PERCHE’ QUESTO MORTORIO SOCIALE ?

PERCHE’ QUESTO MORTORIO SOCIALE ?

DI MORENO PASQUINELLI

sollevazione.blogspot.it



Su quali fattori deve basarsi la linea di condotta dei rivoluzionari ?


Prendo lo spunto da discussioni avute con compagni e amici accomunati da un rifiuto radicale dell’esistente, come dal disprezzo per il sistema e le élite che detengono il monopolio assoluto dei poteri. Si tratta di persone molto diverse fra di loro, per livelli di cultura per convinzioni politiche, ed infine per estrazione sociale.Etica e Spirito del tempo

Comunanza di sentimenti, d’indignazione, non quindi un’autentica fratellanza, né di classe, né ideale. Un’empatia basata su comuni valori etico-morali, qualcuno potrebbe dire. Non lo penso. Basta scavare un poco per scoprire, alle spalle della medesima indignazione per lo stato di cose presente, profonde differenze politiche e ideali. Il sentimento d’indignazione è solo negativo, mentre un’etica implica una positiva e razionale (non meramente intellettualistica) visione del mondo, una gerarchia dei valori, un’idea della prassi.

Negatio est determinatio, affermava Spinoza, ed è vero, ma sul piano politico questo è soltanto il primo stadio della coscienza. Una negazione, tanto più se essa si avvita attorno alla propria irriducibilità, non conduce in altro luogo che in quello del nichilismo.


Ed in effetti nella sinfonia dell’indignazione crescente, al di la dell’anarchia dei suoni, è proprio il rumore di fondo del nichilismo che prevale, l’abisso in cui si spegne ogni eticità. Non c’è infatti eticità al di fuori del perimetro del bene comune, della vita della comunità, della sua destinazione.


E che prevalga il nichilismo, nel lamento generale, non è sorprendente. Esso è figlio dei tempi, messo al mondo dal connubio tra potenti fattori materiali e non meno potenti fattori culturali e spirituali. Non conta impiccarsi ai nessi causali, nei fatti l’atomizzazione sociale combacia a perfezione con l’ipertrofia dell’Io, con la vittoria, dopo una lunga guerra di logoramento, della supremazia delle singolarità su quella comunitaria e di classe. Atomizzazione sociale, frantumazione e imborghesimento della classe proletaria, sono alla base della polverizzazione politica dell’area rivoluzionaria, e dell’ipertrofia dell’Io.



E’ sempre parlando con questi compagni e con questi amici che si avverte lo Spirito del tempo, l’idea che tutto sia oramai perduto, che il sogno di un futuro migliore ce lo siamo lasciati alle spalle, che la storia sia pregiudicata, che il Sistema sia invincibile. Li accomuna poi l'idea, sbagliata, che il monopolio sistemico sui mezzi d'informazione, quindi la presa ideologica della classe dominante, contino ben più, nello spiegare la pace sociale, più delle condizioni materiali d'esistenza e di vita.

Questo è il senso comune, la coscienza che tutto permea e che è quindi egemone. E’ l’idea dunque che l’attuale crisi, per quanto grave, non sarà davvero fatale per il sistema. Che quindi non esistono contraddizioni intrinseche su cui poter fare affidamento, che ogni sollevazione di massa, semmai ci sia, può essere non solo assorbita, ma metabolizzata dal Sistema stesso.

Questo è lo sconfortante Spirito del tempo, che tutto afferra nella sua pulsione di morte. Uno Spirito che quindi si dilegua in due anime opposte: l’una quella della rassegnazione o dell’ozio della coscienza, l’altra quella della centralità di minoranze eroiche che con la loro azione possono colpire il nemico e, semmai, risvegliare i sudditi dal loro torpore.

Questi amici affermano: «La vostra fede nelle masse è ingiustificata. Voi che credete fermamente che solo l’irruzione di grandi masse può davvero cambiare il corso della storia, siete tenuti a spiegarci perché, giunti al quarto anno di una crisi economica senza precedenti, la situazione non si sblocca; il perché di questo mortorio delle masse».


Esistenza materiale e coscienza sociale

Marx affermava «Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza», volendo sottolineare la priorità assoluta dell’esistenza materiale, di cui la sfera ideale non sarebbe che un mero rispecchiamento. Questa proposizione va corretta: è vero che l’esistenza determina la coscienza, ma solo in quanto sta concatenata al suo opposto: che la coscienza determina l’esistenza, o il principio dialettico della codeterminazione. L’azione degli uomini certo si espleta nell’ambito di circostanze storico-naturali fattuali date, da cui essi non possono prescindere, ma quest’agire, determinato ma non predeterminato, è finalistico, orientato a raggiungere uno scopo, e questo porre uno scopo è ciò che chiamiamo coscienza. Un’azione che quindi prende necessariamente forma nella sfera del pensiero, pensiero che non è un mero riflesso delle condizioni materiali d’esistenza, ma che è il precipitato di secoli e millenni di sviluppo della ragione. Questo modellare l’esistente in base ad un non-ancora-esistente (se pre-esistente solo nella sfera ideale), questo trasgredire o trascendere l’ordine delle cose, è proprio ciò che distingue ontologicamente l’uomo dalla natura, la quale procede sì, ma ubbidendo in modo incosciente ad un impulso vitale —essa non ha dunque idee, non pensa, e propriamente non si pone alcuno scopo.

Il congedo ogni meccanicismo, non revoca tutta via in dubbio che le condizioni materiali d’esistenza sono il fondamento su cui si erge la battaglia ideale, su cui crescono e mutano lo Spirito del tempo e quel suo surrogato che chiamiamo senso comune. L’analisi delle condizioni materiali d’esistenza di una classe o di un popolo resta il primo compito di una minoranza rivoluzionaria, se vuole comprendere in che direzione cambi il senso comune e quindi calibrare la sua propria azione.

Affinché grandi masse, e non singolarità o minuscole minoranze irrompano sulla scena debbono concorrere due fattori: uno sconvolgimento delle abituali condizioni materiali di vita e che si affacci un nuovo Spirito del tempo. L’azione di queste minoranze, siccome poco o nulla può sul primo piano, deve invece concentrarsi sul secondo. Una minoranza è rivoluzionaria se è il deposito e il conduttore di uno Spirito nuovo, se quindi espleta un’opera di trasmissione e divulgazione. L’azione, se non vuole essere fine a sé stessa, implica possedere una visione ideale, e dunque adeguate modalità di trasmissione e divulgazione. Un’opera complessa, che non si risolve nella pura propaganda, che implica l’azione e l’esempio, ovvero un agire esemplare che, per essere efficace, richiede un habitat adeguato, un quantum di forze accumulate, che questo agire sia commisurato alla situazione concreta, ai rapporti di forza tra le forze in campo.

Grandi masse passano all’azione solo a certe condizioni obiettive. Due essenzialmente: «Che chi sta in basso non possa più vivere come prima, e chi sta in alto non possa più governare come prima». [Lenin]
Abbiamo forse, oggi, qui da noi, queste due condizioni? No, non le abbiamo. Definendo questa crisi del capitalismo come storico-sistemica, stiamo dicendo che essa non è un singolo evento catastrofico, ma un processo fatto di fasi, anche alterne, le quali in ultima istanza conducono ad una resa dei conti finale, allo scontro frontale tra forze antagoniste che deciderà le sorti della società per un lungo periodo.


Analisi concreta della situazione concreta

Parafrasando Lenin, oggi, qui da noi, chi sta in basso, ovvero, la sua grande maggioranza può ancora vivacchiare come prima mentre, chi sta in alto, pur a fatica, può ancora governare come prima. La crisi economico-sociale non è un colpo di maglio, né colpisce chi sta in basso in modo indiscriminato —del resto chi sta in alto ha imparato la lezione che gli è venuta dai secoli precedenti, evita se può di procedere per strappi violenti.

Pensiamo siano istruttive le tabelle più sopra. Fotografano la situazione generale del nostro paese.

In Italia la ricchezza privata complessiva (la somma di tutti i beni, mobili e immobili, a valori di mercato correnti al netto delle passività finanziarie) è pari a 5,4 volte il Pil. Il dato immobiliare è noto: più dell’80% della popolazione italiana abita in alloggi di proprietà. Se si divide questa ricchezza complessiva per abitante abbiamo 140mila euro procapite. Se la si divide per famiglie abbiamo che ognuna dispone mediamente di una porzione di ricchezza di 350mila euro. Così, tanto per dire, 1.900 miliardi di debito pubblico sono appena il 22% dello stock di ricchezza privata accumulata —confortando la tesi di chi sostiene che il debito pubblico italiano sia più sostenibile di quello di altri paesi, considerati “virtuosi” perché non vengono considerati i loro debiti privati. Non basta: il saggio di risparmio lordo degli italiani, pur in calo (oggi è dell’11% rispetto al 22% del 1995), è secondo solo a quello dei tedeschi (16,7%). E per comprendere quale fosse la situazione prima della grande crisi del 2008-2009 va segnalato che nei 14 anni che l’hanno preceduta la ricchezza delle famiglie è cresciuta costantemente passando da 4.212 miliardi del 1995 agli 8.414 miliardi del 2007. Il ciclo accumulativo si interruppe appunto nel 2008, col sopraggiungere della recessione economica.

Questi dati grezzi ci aiutano a capire le ragioni per cui la situazione è bloccata. La grande maggioranza dei cittadini, compresi i lavoratori salariati, viene da un lungo ciclo di benessere diffuso. La consapevolezza che la sopraggiunta crisi sia una cosa terribilmente seria, ha prodotto un sentimento di timore, prevale la paura di perdere certi benefici, che il modo di vita consumistico sia pregiudicato. E il sentimento di paura determina a sua volta un comportamento conservatore, per altro ancor più accentuato tra gli operai che non tra la piccola borghesia. Questo spiega come mai, i soggetti e i settori colpiti frontalmente dalla crisi sono stati lasciati soli e i focolai di ribellione non solo si sono generalizzati, ma sono stati risucchiati nel clima generale di paura.

Non dobbiamo nemmeno temere di dire cose antipatiche, o sconvenienti a tanti militanti antagonisti: il panico della catastrofe, lungi dal risvegliare le masse dalla loro apatia, non solo rafforza la loro inerzia, a malapena nasconde la loro intima speranza che il sistema guarisca, che tutto ritorni come prima. Di qui alla fiducia che il salvatore della patria Mario Monti ce la faccia, il passo è breve.

Anche coloro i quali contestano la cura da cavallo imposta dall’Unione europea e portata avanti dai “tecnici”, numero destinato a crescere con l’avvitamento della crisi, non stanno approdando alla sponda dei rivoluzionari. Essi hanno solo iniziato a spostarsi, a muoversi, ma a passo di lumaca, riponendo le loro speranze a forze che sì contestano la terapia liberista ma che non vanno oltre ad un keynesismo variamente declinato —dal Pd ai neofascisti, passando per l’M5S fino ai seguaci della Mmt. Altra farina deve macinare il mulino della crisi prima che da un fuoco qua e la si passi all’incendio generale, alla sollevazione. Devono saltare le paratie difensive del sistema, fallire i dispositivi di salvataggio dell’Unione europea. Noi non abbiamo dubbi che questo avverrà, che chi sta in alto non riuscirà a far ripartire il motore grippato del capitalismo occidentale, europeo in particolare. Non riuscirà ad evitare lo sbocco “naturale” di questa crisi: una pauperizzazione generale delle masse con una contestuale concentrazione della ricchezza nelle mani di una ristretta minoranza di possidenti, decisi questi ultimi a difendere ad ogni costo la loro supremazia, se serve anche sbarazzandosi del poco che resta della democrazia.


Per questo le statistiche di cui sopra vanno prese con le pinze. Ogni grande aggregato statistico nasconde infatti le disparità sociali. E’ l’Istat a dirci (rilevazioni 2011) che gli italiani che vivono di stenti o hanno grandi difficoltà ad arrivare a fine mese sono praticamente raddoppiati dal 2008 ad oggi. L’anno scorso l'11,1% delle famiglie era relativamente povero (per un totale di 8.173 mila persone) e il 5,2% lo è in termini assoluti (3.415 mila). Queste percentuali praticamente raddoppiano nel Mezzogiorno, che la crisi contribuisce a staccare dal resto del paese. Ed è sempre la Banca d’Italia a dirci che il 10% più ricco della popolazione possiede più del 50% della ricchezza finanziaria.


Per questo decisiva è l’analisi concreta della situazione concreta, dalla quale dipendono linea politica e linea di condotta, che non devono basarsi sull’umore delle masse, per sua natura volatile, ma anzitutto sui fattori oggettivi. Ciò che conta è cogliere nella situazione la linea di tendenza principale, e della catena quali sono gli anelli deboli destinati a spezzarsi per primi.

Non si tratta quindi di avere una cieca fiducia nelle masse. Si tratta di comprendere ciò che queste masse saranno costrette a fare una volta spinte in condizioni di abiezione sociale e morali inaccettabili. E certo che la rivoluzione non sarà solo un atto mondano e materiale, che sarà anche un rivolgimento spirituale. Grandi masse non abbracciano un ideale come i singoli individui, le modalità sono differenti, come pure i tempi lo sono. Una coscienza rivoluzionaria si fa largo nel disfacimento della società, e l’ampiezza del suo raggio dipende dalla profondità di questa dissoluzione.



Siamo all’inizio di questo cammino. Compito delle minoranze rivoluzionarie non è quello di lanciarsi in avanti per raggiungere velleitariamente per prime la meta, ma di agire, con ogni mezzo che conduca agli scopi: far crescere, assieme ad una nuova coscienza sociale, un’attiva e massiccia partecipazione diretta da parte dei cittadini.

Moreno Pasquinelli

Fonte: http://sollevazione.blogspot.it

Link: http://sollevazione.blogspot.it/2012/10/perche-questo-mortorio-sociale.html

22.10.2012

Commenti (37)

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    1. nuovaera89 23 ottobre 2012

      Abbiamo bisogno di una evoluzione, non di una rivoluzione, quando capiremo che il denaro non è tutto ma solo un mezzo, forse riusciremo a cambiar rotta.
      La cosa molto preoccupante, e vedere l'adattamento di molte persone a questo tipo di situazione, lavorano 10 ore al giorno con lo stipendio sempre uguale, e ti dicono che bisogna portare pazienza, è il periodo.
      Io sono pessimista, non ho fiducia in questo popolo, e quando cominceremo a ribellarci, bé ci ammazzeremo uno con l'altro, io cercherò rifugio tra le montagne.

    1. Jor-el 23 ottobre 2012

      Pasquinelli non ha capito assolutamente nulla né di Keynes, né di Marx. La rivoluzione intesa marxianamente, è il rivolgimento sociale che abbatte il sistema economico-politico quando esso è già obsoleto, quando si sono già determinate le condizioni perchè le classi dominate possano far funzionare la società e l'economia in modo migliore. Quando nella Rivoluzione Francese la borghesia abbattè il potere della nobiltà e del clero, si erano già determinate le condizioni per l'emergere della nuova società, il capitalismo. La rivoluzione non è una cosa che "si fa", ma un processo in cui bisogna "essere". Nel secondo dopoguerra, nei paesi della massima espansione del capitalismo, si era innescato un processo rivoluzionario reale, in cui, per la prima voluta, si prefigurava il superamento del capitalismo stesso. Dalla piena occupazione keynesiana al socialismo il passo è molto breve e le elite finanziarie se ne accorsero! Oggi stiamo vivendo il terribile momento della controffensiva delle classi che stavano per essere scalzate dal potere. Il problema, quindi, non è di predicare l'ortodossia marxista leninista perché nelle "masse" maturi una mitica "coscienza rivoluzionaria", ma respingere l'attacco brutale di un piccolo ma potentissimo gruppo di criminali restituendo al popolo il potere che gli è stato tolto, i diritti duramente conquistati che sono stati cancellati, la ricchezza che è stata depredata. La MMT non aspira a "correre in soccorso del capitalismo", ma a salvare vite, ricostruire economie devastate, rimettere il cammino della storia sulla retta via, quella della crescita dei diritti e della democrazia.

