Sulla Filosofia a Roma

FONDAMENTI DI UNA FORMAZIONE CULTURALE / PARTE I

Sulla Filosofia a Roma
Marco Tullio Cicerone (Getty)

Di Francesco Giannetti, Instoria.it

Il rapporto iniziale di convivenza della società romana con la filosofia greca, e anche di altri aspetti importati dalla Grecia, non è certo facile; Cicerone dimostra questo difficoltoso rapporto all’inizio di una sua opera, “De finibus”, in quanto chi come lui volesse occuparsi di filosofia a Roma, all’incirca negli anni 50 a.C., si trovava impossibilitato perché i ceti benestanti di Roma non avvertono la necessità di trascrivere le opere e i pensieri dei filosofi greci. Oltre a non avvertirne la necessità, e forse questo che andiamo a dire è la vera motivazione, è perché i romani sostenevano che la filosofia nuocesse alla dignitas romana. Quindi anche coloro che come Cicerone erano uomini colti spesso erano diffidenti alla filosofia, e per spiegare questo atteggiamento, bisogna da un lato risalire all’ostilità da parte dei romani per tutto ciò che era estraneo alle proprie tradizioni, dall’altro, all’avversione verso le speculazioni astratte. Tutto ciò spiega perché i romani non abbiano mai prodotto una filosofia originale, ma abbiano adattato quella greca, o perlomeno alcune “correnti” filosofiche, alle proprie esigenze.

La filosofia aveva comunque fatto la sua comparsa a Roma a partire dalla I guerra Punica (264-241 a.C.), nello stesso periodo in cui anche la letteratura greca aveva cominciato a diffondersi. Cicerone parla di una larga diffusione della dottrina pitagorica, ma è anche vero che Cicerone cerca di nobilitare al massimo le tradizioni romane facendole risalire a precedenti illustri, è però certo che altri personaggi, come il poeta e drammaturgo Quinto Ennio, che fu attratto da filosofi come Evemero che riecheggiava la dottrina pitagorica.

Il primo contatto significativo dei romani con la filosofia avvenne in occasione dell’ambasceria dei filosofi greci nel 155 a.C., inviata a Roma dagli Ateniesi. Fu proprio in quel frangente che la filosofia si impose per la prima volta all’attenzione di un vasto pubblico a causa dei tre personaggi inviati e cioè Diogene di Babilonia, Critolao e Carneade.

Abbiamo molte fonti che testimoniano la venuta dei tre come quella di Polibio che descrive lo stile di Carneade come “veemente e trascinante”, “delicato e preciso” quello di Critolao, “modesto e sobrio” quello di Diogene. Ma fu soprattutto Carneade, che “quando argomentava non si riusciva più a capire dove stesse la verità”, a sedurre l’animo dei giovani suscitando una reazione sentita di Catone l’Uticense. Questi infatti espresse il parere che si dovesse accorciare la permanenza dei tre filosofi a Roma, facendoli tornare a discutere nelle scuole della Grecia, e che i giovani romani prestassero ascolto come prima alle leggi e alle autorità romane.

Come sappiamo però questa reazione di Catone non era dettata da avversione verso i tre filosofi, ma come ci testimonia Plutarco, “da avversione verso la filosofia in generale e da disprezzo per tutta l’arte e l’educazione ellenica”, questo motivato anche dalla difesa verso l’origine italica, e non greca, sostenuta da Catone. Questo atteggiamento di ostilità verso la filosofia attraversa fasi alterne ma non smette mai del tutto, tanto che sono molto frequenti esili a partire dal II secolo a.C. al VI secolo d.C.

È proprio però il pugno duro, a partire dal 161 a.C., che si ritorce contro la politica di Roma, in quanto i filosofi spesso divennero ospiti abituali delle case di uomini potenti e la filosofia divenne patrimonio di circoli privati; uno degli esempi più noti è “il circolo degli Scipioni” con i filosofi Panezio di Rodi e lo storico Polibio. Anche Cicerone aveva accolto nella sua casa lo stoico Diodoto. Sempre in questo periodo si consolida l’abitudine da parte delle persone colte di andare in Grecia a completare il curriculum degli studi. Possiamo dunque dire che fra il 150 al 50 a.C. assistiamo a uno spostamento di gravitazione della filosofia dal mondo greco a quello romano e che all’epoca di Cicerone si era stabilita un’intensa tradizione di scambi tra le varie scuole filosofiche elleniste a Roma; in questo secolo dunque, la filosofia greca cominciò a esercitare un’influenza sui romani.

Le scuole filosofiche ellenistiche raggiunsero il culmine della loro attività prima della fine della repubblica e la loro diffusione si intrecciò strettamente con la vita culturale, politica e sociale del mondo romano. Non tutte le filosofie furono accolte allo stesso modo, ma di certo lo stoicismo godette di larga popolarità fra il II e il I secolo a.C. grazie a Panezio e a Posidonio. Nonostante si trovassero all’interno della filosofia romana, entrambi affrontavano, seppure con un realismo più concreto, le problematiche che erano già state sviluppate dalla scuola stoica.

Una delle maggiori divergenze dallo stoicismo antico sta nel netto rifiuto di Panezio nei confronti dell’astronomia e della divinazione, senza però intaccare il dogma per eccellenza dello stoicismo e cioè che il mondo sia ordinato dalla provvidenza. Inoltre, in campo etico, l’interesse di Panezio è rivolto alla natura individuale dell’uomo, più che a quella universale, alle caratteristiche che conferiscono a ogni singolo uomo la sua specificità, più che al concetto astratto di uomo.

Sosteneva dunque che la virtù fosse l’unico bene e che quindi la perfezione morale consiste nel compimento delle azioni che scaturiscono dalla reale conoscenza di bene. Tutto ciò è più un mutamento di accento, tenendo conto del fatto che Panezio scriveva per un pubblico colto, ma comunque non filosofo. Quindi crea un’etica fondata su principi di condotta capaci di regolare sia la vita dell’uomo comune che quella del saggio, dando molto più spazio alla categoria di “coloro che progrediscono verso la virtù”.

Anche Cicerone è un grande estimatore di Panezio perché accoglieva nella sua dottrina elementi di quella platonica e di quella aristotelica: egli infatti sosteneva una concezione dell’anima articolata in due parti, impulso e ragione, e deduceva le quattro virtù cardinali dai quattro impulsi fondamentali peculiari alla natura umana. Di conseguenza Cicerone confermava che le scuole filosofiche fossero fondamentalmente unite fra di sé e di minimizzare di conseguenza le divergenze.

Lo stoicismo ha fortemente influenzato pure la politica a Roma fin dalla seconda metà del II secolo a.C. Blossio di Cuma è considerato l’ispiratore della politica agraria di Tiberio Gracco, anche se alcuni storici ritengono che le idee politiche di Blossio non debbono essere spiegate alla luce dello stoicismo, quanto piuttosto debbano essere ricondotte alla sua ostilità nei confronti di Roma a causa della sua origine italica. Comunque sia resta un dato di fatto che la famiglia degli Scevola, di cui sia Blossio che Tiberio Gracco erano in stretti rapporti, aderiva allo stoicismo.

Quindi abbiamo visto che sia la politica della riforma agraria di Tiberio Gracco che il suo partito avverso, quello degli Scipioni, riconducevano la propria politica a principi ispiratori della filosofia stoica. Ciò è da ricercare in una duplicità di atteggiamento all’interno della corrente filosofica stessa che esisteva già a partire dal II secolo a.C., con due correnti interpretative, che facevano capo rispettivamente ai due scolarchi, Diogene di Babilonia e Antipatro di Tarso, che si combattevano reciprocamente anche su divergenze di natura politica e sociale.

Nello stesso periodo in cui lo stoicismo contava numerosi seguaci tra gli aristocratici romani, l’epicureismo si diffondeva fra le masse popolari. La spiegazione di questa diversa area di propagazione non sta soltanto nel fatto che le due scuole filosofiche erano antagoniste sul piano etico, lo stoicismo propugnava la virtù come fine della vita, l’epicureismo il piacere. Ne è storicamente sostenibile che l’adesione delle masse popolari all’epicureismo possa essere giustificata con le teorie democratiche in materia sociale e religiosa che esso svolgeva. La vera ragione sta nella diffusione della lingua latina degli scritti degli epicurei, come Cicerone sottolinea.

