris1917 14 febbraio 2011

      :-)

    1. redme 14 febbraio 2011

      grazie!

    1. Tetris1917 14 febbraio 2011

      Cosa sono, le foibe? Cioè, quale episodio della storia evocano?

      In poche ed essenziali parole, sono le foibe (caverne e aperture carsiche del terreno) il luogo in cui, a fine guerra mondiale, furono uccisi e gettati, spesso dopo umiliazioni e tormenti, moltissimi italiani. Gli eccidi ebbero due momenti: il primo, all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, quando si scatenarono vendette e rancori mai sopiti dopo 20 anni di italianizzazione forzata; il secondo, molto più grave per numero delle vittime, nella primavera del ’45, quando le truppe titine occuparono la Venezia Giulia, la Dalmazia, Trieste e parte del Friuli.

      Le origini antiche di un odio feroce

      Sia nella Serenissima Repubblica Veneta, sia nell’Impero Austro-Ungarico, il concetto di nazionalità era tanto sfumato quanto poco “etnico”. È solo dopo la prima guerra mondiale, cioè quando i nazionalismi si affermano fino a sfociare nei razzismi di Stato, che il Regno di Italia comincia una politica di italianizzazione forzata delle “terre irredente”. Da ogni regione, piovono funzionari e impiegati pubblici, che sostituiscono i locali. La lingua ufficiale, anzi, obbligatoria, diventa l’italiano, e dialetti e lingue dei popoli presenti sul territorio sono vietati, proibiti. Se l’effetto di tale norma è assai violento nelle città della costa, dove comunque gli “italiani” erano in maggioranza o assai numerosi, e dove bi e trilingusmo erano la norma, è nelle zone rurali e nell’interno che gli slavi (sloveni, croati, dalmati, cici), in gran parte contadini poco alfabetizzati, si ritrovano ad essere stranieri in patria.

      Le durissime condizioni imposte dal Regno si fanno ancora più rigide ed intolleranti con il fascismo. Tra gli episodi da ricordare: la chiusura del liceo classico di Pisino, dell'istituto magistrale femminile di Pisino e del ginnasio di Volosca (1918), la chiusura delle scuole elementari slovene e croate, e il confino di alcuni esponenti Sloveni e Croati in Sardegna e in altre località italiane. A ciò si aggiungevano le violenze fasciste non
      contrastate dalle autorità, come gli incendi delle sedi associative a Pola e a Trieste.

      In Istria l'uso dello sloveno e del croato nell'amministrazione e nei tribunali era stato limitato già durante l'occupazione (1918-1920). Nel marzo 1923 il prefetto della Venezia Giulia vietò l'uso dello sloveno e del croato nell'amministrazione, mentre per decreto regio il loro uso nei tribunali fu vietato il 15 ottobre 1925. Il colpo definitivo al sistema scolastico sloveno e croato in Istria arrivò il 1 ottobre 1923 con la riforma scolastica del ministro Gentile.

      L'attività delle società e delle associazioni croate e slovene era stata vietata già durante l'occupazione, ma poi specialmente con l'entrata in vigore della Legge sulle associazioni (1925), Legge sulle manifestazioni pubbliche (1926) e Legge sull'ordine pubblico (1926). Nel 1927 fu il turno del cambiamento dei cognomi (la toponomastica era già stata italianizzata nel 1923). Così vennero italianizzati quasi tutti i cognomi sloveni e croati. Un vero atto di brutalità verso le identità personali. (Non dobbiamo dimenticarci che tali provvedimenti vennero presi anche a Zara e Fiume, città “extraterritoriali” che furono annesse a forza dopo la prima guerra mondiale.)


      Le leggi razziali antiebraiche e genetiche del 1938 (che seguono le meno famose, meno organiche, ma altrettanto famigerate leggi razziali del ’36-’37 emanate nei confronti dei popoli di pelle nera, e altri “coloniali”) dividono ancor più la cittadinanza in due categorie,
      gli “italiani puri” e gli inferiori. Duramente colpita, in particolare, la numerosa e antica comunità ebraica di Trieste, da sempre città cosmopolita e multiculturale.

      La seconda guerra mondiale

      La ignobile aggressione alla Grecia obbliga i comandi italiani in difficoltà a chiedere l’intervento della Germania, mettendo così fine alla illusione della “guerra parallela”. Nel 1941, dopo un criminale bombardamento su Belgrado, che viene rasa al suolo, Tedeschi, Ungheresi e Italiani invadono la Jugoslavia, occupandola completamente in poche settimane.

      All’Italia spettano: l’intera costa dalmata, parte del Montenegro, quasi l’intera Slovenia e la Croazia, sotto forma di protettorato.

