Di Giorgio Agamben
Sempre di nuovo occorre mettere in questione il primato della conoscenza nella nostra cultura, chiedersi se veramente, secondo le parole che aprono la Metafisica di Aristotele, ciò che gli uomini desiderano sia innanzitutto conoscere.
Se si restituisce infatti la verità al suo significato etimologico di non-nascondimento (a-letheia), allora nella verità in questione non è la conoscenza, ma la conoscibilità, l’apertura a partire dalla quale soltanto qualcosa come una conoscenza diventa possibile.
Se chiamiamo «volto» l’esser manifesto, il darsi e l’apparire di ciascuna cosa, allora la verità si situa in questa apertura originaria, è memoria dei volti delle cose e non la loro riduzione a oggetto di sapere e di scienza. E poiché noi proviamo piacere e ci innamoriamo delle apparenze e dei volti, una conoscenza che pretende di farne a meno non può in alcun modo contribuire alla nostra felicità.
Se l’arte e la filosofia ancora ci interessano, è perché hanno a che fare non con la conoscenza, ma con la conoscibilità delle cose e delle persone. Una cultura come quella in cui viviamo, che dimentica i volti e insegue a tutti i costi la conoscenza non può pertanto che finire, com’è oggi evidente, nel dominio cieco e distruttivo sul mondo da parte di una scienza trasformata nella più intollerante delle religioni.
Di Giorgio Agamben
05.10.2026
Giorgio Agamben. Filosofo e scrittore
akel 18 ottobre 2026
Aristotele nella prima frase della Metafisica usa il verbo Εἰδέναι che significa «vedere». La scolastica molti secoli dopo lo traduce per «scire» che per la scolastica è il «conoscere la verità».
Quindi quello che era il sapere prodotto dalle sensazioni assume un significato che nega, cancella quello che era il significato originale della parola greca. Questo lavoro di traduzione (o tradimento) della scolastica ha molte altre vittime: οὐσία che è il patrimonio, quello che si possiede, le ricchezze personali diventa «sostanza». E ἀλήθεια diventa verità, cioè quello che era una perdita (come fa giustamente notare Agamben l’«ἀ» di ἀλήθεια è privativo), diventa un’affermazione positiva.
Heidegger nel suo progetto di destruzione dell’ontologia legge ἀλήθεια come «verità dell’essere», cioè come quello che permette a quello che «è» di «essere». Questa traduzione/tradimento costitusce il fondamento della «civiltà occidentale», sono i concetti che giustificano la superiorità dell’uomo occidentale sul resto della natura. La scienza invece sta mostrando che sono concetti che non trovano nessuna corrispondenza con quello che costitusce la realtà. Sono i valori che la «civiltà occidentale» dichiara eterni, superiori che formano la peggiore religione del mondo.