PERCHE’ LA LETTERATURA FA INCAZZARE

PERCHE’ LA LETTERATURA FA INCAZZARE

DI GIANLUCA FREDA

comedonchisciotte.org

“Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. […] Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti”.

(Umberto Eco, Fenomenologia di Mike Bongiorno)

Negli Istituti Tecnici, l’evento più drammatico che possa capitare ad un insegnante di italiano all’inizio di un anno scolastico è vedersi assegnato ad una terza superiore. Finché si insegna nel biennio, se si sorvola sulle esuberanze degli allievi appena graziati dalle medie, tutto fila relativamente liscio. Si rifrigge un po’ di analisi logica e del periodo, già salmodiata in tutte le tonalità alle elementari e alle medie, si assegna qualche emozionante temino sulla droga, sulla fame nel mondo o sull’emancipazione-della-donna-nella-moderna-società-occidentale e ci si ritrova in un battibaleno a maggio, con un corpo studentesco equamente suddiviso tra secchioni e citrulli senza speranza, ma serafico e pago.

Qual mormorio soave, si propaga nei cerebri studenteschi l’insana persuasione che l’italiano sia una materia “facile”: che basti analizzare il complemento di termine e la proposizione concessiva in un po’ di balbe frasette, innalzare qualche straziante melopea in puro inchiostro BIC al lavoro minorile dei miserandi negretti dell’Africa© (di quale nazione dell’Africa, esattamente, non si sa: gli allievi tendono a ridurre la specifità geografica a categoria kantiana) per vedere materializzarsi tra le dita, quale sacra Vibhuti, la sufficienza agognata. Dopo di che resta solo matematica da recuperare.

Ma quando si arriva in terza, ove la ministerial barbarie impone lo studio della storia della letteratura, la musica cambia. Luttuosamente, gli allievi realizzano che il dolce far niente è finito. Ora occorre leggere opere di autori veri, non piagnucolose storielline su miserrime femmine musulmane dagli occhi pesti, corredate di queruli arpeggi antologici. Occorre parafrasare Dante, Petrarca, Guinizzelli, Jacopone, analizzarne il lessico, soppesarne la struttura rimica, metrica e strofica, determinare la funzione delle specifiche scelte fonetiche, identificare le figure retoriche e la loro valenza nell’economia complessiva del testo, distinguere ipotassi e paratassi, ipàllagi e anastrofi, comprendere il legame storico e culturale del componimento con la sua epoca, infine collegare le scelte stilistiche e contenutistiche di ogni autore ad altre opere, tentando di ricostruire la collocazione dell’opera stessa nella catena testuale.

Qui cominciano i pianti, gli alti lai, il gemente cordoglio, il compianto de’templi acherontei. Gli alunni diligenti allibiscono, quelli somari ragliano in coro, con fragoroso strepito, la loro indignazione. Torme di genitori in tenuta da guerra o, a fasi alterne, da pellegrinaggio a Pietralcina, giungono a schiere, recando velate minacce o plorazioni accorate. I più cialtroni (o “ribelli”, come li chiamano i cialtroni loro simili) danno il via al boicottaggio delle lezioni, all’assenteismo pianificato, al sabotaggio delle verifiche. I più fessi pensano di cavarsela scopiazzando analisi precotte dall’immancabile telefonino e vengono regolarmente sgamati. E’ la fase in cui è più semplice distinguere i docenti ignoranti e calabrache, che cedono alle pressioni e tornano al piagnucolìo sui burqa e sull’infanzia rubata, dai docenti veri, che dicono: si fa così e punto.

Ma se il terrore degli allievi usi alla nullafacenza è comprensibile, più difficoltoso è capire perché, come recentemente sperimentato proprio su questo sito (qui e qui) anche nei forum telematici la letteratura e i letterati producano effetti assai simili. Finché si cazzeggia in libertà, tra un bicchierino e l’altro, di simboli fallici in Shakespeare, finché si rimestano col ramaiolo, in un’unica broda, Petronio e Catullo, spruzzandoli con fiotti robusti di Caravaggio e Velazquez, fino a ridurli a una pappetta indistinta di simboli grafici senza referente, allora la letteratura e l’arte sono tollerate. Ma nel forum come in classe, l’apparizione inopinata di un’analisi letteraria ponderata, o peggio, di un docente di letteratura non improvvisato, scatenano dapprima la pietrificazione stupefatta, poi lo sconcerto, infine l’ira più ferina tra gli astanti. Come mai accade questo? Perché la letteratura, ove non annacquata dalla blàtera sciolta, fa incazzare così tanta gente? Mi sono dato le seguenti risposte, che ho riunito, per comodità, in decalogo numerato.

1) La letteratura non è per tutti: l’ascesa del proletariato e dei ceti medi, realizzatasi a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, aveva portato i ceti popolari a sfruttare la forza acquisita con le lotte per impadronirsi di quelli che, per secoli, erano stati gli odiati vessilli e simboli del nemico: la letteratura, l’arte, la cultura, le scuole, le università. Tutto ciò che era stato visto come segno distintivo della classe borghese, era ora in potere delle masse contadine e operaie. Le quali, tuttavia, non sapendo né maneggiare la letteratura, né innovarla, né tantomeno crearne una propria che fosse presentabile, si sono limitate a giochicchiare con il suo pregevole tessuto, a ridurlo a citazionismo becero, a ricavarne nastrini e volant da indossare sul vestitino della festa per farsi ammirare dagli amici. Ora che la carrozza fatata del proletariato è tornata ad essere una zucca, la fata borghese torna a riprendersi il suo bel vestito. L’insegnante di letteratura è il funzionario incaricato di dire ai ceti popolari che non possono più utilizzare i testi letterari come strofinaccio: o studiano e acquisiscono le alte competenze necessarie a portarli addosso con la dovuta eleganza e il dovuto rispetto, o tornano a indossare i sacconi di tela e gli zoccolacci di sambuco che hanno rimarcato per millenni la loro storia. Non deve stupire, dunque, che tali funzionari siano bersaglio di odio feroce.

2) Un vero testo letterario è un meccanismo complesso: la sua densità semantica, le sue possibilità interpretative, le informazioni in esso contenute, i diversi significati di cui esso è capace di colorarsi attraverso le epoche, la sua capacità di offrire al lettore uno scorcio su visioni della realtà profondamente differenti dalle consuete, i dati che esso ci fornisce sulla realtà storica, sociale, economica, politica, ecc. in cui è stato prodotto, non possono essere colti attraverso una lettura distratta. Si può coglierli solo attraverso un’opera attenta e faticosa di analisi, che non tutti sono in grado di compiere o disposti a compiere. L’occhio allenato dell’insegnante di letteratura distingue agevolmente gli abili all’opera dagli inabili, relegando esplicitamente o implicitamente questi ultimi in una classe intellettiva secondaria. Da ciò nasce, prorompente, la sua fama di negriero e l’odio dei meno dotati nei suoi confronti.

3) La letteratura non ammette superficialità: a causa della sua complessità, il testo letterario deve essere oggetto di un giudizio critico motivato per esteso, nel dettaglio e con estrema precisione e chiarezza. Ciò rende furente il proletariato dei social network, abituato ad esprimere con la mera dicotomia “mi piace” – “non mi piace” la propria prospettiva sull’universo (e senza nemmeno dover scrivere queste poche lettere di proprio pugno). L’esistenza di una sfera dello scibile sottratta al giudizio sommario istantaneo della comare e del pescivendolo e che richieda la trasformazione di questi ultimi in esseri raziocinanti per poter essere pronunciato, rappresenta una limitazione intollerabile di sovranità, alla quale la comare e il pescivendolo reagiscono con vano furore guerriero.

4) Il testo letterario ci pone a confronto con un’alterità spesso radicale: esso ci costringe a dialogare con culture, visioni del mondo, categorie di pensiero, strutture sistemiche, riferimenti etici, completamente diversi dagli attuali. La nostra prospettiva ne risulta profondamente relativizzata: il nostro sistema, i nostri valori, la nostra configurazione sociale, dunque, non rappresentano l’unico mondo possibile. Sono esistiti ed esistono altri mondi e altre prospettive che, per avere un proficuo rapporto col testo, dobbiamo imparare a conoscere. Ogni anno devo spiegare alle mie studentesse che il Boccaccio non dedica il Decameron alle donne perché desideri “emanciparle”; che il concetto di “emancipazione della donna” scaturisce da contingenze produttive e non etiche ed è stato elaborato per ovviare alla carenza di manodopera nelle fabbriche, dopo la rivoluzione industriale. Al contrario, Boccaccio è convinto che le donne stiano benissimo dove sono (relegate nelle loro stanzette a leggere e filare); vuole soprattutto sfruttarle come “target” ideale della nuova letteratura borghese, della quale egli è, se non l’iniziatore, almeno il codificatore. