PERCHE’ LA LETTERATURA FA INCAZZARE

PERCHE’ LA LETTERATURA FA INCAZZARE

DI GIANLUCA FREDA

comedonchisciotte.org

“Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. […] Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti”.

(Umberto Eco, Fenomenologia di Mike Bongiorno)

Negli Istituti Tecnici, l’evento più drammatico che possa capitare ad un insegnante di italiano all’inizio di un anno scolastico è vedersi assegnato ad una terza superiore. Finché si insegna nel biennio, se si sorvola sulle esuberanze degli allievi appena graziati dalle medie, tutto fila relativamente liscio. Si rifrigge un po’ di analisi logica e del periodo, già salmodiata in tutte le tonalità alle elementari e alle medie, si assegna qualche emozionante temino sulla droga, sulla fame nel mondo o sull’emancipazione-della-donna-nella-moderna-società-occidentale e ci si ritrova in un battibaleno a maggio, con un corpo studentesco equamente suddiviso tra secchioni e citrulli senza speranza, ma serafico e pago.

Qual mormorio soave, si propaga nei cerebri studenteschi l’insana persuasione che l’italiano sia una materia “facile”: che basti analizzare il complemento di termine e la proposizione concessiva in un po’ di balbe frasette, innalzare qualche straziante melopea in puro inchiostro BIC al lavoro minorile dei miserandi negretti dell’Africa© (di quale nazione dell’Africa, esattamente, non si sa: gli allievi tendono a ridurre la specifità geografica a categoria kantiana) per vedere materializzarsi tra le dita, quale sacra Vibhuti, la sufficienza agognata. Dopo di che resta solo matematica da recuperare.

Ma quando si arriva in terza, ove la ministerial barbarie impone lo studio della storia della letteratura, la musica cambia. Luttuosamente, gli allievi realizzano che il dolce far niente è finito. Ora occorre leggere opere di autori veri, non piagnucolose storielline su miserrime femmine musulmane dagli occhi pesti, corredate di queruli arpeggi antologici. Occorre parafrasare Dante, Petrarca, Guinizzelli, Jacopone, analizzarne il lessico, soppesarne la struttura rimica, metrica e strofica, determinare la funzione delle specifiche scelte fonetiche, identificare le figure retoriche e la loro valenza nell’economia complessiva del testo, distinguere ipotassi e paratassi, ipàllagi e anastrofi, comprendere il legame storico e culturale del componimento con la sua epoca, infine collegare le scelte stilistiche e contenutistiche di ogni autore ad altre opere, tentando di ricostruire la collocazione dell’opera stessa nella catena testuale.

Qui cominciano i pianti, gli alti lai, il gemente cordoglio, il compianto de’templi acherontei. Gli alunni diligenti allibiscono, quelli somari ragliano in coro, con fragoroso strepito, la loro indignazione. Torme di genitori in tenuta da guerra o, a fasi alterne, da pellegrinaggio a Pietralcina, giungono a schiere, recando velate minacce o plorazioni accorate. I più cialtroni (o “ribelli”, come li chiamano i cialtroni loro simili) danno il via al boicottaggio delle lezioni, all’assenteismo pianificato, al sabotaggio delle verifiche. I più fessi pensano di cavarsela scopiazzando analisi precotte dall’immancabile telefonino e vengono regolarmente sgamati. E’ la fase in cui è più semplice distinguere i docenti ignoranti e calabrache, che cedono alle pressioni e tornano al piagnucolìo sui burqa e sull’infanzia rubata, dai docenti veri, che dicono: si fa così e punto.

Ma se il terrore degli allievi usi alla nullafacenza è comprensibile, più difficoltoso è capire perché, come recentemente sperimentato proprio su questo sito (qui e qui) anche nei forum telematici la letteratura e i letterati producano effetti assai simili. Finché si cazzeggia in libertà, tra un bicchierino e l’altro, di simboli fallici in Shakespeare, finché si rimestano col ramaiolo, in un’unica broda, Petronio e Catullo, spruzzandoli con fiotti robusti di Caravaggio e Velazquez, fino a ridurli a una pappetta indistinta di simboli grafici senza referente, allora la letteratura e l’arte sono tollerate. Ma nel forum come in classe, l’apparizione inopinata di un’analisi letteraria ponderata, o peggio, di un docente di letteratura non improvvisato, scatenano dapprima la pietrificazione stupefatta, poi lo sconcerto, infine l’ira più ferina tra gli astanti. Come mai accade questo? Perché la letteratura, ove non annacquata dalla blàtera sciolta, fa incazzare così tanta gente? Mi sono dato le seguenti risposte, che ho riunito, per comodità, in decalogo numerato.

1) La letteratura non è per tutti: l’ascesa del proletariato e dei ceti medi, realizzatasi a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, aveva portato i ceti popolari a sfruttare la forza acquisita con le lotte per impadronirsi di quelli che, per secoli, erano stati gli odiati vessilli e simboli del nemico: la letteratura, l’arte, la cultura, le scuole, le università. Tutto ciò che era stato visto come segno distintivo della classe borghese, era ora in potere delle masse contadine e operaie. Le quali, tuttavia, non sapendo né maneggiare la letteratura, né innovarla, né tantomeno crearne una propria che fosse presentabile, si sono limitate a giochicchiare con il suo pregevole tessuto, a ridurlo a citazionismo becero, a ricavarne nastrini e volant da indossare sul vestitino della festa per farsi ammirare dagli amici. Ora che la carrozza fatata del proletariato è tornata ad essere una zucca, la fata borghese torna a riprendersi il suo bel vestito. L’insegnante di letteratura è il funzionario incaricato di dire ai ceti popolari che non possono più utilizzare i testi letterari come strofinaccio: o studiano e acquisiscono le alte competenze necessarie a portarli addosso con la dovuta eleganza e il dovuto rispetto, o tornano a indossare i sacconi di tela e gli zoccolacci di sambuco che hanno rimarcato per millenni la loro storia. Non deve stupire, dunque, che tali funzionari siano bersaglio di odio feroce.

2) Un vero testo letterario è un meccanismo complesso: la sua densità semantica, le sue possibilità interpretative, le informazioni in esso contenute, i diversi significati di cui esso è capace di colorarsi attraverso le epoche, la sua capacità di offrire al lettore uno scorcio su visioni della realtà profondamente differenti dalle consuete, i dati che esso ci fornisce sulla realtà storica, sociale, economica, politica, ecc. in cui è stato prodotto, non possono essere colti attraverso una lettura distratta. Si può coglierli solo attraverso un’opera attenta e faticosa di analisi, che non tutti sono in grado di compiere o disposti a compiere. L’occhio allenato dell’insegnante di letteratura distingue agevolmente gli abili all’opera dagli inabili, relegando esplicitamente o implicitamente questi ultimi in una classe intellettiva secondaria. Da ciò nasce, prorompente, la sua fama di negriero e l’odio dei meno dotati nei suoi confronti.

3) La letteratura non ammette superficialità: a causa della sua complessità, il testo letterario deve essere oggetto di un giudizio critico motivato per esteso, nel dettaglio e con estrema precisione e chiarezza. Ciò rende furente il proletariato dei social network, abituato ad esprimere con la mera dicotomia “mi piace” – “non mi piace” la propria prospettiva sull’universo (e senza nemmeno dover scrivere queste poche lettere di proprio pugno). L’esistenza di una sfera dello scibile sottratta al giudizio sommario istantaneo della comare e del pescivendolo e che richieda la trasformazione di questi ultimi in esseri raziocinanti per poter essere pronunciato, rappresenta una limitazione intollerabile di sovranità, alla quale la comare e il pescivendolo reagiscono con vano furore guerriero.

4) Il testo letterario ci pone a confronto con un’alterità spesso radicale: esso ci costringe a dialogare con culture, visioni del mondo, categorie di pensiero, strutture sistemiche, riferimenti etici, completamente diversi dagli attuali. La nostra prospettiva ne risulta profondamente relativizzata: il nostro sistema, i nostri valori, la nostra configurazione sociale, dunque, non rappresentano l’unico mondo possibile. Sono esistiti ed esistono altri mondi e altre prospettive che, per avere un proficuo rapporto col testo, dobbiamo imparare a conoscere. Ogni anno devo spiegare alle mie studentesse che il Boccaccio non dedica il Decameron alle donne perché desideri “emanciparle”; che il concetto di “emancipazione della donna” scaturisce da contingenze produttive e non etiche ed è stato elaborato per ovviare alla carenza di manodopera nelle fabbriche, dopo la rivoluzione industriale. Al contrario, Boccaccio è convinto che le donne stiano benissimo dove sono (relegate nelle loro stanzette a leggere e filare); vuole soprattutto sfruttarle come “target” ideale della nuova letteratura borghese, della quale egli è, se non l’iniziatore, almeno il codificatore. Ciò genera nelle mie allieve perplessità e differenti reazioni: comprensione nelle più intelligenti, indignazione berciante nelle oche mestruate.