      La Slovenia viene annessa, e diventa la provincia di Lubiana. La Croazia diventa un regno “indipendente”, con primo ministro Ante Pavelic, un fascista feroce e sanguinario, amico di vecchia data di Mussolini, e come Re un cugino di Vittorio Emanuele III, Aimone di Aosta. Il partito fascista e razzista croato, gli Ustascia, formato da fanatici religiosi (cattolici) e nazionalisti,
      appoggiati dal vescovo di Zagabria e primate di Croazia Stepinac, intraprendono fin da subito una opera di pulizia etnica nei confronti di Serbi e altre minoranze, spesso spalleggiati dalle truppe italiane.

      L’intera Jugoslavia diventa territorio di stragi e di crudeltà. Alla fine della guerra, sarà uno dei paesi che avrà pagato il più alto tributo di morti, da calcolarsi in circa 1 milione e mezzo di persone su 16 milioni di abitanti (si pensi che i caduti italiani tra civili e militari, fra battaglie e bombardamenti, repressioni e fucilazioni, non supera le 300 mila unità su 45 milioni di abitanti).

      In particolare, sono da attribuirsi alla responsabilità diretta delle truppe di occupazione italiana almeno 250 mila morti, che le fonti serbe però portano ad un totale di 300 mila.

      Di questi, i morti in combattimento sono una parte esigua, perché la stragrande maggioranza delle vittime fu dovuta a vere e proprie stragi e repressioni, a saccheggi e a brutalità. In particolare, è da ricordare il ruolo della II Armata Italiana, sotto il comando del generale Roatta.

      La situazione è differenziata nei diversi territori: le peggiori e più inumane condizioni si verificarono nella Jugoslavia meridionale, dove si aprì una vera e propria caccia al serbo. Vere e proprie spedizioni italo-croate partivano alla volta dei villaggi e delle cittadine serbe, dove, in un’orgia di violenze di ogni tipo, centinaia di uomini, donne e bambini venivano torturati e uccisi. I villaggi jugoslavi distrutti dagli italiani sono non meno di 250, ai quali vanno aggiunti quelli distrutti in collaborazione con i tedeschi o con altre milizie dell’Asse. 250 Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema in cui i colpevoli, i macellai, eravamo noi. Gli episodi di efferatezza e di crudeltà non si contano, e le mutilazioni, gli stupri, gli accecamenti erano all’ordine del giorno. Il comandante partigiano cattolico Edvard Kocbek così descriveva un'offensiva sferrata dall'esercito italiano nell'agosto del 1942: "I villaggi bruciano, i campi di grano e i frutteti sono stati devastati dal nemico, le donne e i bambini strillano, quasi in ogni villaggio degli ostaggi vengono passati per le armi, centinaia di persone vengono trascinate nei campi di prigionia, i bovini muggiscono e vanno vagando per i boschi.

      La cosa più sconvolgente è che questi orrori non vengono perpetrati da un'accozzaglia di primitivi come al tempo delle invasioni turche, ma dai gioviali soldati del civile esercito italiano, comandati da freddi ufficiali che impugnano fruste per cani... ". Spesso i partigiani slavi, o gli indifesi abitanti delle campagne, erano bruciati vivi (su roghi di fascine, o chiusi nelle chiese ortodosse, che furono distrutte – in questo modo- in gran numero). Le deportazioni della “inferiore razza serba” furono massicce, e decine di migliaia di ex soldati o di cittadini serbi fu avviata ai campi di sterminio tedeschi o a quello della Risiera di San Sabba, a Trieste, assieme con ebrei ed altre minoranze.

      In Croazia, nel “regno indipendente”, l’opera delle truppe italiane fu di supporto e affiancamento alle milizie ustascia, mentre nelle coste e isole annesse, la repressione della II armata fu assai più pianificata e scientifica. Stessa cosa in Slovenia, che, entrata a far
      parte del territorio nazionale, doveva essere completamente assimilata.

      Gli occupanti italiani costruirono campi di concentramento che, seppur non scientificamente predisposti allo sterminio, furono la causa di migliaia di morti e di infinite sofferenze. Tutti conosciamo Auschwitz e Buchenwald, ma decenni di censure ci hanno impedito di sapere che noi, italiani, costruimmo e gestimmo i lager di Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica, Brac, Hvar, Rab (isola di Arbe). Furono creati campi anche in Italia, per esempio a Gonars (Udine), a Monigo (Treviso), a Renicci di Anghiari (Arezzo) e a Padova. Secondo stime rapportate nel volume dell'A.N.P.P.I.A. ,pericolosi nelle contingenze belliche, i fascisti internarono quasi 30.000 sloveni e croati, uomini, donne e bambini.
      In Slovenia, già dall’ottobre del 1941, il tribunale speciale pronuncia le prime condanne a morte, il mese dopo entra in funzione il tribunale di guerra. La lotta contro i partigiani, che diventano una realtà in continua espansione, si sviluppa nel quadro di una strategia politico-operativa rivolta alla colonizzazione di quei territori.

      Con l’intervento diretto dei comandi militari italiani la politica della violenza si esercita nelle più svariate forme:
      iniziano le esecuzioni sommarie sul posto, incendi di paesi, deportazioni di massa, esecuzioni di ostaggi, rappresaglie sulle popolazioni a scopo intimidatorio e punitivo, saccheggiamento dei beni, setacciamento sistematico delle città, rastrellamenti… prende corpo il progetto di deportazione di massa, con il trasferimento forzato degli abitanti di Lubiana, progetto che i comandi
      discutono con Mussolini in un incontro a Gorizia il 31 luglio 1942 . In una lettera spedita al Comando supremo dal generale Roatta in data 8 settembre 1942 (N. 08906), viene proposta, addirittura, la deportazione della intera popolazione slovena.

      STRALCIO DELLE COMUNICAZIONI VERBALI FATTE DALL'ECC. ROATTA

      NELLA RIUNIONE DI FIUME DEL GIORNO 23-5-1942

      "Il DUCE è assai seccato della situazione in Slovenia perchè Lubiana è provincia italiana. /.../

      Anche il Duce ha detto di ricordarsi che la miglior situazione si fa quando il nemico è morto. Occorre quindi poter disporre di numerosi ostaggi e applicare la fucilazione tutte le volte
      che ciò sia necessario. /.../

      L'Ecc. Roatta esprime il suo pensiero nei riguardi del sistema da usare per risolvere la situazione in Slovenia:

      1) - Chiudere la frontiera con la provincia di Fiume e con la Croazia, specialmente nella zona di Gorjanci. /... /

      2) - Ad oriente del vecchio confine sgombrare tutta la regione per una zona di una profondità variabile (3-4 km.). In tale zona sarebbe interdetta qualsiasi circolazione tranne che sulle ferrovie e sulle strade di grande comunicazione. Apposite pattuglie in servizio di vigilanza aprirebbero senz'altro il fuoco contro chiunque.

      Il Duce concorda nel concetto di internare molta gente - anche 20-30.000 persone.

      Si può quindi estendere il criterio di internamento a determinate categorie di persone. Ad esempio: studenti. L'azione però deve essere fatta bene cioè con forze che limitino le evasioni. /.../

      Il C. d'A. in base alle direttive suesposte dovrà compilare uno studio, da presentare entro 3-4 giorni, dal quale risulti:

      1) - zone da sgomberare dalla popolazione, indicando l'entità della popolazione da internare, suddivisa in famiglie (per categorie);

      2) - quali altri provvedimenti sono ritenuti necessari;

      3) - intenzioni operative nei vari stadi della situazione.

      /.../

      Ricordarsi che tutti i provvedimenti di sgombero di gente, li dovremo fare di nostra iniziativa senza guardare in faccia nessuno.



      Solo per quel che riguarda la piccola Slovenia, nei lager italiani morirono 13.606 sloveni e croati. Nel lager di Arbe (sull’isola di Rab) ne morirono dai 1.500 ai 2.500 circa. I civili e partigiani “fucilati sul posto”, cioè durante azioni belliche, furono non meno di 2.500. 1.500 invece i fucilati civili trattenuti come ostaggi, uccisi cioè mesi dopo il loro internamento, per stanare le bande partigiane o per vendetta contro azioni verso i nostri
      militari. I morti per sevizie, torture, o bruciati vivi arrivano ad un totale documentato di 187. Ripetiamo: questo solo nella “provincia di Lubiana”, dove più numerose sono le documentazioni giuntaci.

      S L O V E N I !

      - Al momento dell'annessione, l'Italia vittoriosa vi ha dato condizioni estremamente umane e favorevoli.

      Dipendeva da voi, ed unicamente da voi, di vivere in un'oasi di pace.

      - Invece molti di voi hanno impugnato le armi contro le autorità e le truppe italiane.

      - Queste, per un alto senso di civiltà ed umanità, si sono limitate all'azione militare, evitando misure che gravassero sul'insieme della popolazione ed ostacolassero la normale vita economica del paese.

      E' solo quando i rivoltosi sono trascesi ad orrendi delitti contro italiani isolati, contro vostri pacifici concittadini e persino contro donne e bambini, che le autorità italiane sono ricorse a misure di rappresaglia ed a qualche provvedimento restrittivo, di cui soffrite per causa dei rivoltosi

      - Ora, poichè i rivoltosi continuano la serie di delitti, e poichè una parte della popolazione persiste nel favorire la ribellione, disponiano quanto segue:

      1°) - A partire da oggi nell'intera Provincia di Lubiana:

      - sono soppressi tutti i treni viaggiatori locali;

      - è vietato a chiunque viaggiare sui treni in transito, tranne a chi è in possesso di passaporto per le altre provincie del regno e per l'estero;

      - sono soppresse tutte le autocorriere;

      - è vietato il movimento con qualsiasi mezzo di locomozione, fra centro abitato e centro abitato;

      - è vietata la sosta ed il movimento, tranne che nei centri abitati, nello spazio di un chilometro dai due lati delle linee ferroviarie. (Sarà aperto senz'altro il fuoco sui contravventori);

      - sono soppresse tutte le comunicazioni telefoniche e postali, urbane ed interurbane.

