PERCHE’ LA LETTERATURA FA INCAZZARE

PERCHE’ LA LETTERATURA FA INCAZZARE

DI GIANLUCA FREDA

comedonchisciotte.org

“Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. […] Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti”.

(Umberto Eco, Fenomenologia di Mike Bongiorno)

Negli Istituti Tecnici, l’evento più drammatico che possa capitare ad un insegnante di italiano all’inizio di un anno scolastico è vedersi assegnato ad una terza superiore. Finché si insegna nel biennio, se si sorvola sulle esuberanze degli allievi appena graziati dalle medie, tutto fila relativamente liscio. Si rifrigge un po’ di analisi logica e del periodo, già salmodiata in tutte le tonalità alle elementari e alle medie, si assegna qualche emozionante temino sulla droga, sulla fame nel mondo o sull’emancipazione-della-donna-nella-moderna-società-occidentale e ci si ritrova in un battibaleno a maggio, con un corpo studentesco equamente suddiviso tra secchioni e citrulli senza speranza, ma serafico e pago.

Qual mormorio soave, si propaga nei cerebri studenteschi l’insana persuasione che l’italiano sia una materia “facile”: che basti analizzare il complemento di termine e la proposizione concessiva in un po’ di balbe frasette, innalzare qualche straziante melopea in puro inchiostro BIC al lavoro minorile dei miserandi negretti dell’Africa© (di quale nazione dell’Africa, esattamente, non si sa: gli allievi tendono a ridurre la specifità geografica a categoria kantiana) per vedere materializzarsi tra le dita, quale sacra Vibhuti, la sufficienza agognata. Dopo di che resta solo matematica da recuperare.

Ma quando si arriva in terza, ove la ministerial barbarie impone lo studio della storia della letteratura, la musica cambia. Luttuosamente, gli allievi realizzano che il dolce far niente è finito. Ora occorre leggere opere di autori veri, non piagnucolose storielline su miserrime femmine musulmane dagli occhi pesti, corredate di queruli arpeggi antologici. Occorre parafrasare Dante, Petrarca, Guinizzelli, Jacopone, analizzarne il lessico, soppesarne la struttura rimica, metrica e strofica, determinare la funzione delle specifiche scelte fonetiche, identificare le figure retoriche e la loro valenza nell’economia complessiva del testo, distinguere ipotassi e paratassi, ipàllagi e anastrofi, comprendere il legame storico e culturale del componimento con la sua epoca, infine collegare le scelte stilistiche e contenutistiche di ogni autore ad altre opere, tentando di ricostruire la collocazione dell’opera stessa nella catena testuale.

Qui cominciano i pianti, gli alti lai, il gemente cordoglio, il compianto de’templi acherontei. Gli alunni diligenti allibiscono, quelli somari ragliano in coro, con fragoroso strepito, la loro indignazione. Torme di genitori in tenuta da guerra o, a fasi alterne, da pellegrinaggio a Pietralcina, giungono a schiere, recando velate minacce o plorazioni accorate. I più cialtroni (o “ribelli”, come li chiamano i cialtroni loro simili) danno il via al boicottaggio delle lezioni, all’assenteismo pianificato, al sabotaggio delle verifiche. I più fessi pensano di cavarsela scopiazzando analisi precotte dall’immancabile telefonino e vengono regolarmente sgamati. E’ la fase in cui è più semplice distinguere i docenti ignoranti e calabrache, che cedono alle pressioni e tornano al piagnucolìo sui burqa e sull’infanzia rubata, dai docenti veri, che dicono: si fa così e punto.

Ma se il terrore degli allievi usi alla nullafacenza è comprensibile, più difficoltoso è capire perché, come recentemente sperimentato proprio su questo sito (qui e qui) anche nei forum telematici la letteratura e i letterati producano effetti assai simili. Finché si cazzeggia in libertà, tra un bicchierino e l’altro, di simboli fallici in Shakespeare, finché si rimestano col ramaiolo, in un’unica broda, Petronio e Catullo, spruzzandoli con fiotti robusti di Caravaggio e Velazquez, fino a ridurli a una pappetta indistinta di simboli grafici senza referente, allora la letteratura e l’arte sono tollerate. Ma nel forum come in classe, l’apparizione inopinata di un’analisi letteraria ponderata, o peggio, di un docente di letteratura non improvvisato, scatenano dapprima la pietrificazione stupefatta, poi lo sconcerto, infine l’ira più ferina tra gli astanti. Come mai accade questo? Perché la letteratura, ove non annacquata dalla blàtera sciolta, fa incazzare così tanta gente? Mi sono dato le seguenti risposte, che ho riunito, per comodità, in decalogo numerato.

1) La letteratura non è per tutti: l’ascesa del proletariato e dei ceti medi, realizzatasi a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, aveva portato i ceti popolari a sfruttare la forza acquisita con le lotte per impadronirsi di quelli che, per secoli, erano stati gli odiati vessilli e simboli del nemico: la letteratura, l’arte, la cultura, le scuole, le università. Tutto ciò che era stato visto come segno distintivo della classe borghese, era ora in potere delle masse contadine e operaie. Le quali, tuttavia, non sapendo né maneggiare la letteratura, né innovarla, né tantomeno crearne una propria che fosse presentabile, si sono limitate a giochicchiare con il suo pregevole tessuto, a ridurlo a citazionismo becero, a ricavarne nastrini e volant da indossare sul vestitino della festa per farsi ammirare dagli amici. Ora che la carrozza fatata del proletariato è tornata ad essere una zucca, la fata borghese torna a riprendersi il suo bel vestito. L’insegnante di letteratura è il funzionario incaricato di dire ai ceti popolari che non possono più utilizzare i testi letterari come strofinaccio: o studiano e acquisiscono le alte competenze necessarie a portarli addosso con la dovuta eleganza e il dovuto rispetto, o tornano a indossare i sacconi di tela e gli zoccolacci di sambuco che hanno rimarcato per millenni la loro storia. Non deve stupire, dunque, che tali funzionari siano bersaglio di odio feroce.