5) La letteratura decentralizza: essa ci rivela che non siamo il momento più alto, luminoso e assiomatico dell’evoluzione umana, bensì un momento qualsiasi, i cui connotati etici di riferimento sono legati a contingenze politico-economiche in continuo mutamento. Se prestiamo attenzione, scopriamo che tali connotati hanno più a che fare con la configurazione economica e produttiva del periodo storico in corso che con pulsioni o ideali connaturati all’indole umana. E’ un principio banalissimo per chi ha letto e digerito Marx, ma che coglie spesso di sorpresa il fruitore sonnacchioso dell’informazione giornalistica e televisiva. Costui, se è un tipo sveglio, si rende conto ben presto che valori etici e sociali creduti immutabili vengono in realtà generati e diffusi dai sistemi d’indottrinamento propagandistico che le elite dominanti di ogni epoca storica approntano e gestiscono per i propri scopi; uno legge ad esempio “Germinal” di Zola e inizia a chiedersi perché certe “repubbliche” siano fondate sul lavoro, e perché, per che cosa e per chi si dovrebbe lavorare. Se trova la risposta, l’incazzatura è inevitabile. E’ una fortuna per l’ordine sociale che siano in pochi a porsi domande o anche soltanto a saper leggere. O forse non è una fortuna, ma solo l’ennesimo progetto ben attuato.

6) La letteratura è memento dell’impermanenza: prima che ci pensasse la stessa geopolitica, sarebbe bastato un qualsiasi testo letterario a ridicolizzare l’illusione di “fine della storia” propugnata da Francis Fukuyama. Leggendo un testo, scopriamo che non solo l’uomo e le sue strutture materiali, ma anche le configurazioni di potere, le reti di relazioni economico-sociali, tutta la complessa elaborazione della mente che siamo soliti chiamare “realtà” è soggetta ad alterazioni e mutamenti profondi. La mente umana è fluida e in continuo divenire e con essa si trasforma la realtà che da essa scaturisce. Ogni testo è prova che il mondo in cui viviamo non è fatto di sola materia, ma è un palazzo le cui mura sono composte in gran parte di idee. Di tanto in tanto, nuove idee poderose, veicolate dalla narrazione, sconvolgono il nostro modo di pensare al mondo e a noi stessi, distruggendo le vecchie strutture mentali e riconfigurandole su nuovi parametri. Lo stesso testo letterario è impermanente e assume valenze, significati, contenuti completamente cangianti col variare delle epoche e del pensiero. La letteratura è un messaggero dell’Apocalisse: annuncia nuove visioni della realtà affinché vecchi mondi scompaiano tra le fiamme e nuovi ne prendano il posto. Chi potrebbe non averne paura?

7) La letteratura costringe a crescere: nessuno può accostarsi ad un’opera strepitando, come un moccioso, la sua percezione del mondo e tentando d’imporla sulla lettera del testo. Ogni testo è un’entità che insegna il rispetto verso l’altro: esige di essere ascoltato con attenzione, in ogni sua parola, prima che l’atto ermeneutico sia possibile. Esso strappa l’uomo della strada alla sua illusione puerile di compiutezza. A differenza del Mike Bongiorno della “Fenomenologia” di Eco, ogni opera letteraria ricorda al suo interlocutore che egli non è Dio, che non è perfetto, che non è eterno, che non è al centro dell’universo e nemmeno del suo ristretto habitat sociale. Lo spinge a confrontarsi con la propria mortalità, con l’incompletezza delle proprie conoscenze, con la necessità di un percorso malagevole, doloroso e prolungato perché sia possibile, forse, pervenire un giorno ad una qualche maturità epistemologica. La letteratura ci costringe ad abbattere le strutture mentali candide e rudimentali della nostra infanzia e ad elaborarne continuamente di nuove e più complesse, abituandoci, strada facendo, alla mutevolezza incessante delle cose. Ci costringe ad imparare a parlare e ad esprimerci con proprietà per poter interloquire con lei. Essa esige lo svezzamento dell’individuo: la capacità di staccarsi per sempre dal seno dell’autorità e della propaganda e di acquisire capacità autonome di comprensione del mondo, fondate sull’attenzione all’altro, sul rispetto, sull’ascolto. In due parole, accostarsi alla letteratura impone a chiunque un salto verso la maturità.