      2°) - A partire da oggi nell'intera Provincia di Lubiana, saranno immediatamente passati per le armi:

      - coloro che faranno comunque atti di ostilità alle autorità e truppe italiane;

      - coloro che verranno trovati in possesso di armi, munizioni ed esplosivi;

      - coloro che favoriranno comunque i rivoltosi;

      - coloro che verranno trovati in possesso di passaporti, carte di identità e lasciapassare falsificati;

      - i maschi validi che si troveranno in qualsiasi atteggiamento - senza giustificato motivo - nelle zone di combattimento.


      3°) - A partire da oggi nell'intera Provincia di Lubiana, saranno rasi al suolo:

      - gli edifizii da cui partiranno offese alle autorità e truppe italiane;

      - gli edifizii in cui verranno trovate armi, munizioni, esplosivi e materiali bellici;

      - le abitazioni in cui i proprietari abbiano dato volontariamente ospitalità ai rivoltosi.


      - Sapendo che fra i rivoltosi si trovano individui che sono stati costretti a seguirli nei boschi, ed altri che si pentono di aver abbandonato le loro case e le loro famiglie, garantiamo salva la vita a coloro che, prima del combattimento, si presentino alle truppe italiane e consegnino loro le armi.

      - Le popolazioni che si manterranno tranquille, e che avranno contegno corretto rispetto alle autorità e alle truppe italiane, non avranno nulla a temere, nè per le persone, nè per i loro beni.

      gen. Roatta, Lubiana luglio 1942 - XX


      Altrettanto duro, e crudele, è il campo di Gonas vicino Udine. Qua sono migliaia i bambini, soprattutto croati, lasciati a morire letteralmente di fame.

      (A proposito di morte per fame, è da ricordare come una buona parte dei 100 mila greci deceduti sotto l’occupazione italiana, morì appunto di inedia, poiché, per mantenere i numerosissimi uomini del contingente di occupazione- al quale sono da includere anche i famosissimi reparti di Cefalonia e di Corfù- si procedette con una espoliazione totale delle risorse locali).

      Nota del Generale Robotti

      Al Capo di Stato Maggiore Galli,

      chiarire bene il trattamento dei sospetti, perchè mi pare che su 73 sospetti non trovar modo di dare neppure un esempio è un po' troppo.

      Cosa dicono le norme della 3° circolare, e quelle successive ?

      Conclusione :

      SI AMMAZZA TROPPO POCO !

      Dopo l’otto settembre, ad una prima ritirata (precipitosa) delle truppe regie, subentrano i tedeschi e i repubblichini di Salò. I partigiani slavi (ai quali, è onesto e necessario dirlo, si sono uniti nel frattempo anche migliaia di soldati italiani) intensificano le loro azioni (è in questo senso istruttivo andare alle grotte di Postumia: si noterà che la prima grande caverna è completamente spoglia e annerita; essa infatti era un deposito di armi nazi-fascista che fu fatto esplodere dalla resistenza). Ciò provoca azioni sempre più feroci ed intense. Questa volta sono proprio i civili i primi obiettivi, e riprendono le deportazioni e le stragi, stavolta dirette dalle SS. Comandante delle SS era il triestino Odilo Globocnik, che si distinse per crudeltà. Se la Dalmazia e la Croazia sono ormai in mano ai partigiani jugoslavi (ricordiamo che la Jugoslavia è l’unico paese europeo che si liberò da solo dalla occupazione nazi-fascista), è nella Venezia Giulia e nella Slovenia che si concentrano le azioni militari.

      I morti italiani

      Come accennato all’inizio di questo scritto, non vogliano, ne potemmo, negare né sottovalutare le sofferenze degli italiani (e dei giuliani, istriani e dalmati di lingua e “etnia” italiana). Ricordando, sempre e comunque, che la guerra di aggressione la dichiarò Mussolini contro la Jugoslavia, e che quindi siamo stati noi i diretti responsabili della guerra e indiretti responsabili di ogni sua più tragica conseguenza, illustriamo quanto accadde nei due periodi (1943 e 1945) della “vendetta slava”.

      Crollato il regime fascista, si verificò un fenomeno alquanto strano e significativo: le “terre irredente” vennero precipitosamente abbandonate. Le autorità civili (composte in gran parte da ferventi fascisti, quasi tutti meridionali) fuggirono verso le loro città di origine, lasciando una terra che evidentemente non avevano mai riconosciuta come loro, nella più totale anarchia. Le autorità militari consegnarono alle poche centinaia di tedeschi presenti non solo l’intera regione, ma anche migliaia di soldati e carabinieri, che furono in gran parte uccisi, internati, deportati in Germania. Questa vera e propria strage in conto terzi, commessa dai comandi dell’esercito e fascisti, dagli stessi comandi che si erano macchiati dei peggiori crimini di guerra, non è considerata da quella propaganda patriottarda che enumera
      martiri ed eroi, ma che sa sempre tacere sui nomi e le responsabilità. Le recenti scuse per il decennale silenzio sui fatti d’Istria, scuse porte da eminenti politici della cosiddetta sinistra, non hanno avuto in contropartita le scuse di coloro che, per vigliaccheria e incompetenza, consegnarono migliaia di giovani al lager e alla morte.

      Dunque, settembre 1943: dopo decenni di repressione e violenze, i contadini croati e altri elementi insorgono contro tutto ciò che è “fascismo”, purtroppo spesso identificato con “Italia”. Come purtroppo accade sempre, quando odio attira e crea odio, gli orrori furono tanti,
      quanto terribili. Il leader del partito comunista sloveno, Kardelj, aveva dato la direttiva di "epurare non sulla base della nazionalità ma del fascismo", ma, quasi inevitabilmente, è l’elemento italiano che patisce le peggiori persecuzioni, anche a causa del fatto che i posti di potere, sia economico, che terriero, che di responsabilità, sono tutti occupati da italiani. Come illustra nei suoi lavori Giacomo Scotti, con il quale abbiamo condotto la trasmissione radiofonica di cui
      sopra, nel caos generale di quei mesi, furono circa 250-300 i fucilati e “infoibati” dai partigiani o dal popolo in rivolta. La stima più pessimistica, ma anche la meno verosimile, parla di 600 morti. Paradossalmente, furono contestualmente salvati e protetti, rifocillati e ospitati, migliaia e migliaia di soldati delle armate italiane allo sbando, poiché le violenze si scatenarono quasi esclusivamente verso i carabinieri, i gerarchi, le camicie nere. Ripetiamo: quasi esclusivamente. Molte furono le vittime tra i civili, donne, vecchi. Furono passati alle armi anche fascisti sloveni e croati (d’altronde, nella guerra partigiana di ogni parte d’Europa, tali tristi fatti erano all’ordine del giorno), mentre ben maggiore fu il numero di caduti tra i partigiani stessi negli scontri con l’esercito tedesco. Il quale, come accennato, riprese presto il controllo del territorio.

      Altre vittime, ma non da ascriversi nel capitolo “Foibe”, furono fatte in Dalmazia, a Fiume, a Zara, nelle isole. Si può parlare di un totale generale di circa 2.000 persone. La propaganda di destra ha da sempre gonfiato tali cifre, fino a farle giungere alle decine di migliaia. E parliamo solo del 1943.

      Ben altro successe con l’occupazione titina di Trieste e della Venezia Giulia. Con il crollo della Germania, (che, ricordiamolo, si era annesso tutto il nord-est italiano strappandolo all’alleato di Salò), le formazioni jugoslave
      si gettarono in una corsa contro il tempo verso le coste adriatiche per impedire agli anglo-americani di prendere il controllo di quelle terre.

      Giungono a Trieste, Gorizia, Fiume tra il 1° e il 3 maggio, e, per quaranta giorni circa, tengono sotto controllo –sotto occupazione- la fascia adriatica. In questi terribili quaranta giorni, si scatena una violenta epurazione. La volontà jugoslava è chiara: creare uno stato di fatto che preceda l’annessione. Le giunte del CNL partigiane vengono disarmate, destituite, in certi casi arrestate.

      La “jugoslavizzazione”, il tentativo cioè di annessione, è reso chiaramente da questo dispaccio del partito comunista sloveno già nel 1944: “tenere preparato tutto l’apparato. Dappertutto, il più possibile, bandiere slovene e jugoslave. Ad eccezione di Trieste, non permettere in nessun caso manifestazioni italiane. Rinforzare l’Ozna (polizia politica, nda)”. Tutti coloro che possono essere considerati per un motivo o per l’altro, ostili, vengono
      arrestati, deportati, in parte uccisi. D'altronde, lo stesso stava accadendo in tutte le altre regioni della neonata repubblica titina, e non era una specifica anti-italiana. In quei giorni, dunque, si vive un clima di terrore. A Fiume i primi ad essere eliminati sono i fautori dello Stato Libero, coloro che negli anni a cavallo tra il 1919 e il 1925 si erano opposti alla
      annessione italiana; a Gorizia sono gli esponenti partigiani ad essere indicati come “concorrenziali” e fatti immediatamente prigionieri; ma è nella cruciale Trieste che si raggiunge l’apice:
      in città operano l’esercito popolare jugoslavo, l’Ozna, bande irregolari croate, serbe, slovene, (e anche italiane!), elementi del Partito Comunista… ognuno di questi elementi arresta, confisca, deporta, stupra, tortura, uccide “gli ustascia, i cetnici,gli appartenenti alle formazioni armate al servizio del nemico, i collaboratori, le spie, i delatori, i corrieri, tutti
      traditori della lotta popolare, tutti i disertori del popolo, tutti i demolitori dell’esercito popolare”. La situazione sfugge immediatamente di mano alle autorità militari e politiche jugoslave, che ammettono, fin dal 6 maggio: “ci sono stati arresti e fucilazioni arbitrarie. È necessario riprendere il controllo … l’Ozna si rifiuta di capire la situazione, e continua in arresti di massa…dobbiamo renderci conto che tali errori ci portano il danno maggiore” .