    1. radisol 23 ottobre 2012

      Che c'entra lo studio del FMI o ancora peggio l'assurdo Nobel alla Ue con le rivolte che ancora non esplodono e sul perchè di questo ? Ma possibile che sapete solo cambiare discorso ? E comunque non esiste soluzione diversa alla rivolta ..... da sempre la violenza è "levatrice" della storia ... e comunque banchieri ed affaristi non lascerebbero mai il potere spontaneamente .... piuttosto fanno scoppiare loro la terza guerra mondiale ...

    1. Mondart 23 ottobre 2012

      Eh, qui sta il punto ... autodeterminazione vs. evoluzione pilotata. A torto o a ragione, questo lo diranno i posteri, "colà dove si puote" è stata scelta la seconda opzione. Con la decisione di dare, storicamente e pragmaticamente, una piccola "spintarella" al conseguimento di un presunto ordine globale. Vedrùm !

    1. nuvolenelcielo 23 ottobre 2012

      è solo un esempio della società della forma e non della sostanza, che (secondo me) è il motivo secondo per cui la rivolta non esplode, non è cambiare discorso. Ci sono ovviamente altri molti esempi, tu ne hai fatto un altro.

    1. radisol 23 ottobre 2012

      E come al solito si cambia discorso .... come se poi il fatto grave fosse la caduta di un Berlusconi ormai allo sbando più totale, che campava su 3 deputati comprati ... e non il fatto, assai più grave, che dopo la caduta del Berlusca non si siano tenute le sacrosante e dovute elezioni e si siano invece nominati, anche coi voti dei berluscones, questi cosiddetti "tecnici" ... e comunque tutto ciò cosa c'entra con la "rivolta" che ancora non esplode ? E con le cause di ciò ?

    1. Mondart 23 ottobre 2012

      Col tuo intervento confermi due cose:

      1) Serve sempre un catalizzatore: la massa da sola non reagirebbe in modo adeguato nè tantomeno organizzato.

      2) Vengono premiate solo le "ribellioni" che, per momento e direzione, vanno nella direzione desiderata.


      Ma siamo così sicuri che si debba ancora necessariamente passare da queste forche caudine ? L' ultimo post sul perlomeno "strano" studio del FMI ( certo, la scoperta "a orologeria" dell' acqua calda ), e l' altra stramberia del nobel per la pace all' Europa, sembrerebbero dimostrare una diversa volontà "colà dove si puote ciò che si vuole" ...
    1. Tanita 23 ottobre 2012

      "In una società della forma priva di sostanza come la nostra, è normale che i fatti gravi siano la telefonata di Berlusconi alla questura per fare uscire Ruby, non la telefonata della Merkel a Napolitano per far cadere il governo italiano."

      Clap clap!!!

    1. nuvolenelcielo 23 ottobre 2012

      Non è nichilismo..., o meglio questa apatia deriva dal fatto che la natura animale dell'uomo è ridotta alle briciole, e quindi non ha più la forza di ribellarsi. Ci è stato insegnato che il rispetto delle regole è santo, indipendentemente da quali siano le regole. E grazie alla società mediatica globale questi concetti-meccanismi sono oggi dominanti in tutte le persone dei paesi occidentali. La cultura ha distrutto il valore dell'animalità e quindi dell'affermazione fisica nel mondo, riducendola all'ambito dello sport. Questo è l'uomo oggi, un bullone e una vite del regolamento che gli viene imboccato. La gente si scandalizza per la forma, la sostanza non conta più niente. Quindi ci dobbiamo accontentare del M5S, ovvero movimento 5 Monti dove la forma cambia (giovani, onesti e che si riducono lo stipendio), ma la politica economica è la stessa (tagli tagli tagli), perché toccare la sostanza delle regole (UE, euro ecc) è sostanza e quindi intoccabile.
      In una società della forma priva di sostanza come la nostra, è normale che i fatti gravi siano la telefonata di Berlusconi alla questura per fare uscire Ruby, non la telefonata della Merkel a Napolitano per far cadere il governo italiano.