Mentre la conoscenza della lingua greca era patrimonio esclusivo delle classi colte, l’epicureismo, divulgato in latino, divenne l’unica filosofia comprensibile a tutti. Cicerone è un oppositore della dottrina epicurea perché ne critica la fisica e l’etica che per lui vengono trattate in maniera semplice e elementare, contrapponendo a esse le difficoltà della filosofia stoica e le proprie sottigliezze dialettiche come segno di “superiorità filosofica” di quest’ultima. Ma tuttavia, nella contrapposizione è piuttosto l’epicureismo a guadagnare per la sua capacità di educare e di attrarre la gran parte della popolazione; questo perché si proponeva l’obiettivo di liberare gli uomini dalla paura della morte, del dolore, degli dèi, proponeva un ideale di imperturbabilità, sostenendo l’estensione della vita politica, e inoltre esponeva tali dottrine in un linguaggio semplice e gradevole.

Così a partire della seconda metà del II secolo alla metà del I secolo a.C. il panorama filosofico cambiò, vedendo lo stoicismo perdere terreno e l’epicureismo si trasformò da movimento popolare a movimento aristocratico e comparve sulla scena la filosofia dell’Accademia. Nello stesso tempo, sempre in contrapposizione all’epicureismo, si diffusero correnti di indole mistico-religiosa, di derivazione pitagorica di cui il più illustre rappresentante di questo neopitagorismo fu l’amico di Cicerone, Nigidio Figulo che tentò di conciliare la dottrina pitagorica con l’astrologia, praticò l’occultismo, e per questo subì un processo e fu esiliato; ma anche altri personaggi del panorama romano più illustri ebbero interesse per il simbolismo dei numeri e le speculazioni teologiche, come il grammatico Varrone e lo storico Sallustio.

Quindi vediamo l’epicureismo dominare la vita politica nella tarda repubblica, anziché lo stoicismo che invece diverrà la filosofia dominante durante l’impero, a partire dal momento in cui Augusto la assumerà come filosofia ufficiale del suo principato. Questo perché lo stoicismo incarnava di più di qualunque altra filosofia gli ideali morali del mos maiorum, come viene detto da Cicerone stesso. Il declino dello stoicismo alla fine dell’età repubblicana è in parte dovuto al momento politico, in cui erano richieste abilità oratorie particolari, che lo stoicismo non era in grado di fornire, in parte al fatto che proprie queste abilità erano assicurate dall’Accademia e dal Peripato.

Questi due luoghi si occupavano della formazione dell’oratore, soppiantando dunque lo stoicismo e non è un caso che lo stesso Cicerone attribuisca alla filosofia, intesa come disciplina indispensabile all’educazione retorica, un ruolo fondamentale anche alle sue realizzazioni di uomo politico. L’evento chiave che spiega il fascino della dottrina epicurea, e che contribuisce nello stesso tempo a determinarlo, è la composizione del “De rerum natura” di Lucrezio.

L’autore infatti ricava un resoconto della dottrina epicurea del tutto antitetico a quello di Cicerone. Lascia intendere che in quel periodo l’epicureismo avrebbe cessato di essere un movimento popolare; sceglie di scrivere in lingua latina, proseguendo con ciò la tradizione propria degli epicurei romani, ma formula alcune riserve: la lingua latina non è in grado di esprimere i concetti della filosofia epicurea in tutta la sua pienezza. Cicerone aveva invece rivendicato la superiorità del latino sul greco “per la ricchezza del lessico” e aveva criticato gli epicurei per aver tentato di tradurre in latino gli “atomi” di Epicuro.

Lucrezio sarà il primo a scrivere in latino perché vuole essere compreso da tutti, ma è anche vero che ricrea la filosofia epicurea nella sua lingua. Sa che l’impresa è difficile perché si propone di descrivere una realtà nuova, cioè di fornire una nuova teoria del mondo con nuove parole, sia creandole ex novo che modificando dall’interno i termini significativi del mos maiorum. È proprio la società oligarchica romana, con i suoi strumenti politici, in cui Lucrezio colloca il suo poema. Lucrezio rivolge preghiera a Venere parlando dell’indifferenza degli dèi, e poi attacca il concetto di religio, perché ha spinto gli uomini a compiere sacrifici umani agli dèi.

La separazione fra religio e pietas, che erano strettamente collegate nei valori del mos maiorum, non poteva essere più netta e con essa il rifiuto del modello di vita costruito dagli aristocratici romani. Gli dèi inventano la dottrina con delle pene tremende a cui gli uomini vanno incontro dopo la morte per avere controllo su di essi attraverso la superstizione, ma la dottrina di Epicuro, distruggendo la credenza della sopravvivenza dell’anima, libera gli uomini anche dalla paura della morte.

La dottrina epicurea spiega la vera natura dell’universo e mostra il processo attraverso cui la religio è potuta crescere e affermarsi. Poiché la paura della morte è la causa della distruzione di tutti i valori morali e anche la radice dell’ambizione politica, nel terzo libro Lucrezio cerca di provare che la morte segna la fine di ogni sensibilità e coscienza. Lucrezio ha poi presente la vita politica contemporanea; tuttavia non è a favore della repubblica più di quanto Epicuro lo fosse della monarchia. Infatti la lotta per il potere e l’ambizione non appartengono soltanto alle epoche passate, ma contraddistinguono anche la situazione presente.

L’autore vede nella situazione politica attuale di Roma un periodo di degenerazione. Le magistrature e il governo costituzionale nascono perché gli uomini sono stanchi della violenza e perché non sono rispettati i comuni patti di pace, ma non rappresentano lo stato ideale della società umana. A Lucrezio sta a cuore dimostrare che gli stessi falsi valori che distruggono l’atarassia (assoluta imperturbabilità di fronte alle passioni, quindi esente da ogni dolore) del filosofo epicureo sono responsabili della corruzione e dell’anarchia dello stato: solo i valori propugnati dall’epicureismo sono in grado di assicurare una pace stabile e duratura; così la filosofia epicurea e la politica vanno di pari passo e diventano delle strette alleate.

Di Francesco Giannetti, Instoria.it

link fonte: http://www.instoria.it/home/filosofia_antica_roma_I.htm

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Pubblicato da Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.org

Commenti (18)

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Mostra commenti 18 caricati
    1. danone 6 dicembre 2021

      Non ho le competenze per poter entrare troppo nel merito dei sistemi filosofici epicureo e stoico, ma una riflessione mi è sorta nella lettura.
      Scrive il Giannetti..

      Lucrezio sarà il primo a scrivere in latino perché vuole essere compreso da tutti, ma è anche vero che ricrea la filosofia epicurea nella sua lingua. Sa che l’impresa è difficile perché si propone di descrivere una realtà nuova, cioè di fornire una nuova teoria del mondo con nuove parole, sia creandole ex novo che modificando dall’interno i termini significativi del mos maiorum. È proprio la società oligarchica romana, con i suoi strumenti politici, in cui Lucrezio colloca il suo poema.

      Se consideriamo l'analfabetismo diffuso fra schiavi e plebaglia, il motivo per cui Lucrezio scrive in latino e non in greco, non credo fosse perché voleva essere compreso da tutti (95% analfabeti), ma perchè voleva rivolgersi ad un soggetto politico-sociale nuovo, emergente, ben preciso, ovvero le nuove classi mercantili arricchite, non patrizie, che certamente non essendo colte, difficilmente conoscevano il greco.
      L'obiettivo di Lucrezio, o di chi per lui, nell'introdurre l'epicureismo in latino, nel mondo romano, retto ancora dalle dinastie patrizie senatoriali rappresentanti l'ordine del mos maiorum, era per fornire un'identità culturale nuova e credibile, definiamola così, ai neo ceti agiati mercantili, gli unici, come sempre nella storia delle società, a poter abbattere i vecchi ordini religiosi-culturali tradizionali consolidati, retti dai vecchi ceti aristocratici coi loro privilegi.

      infatti aggiunge..

      La separazione fra religio e pietas, che erano strettamente collegate nei valori del mos maiorum, non poteva essere più netta e con essa il rifiuto del modello di vita costruito dagli aristocratici romani.

      Il rifiuto del modello costruito dagli aristocratici romani, significa che è ora di riforme signori, c'è lo chiede il progresso.
      Facciamo un parallelo con la situazione attuale, e paragoniamo il ruolo che sto ipotizzando abbia avuto l'introduzione dell'epicureismo nel mondo tradizionale romano, al pensiero unico polcor progressista neo-liberista mondialista, sdoganato nelle nostre società di oggi, da certi ambienti politico-ideologici dem, il cui relativismo valoriale assoluto va all'attacco dei valori tradizionali conservatori, coi loro limiti e virtù ovviamente, sintetizzabili nella locuzione Dio, Patria e famiglia.
      Valori consolidati che forniscono, bene o male, i fondamenti spirituali, di libertà e auto-determinazione delle identità culturali tradizionali, che devono essere oggi assolutamente demolite e rimosse dai nuovi ceti mercantili oligarchici mondialisti, per poter accedere all'agone politico, finalmente nuovamente disponibile alla competizione politica, rivendicando, quasi legittimamente davanti alle masse popolari, il diritto a governare al posto delle dinastie patrizie, le uniche delegate alla gestione del potere, nel vecchio ordine valoriale tradizionale.
      Nel parallelismo le vecchie elites patrizie romane del mos maiorum, sono rappresentate dalle classi dirigenti politiche nazionali elette, che dovrebbero perseguire stoicamente gli interessi nazionali, sostituite dalle nuove classi mercantili epicuree apolidi, oligarchiche e tecnico-scientifiche, non elette, del nuovo corso mondialista.
      Si può dire quindi che i grandi reset si configurano allo stesso modo, in qualunque epoca avvengono, nel senso che sembrano scontri ideologici-culturali epocali, ma in realtà lo scontro, lungi dall'ottenere un vero progresso culturale, produce solo lo sdoganamento di nuove elites di potere, che subentrano alle vecchie, lasciando però inalterati i paradigmi predatori e schiavistici, di cui si serve il potere sia nelle vecchie forme, sia nelle nuove.
      Ecco l'essenza dei reset, quando è necessario cambiare tutto, affinchè non cambi la logica coercitiva e prepotente, di comando e controllo, che esercita sempre il potere reale, chiunque lo rappresenti in ogni epoca, sui subalterni.

    2. oriundo2006 6 dicembre 2021

      Verissimo quello che dici.
      Un appunto però si impone: parlavano gli abitanti dell' Impero e prima ancora quelli di Roma italica il latino ?
      Vi sono ipotesi discordanti al riguardo ( qui una interessante introduzione alla questio: https://www.tempi.it/quale-lingua-si-parlava-davvero-a-roma-mistero-del-latino/#.WOILVpAvyUl ).
      Taluni infatti si spingono ad affermare, con lasciti epigrafici, che la lingua dei ceti 'emergenti' che commerciavano sul mare fosse una koinè tra greco e fenicio, date le storiche ed ampie capacità di navigazione di questi popoli, addirittura fino alle Americhe.
      Altri indicano nel latino 'colto' la lingua del diritto e del potere politico nonchè del comando militare e basta, come del resto si diffuse e si perpetuò nella parte orientale dell' Impero dopo la caduta. Altrove si utilizzavano le lingue locali, che poi daranno luogo a quelle romanze o a quella forma di latino con imprestiti slavi che è il rumeno ( l' albanese no...ed è una eccezione importante ).
      Il greco poi non era solo lingua 'colta' e 'filosofica' durante tutto l'Impero: era la lingua comunemente parlata nel Sud Italia senza soluzione di continuità fino all' anno mille della nostra epoca.
      La questione dunque è molto ma molto complessa.
      Certo come noti giustissimamente i ceti emergenti devono a forza adottare un linguaggio ed una mitologia sulle origini differente dai ceti 'possidenti' dell' ordo vetus', ivi compresa evidentemente una nuova 'religio', che per Roma significò quella dei culti orientali e non quella dei culti misterici greci ( purtroppo ): Cibele ed i suoi adoratori castrati fornirono un' ampio presupposto 'ideale' alla decadenza successiva, come una ampia tolleranza e addirittura apologia della omosessualità, dell'amore fra uomini e sopratutto di questi con i bei giovinetti, di cui i greci ( ma anche altri popoli ) ne erano stati i gaudenti antesignani ( e forse la cosa si perpetua nel moderno Afghanistan, antico regno dei diadochi, con l' istituto pederastico dei 'bacha-bazi' ).
      Tutto quello che collaborò alla crescita di Roma come Impero plurinazionale molto 'polcor' se si può utilizzare un termine moderno, fu poi responsabile della sua caduta: tutto accettare e tutto consentire il nome della grandezza 'ecumenica' dell' Impero provoca poi la fine.
      Naturalmente ogni riferimento alla nostra epoca è puramente frutto della fantasia del sottoscritto, il quale nega ogni responsabilità al riguardo...