      Le esecuzioni si susseguono a ritmo impressionante, e i cadaveri vengono gettati nelle foibe giuliane (la circostanza secondo la quale venivano infoibate anche persone vive legate a cadaveri è stata smentita da testimoni oculari, quali in parroco di Corgnale. Egli, che
      aveva dato l’estrema unzione ai disgraziati di Basovizza, dichiarò, con espressione un po’ burocratica, che le vittime erano “state fucilate in modo corretto prima di essere gettate dentro”.
      Ciò non esclude che, nel clima di violenza e sadismo, episodi come quello ipotizzato si siano verificati, anzi, quelli dei “sepolti vivi” sono stati casi crudeli e accertati, ma, comunque, sporadici). Chi non cade fucilato sul posto o nella mattanza carsica delle foibe, viene avviato verso inumani campi di prigionia, in particolare quello di Borovnica, alle porte di Lubiana.
      Fame, fatica, maltrattamenti… il destino atroce di tutti gli internati si abbatte sugli italiani d'Istria.

      Le foibe localizzate con certezza: Basovizza, Corgnale, Opicina , Scadaicina , Casserova, Podubbo, Semich, Drenchia, Sesana e Orle, Vifia Orizi, Obrovo, Raspo, Brestovizza, Castelnuovo d'Istria, Cava di bauxite di Lindaro, Vescovado, Surani, Pucicchi, Treghelizza, Cava
      di Bauxite di Gallignana, Vines, Gropada, Gargaro o Podgomila, Zavni, Pinguente, Creogli , Cernovizza (più altre fosse e cave nell’arco tra Gorizia e Fiume)

      Il bilancio

      Anche se le dimensioni di una tragedia non dovrebbero essere misurate solo dal numero delle vittime, è chiaro che le cifre sono sempre di forte impatto. In questa ottica, sul numero dei morti dei quaranta giorni di occupazione slava (Tito fu poi indotto a ripiegare e ad
      abbandonare almeno la fascia costiera) e di quelli del periodo successivo dell’immediato dopoguerra, si è scatenato un indegno balletto. Fonti della destra e di associazioni di profughi parlano di 20-30 mila morti, ma tali numeri sono assolutamente esorbitanti. Il dibattito triestino e giuliano, dentro e fuori dei confini nazionali, ha spesso esasperato i calcoli, le cifre
      sono state, talvolta, sparate alla cieca. Gli studiosi, ma non soltanto loro, hanno, invece, fatto un buon lavoro. Si è arrivati a indicare cifre attorno alle quattro-cinque migliaia. Una cifra che comprende, lo ribadiamo, non solo gli infoibati. I quali, calcolati secondo il criterio dei corpi estratti direttamente dalle caverne, sono in effetti 570. Cinquecentosettanta sono dunque gli ufficialmente infoibati. Molti. Ma nulla giustifica i bilanci di fantasia, stilati nell’ordine delle decine di migliaia solo a scopo di pura propaganda e di falsificazione della
      Storia.

      I morti degli altri

      Se non esistono morti buoni e morti cattivi, non crediamo debbano esistere morti
      eroi e morti da dimenticare a seconda di chi li ha uccisi. Perché la stragrande maggioranza delle perdite italiane nella guerra derivano dai bombardamenti angloamericani. Qua non vogliamo elencare le stragi provocate dai massicci e spesso indiscriminati bombardamenti sui civili anche – e soprattutto- dopo la firma dell’armistizio, perché il terreno è troppo vasto. Potremmo raccontare dei 20 mila morti (questi sì, documentati) di una piccola città come Foggia, o di Isernia, che perse un terzo dei suoi abitanti sotto gli attacchi aerei. Potremmo raccontare di
      Napoli, Livorno, Messina, Palermo e Genova, dove i lutti furono numerosissimi e i danni incalcolabili. O del terribile bombardamento di Treviso. O di quelli indiscriminati che gli aeroplani anglosassoni facevano al ritorno dalle loro missioni, sganciando il “carico in eccesso”, cioè le bombe avanzate, su case e paesi (pratica in uso anche nella guerra alla Serbia del 1999, con lo
      scarico di bombe in Adriatico). Potremmo anche soffermarci su episodi di esplicito cinismo e crudeltà, come il mitragliamento di bambini alle giostre di Grosseto, o quello dei civili in fila per il pane nelle campagne di Caltagirone. Ma circoscriveremo l’analisi alla sola zona geografica della quale stiamo trattando.

      Trieste viene attaccata massicciamente, per la prima volta, nel 1944. Il bombardamento più pesante è quello del 10 giugno, che viene effettuato come rappresaglia per l’anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia. Solo quel giorno, i morti sono più di 400, migliaia i feriti. Solo nei raid del 15 luglio, del 9 - 10 settembre e del 23 ottobre 1944, si contano rispettivamente 50, 150, e 75 morti. I bombardamenti proseguono fino al maggio 1945 sia
      sul capoluogo, che sulle cittadine circostanti. Molti i morti anche a Muggia.