    1. radisol 23 ottobre 2012

      L'ho detto già altre volte e lo ripeto .... il "mortorio sociale" ( che poi non è nemmeno del tutto vero, ad esempio sono due settimane che gli studenti, soprattutto quelli medi, fanno casino in tutta Italia ma la stampa mainstreem ne parla solo se ci sono "incidenti", peraltro risibili, da pompare con intento criminalizzante) è dovuto ad un semplicissimo dato ... e cioè che in Italia nessuna organizzazione politica e/o sociale indici seri scioperi ed iniziative di piazza ... cosa che invece succede in Spagna, Grecia, Portogallo, Belgio, Francia, persino Inghilterra che non è nell'eurozona ... tutto qua ... e storicamente non è assolutamente vero che "l'italiano" tende ad "adattarsi" ... l'Italia è con la Francia l'unico paese dell'attuale Europa dove la resistenza al nazi-fascismo è stata di massa, minoritaria certo come tutte le rivolte e le rivoluzioni, ma comunque di massa .... e l'Italia è l'unico paese al mondo dove il primo "moto globale", quello del 1968, è durato dieci anni ... ma allora, nell'uno e nell'altro caso, c'erano organismi politici e/o sociali, rivoluzionari o anche solo coerentemente riformatori, che dirigevano ed organizzavano queste rivolte .... ora di tutto questo è rimasto ben poco ..... la storia è tutta qua ... il resto è noia, sociologia da bar dello sport o poco più .... e poi c'è anche un altro dato, che riguarda in particolare anche molti utenti di CdC .... il dato che le poche volte che forma di rivolta sociale si sono manifestate in modo netto, senza se e senza ma .... mi riferisco agli scontri di piazza del 14 Dicembre 2010 e del 15 Ottobre 2011 a Roma ma anche ai Forconi siciliani, agli scioperi duri di autotrasportatori e tassisti, alla lotta contro la Tav e financo alla lotta disperata degli operai dell'Alcoa .... c'è stato regolarmente chi, un pò ovunque ed in modo particolare su questo sito, ha parlato di improbabili "infiltrati" , di "movimenti eteroguidati", persino di semplice teppismo o, nel caso siciliano, addirittura di "mafia" .... ed anche questo conta nel presunto "mortorio" di cui parla il buon Pasquinelli .... cui comunque va un merito enorme, lui è stato uno dei pochi "commentatori" che queste tesi strumentali le ha ogni volta respinte con serissimi e convincenti argomenti .... ma purtroppo è uno dei pochissimi in questo senso ....quindi, per concludere, la cosa non riguarda Pasquinelli, ma molti di quelli che dicono, con argomentazioni spesso raccogliticce e di bassa lega, che in Italia la rivolta è impossibile .... semplicemente quella rivolta sono loro i primi a non volerla .... meglio cianciare di rivolte lontane nel tempo e nello spazio, ma "sotto casa mia no, c'è il rischio che mi bruciano l'automobile" .....

    1. Mondart 23 ottobre 2012

      Beh, che però non si stiano sollevando polveroni, e quindi indirizzando il malcontento in direzioni ben precise, non direi ...


      Insomma, io vedo un sistema che ( ancora una volta ) assieme ad una svolta "ciclica" certamente favorita da una ben precisa "struttura" ( più che etnia ), va verso un auto-modellamento forse non tutto, o non solo, negativo. E dove ogni dinamica ( da quelle economiche a quelle di controllo più prettamente "psicologico" e di reindirizzamento del dissenso ) è scientemente tesa a ciò.

      Resta da capire bene l' idea e il modello sociale guida, fin dove il fine giustifichi i mezzi, e se debba per forza essere conseguito attraverso questa infinita e dannatissima serie di cicli occultamente pilotati.

    1. Primadellesabbie 23 ottobre 2012

      "Non é la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza". = Dobbiamo accordarci su cosa intendere, in questo caso, per vita (probabilmente il testo originale é più chiaro). Sopravvivenza o svolgimento della vita? Assumo arbitrariamente la seconda ipotesi. = Dato che la coscienza é il risultato della "scoperta del mondo" (in divenire) da parte di ciascuno. Stante che le capacità di percezione di ognuno sono tutte rigorosamente diverse, come anche le qualità delle componenti dell'essere (ciascuno di noi), che presiedono all'analisi dei dati ottenuti dal procedere della continua (tutta la vita) "esplorazione", l'esito conduce a diversi gradi di coscienza. La coscienza é parte determinante nel comportamento di ognuno. Volete l'ordine e la pace sociale? Costruite una gerarchia in cui sia rispettato il grado di coscienza raggiunto da ciascuno. Punto!