C’è da stupirsi che in un mondo di adulti senza ormai altro desiderio che quello di restare bambini, essa sia la più detestata delle maestre?

Gianluca Freda

Fonte: www.comedonchisciotte.org

6.06.2016

Commenti (143)

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    1. RicardoDenner 10 giugno 2016

      Bè..quello che vogliamo insegnare va incarnato..e certi insegnamenti possono anche non essere oggetto di materia di esame..soprattutto nella scuola pubblica..ma soprattutto possono risultare non in sintonia con i tempi e quindi sottoposti all'esilio..oppure ignorati semplicemente..e penso alla metafisica tradizionale o al pensiero iniziatico...espressi in forma guenoniana..quindi formalmente ineccepibili nei modi di pensiero occidentale..


      La cultura profana ..che si muove avendo per confine il mentale..è solo una deviazione moderna ..occidentale..lontana dalla realtà..e per alcuni..l'approfondimento .. può essere solo tempo perso..

      L'insegnamento..sotto qualsiasi forma..ha per presupposto l'interesse dell'allievo..frutto di una naturale disposizione assecondata..mancando la quale è solo nozione volta al fine pratico del diploma..quindi ..secondaria rispetto al fine..che è passare agli esami..

      Quale insegnamento serio può essere impartito a chi studia per compiacere la propria ansia di promozione sociale..?

      E ciò vale al giorno d'oggi per quasi tutte le professioni..slegate da un senso di utilità oggettiva ma solo impieghi al servizio dell'abominio..che poi è la produzione di materia inutile e anche molesta alla salute del mondo e degli uomini..

      Comunque non ho nulla da contestare.. tutte le cose che esistono hanno il loro scopo rispetto al progetto universale...ed è bene che ognuno svolga il suo compito..per quanto molesto possa essere..che tutto concorre all'Ordine finale..

      Le auguro quindi buon proseguimento nel suo lavoro..che io ho altri progetti e altri intendimenti..e finché i nostri spazi sono diversi..è bene che ognuno pensi alle sue difficoltà..riservando ogni tanto qualche tiro di voce senza tanta importanza come necessario svago a un perimetro culturale che tende a uscire verso la molteplicità del mondo..

    1. totalrec 9 giugno 2016

      Sarà forse perché insegno letteratura e non filosofia, ma l'immagine di Socrate che ho nella testa non è quella del sapiente descritta nei dialoghi di Platone, bensì quella delle "Nuvole" di Aristofane: un insopportabile scocciatore che si dedica ad attività astratte e inessenziali, come stabilire metodi efficaci per misurare il salto di una pulce o per stabilire la provenienza del ronzio delle zanzare.
      In ogni caso, avrei voluto proprio vederlo il buon Socrate a insegnare la sua filosofia all'Istituto Tecnico Leonardo Da Vinci, anziché infastidire con essa i passanti frettolosi sull'agorà. Scommetto che si sarebbe convertito alla mia weltanschauung in men che non si dica.
      (GF)

    1. Tanita 9 giugno 2016

      "La geopolitica e gli sviluppi internazionali" non pensano, professore.
      Gli esseri umani, sí. Siamo quindi noi coloro che facciamo la
      geopolitica e diamo vita agli sviluppi internazionali.

      Proprio
      perché la Letteratura é strumento cosí formidabile per stimolare il
      pensiero, per elevarlo, é che dev'essere fatto raggiungibile per tutti i
      nostri allievi.

      Riguardo le "fuffologie", esse non sono parte di
      quanto le ho manifestato nei miei interventi, e Lei lo sa bene.
      Comunque se é di sua preferenza, torniamo alle origini. Faccio ricorso a
      pensieri elevati e celebri, ellaborati molto prima che sorgessero le
      diverse discipline che a Lei non piacciono, per illustrare la mia
      posizione:

      Socrate
      "L’insegnante mediocre racconta.

      Il bravo insegnante spiega.