      Pola, Istria e Fiume: anche le più piccole località furono martellate ininterrottamente. Pola fu gravemente danneggiata, con decine e decine di morti, fin dal 1943, ma il primo attacco massiccio è datato 8 settembre 1944. Fiume, con porto e industrie militari, subisce distruzioni enormi e paga un altissimo tributo in vite umane.

      Ma l’accanimento degli anglo-americani si manifesta soprattutto nei confronti di Zara. La piccola enclave (1,5 Km quadrati) subirà infatti ben 54 bombardamenti, che ne provocheranno la quasi distruzione. I morti saranno più di 4.000 su una popolazione di 38mila persone.

      Ma per i revisionisti, per i professionisti della cantilena anticomunista, questi morti – dilaniati, straziati, bruciati dagli ordigni caduti dal cielo- non contano. Non contano come non contano gli altri, nel resto d’Italia, caduti – dal 1943, anno dell’armistizio, in poi-
      esattamente come gli infoibati, anche se la loro morte cadeva dal cielo. La teoria della “pulizia etnica” è tanto forzosa quanto miserabile, poiché la parte politica che, con questo pretesto, insiste da 60 anni in una violenta e brutale campagna (basta leggere alcuni siti web ed alcune riviste di … irredentisti) è la stessa che, negli anni del conflitto, intraprese una pianificata, scientifica, ufficiale e legale, nel senso che fu supportata da infami leggi razziste, campagna di genocidio e di morte nei confronti di ogni minoranza etnica, e, nelle terre conquistate, verso anche i popoli autoctoni maggioritari. Chi ha approvato ed esaltato, forse anche eseguito, i massacri, le deportazioni, i lager, i forni crematori, oggi dovrebbe avere la dignità di tacere.

      I criminali di guerra.

      Nell’immediato dopoguerra, tutte le parti politiche italiane, con l’appoggio ed il contributo determinante del comando anglo-americano, intrapresero una campagna, ed una opera, di de responsabilizzazione. Gerarchi, federali, comandanti fascisti non solo evitarono punizioni ed
      epurazioni, ma furono lasciati ai più alti gradi di comando. Nessun generale, nessun comandante di armata, nessun ufficiale che si fosse macchiato di crimini di guerra, crimini contro l’umanità, venne mai processato o anche solo destituito. Il culmine della ipocrisia fu toccato, contemporaneamente, da De Gasperi e da Togliatti; dal primo, quando, alla Conferenza di Pace, illustrò meriti e onori del nostro Paese, e addirittura denunciò le pretese territoriali jugoslave che costringevano migliaia di profughi a scampare nella madrepatria (…l’Italia, stato
      aggressore, aveva perso la guerra!); il secondo, quando, da ministro di Grazia e Giustizia, emanò una amnistia generale che, se presentata come necessaria per pacificare il paese, in realtà permise la liberazione e il reintegro di migliaia e migliaia di fascisti.

      Mentre Germania, Polonia, Romania, Ungheria subivano mutamenti territoriali drammatici, con trasferimenti di milioni e milioni di persone (otto milioni soltanto i tedeschi che abbandonarono la Prussia), le clausole del trattato di pace di Parigi venivano presentate in Italia come un affronto alla Patria.

      Nessuno vuole negare né disconoscere il dramma dei 250 mila profughi istriani e dalmati, che dovettero abbandonare le loro terre (spesso indotti a farlo dallo stesso governo italiano), ma è necessario ribadire che quello non fu un dramma causato dalla volontà persecutrice titina e comunista, come è stato troppe volte ripetuto, ma fu un dramma causato dalla sete di potere e di sangue di un regime dittatoriale militarista ed espansionista, che non aveva esitato, solo pochi anni prima, ad aggredire un altro membro della Società delle nazioni, l’Etiopia, nel quale aveva provocato non meno di mezzo milione di morti in soli cinque anni di occupazione.

      Ma il senso di responsabilità mancò del tutto all’italia post-bellica, e, mentre le carceri si riempivano di ex partigiani, mentre i CNL venivano sciolti, mentre i consigli di fabbrica venivano cancellati, tutti i prefetti, tutti i questori, tutti i vicequestori nominati
      dal fascismo rimanevano saldamente sulle loro poltrone. Saranno gli stessi che, nel 1948, repressero con brutalità le manifestazioni seguite all’attentato a Togliatti, e gli stessi che, una volta epurata la polizia dai membri “sovversivi” (8.000 poliziotti definiti comunisti furono licenziati, o trasferiti in Sardegna e in Sicilia in una inutile e sanguinosa lotta al banditismo),
      provocarono gli scontri e i morti nel 1960, al tempo dell’infausto governo Tambroni.