    3. danone 6 dicembre 2021

      Mi viene da pensare, dopo aver letto il tuo ottimo commento, che il motivo principale per cui Lucrezio usa il latino, non è allora la da me ipotizzata mancanza di cultura dei nuovi ceti mercantili, che come ben dici te il greco lo conoscevano, forse allora risiede nella necessità, sempre da parte delle neo-elites mercantili, di ottenere più facilmente il consenso del popolo romano, le plebi dell'Urbe, che di certo il greco non lo conoscevano, così da proporsi in modo più credibile come alternativa di governo, col nuovo ordine epicureo scritto in latino.
      Mi mancano le conoscenze sufficienti, forse tu Oriundo mi puoi aiutare, per collegare l'introduzione dell'epicureismo, nelle modalità riformatrici del vecchio ordine, con l'introduzione del cristianesimo, che in teoria nella sua infiltrazione nel mondo romano, sembra replicare le stesse dinamiche e gli stessi obiettivi che si vollerò raggiungere con la precedente introduzione dell'epicureismo.
      Mi vien da supporre allora che, ciò che non riuscì con l'epicureismo, o riuscì magari solo a metà, riuscì 100 anni dopo col cristianesimo?

    4. oriundo2006 6 dicembre 2021

      Salve Danone, mi stimi troppo ! A parte questo, io intendo l’epicureismo, come altri influssi grecizzanti, derivanti dall’ Oriente Indù, attraverso mediazioni che ne avevano diluito ed in qualche modo estraniato l’origine.
      Innanzitutto il titolo dell’ opera di Lucrezio, de Rerum Natura, di contro all’ 'historia humanae gentis' glorificante l ‘aspetto militare della civiltà 'sub specie' romana, è una apologia di un tratto antimetafisico ed anti ’civile’ della civilità dell’ urbs dilaniata da lotte incessanti. E' negatore delle lotte fratricide, coincidenti col asserita ricerca del dominio ‘mondiale’ ( quanti riferimenti possibili all’ oggi ! ), negatore del Fato ‘sibillino’ che vede Roma ‘domina’ di città e genti ( motivo poi ripreso dal cattolicesimo militante ), è negatore dell’esistenza degli Dei e del timore verso loro: è da seguire la scienza naturale e non già la ‘superstitio’, questo è il lascito antimetafisico della sua Opera, sia nella politica che nella religione.
      Una frase su tutte chiarisce l’ imprestito orientale:
      ‘’..quando avremo veduto che nulla può nascere dal nulla..’’.
      Questo è il nucleo filosofico del buddismo ovvero sulla generazione codeterminata dei fenomeni, che sono ‘vuoti’ di essenza loro propria dovendo questa esser derivata dai suoi costituenti ultimi: gli atomi in Lucrezio e Democrito, i ‘dharma’ costituenti i fenomeni percettivi ed insieme quelli grossolani ‘ultimi’ nella filosofia del Maestro orientale ( la citazione è su Wiki a cui rinvio per semplicità sui tratti che riguardano la tecnica ed altro, tratti modernissimi … ).
      Da qui si potrebbe dire che la filosofia epicurea è stata solo ‘volgarizzata’ dai suoi epigoni crapuloni in Roma come altrove, senza parlare degli adepti della Suburra, essendo invece nel suo nucleo intimo filosofia nel senso pieno del termine, aristotelico per la parte greca di ricerca delle leggi naturali e buddista-induista per la parte ‘orientale’, per l' amore della chiarezza del pensiero rasserenante e calmo, come volevano del resto Buddha ed i saggi ‘gimnosofisti’ ( tralascio i riferimenti ‘colti’ del sanscrito ).
      I cristiani lo vollero suicida, non a caso dato il suo pensiero ‘materialista’ e antiprovvidenziale, nonché estremamente e lucidamente ostile agli 'idola tribus’.
      Se ne servirono dunque come ‘exemplum' al contrario, non potendolo inserire nel pantheon dei precursori del Galileo, nè potendo recepirne la mediazione spirituale che vede nello Spirito umano, depurato dalle proiezioni religiose e mentali fallaci, la Luce perfetta che deve guidare ‘naturaliter’ le nostre azioni.
      Ad Majora !

    5. danone 6 dicembre 2021

      Grazie Oriundo, molto interessante ciò che scrivi.
      E' un vero piacere leggerti :-))

    6. sbregaverse 6 dicembre 2021

      Ad Majorana ?!

    1. alpho 5 dicembre 2021

      Come autodidatta ho letto qualcosa ed il pensiero greco è profondo sublime ed attuale, l"occidente tutto dovrebbe genuflettersi ai piedi della Grecia antica inutile parlare della grandezza introspettiva delle tragedie classiche ecc.

    1. Rnamessaggero 5 dicembre 2021

      Ho letto tutto l' articolo poi per disintossicarmi sono dovuto ritornare a qualcosa di stoico:

      I connettivi:
      la negazione
      la congiunzione
      la disgiunzione
      la implicazione

      Questa logica è stata negata occultata per circa 1700 anni, oggi è solo grazie a questa se abbiamo fatto un passo avanti, passo che potevamo anche non fare, a che serve fare passi se la maggioranza non capisce la differenza tra vaccino e terapia genica sperimentale o and e che Gesù era stoico.

    2. Armin 5 dicembre 2021

      Ho visto. Interessante. Io ammiro molto Lucio Anneo Seneca e, tra i Greci, Epicuro,
      che ha tratti in comune con gli Stoici (l'atarassia, l'imperturbabilità).
      In una lettera a Lucilio, Seneca parla di Lione, una città con secoli di storia, che bruciò in una notte. Da lì deriva la Legge di Seneca: "la crescita è lenta, ma la caduta è veloce!" (ogni riferimento alle "èlite" occidentali e ai loro lacché è casuale!). Ha ha ha ha ha!!!!!

    1. Armin 5 dicembre 2021

      Nella Città della Pieve, dove è nato Draghi, oggi c'è la manifestazione dei suoi concittadini contro le sue idee e opere scadenti. L'incazzatura dei Popoli, questi ingrati, è in aumento e ne consegue l'aumento dei pericoli per gli onnipotenti, (non tanto onnipotenti). Auguri.

    2. Rnamessaggero 5 dicembre 2021

      Il dottt. Reiner Fuellmich è un avvocato tedesco americano, è colui che vinse cause multi-milionarie contro le frodi di Deutsche Bank e quella contro la Volkwagen per la frode Dieselgate. Ha avviato la più grande azione legale della storia chiamata "Norimberga 2" contro l' OMS... per crimini contro l' umanità. Può essere vero.

    3. Armin 5 dicembre 2021

      Non lo so, ho sentito qualcosa. Comunque tutto contribuisce alla causa, ho altre conferme di Parate negli Stati Uniti dei Proud Boys, e di altre milizie di stirpi
      Europee armate. Io noto un'accelerazione degli eventi. Indubbiamente Trump
      ha catalizzato e galvanizzato i Patrioti. Quando arriverà la resa dei conti,
      saranno scintille.

    1. Armin 5 dicembre 2021

      I Romani erano pratici, realisti, disciplinati con valori doveri diritti ben definiti, i Greci erano in crisi, troppe filosofie, figlie della decadenza, secondo me.

    2. Rnamessaggero 5 dicembre 2021

      Ho letto spesso che i filosofi greci erano beoni e pederasti, per dire. Oggi la filosofia greca torna di moda per via che si cerca di eliminare la differenza tra genitori ? si può essere.

    3. Armin 5 dicembre 2021

      Rnamessaggero, ciao. Sì, è vero. La decadenza odierna dell'occidente è uno scadimento generale. Riflette la mentalità degli indemoniati rintronati al potere
      in occidente.

    1. sbregaverse 5 dicembre 2021

      Sì perfetto.Il romano era concreto amava il pragma :la competenza del saper fare." Avversione alle speculazioni astratte". Anche la religio doveva stare al suo posto:nessun intralcio all' azione più acconcia allo scopo.

    2. Rnamessaggero 5 dicembre 2021

      L' acquedotto romano è ancora in piedi il ponte a Genova nun me pare, l' architetti studieno a filosofa ? pò esse.

    3. sbregaverse 5 dicembre 2021

      Come fai a sapere che sono anche architetto?

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