2) Un vero testo letterario è un meccanismo complesso: la sua densità semantica, le sue possibilità interpretative, le informazioni in esso contenute, i diversi significati di cui esso è capace di colorarsi attraverso le epoche, la sua capacità di offrire al lettore uno scorcio su visioni della realtà profondamente differenti dalle consuete, i dati che esso ci fornisce sulla realtà storica, sociale, economica, politica, ecc. in cui è stato prodotto, non possono essere colti attraverso una lettura distratta. Si può coglierli solo attraverso un’opera attenta e faticosa di analisi, che non tutti sono in grado di compiere o disposti a compiere. L’occhio allenato dell’insegnante di letteratura distingue agevolmente gli abili all’opera dagli inabili, relegando esplicitamente o implicitamente questi ultimi in una classe intellettiva secondaria. Da ciò nasce, prorompente, la sua fama di negriero e l’odio dei meno dotati nei suoi confronti.

3) La letteratura non ammette superficialità: a causa della sua complessità, il testo letterario deve essere oggetto di un giudizio critico motivato per esteso, nel dettaglio e con estrema precisione e chiarezza. Ciò rende furente il proletariato dei social network, abituato ad esprimere con la mera dicotomia “mi piace” – “non mi piace” la propria prospettiva sull’universo (e senza nemmeno dover scrivere queste poche lettere di proprio pugno). L’esistenza di una sfera dello scibile sottratta al giudizio sommario istantaneo della comare e del pescivendolo e che richieda la trasformazione di questi ultimi in esseri raziocinanti per poter essere pronunciato, rappresenta una limitazione intollerabile di sovranità, alla quale la comare e il pescivendolo reagiscono con vano furore guerriero.

4) Il testo letterario ci pone a confronto con un’alterità spesso radicale: esso ci costringe a dialogare con culture, visioni del mondo, categorie di pensiero, strutture sistemiche, riferimenti etici, completamente diversi dagli attuali. La nostra prospettiva ne risulta profondamente relativizzata: il nostro sistema, i nostri valori, la nostra configurazione sociale, dunque, non rappresentano l’unico mondo possibile. Sono esistiti ed esistono altri mondi e altre prospettive che, per avere un proficuo rapporto col testo, dobbiamo imparare a conoscere. Ogni anno devo spiegare alle mie studentesse che il Boccaccio non dedica il Decameron alle donne perché desideri “emanciparle”; che il concetto di “emancipazione della donna” scaturisce da contingenze produttive e non etiche ed è stato elaborato per ovviare alla carenza di manodopera nelle fabbriche, dopo la rivoluzione industriale. Al contrario, Boccaccio è convinto che le donne stiano benissimo dove sono (relegate nelle loro stanzette a leggere e filare); vuole soprattutto sfruttarle come “target” ideale della nuova letteratura borghese, della quale egli è, se non l’iniziatore, almeno il codificatore. Ciò genera nelle mie allieve perplessità e differenti reazioni: comprensione nelle più intelligenti, indignazione berciante nelle oche mestruate.

5) La letteratura decentralizza: essa ci rivela che non siamo il momento più alto, luminoso e assiomatico dell’evoluzione umana, bensì un momento qualsiasi, i cui connotati etici di riferimento sono legati a contingenze politico-economiche in continuo mutamento. Se prestiamo attenzione, scopriamo che tali connotati hanno più a che fare con la configurazione economica e produttiva del periodo storico in corso che con pulsioni o ideali connaturati all’indole umana. E’ un principio banalissimo per chi ha letto e digerito Marx, ma che coglie spesso di sorpresa il fruitore sonnacchioso dell’informazione giornalistica e televisiva. Costui, se è un tipo sveglio, si rende conto ben presto che valori etici e sociali creduti immutabili vengono in realtà generati e diffusi dai sistemi d’indottrinamento propagandistico che le elite dominanti di ogni epoca storica approntano e gestiscono per i propri scopi; uno legge ad esempio “Germinal” di Zola e inizia a chiedersi perché certe “repubbliche” siano fondate sul lavoro, e perché, per che cosa e per chi si dovrebbe lavorare. Se trova la risposta, l’incazzatura è inevitabile. E’ una fortuna per l’ordine sociale che siano in pochi a porsi domande o anche soltanto a saper leggere. O forse non è una fortuna, ma solo l’ennesimo progetto ben attuato.

6) La letteratura è memento dell’impermanenza: prima che ci pensasse la stessa geopolitica, sarebbe bastato un qualsiasi testo letterario a ridicolizzare l’illusione di “fine della storia” propugnata da Francis Fukuyama. Leggendo un testo, scopriamo che non solo l’uomo e le sue strutture materiali, ma anche le configurazioni di potere, le reti di relazioni economico-sociali, tutta la complessa elaborazione della mente che siamo soliti chiamare “realtà” è soggetta ad alterazioni e mutamenti profondi. La mente umana è fluida e in continuo divenire e con essa si trasforma la realtà che da essa scaturisce. Ogni testo è prova che il mondo in cui viviamo non è fatto di sola materia, ma è un palazzo le cui mura sono composte in gran parte di idee. Di tanto in tanto, nuove idee poderose, veicolate dalla narrazione, sconvolgono il nostro modo di pensare al mondo e a noi stessi, distruggendo le vecchie strutture mentali e riconfigurandole su nuovi parametri. Lo stesso testo letterario è impermanente e assume valenze, significati, contenuti completamente cangianti col variare delle epoche e del pensiero. La letteratura è un messaggero dell’Apocalisse: annuncia nuove visioni della realtà affinché vecchi mondi scompaiano tra le fiamme e nuovi ne prendano il posto. Chi potrebbe non averne paura?

7) La letteratura costringe a crescere: nessuno può accostarsi ad un’opera strepitando, come un moccioso, la sua percezione del mondo e tentando d’imporla sulla lettera del testo. Ogni testo è un’entità che insegna il rispetto verso l’altro: esige di essere ascoltato con attenzione, in ogni sua parola, prima che l’atto ermeneutico sia possibile. Esso strappa l’uomo della strada alla sua illusione puerile di compiutezza. A differenza del Mike Bongiorno della “Fenomenologia” di Eco, ogni opera letteraria ricorda al suo interlocutore che egli non è Dio, che non è perfetto, che non è eterno, che non è al centro dell’universo e nemmeno del suo ristretto habitat sociale. Lo spinge a confrontarsi con la propria mortalità, con l’incompletezza delle proprie conoscenze, con la necessità di un percorso malagevole, doloroso e prolungato perché sia possibile, forse, pervenire un giorno ad una qualche maturità epistemologica. La letteratura ci costringe ad abbattere le strutture mentali candide e rudimentali della nostra infanzia e ad elaborarne continuamente di nuove e più complesse, abituandoci, strada facendo, alla mutevolezza incessante delle cose. Ci costringe ad imparare a parlare e ad esprimerci con proprietà per poter interloquire con lei. Essa esige lo svezzamento dell’individuo: la capacità di staccarsi per sempre dal seno dell’autorità e della propaganda e di acquisire capacità autonome di comprensione del mondo, fondate sull’attenzione all’altro, sul rispetto, sull’ascolto. In due parole, accostarsi alla letteratura impone a chiunque un salto verso la maturità.

C’è da stupirsi che in un mondo di adulti senza ormai altro desiderio che quello di restare bambini, essa sia la più detestata delle maestre?

Gianluca Freda

Fonte: www.comedonchisciotte.org

6.06.2016

Commenti (143)

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    1. Georgejefferson 11 giugno 2016

      Non e' che sbroccare come un bambino inviperito riporta a ragione le semplificazioni qualunquiste che hai espresso. E nemmeno il richiamo alla grammatica dimostra un valore di giudizio buono da condividere.

      Da piccoli aneddoti, estremizzati dal tuo rancore, (probabilmente, ma potrei sbagliarmi), hai indotto piu volte conclusioni e intendimenti generali, assoluti, agli altri, che fanno ridere, e lo sai benissimo, questa e' la mia critica.

      Pensando di apparire pure serio nella foga di attribuzione di tesi ovviamente assurde

      (riassumiamo il tutto con : i maestri che si compiacciono di chi non si impegna, e la scuola che premia i maleducati e bambini...ma si potrebbe elencare frase per frase).

      Questa e' la tua serieta di dialogo ed argomenti. Un professore proprio, ma e' comunque capibile nel senso di sfogo non ragionevole e sensibile del momento di rabbia per dei rancori non bene elaborati.

      Non ti ho troppo offeso, e quel poco non dovevo. Ti leghi ai "titoli" e aggressivo attaccamento all'oggetto in quanto tale, negando il libero arbitrio potenziale di giudizio alle persone.Tranne quelle che vuoi decidere tu, a priori, identificandoti col rango fasullo a cui credi di appartenere, o quelle sole persone che ti comandano i superiori di elogiare con gli "ordini" elitari derivanti dalla soggezione per l'autorita a cui sei stato educato con aggressivita e che inevitabilmente produce riverenza, timore e risentimento.

      Ecco questo legame stretto senza speranza, fa sorridere ma e' anche molto triste.neroscuro.

    1. neroscuro2014 10 giugno 2016

      Mi chiedi le citazioni?! Perché, tu hai prodotto citazioni? Tu stai dicendo cose che pensi vagamente o stai riportando il frutto di autorevoli figure della scuola? In altre parole, ma chi credi di trollare?
      Cercati gli interventi della Senatrice Francesca Puglisi, responsabile scuola del PD. Intanto eccoti un link [www.orizzontescuola.it] per iniziare e tappati bene la bocca mentre leggi.

      Hai finito di leggere? Bene. Stammi a sentire attentamente: se non dichiari che cosa fai nella vita per vivere (ma un'idea me la sono fatta a giudicare dalla mole di interventi a qualsiasi ora), significa che NON SEI TITOLATO A PARLARE DI SCUOLA. Il fatto di averne frequentata una, magari fino ad ottenere la fatidica terza media o anche un diploma superiore non ti autorizza a discuterne con cognizione di causa, come se tu dopo essere entrato in un ospedale da paziente, pretendessi di uscirne da medico laureato oltre che guarito. I tuoi ragionamenti sono inconsistenti, stupidamente pieni di termini che usi a sproposito e come ti si risponde nel merito, usi subito l'insulto e l'insinuazione. Chi sei tu per dire cosa provo io o cosa sono io? Sciacquati la bocca, totale analfabeta. La scuola non è l'assistente sociale di chi non ha né arte né parte né vuole averne. Di chi gioca a fare il ribelle, in altri termini. Punto. Chi vuole dei veri cambiamenti, studia e cerca di comprendere il mondo circostante perché acquisisce le categorie mentali e la visione di insieme per farlo. Dopo, solo dopo, agisce. Mi dispiace dirtelo, ma è più rivoluzionario Sergey Brin che ha studiato, e molto, di qualsiasi leone da tastiera che rosica e trolla tutto il giorno. Sic et simpliciter. Ho un'ultima rivelazione per te: tu non hai umiltà, cosa che invece pretendi da me e da Freda. Tu sei un vivido esempio di tutto ciò che fa grippare la nostra società: supponenza e inconsistenza. Io, al contrario tuo, non vado nemmeno da un muratore a dirgli come deve fare il suo lavoro perché ne ho rispetto e so che anche il meno bravo di loro è meglio di me nel suo mestiere. Se parlo di scuola è perché ci sto dentro come lavoratore da un pezzo. Questa si chiama consapevolezza dei propri mezzi e non è presunzione né tanto meno sfoggio di erudizione. Si, chiunque legga (manco un congiuntivo sai usare) si può fare un'idea. Dal canto mio reputo che la discussione sia finita, che ti ho tollerato abbastanza e di essere stato sufficientemente preciso o come diresti tu: s-preciso*.

      *A che serve sapere la lingua italiana ad un riformatore della scuola, anzi ad un cotale rivoluzionario che si esprime con neologismi inventati da sé medesimo? Sarebbe un inutile freno al cambiamento. Fatevi da parte pedanti insegnanti di italiano o verrete distrutti da qualche gigantesco strafalcione.

    1. Georgejefferson 10 giugno 2016

      Alla tua richiesta di titoli rispondo pernacchie. Un modo elegante come il tuo di fuorviare il merito del discorso. Il giudizio (sempre personale anche se puo essere condiviso) esiste al di la del linguaggio. Le accuse pregiudiziali sono li da vedere, nessun errore di comprensione, al limite ognuno decide con la sua testa se il pregiudizio senza contenuto tuo sia reale, o immaginario.

      Cit."La scuola è pubblica e questo la rende già per tutti" e' uno slogan buono per idealisti romantici ingenui che pensano che una paroletta (scuola pubblica) sia sostanza in sè.

      Cit."la scuola dia un titolo a tutti a prescindere dai risultati e dall'impegno degli studenti" e' un'altra barzelletta, uno slogan che accusa non si sa bene chi (solo un pirla puo desiderare una scuola cosi, infatti) Porta le citazioni precise dell "correnti di pensiero" che si esprimono in quei termini, ed ammettendo che due aneddoti li trovi, dimostrano l'inconsistenza dell'assunto ideologico (2 pirla che dimostrerebbero il tutto).