      L’insegnante eccellente dimostra.

      Il maestro ispira".




      Socrate
      “Io ho questo unico, straordinario bene che mi salva:

      non mi vergogno, infatti, di imparare, ma faccio domande e sono molto grato a chi mi dà risposta.”

      Dal Dialogo di Platone “Ippia minore”, se non sbaglio.

    1. totalrec 9 giugno 2016

      Era una mia considerazione random, non mi stavo necessariamente riferendo alle sue affermazioni. Perché è così tesa?

      (GF)
    1. Tanita 9 giugno 2016

      Forse dovrebbe rileggere, professore. Io non ho mai detto che gli alunni sono "tutti uguali". Non avrei mai sostenuto una cosa del genere. Legga bene, per favore, poiché i discorsi costruiti sulla base di premesse false portano a conclusioni false, il ché puó anche essere intenzionale, certamente (dico, partire da false premesse, per trarre false conclusioni).

    1. Tanita 9 giugno 2016

      Mamma mia, professore, faccia un po' d'autocritica!

      Vi propongo di fare lo sforzo di tenere su una dialettica riguardante i noccioli della questione...

    1. Tanita 9 giugno 2016

      Insegno nella mia madre lingua, professore, che non é l'Italiano. Le ho fatto una rischiesta specifica a questo proposito, che Lei non ha considerato.

    1. ottavino 9 giugno 2016

      L'augurio è che qualcuno degli alunni di Freda diventi indomito come lui!

      Potessero apprendere questa lezione non credo servirebbe altro!
    1. totalrec 9 giugno 2016

      Ci sono tante idee di cultura quante sono le persone. Io ho la mia e, poiché faccio l'insegnante, la applico al mio lavoro. Se lei desidera fare altrettanto con la sua, diventi insegnante.

      (GF)
    1. RicardoDenner 9 giugno 2016

      La vera cultura non è tecnica..per quanto la si possa intendere anche in modo letterario..

      La vera cultura è identificazione nel vero..ma per capirlo occorre essere qualificati a farlo..e certe cose sono radicalmente opposte al sapere profano e libresco che la scuola pomposamente vuole trasmettere..

      Così..per puntualizzare cos'è cultura da cosa è nozione..per quanto approfondita..
    1. totalrec 9 giugno 2016

      Va benissimo. Buona permanenza tra i morti di fame e saluti alla signora.

      (GF)
    1. yago 9 giugno 2016

      Giusto: lei è un cretino. Cosi va bene prof. ?

    1. totalrec 9 giugno 2016

      Guardi, penso che la sua qualificazione ontologica e professionale sia ormai evidente a tutti, nonché la conseguente rilevanza dei punti di vista che ne derivano.

      Pertanto, se proprio desidera proseguire nel suo soliloquio, faccia almeno la cortesia di rivolgersi al sottoscritto dandogli del "lei".

      Non ci troviamo allo stesso livello sociale, né tantomeno culturale; ed è spettacolo fastidioso e imbarazzante per chiunque osservare uno zappaterra ubriaco che dà fuori di matto, senza neppure essere in grado di rispettare le basilari norme d'interlocuzione pertinenti alla posizione in cui la natura e le connotazioni intellettive lo hanno collocato.
      (GF)
    1. yago 9 giugno 2016

      Infatti è inutile, della considerazione di un imbecille non me ne pò frega de meno( se vuoi te lo traduco) Per fortuna non sono un tuo alunno, costretto a subirti, ma il fa a fan vale anche per coloro che purtroppo non possono permetterselo.

    1. totalrec 9 giugno 2016

      Ah, ecco, non è un insegnante. Meno male.


      Allora vada a pascolare altrove.

      Inutile che le dica in quale considerazione io e, più in generale, la categoria degli operatori dell'istruzione pubblica siamo soliti tenere le opinioni di coloro che si esprimono con questa sintassi e in questi termini.
      (GF)

    1. yago 9 giugno 2016

      Ma lo vedi che sei un cretino. Non ho detto che sono un insegnante ma che ho avuto modo di insegnare. Non è la stessa cosa, ma che te lo dico a fare, lavare la testa ai ciucci è solo tempo perso. A me mi piace cosi e se non ti va bene vedi di andare a fan... Ti ripeto dovresti essere cacciato dalla categoria degli insegnanti a pedate nel sedere, sei un miserabile saputello del cazzo convinto di incarnare lo spirito della conoscenza.