      P.S. Mi si perdoni la libertà che mi sono presa di usare un linguaggio troppo "disinvolto" per l'argomento in questione.

    1. stefanodandrea 23 ottobre 2012

      Mi fa piacere che Moreno Pasquinelli sostenga ora ciò che gli dicevo un anno fa, quando ci "separammo". Daltra parte anche sull'unione europea l'ho anticipato. Al convegno che volle intitolare fuori dall'euro fuori dal debito io tenni una relazione intitolata "O la Costituzione dele Repubblica Italiana o l'Unione Europea". Non sono soltanto le masse a muoversi, anche le avanguardie. Ed ora corro a scriverglielo su Sollevazione.

    1. Marcusdardi 23 ottobre 2012

      Le masse è vero che sono inermi e che le rivoluzioni sono pilotate ma questo non toglie la volontà ed il desiderio dei singoli a dare un contributo a voler cambiare le cose.
      Sono tante le rivoluzioni di pensiero da compiere, le uniche inermi ed efficaci, a mio modesto parere esprimo i miei pensieri con canzoncine semplici e invoco un nuovo modello di sviluppo

      http://www.youtube.com/watch?v=j_e28nKK84s

    1. zara 23 ottobre 2012

      Fondamentalmente le cose stanno così ( pare personale ): i movimenti di ribellione all'ordine costituito sono stati storicamente appannaggio di personalità di origine ebraica. La politica di Mario Monti mirante a distruggere il tessuto sociale italiano ,non tocca l'interesse della lobby ebraica, che anzi ne è avvantaggiata. Ecco perché lo spirito dei tempi si è affievolito e non ci sono rivolte e fomentazioni contro il potere politico.

    1. Ercole 23 ottobre 2012

      OTTIMA RIFLESSIONE,credo che bisogna diffondere questa consapevolezza tra i lavoratori, affinche sappiano che solo organizzandosi in partito di classe e volgendo la terga al riformismo,e tutti i sindacati asserviti al capezzale del capitale,potranno affrontare,la nuova piu grave situazione, prima con scopi difensivi,poi se le condizioni oggettive e soggettive saranno favorevoli,con l,offensiva rivoluzionaria

    1. Mondart 23 ottobre 2012

      Mah ... il fatto vero è che "la massa" è un formidabile inerte, che può essere convogliato a piacere in qualsivoglia direzione. Ha mai sentito parlare Pasquinelli di "sindrome di Stoccolma", o di "esperimento carcerario di Stanford" ?


      Sono entrambi ottimi esempi del fatto che, per quanto vessata e posta in condizioni incompatibili con la vita, la natura umana abbia ben poca predisposizione alla "ribellione spontanea" e preferisca invece, quale estrema ratio adattiva, stravolgere se stessa in una involuzione masochista. La dinamica che a determinati livelli lega la vittima al suo carnefice non è nè paradossale, nè tantomeno diabolica o perversa, ma semplicissima: poichè non posso mangiare la cacca, mi convinco che sia cioccolata.
      ( Ossia poichè non posso sopravvivere di solo odio, ecco che lentamente trasformerò questo sentimento in amore: è lo stesso fenomeno per cui la moglie bistrattata e picchiata non riesce a lasciare il marito, affermando -nel vero- che in fondo "lo ama" ). La Grecia è un altro formidabile esempio di quanto si possa tirare la corda senza che si spezzi: e questo ben lo sanno i dominanti che SONO PERFETTAMENTE CONSAPEVOLI di poter arrivare a spingersi fin quasi al punto di rottura senza che si generi alcuna rivoluzione "spontanea". E lo sanno per esperienza diretta ancor prima che statitistica, appartenendo quasi in toto alla categoria dei sadici.
      Poi sarà compito degli intellettuali e degli opinion leader di turno fare in modo che questa rivolta, se necessario, avvenga ... pilotandola però nella voluta direzione.

      In fondo è la stessa identica cosa che pilotare una crisi economica o un conflitto bellico scientemente generati, non cambia nulla ... e Monti & C. sanno esattamente quello che stanno facendo, non sono scemi.

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