      Il ruolo dell'insegnante innanzitutto non e' mai un qualcosa di "fisso" immutabile a priori, come un "oggetto" immobile da dimostrarne l'esistenza, ma al massimo definito piu, o meno in modo condiviso. Il triplo ed il quadruplo stanno ad indicare la maggiore mole di lavoro, o varieta di metodo e contenuto, ma non dimostri nulla delle accuse derivanti dal tuo rancore personale.

      1 conoscere e spiegare la materia dipende, quale materia?

      Il sentimento di un poeta si puo interpretare e magari ci si azzecca (indovinando cosa intendeva nel preciso e razionale senso compiuto), ma anche no, questo non toglie il fatto che una interpretazione che lascia spazio all'interazione (del maestro e dell'alunno) non e' detto per nulla che non sia di valore, a priori. Quindi non e' oggetto immutabile.
      Diversamente se la materia e' prettamente fisica, come la descrizione delle componenti e funzionamento di un motorino di avviamento.
      Per quello dipende, assolutizzare con la frasetta non e' serio.

      2) valutare l'apprendimento dell'alunno

      Come gia scritto, che non hai minimamente preso in considerazione: La distinzione tra "cialtroni" e "ribelli" (negli studenti) non e' ben sprecisata, se "tutti" indistintamente oppure i veramente maleducati e "bambini" da una parte, nei confronti di reali motivi di ribellione ad un modello pedagogico e consuetudine ideologica aggressiva che non sembra mai messo in discussione, facendo di ogni fascio un campo senza riflessione sui motivi che distinguono gli studenti descrivendo i comportamenti che a prima vista, sono certo giustamente criticabili (scopiazzare, assenteismo, sabotaggio).

      Non so se " povere vittime della cattiveria degli insegnanti" Questo lo hai scritto tu e bisogna vedere caso per caso. Le valutazioni negative non sono sempre idonee e giuste, e questo e' ovvio, come anche quelle positive possono prendere un abbaglio.

      Puo darsi che non capisco le TUE "ovvie ragioni pratiche", (in quanto tue, non per forza oggetto uguale per tutti nel giudizio).

      L'invito a "studiare" per fare il perfetto funzionario degli "ordini" ci sta, scrivi un invito formale in stile festina di compleanno per bambini, lo prendero sul serio.

      Su l'opportuno, o meno, chiunque legge si fara l'opinione che crede, ma puoi cercare di imboccargliela col cucchiaino (ed il "titolo"), forse 3 o 4 li convinci.
    1. neroscuro2014 10 giugno 2016

      Mi fai il piacere di rivelarmi che titoli hai per parlare di scuola? Solo uno che non sa il linguaggio che si usa per comunicare dell'argomento scuola può capire quello che capisci tu di ciò che scrivo. Il mio messaggio era CHIARAMENTE rivolto a Tanita e non a te, che asserisce d'essere insegnante, quindi dovrebbe conoscere questo linguaggio e non cadere negli stessi errori di comprensione tuoi. La scuola è pubblica e questo la rende già per tutti. Quello che chiede Tanita e che io contesto come pure Freda è che la scuola dia un titolo a tutti a prescindere dai risultati e dall'impegno degli studenti, un po' come certe correnti di pensiero politico e anche scolastico credono sia giusto fare. Mi spiace che tu non capisca che il ruolo dell'insegnante è doppio (a volte pure triplo o quadruplo): 1) conoscere e spiegare la materia (didattica), e ti assicuro che non è banale perché gli insegnanti hanno normalmente a disposizione un certo numero di strategie utili allo scopo di cui conoscono i pro e i contro; 2) valutare l'apprendimento dell'alunno (aspetto docimologico) e anche qui i criteri sono molteplici e sfaccettati. Siccome per quanto ci si sforzi di insegnare e di correggere la propria azione didattica esistono quelli che non vogliono apprendere e occupano il banco in ossequio ad una propria mal riposta ambizione o, peggio, per l'ambizione dei propri genitori (o secondo lei si tratta di povere vittime della cattiveria degli insegnanti?) di conseguenza esistono le valutazioni negative, che possono essere imperfette, come del resto lo è tutto nella vita, ma che ci stanno per ovvie ragioni pratiche. Se non capisci il significato di "ovvie ragioni pratiche", partecipa ad un corso di abilitazione all'insegnamento (requisito richiesto la laurea e tre anni di insegnamento o il concorso di ammissione), ma piantala di fare domandine e obiezioni inopportune. Già l'ho detto: solo sull'insegnamento e sulla nazionale di calcio ci sono tanti esperti esterni al mestiere e tu mi sembri molto molto esterno.

    1. Georgejefferson 10 giugno 2016

      Mi e' piaciuto nel complesso questo intervento, avrei varie cose da dire e anche criticare (specie sul tema teologico) ma nel complesso tocca certi temi anche giusti. Non ho tante energie adesso e tempo, magari la prossima volta se ne puo riparlare.

    1. Georgejefferson 10 giugno 2016

      "Scuola per tutti" tu lo interpreti come "studenti che escono senza valore" (per semplificare)...con l'aggiunta delle frasi accusatorie senza contenuto reale di critica, ma riflettente solo paure tue.

      Questo e', nero scuro. E' come se mi mettessi a fare una ricerca su tutti i casi disperati (che ci saranno sicuramente) di persone uscite da istituti "tecnici" (per semplificare) perfettamente robotizzati, ad usare una metafora, al servizio del lavoro di sfruttamento (in tutto il mondo) delle classi dominanti per concludere: Scuole tecniche specialistiche di nozioni Uguale brutto.

      Vedi che e' una bambinata? La specializzazione tecnica e nozionale e' di ovvia importanza, io potrei anche considerare i fondamenti di verita e critica alla scuola che vuoi intendere, ma tu non vuoi ragionare e ti chiudi dietro ad un muro.

    1. neroscuro2014 10 giugno 2016

      Proprio non ce la fai: gli squalificati sono gli studenti usciti dalla scuola e i loro titoli senza valore. Sai capire un contesto? Nella primo paragrafo, alla seconda frase, mi riferisco chiaramente a quanto scritto da Tanita sulla "scuola per tutti", ne è una prova la terza frase, quella sulle conseguenze, che chiarisce ulteriormente che non intendo "professori squalificati" ma "studi e studenti squalificati". Se poi uno non capisce nemmeno quando descrivo come diverrà inutile la scuola pubblica rispetto ad un contesto di lavoro e di vita, allora ci sono dei seri problemi.