    1. totalrec 9 giugno 2016

      "il privilegio di insegnare qualcosa a specializzandi ai quali, di fronte a tematiche complesse, ho cercato sempre di metterli in grado"



      Se lei è davvero un insegnante e scrive in questo modo, poveri noi e poveri i suoi studenti. Impari l'italiano prima di insegnare, magari scoprirà che non sono gli altri docenti a essere "pomposi e schiocchi": forse è soltanto lei ad essere un somaro.
      (GF)
    1. yago 9 giugno 2016

      Per fortuna esistono ancora professori degni di essere chiamati tali. Brava Tanita e se, posso darti un piccolo suggerimento, mira più al metodo di studio che alle nozioni. Per molti ( troppi) anni ho avuto il privilegio di insegnare qualcosa a specializzandi ai quali, di fronte a tematiche complesse, ho cercato sempre di metterli in grado di trovare da soli soluzioni seguendo metodiche di ragionamento e di ricerca. Purtroppo ho conosciuto moltissimi docenti pomposi e schiocchi che si divertivano a mettere in crisi giovani in gamba. E' ovvio che nella piccola sfera delle proprie competenze il gioco è estremamente facile. Uno studente non sarà mai in grado di avere conoscenze di centinaia di docenti. Purtroppo quando si è frustrati ed in cattedra è facile cercare rivincite sui malcapitati di turno. Sarei felicissimo se oltre ai docenti anche gli studenti potessero dare voti, per giudicare bisogna correre il rischio anche di farsi giudicare.

    1. totalrec 9 giugno 2016

      Tanita ha scritto:

      "Se Lei insegna nella scuola pubblica, il suo dovere é far sí che la Letteratura (e qualsiasi altra disciplina di cui é titolare o che pretende insegnare) sia per tutti. Lo Stato italiano non Le paga lo stipendio per selezionare gli allievi piú bravi o meglio preparati o che vengono con le migliori condizioni di partenza e di vita - almeno non é cosí secondo le leggi riguardanti l'Educazione, la Pubblica Istruzione. Le paga per insegnare a tutti. Per far sí che i contenuti sotto la sua responsabilitá, possano essere costruiti e ricostruiti da tutti i suoi studenti e le sue studentesse."

      Lo Stato mi paga per dare a tutti la possibilità di elevare il proprio status culturale, ed è esattamente ciò che faccio. Dopo di che, molti non sono affatto interessati ad elevarsi. Sono invece contentissimi di restare a sguazzare nel loro fango (come si vede anche da questo forum) e l'unica cosa che sperano di ottenere dalla scuola è la possibilità di schizzare un po' della loro melma addosso agli altri per sentirsi meno soli.

      Questo non lo permetto, e me ne strafrego di quel che pensa lo stato in proposito.

      Non penso affatto che gli alunni siano "tutti uguali" e penso anzi che la diffusione di questa folle convinzione rappresenti un insulto e uno schiaffo morale appioppato agli alunni più volenterosi e meritevoli. E ribadisco che non è questione di ceti sociali o di ambienti di provenienza: semplicemente esistono persone che, grazie a doti intellettive di livello accettabile, variamente acquisite, comprendono di avere davanti, con la scuola, un'occasione di crescita irripetibile; e poi ci sono quelli convinti che il mondo intero sia un immenso bar in cui stravaccarsi e sballarsi.

      Per questi ultimi non ho pietà. La pietà la chiederanno al voto del consiglio di classe, sempre che venga loro concessa. La vita non gliene concederà di certo. Né io.