      I militari, in particolare, ebbero le più alte protezioni. Lo stesso Badoglio, considerato dal governo abissino come il diretto responsabile di stragi e bombardamento con i gas asfissianti, godeva dei favori particolari degli inglesi. I quali inglesi negarono in modo risoluto ogni possibilità di consegna dei criminali di guerra fascisti ai paesi richiedenti. In una Italia che vedeva il passaggio di gerarchi nazisti da Roma, in fuga verso il sudamerica, fuga organizzata e gestita direttamente dal Vaticano, la cosa non deve – purtroppo- sorprendere. Lo stesso Ante Pavelic, il più sadico dei dittatori d’Europa, si rifugiò in Vaticano per poi
      imbarcarsi verso l’Argentina.

      Le autorità jugoslave fornirono immediatamente la lista dei criminali di guerra, con grande profusione di documenti. Le autorità militari inglesi, preoccupate del pericolo comunista, trovarono fin da subito ogni scusa per rimandare l’esecuzione degli arresti. Quando poi la
      sovranità tornò completamente al governo italiano, le richieste di estradizione furono semplicemente ignorate.

      Da Belgrado era stata presentata una lista con circa 800 nomi. Essa fu via via ristretta, fino ad arrivare al numero quasi simbolico di 40 . Ma neanche questo indusse De Gasperi e gli alleati a ricercare la verità e la giustizia. Anzi! È in quegli anni che si decide di
      occultare, nascondere, insabbiare anche ogni inchiesta sulle stragi nazi-fasciste compiute in Italia. Sarà solo negli anni ’90 che un caparbio procuratore militare scoprirà un armadio, con le ante chiuse e volte verso il muro, contenente i fascicoli e le prove di decine e decine di massacri compiuti nell’Italia centro-settentrionale da tedeschi e repubblichini. È “l’armadio della vergogna” che Franco Giustolisi racconta con profusione di particolari nel suo libro omonimo.

      Mentre in Germania si celebrano i processi di Norimberga (il più famoso, quello ai grandi gerarchi, provocò la condanna a morte di tutti i più alti esponenti del terzo Reich, ed altri ne seguirono contro funzionari minori, contro generali, medici, funzionari, magistrati e industriali corresponsabili delle barbarie naziste), in Italia le responsabilità della guerra e delle sue atrocità vennero semplicemente ignorate, ovattate, nascoste, poi, negate.

      L’unico grande gerarca condannato (ma soltanto per il suo ruolo nella Repubblica di Salò, non per i crimini contro i popoli stranieri) fu il Maresciallo Rodolfo Graziani. Graziani fu processato da un tribunale militare e condannato il 2 Maggio 1950 a 19 anni di carcere, di
      cui 13 condonati, per la sua attività legata alla RSI. La pena da scontare di un anno e otto mesi fu ulteriormente ridotta a quattro mesi per la richiesta della difesa, subito accolta, di far iniziare la decorrenza della carcerazione preventiva al 1945. Pertanto, quattro mesi dopo la sentenza, il 29 agosto, Graziani tornò in libertà lasciando l'ospedale militare dove aveva trascorso gran parte della durata del processo. Nel marzo 1953 divenne presidente onorario del MSI. Morì nel 1955 per collasso cardiaco.

      totale di 1992 italiani accusati di aver commesso crimini di guerra, da nazioni belligeranti o che avevano subito l'occupazione militare durante il conflitto
      mondiale. Non viene tenuto conto delle azioni svolte dai militari italiani in Africa (Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia)

      Di Marco Ottanelli

      Premessa:Questa redazione ha, come suo scopo principale, sempre privilegiato quello della ricerca obiettiva della realtà dei fatti, anche quando scomoda e
      dolorosa. In un momento storico in cui gli eredi del partito fascista sono al governo del Paese, ed in cui la retorica patriottarda risuona ancor più violenta e oscurantista del solito,
      riteniamo necessario ricollocare storicamente e documentatamente la vicenda delle foibe istriane, vicenda alla quale la destra e le sinistra amorevolmente unite hanno deciso di dedicare una
      speciale giornata della memoria. Anzi, il ministro Gasparri ha voluto sollecitare tutti i mezzi di informazione liberi ad occuparsi della vicenda. Ci siamo occupati di questo aspetto
      nell’articolo “Ultime dal Minculpop”.La nostra redazione ha partecipato ad una trasmissione radiofonica – trasmessa da
      Controradio- che è servita a far luce e a chiarire la verità, appunto, di quel tragico periodo. L’audio completo della trasmissione, cui hanno partecipato Raffaele Palumbo, Nicola Tranfaglia,
      Giacomo Scotti, Marco Ottanelli, Giovanni Bellini, Sandro Damiani è disponibile nel CD intitolato “l’impunità” in vendita tramite il nostro sito.

    1. redme 14 febbraio 2011

      ...tutte le guerre capitaliste sono guerre fratricide in quanto combattute da fratelli che non sanno di esserlo perche educati alla logica dell'interesse delle classi dominanti...Cardini (che io non apprezzo molto) queste volta sembra voglia metterci in guardia dal vecchio trucco di usare la storia "a porzioni" per usi contingenti...ciao

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