    1. Georgejefferson 10 giugno 2016

      Ma, forse "non capisco", ma ridurre l'interlocutore a preferire Acriticamente "professori squalificati", che elogiano il NON impegno, associando senza presupposti seri "scadimento" della scuola come accusa da parte tua fa ridere, specie se ti attacchi al non saper scrivere fingendo di non capire quello che ho inteso.

      Qui hai lanciato una accusa "generica" portando poi il tuo giudizio su come dovrebbero essere "qualificati" gli studenti. E vediamolo allora questo giudizio.

      Perche una scuola dovrebbe chiedere agli studenti di "non sapere"? Intendi ripetizione a pappagallo per "sapere"? Non e' chiaro.
      Se ti riferisci all'apprendimento a memoria di nozioni specialistiche per scopi tenici di lavoro non vedo quale scuola lo nega a priori. Anzi il giusto della scuola e' proprio la varietà tra quello e sapere inteso come riflessione e giudizio concernente i rapporti umani, relazionali e umanistici. Poi ci sara la scuola "piu tecnica" e quella piu "umanistica", ben consci che sono semplificazioni per capirci.

      A me sembra invece che denigri senza serietà l'educazione umanistica in quanto tale, estremizzando in forma infantile le accuse, parlando di "danni" a se stessi ed altri ma potrei sbagliarmi.

      Attaccarsi alla frasetta "secondaria di secondo livello" per darti ragione si commenta da sè, commenta nel merito quello che ho scritto, non l'estetica o il gossip (lo sai che l'ho scritta apposta quella frasetta?)

      Nessuna critica hai scritto, e di chiarezza nemmeno (e' qui da leggere, basta de costruire) se non rammarico espresso nella ostentazione estetica fine a se stessa.

      Non ho attaccato la tua persona, ho inteso che l'esempio del tuo vissuto, non fa necessariamente la verità, che nemmeno si quale sia la tua, si e' capito.
    1. neroscuro2014 10 giugno 2016

      GJ hai la straordinaria capacità di non capire quello che è scritto e di non saper scrivere quello che vuoi dire, eppure scrivi. Cercherò di spiegarmi anche alla tua mente fino a ridurmi al lapalissiano.
      Squalificati sono gli studenti che escono da una scuola che non chiede loro di sapere e quindi mancano delle basi per svolgere le professioni o per essere dei tecnici, causando danni a sé stessi e agli altri, ma da uno che scrive "primaria secondo livello" tra i mille altri strafalcioni, non mi posso aspettare un discorso sensato perché non sa nemmeno come si suddividono gli ordini scolastici e dove si ferma la scuola dell'obbligo.
      Mi accusa anche di attaccare la persona di Tanita, quando in realtà ne critico il pensiero: sei tu che testualmente scrivi un attacco alla mia persona: [cit.:] "Non e' dimostrazione il singolo aneddoto tuo
      personale che "hai dovuto adattarti", specie per il rancore che ti porti
      appresso, estremizzando problemi reali e da distinguere caso per caso,
      con l'esempio generico e semplicistico del "bambino capriccioso"."
      Ti consiglio di non scrivermi più e se proprio devi scrivere, evita di usare parole che non conosci in frasi sconnesse e senza senso alcuno. Spero di esserti stato molto chiaro.

    1. Georgejefferson 10 giugno 2016

      Non si capisce bene la distinzione forzosa tra scuola dell'obbligo e primaria secondo livello a quale merito ti riferisci, professori squalificati? Ma questa e' una presunzione tua che induci a ritenerla come parte contrapposta dell'altro, quando invece hai fatto tutto da solo.

      Facile poi, retoricamente collegare il giudizio soggettivo (Prof. squalificati) non condiviso per tutti al presunto:

      "scadimento progressivo della società nel suo complesso ecc.."

      Non e' una critica seria, con l'aggiunta poi della critica (senza contenuto) colorandola enfaticamente come "orizzonte classista" e "democratico".

      Figuriamoci reclamare "il metodo" con queste premesse (neroscuro, tu insegni davvero?) che accusano l'altro di elevare il mancato impegno (non necessitino di sforzarsi) senza chiarire la misura e le cause (quanto? sempre? perchè succede a volte?) tout court. E' una calunnia.

      Non e' dimostrazione il singolo aneddoto tuo personale che "hai dovuto adattarti", specie per il rancore che ti porti appresso, estremizzando problemi reali e da distinguere caso per caso, con l'esempio generico e semplicistico del "bambino capriccioso".

      Diversità dei vari metodi di insegnamento non sembra proprio, data la tendenza a classificare a senso unico verso le sue preferenze di giudizio.
    1. natascia 10 giugno 2016

      Così a braccia, ritengo che in ogni caso non sarà pubblicato. Certi Io, certi Ego sono difficili se non impossibili da contattare.

    1. neroscuro2014 10 giugno 2016

      Lei confonde la scuola pubblica con la scuola dell'obbligo. Se certi discorsi fino ad un certo punto reggono nella scuola dell'obbligo (non per le mie convinzioni, ma questo è un altro discorso), nell'istruzione superiore no e a ragione perché nessuno vorrebbe dei "professionisti" o dei "tecnici" squalificati che si nascondono dietro un titolo. Le conseguenze di un'istruzione "per tutti" come vorrebbe lei, sarebbe lo scadimento progressivo della società nel suo complesso, fino a rendere irrilevante un titolo di studio e l'istituzione che lo eroga. Tanto varrà a quel punto chiudere le scuole pubbliche e affidare l'istruzione e la selezione ai privati. Un bell'orizzonte classista che si prospetta innanzi, grazie a idee così apparentemente democratiche.
      L'altro errore che fa, di impostazione metodologica, è ritenere che gli alunni non necessitino di sforzarsi di apprendere perché c'è l'insegnante che invece deve trovare la via ai loro cervelli. Non so come lei abbia fatto la studentessa, ma io, prima di diventare insegnante, sono ovviamente stato studente e ho dovuto adattarmi alle richieste e alle difficoltà che gli insegnanti mi ponevano davanti con l'obiettivo di migliorarmi. Se fossi partito dall'idea che loro dovevano fare qualcosa, sarei rimasto un bambino capriccioso e mai avrei potuto apprezzare né la varietà delle persone dietro agli insegnanti, né la diversità dei loro metodi, né tanto meno mettere alla prova e sviluppare le mie capacità. L'impostazione che lei da è altamente criticabile,ma non mi permetto di darle consigli, al contrario suo, anche se leggerò volentieri il libro che suggerisce, ben sapendo che nessuno ha ancora scritto la parola fine alla didattica, alla docimologia e alla pedagogia.