      Riguardo alla possibilità di selezionare gli alunni migliori, qui si aprirebbe un lunghissimo discorso. La selettività nella scuola è tipica delle nazioni dotate di sovranità, le quali hanno dunque bisogno di creare e mantenere stabile una classe dirigente in grado di gestire la complessità dei rapporti socio-economici interni ed esteri. Nei paesi ridotti, come il nostro, allo sguatteraggio, dove chi realmente dirige sta altrove e le istituzioni sono occupate da miserrimi e ignorantissimi esecutori di ordini altrui, non si richiede invece di selezionare persone capaci (che sono anzi viste come il fumo negli occhi), bensì di sfornare individui mediocri, che sappiano tutt'al più schiacciare bottoni o eseguire in modo efficace le direttive provenienti dai governanti "occulti" (ma poi neanche tanto), senza intromettersi con idee proprie, senza perseguire né possibilmente possedere una prospettiva diversa da quella definita dai vertici.
      Ovviamente non condivido questa impostazione e - nei ristretti limiti di ciò che mi è consentito fare - agisco "come se" l'Italia fosse destinata, prima o dopo, a riconquistare una sua sovranità. Se questa riconquista debba avvenire presto, tardi o mai, è cosa che non m'interessa: io preparo i miei studenti a ragionare in modo complesso e non banale, come se un giorno dovessero davvero essere in grado di prendere decisioni autonome nell'interesse del loro paese. La geopolitica e gli sviluppi internazionali penseranno (o non penseranno) al resto.
      Considero ogni altro discorso - psicologico, sociologico, egualitarista, relazionale, fuffologico - frutto di degrado culturale e di una deriva antiautonomistica, per nulla causale ma accuratamente progettata, alla quale non ho intenzione di fornire il minimo apporto.
      (GF)

    1. Tanita 9 giugno 2016

      Professore, ho finalmente capito che Lei, "totalrec", é l'autore di questo articolo. Mi scusi, andavo di fretta.

      Allora bene, da insegnante ad insegnante, ho l'urgenza di dirLe certe cose.

      1. I ragazzi e le ragazze attorno al mondo sono ció che gli adulti abbiamo fatto di loro (soprattutto gli adulti con Potere). Se Lei conosce - come dovrebbe - gli elementi basici di Psicologia e Pedagogia, non puó non saperlo. Le tecnologie. i mezzi e modi di communicazione che usano sono quelli che gli abbiamo consegnato noi.

      2. Se Lei insegna nella scuola pubblica, il suo dovere é far sí che la Letteratura (e qualsiasi altra disciplina di cui é titolare o che pretende insegnare) sia per tutti. Lo Stato italiano non Le paga lo stipendio per selezionare gli allievi piú bravi o meglio preparati o che vengono con le migliori condizioni di partenza e di vita - almeno non é cosí secondo le leggi riguardanti l'Educazione, la Pubblica Istruzione. Le paga per insegnare a tutti. Per far sí che i contenuti sotto la sua responsabilitá, possano essere costruiti e ricostruiti da tutti i suoi studenti e le sue studentesse. E mi creda, si puó.

      3. Un Maestro non si arrende, non si frustra, non attribuisce le colpe ai piú deboli, (in questo caso, gli allievi e le allieve), né le rimanda indietro ai genitori o agli insegnanti degli anni o i corsi precedenti: si prende le responsabilitá proprie del suo compito, si tira su le maniche, fa una buona diagnosi per stabilire il punto di partenza e da lí comincia, e incoraggia, offre motivazione, coinvolge, convoca, provoca, stuzzica, incentiva, fa scattare la naturale curiositá dell'essere umano.

      4. Un Maestro, infine, non va nei fori a sventolare la propria - presunta - sapienza e contemporaneamente sostenere la mediocritá del resto. Un Maestro é umile, impara dai propri studenti e studentesse, ascolta, capisce, fa dell'autocritica, ci ripensa, riprogramma, stabilisce una relazione dialettica tra i saperi, gli alunni e se stesso, realizza la triade didattica.

      Ecco la sfida che deve affrontare (che é anche ció che puó trarre di profittevole da questo suo intervento che - mi auguro - sia stato uno sfogo passeggero, in caso contrario ci vorrebbe licenziarlo per mala praxis): Faccia sí che la Letteratura di cui pare saperne abbastanza, sia per tutti i suoi allievi. Altrimenti non fará che occasionare danno agli studenti, il ché non mi pare sia il suo scopo; sono certa della sua buona fede.

      Le lascio un libro da leggere, tra tanti ai quali attingere: "Homo Academicus" di Pierre Bourdieu (Edizioni Dedalo ed altre). Bourdieu é, direi, lettura necessaria per ogni insegnante.

      Le auguro un grande successo, che d'altronde Le provvederá una felicitá singolare che forse soltanto proprio noi insegnanti abbiamo la possibiblitá di provare e i suoi ragazzi e le sue ragazze si ricorderanno e racconteranno di Lei decenni dopo, proprio come é capitato a me con notevoli insegnanti che ho avuto, molti di loro italiani.


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