    1. Georgejefferson 10 giugno 2016

      He he. Non avevo dubbi. Snellire non si puo, anche se non appare evidente, e' gia snello, in relazione alla mole di argomenti utili alla critica. La correzione sara' limitata ai miei limiti (che sicuramente lo renderanno piu leggibile, ma probabilmente "non perfetto").

    1. Tanita 10 giugno 2016

      A proposito dei testi semplici o complessi, George Jefferson, mi vengono in mente i versi che Quasimodo scelse dal suo "Solitudini"...

      Ognuno sta solo sul cuor della terra

      trafitto da un raggio di Sole:

      ed è subito sera.

      Piú semplice di cosí... Ma quale potenza!



      Il pezzo del professore potrebbe servire da spunto - ed esempio - per ellaborare una spiegazione di buona parte dei problemi del mondo contemporaneo partendo dalla configurazione del suo pensiero. Me lo tengo... E speriamo di evolvere, noi, "le umane genti".


    1. totalrec 10 giugno 2016

      Non c'è pericolo. Se non corregge grammatica e sintassi (e possibilmente snellisce un po') sul mio sito non lo pubblico di certo.

      (GF)
    1. Georgejefferson 10 giugno 2016

      Nel complesso ci ho messo 3 o 4 ore (scaglionate). La critica l'avevo gia fatta mentalmente alla prima lettura. Spesso si tratta solo di stendere quello che gia hai formulato, che a mente e' azione agile (non badi agli errori di scrittura e forma letterale) ma scritta necessita di tempo e concentrazione.

    1. Georgejefferson 10 giugno 2016

      La passione per qualcosa (quando non diventa mania ed ecceso di ego, e puo succedere se non ci si disciplina) nel mio caso la filosofia politica,non e' tempo perso. Rileggendo in riposo noto molti refusi ed errori che cambiano il senso di alcune frasi (anche se se ne intuisce facilmente il giusto intendimento).E' un peccato e per renderlo meglio leggibile domani ci dedico la mezzora necessaria. Se deciderai di pubblicarlo sul tuo sito (che ho inserito in attesa di moderazione) aspetta, per cortesia, la versione corretta.

    1. Bertozzi 10 giugno 2016

      Ho avuto lo stesso pensiero, giuro.

    1. totalrec 10 giugno 2016

      Poffarbacco, Georgejefferson ha studiato il mio articolo riga per riga e ne ha tirato fuori un'esegesi dettagliata e argomentata, più lunga dell'articolo stesso! Nemmeno alla Bibbia è mai stata dedicata tanta attenzione! Non mi permetterò certo di sciupare questo momento magico con una replica piccata. Come si fa a detestare uno che dedica a un tuo scritto un'intera giornata?

      Grazie delle sue parole, Mr. Jefferson (anche se non sono riuscito ad arrivare alla fine) e complimenti vivissimi per la gran dovizia di tempo da perdere.
      (GF)
    1. Georgejefferson 10 giugno 2016

      Allora.

      Questo testo debutta con una assolutizzazione soggettiva (l'assegnazione ad una terza superiore come l’evento più drammatico...) enfatizzando il rancore personale introducendolo in termini universali.

      "Tutto fila relativamente liscio" (nel biennio) minimizza la presa di posizione espressa dopo nel banalizzare in forma infantile temi importanti:

      La droga,
      la fame di miliardi di persone ("fame nel mondo" e' un classico da cabaret)
      e l’emancipazione-della-donna-nella-moderna-società-occidentale. (con i trattini, e questo discorso lo riprendo dopo riguardo alle citate "contingenze produttive").

      La chiusa finale del primo paragrafo "corpo studentesco di secchioni e citrulli senza speranza" non e' nemmeno commentabile.

      Il concetto successivo riguardo all'ingenuità dei giovani, capaci di commuoversi, viene senza motivo valido stigmatizzato con rabbia, come fosse un sentimento sbagliato a priori e inteso come verità oggettiva (con la colorita fraseologia sul "lavoro minorile dei miserandi negretti dell’Africa").
      l'associazione della inesperienza di sapere geografico con le categorie Kantiane e' senza senso, tranne forse come rinforzo retorico al rancore espresso di cui sopra.

      Il "dolce far niente" dei primi due anni e' una ulteriore assolutizzazione di giudizio semplicistica, unita all'altrettanto semplicistico giudizia personalistico su quali siano, o meno "autori veri", con tutto il rispetto degli autori del passato, denigrando la consuetudine giovanile di commuoversi (ingenua spesso, senza dubbio ma associata al "far niente ) di fronte a "piagnucolose storielline su miserrime femmine musulmane dagli occhi pesti", in confronto allo studio (ovviamente utile, in sè, nella suo particolare scopo specialistico)...delle estetiche narrative , regole di comunicazione sofisticate che classificano, schematizzano, "oggettivizzano" le concettualizzazioni umane.

      Sorvolando l'ennesima espressione di rancore in forma poetica ( pianti, gli alti lai, il gemente cordoglio ecc...) con annesse offese non proprio idonee per un "vero" professore (i somari che ragliano) arriviamo all'indignazione verso i genitori, tutti racchiusi senza distinzione caso per caso e stereotipizzati, cioe etichettati in un unico schema di giudizio ( "in tenuta da guerra"...velatamente minacciosi ecc...)

      La distinzione tra "cialtroni" e "ribelli" (negli studenti) non e' ben sprecisata, se "tutti" indistintamente oppure i veramente maleducati e "bambini" da una parte, nei confronti di reali motivi di ribellione ad un modello pedagogico e consuetudine ideologica aggressiva che non sembra mai messo in discussione, facendo di ogni fascio un campo senza riflessione sui motivi che distinguono gli studenti descrivendo i comportamenti che a prima vista, sono certo giustamente criticabili (scopiazzare, assenteismo, sabotaggio).

      Il rinforzo allo stigma senza distinguere arriva con l'esempio induttivo derivante dall'aneddoto ( ha copiato dal telefonino ).

      Il giudizio che compara i docenti (da distinguere gli ingnoranti e calabrache dai "docenti veri") non ha fondamento di ragione seria, ma riflette una personalissima "visione mondo" stereotipata.

      Ritorna il rinforzo ideologico della associazione "nullafacenti / giovani ingenui commossi da storie di tristezza e disperazione"...e arriviamo al collegamento ad un articolo precedente scatenante polemica, gossip e offese, ma anche argomenti di contenuto che non sono stati minimamente presi in considerazione, ma e' rimasto un sassolino nella scarpa che ha bisogno di reclamare un riscatto, estrapolando parole e simbolismi senza un criterio serio di analisi della critica ricevuta (contenente offese giustamente criticabili).

      L'auto elogio descritto come "apparizione inopinata", e di docente "non improvvisato", cioè espressione "neutrale" senza opinione soggettiva fa sorridere perchè non esiste, tranne quando si ripete a pappagallo una narrazione di un altro senza aggiunte personali, come quando l'unico scopo e' imparare una poesia a memoria.

      Ora veniamo al "manifesto" del decalogo numerato.

      1)La letteratura non è per tutti dipende, e' uno slogan, perchè puo riflettere fondamento di verità (decisione di non intraprenderla, l' essere poco portati ecc..) ma anche presa di posizione ideologica escludente che decide a priori (prima) chi può e chi meno, a prescindere dal possibile sviluppo di una persona (quindi classificandola per stereotipi, categorie pregiudiziali razziste).

      Il proletariato, che presumo si intenda le classi sociali divenute meno abbienti ed incolte, non proprio "si e' impadronito" dei vessilli e simboli delle antiche aristocrazie e moderne borghesie chiamate "il nemico" come rinforzo retorico, semmai ne ha avuto maggiore accesso (ma non in larghissima parte), e "la letteratura, l’arte, la cultura, le scuole, le università" non sono naturalizzabili come le uniche possibili ontologicamente, come contenuto e metodi, ma, "la letteratura, l’arte, la cultura, le scuole, le università"...

      PROPRIETARIE in senso autoritario delle aristocrazie e moderne borghesie. E in quanto tali sempre prossibili di trasformazione e miglioramento parziale in istituzioni "includenti" per tutti.

      In potere delle masse contadine e operaie... (citare il popolo come "massa" serve sempre alla destra per sottolinearne la declinazione negativa, da indurre come "naturale" ed immodificabile) nemmeno, perche non e' vero per niente che "il popolo" e' riuscito a comandare come lascia indurre questa retorica che in altri contesti ammette in funzione di stigma ontologico delle moltitudini.

      Citare poi le persone del popolo, meno abbienti ed incolte, che :

      "non sapendo né maneggiare la letteratura, né innovarla, né tantomeno crearne una propria che fosse presentabile"

      Significa decidere a priori (pregiudizialmente) cosa sia,o meno "presentabile" esprimendolo in termini universali, e "dimentica" di dire che questa situazione, e' determinata storicamente, e mantenuta, dalle stesse aristocrazie ereditarie e moderne borghesie ai fini di mantenimento del privilegio del potere per loro stessi.

      E senza questa specificazione, ne risulta una favolistica naturalizzazione dell'esistente (di ieri e di oggi) occultandone appunto i presupposti storici.

      Sorvoliamo sullo stigma sarcastico e bambinesco evidente, del popolo come "carrozza fatata tornata zucca" e la "fata borghese dal bel vestito".

      Arriva una cosa giusta, l'insegnante di letteratura oggi e' (spesso) un "funzionario", specie quando riduce complesse vicende storiche nella sua personalissima (perche giudicata con convinzione come giusta, il giudizio nasce come personale, non "oggetto" uguale per tutti...questa e' per l'utente Makkia) narrazione inculcata dalle classi dominanti.

      Il vittimismo per la spesso mancanza della "dovuta eleganza e rispetto", auto decisi a priori denota il rancore verso le reazioni bizzarre, non ragionate nelle loro diversita dei perchè, tra reali reclamazioni di dignità potenziale contro l'aggressivita dell'ordine costituito, e la semplice maleducazione.

      Non deve stupire, dunque, che tali funzionari siano bersaglio di odio feroce (spesso non giusto ed opportuno) specie quando si naturalizzano le vicende umane col presupposto fisso e ideologico conservatore, espresso come giudizio di verita universalmente riconosciuto (e cosi non e'), solo derivante dal passato, di quel poco che conosciamo (tornano a indossare i sacconi di tela e gli zoccolacci di sambuco che hanno rimarcato per millenni la loro storia ecc..)

      2) Un vero testo letterario è un meccanismo complesso dipende, anche un testo letterario semplice puo benissimo essere "vero", specie in quanto la qualità del "vero" e' giudizio umano sempre opinabile e non sempre "fisso" stabilito a priori.

      I giudizi seri che non possono essere colti attraverso una lettura distratta e' verissimo, ma qua siamo di fronte ad una associazione retorica che associa:

      La lettura distratta con
      Un testo letterario semplice pregiudicato come "non vero".

      Stendiamo un velo pietoso sulla esplicita posizione ideologica classista verso gli "inabili" (decisi tali dal professore tronfio di ego di turno) da relegare a "classe intellettiva secondaria"...legittima posizione, ma crudele ed elitaria (e falsa spesso, anche se non sempre, quando superficialmente etichetta le persone per stereotipi negandone il potenziale come possibilità di sviluppo, anche in altre specializzazioni in cui sono piu portati)

      Quindi vediamo che la "fama di negriero" puo avere contenuti legittimi nonostante la colorita espressione inducente al vittimismo.


      3) La letteratura non ammette superficialità.

      Qui torna la associazione induttiva arbitraria di prima che, ripetiamolo, associa:

      La lettura distratta con
      Un testo letterario semplice pregiudicato come "non vero".

      Rinforzando questa associazione ideologica con l'aiuto retorico dello stigma (in sè legittimo) dell'infantilizzazione del popolo dei social network, spinta e condizionata appunto dalle classi dominanti egemoni che controllano i mezzi di comunicazione di massa ai fini di controllo e privilegio. Con il fare tipico classista del paternalista elitario che dichiara a se stesso (per meglio convincersi) "il popolo non puo che essere condotto alla banalità"

      L'ultimo paragrafo contraddisce tutto l'impianto scritto prima:

      Cit. "L’esistenza di una sfera dello scibile sottratta al giudizio sommario istantaneo della comare e del pescivendolo e che richieda la trasformazione di questi ultimi in esseri raziocinanti per poter essere pronunciato"

      Perche presuppone "il possibile" sviluppo culturale del popolo, in contraddizione della "fissazione" ontologica arbitraria del suo essere naturale ben esplicitata fino a qua.

      4) Il testo letterario ci pone a confronto con un’alterità spesso radicale.

      Verissimo, pero c'e' chi interpreta questa cosa in due pesi e due misure (solo quello che piace a me e' da indurre con una connotazione positiva, velata ma convincente con la retorica...mentre "altri" testi non graditi, cioè senza il "mi piace" diventano spesso giudicati come "fantasie filosofiche astratte"

      Quindi e' giusto non cadere nella soggezione delle sirene intellettuali persuasive, senza un giudizio critico libero e spontaneo, per giudicare da sè.
      Che il nostro sistema, i nostri valori, la nostra configurazione sociale, dunque, non rappresentano l’unico mondo possibile...

      A parte l'appellativo "nostro" che e'spesso usato simboleggiando il senso di "proprietà", e' una ovvia banalità, come banale e' il fatto che lo stesso principio vale per tutte le culture di ogni sorta, ed il libero giudizio del giusto e sbagliato ne determinano la costruzione di personalità.

      Non si capisce quale sia qua la funzione induttiva del Boccaccio, perche il giudizio libero non sta nel conformarsi o meno agli "intenti di Boccaccio", ma se il principio di emancipazione della donna, a pari dignità e rispetto, si ritenga giusto o meno.

      Che il fatto che le lotte del movimento femminile nella storia, siano state spesso strumentalizzate da opportunisti (come mille altri contesti di riscatto) per lo sfruttamento produttivo, e che ancora oggi non sia ben realizzato scatenando faide orrende tra l'universo maschile e femminile, contro una piu giusta parità nel diritto e dignità...non inficia per nulla la scelta libera e personale sul fatto di cosa sia giusto o meno.

      Specie quando si tenta di ridurre secoli di storia del movimento femminile (con anche le giuste critiche da fare, di opportunismo ed errore) nella macchiettistica espressione di frasette ad effetto e rancore (comprensione nelle più intelligenti, indignazione berciante nelle oche mestruate)

      Riducendo complessita di lotte e sentimenti e fatti storici, nella sola dimensione degli opportunisti egemoni (il "codificatore" borghese che tutto comanda)

      5) La letteratura decentralizza.

      E' un primato assolutistico, anche il buon senso "decentralizza", perche solo i bambini ingenui ed i loro retori possono credere che viviamo in un epoca come "il momento più alto, luminoso e assiomatico dell’evoluzione umana"
      I connotati etici legati alle "contingenze" dipende, bisogna vedere caso per caso, ma sopratutto, e' una proposizione che nega di principio la possibilità di giudizio personale di ogni persona, in definitiva trattata e considerata come un burattino incapace di scegliere quali connotati etici siano giusti per lui, o meno, riducendo il tutto a solo potere di coercizione delle classe dominanti, quando non sempre e' cosi, e questo dipende anche dalla casta di intellettuali, solo tutti sempre "funzionari" o anche qualcuno "maestro" di indipendenza di pensiero.

      L'associazione con Marx andrebbe dettagliata un po meglio di poche frasette persuasive riguardo al principio di libertà del popolo.

      I valori etici e sociali creduti immutabili non e' da intendere "per tutti" e "oggetto" , da conoscere fuori dal nostro giudizio. Si ritengono "immutabili" nella nostra interiorità per chi decide autonomamente di farli proprio perche giudicato di valore, per se stessi.

      Che i "valori etici" siano strumentalizzati dalle classi dominanti e' ovvio. Diversa la "credenza" che essi siano sempre e solo stati "inventati" a fini di sfruttamento ed oppressione.
      Questa e' una tesi un po bambinesca e complottista all'estremo non dimostrabile, se non all'ingenuo che si lascia persuadere a "scelgliere" precisi valori e connotati etici ben precisi che si sviluppano da queste credenze favolistiche (spesso il cinismo e l'individualismo egoista)

      Non basta l'aneddoto della repubblica fondata sul lavoro per dimostrare la tesi indotta (valori sempre e solo "inventati" a fini di sfruttamento ed oppressione).

      Perchè c'e' la motivazione dell'oppressore opportunista (reale senza dubbio) del lavoro come sfruttamento ai fini di privilegio...e "la scelta" libera di giudicare questo valore come principio che rappresenta la volontà di vivere bene con il proprio impegno e non sullo sfruttamento dell'altro.


      Che ci giochino su sfruttando e' pacifico, e' ovvio, ma non toglie di un grammo la giustezza di quel principio ( di impegnarsi con le proprie capacita e non sulle spalle degli altri) che chiunque puo fare proprio per libera scelta.
      Come anche chi decidere di "sfruttare l'altro" perche si convince che sempre...e comunque, quei falori sono falsi a priori e usati SOLO in funzione di sfruttamento.

      6) La letteratura è memento dell’impermanenza.

      Questo e' apprezzabile, dal mio punto di vista specie se si sottolinea per bene che "ANCHE" le idee determinano, in un divenire di alternanza tra condizioni materiali che determinano ed idee, ed enfatizzando l'una o l'altra cosa e' fuor di senso perche ci si perderebbe nell'infinito a ritroso espresso con la massima "uovo o gallina"?

      Altro discorso il credere che il popolo non possa...non abbia il "permesso" perche non puo per natura, decidere, scegliere, quali valori da praticare come immutabili per sè.
      Quindi la letteratura come "messaggero dell'apocalisse" e' una bella frase poetica, ma dipende...sempre dipende. Con valori e ideali decisi come giusti, spesso la letteratura (giudicata portatrice di giudizi sbagliati) si attacca al kaiser dell'apocalisse.


      7) La letteratura costringe a crescere

      Non si capisce chi sarebbe quel "moccioso" che "vuole imporre" al giudizio dello scrivente, se le decisioni di giudizio sono decise per se stessi e non imposte (ognuno ha diritto ad esprimere le proprie opinioni ecc...) non c'entra nulla "il moccioso", a meno che dichiarare per partito preso che chiunque "osi" mettere in dubbio la sacra letteratura nei suoi giudizi di valore, sia da considerarsi moccioso.

      La letteratura che ci costringe ad abbattere le strutture mentali candide e rudimentali della nostra infanzia e ad elaborarne continuamente di nuove e più complesse dipende...non e' una cosa assoluta, e' legittimo "fissare" nel proprio intimo, il giudizio che si ritiene giusto e migliore, per tutto l'arco della propria vita, nonostante il mondo possa prendere pieghe barbare ed incivili come purtroppo spesso e' successo.

      E questa e' sicuramente strada di maturità.




      Ps. non ho corretto tutte le bozze ed errori non ho tempo, quando posso vedo di farlo.

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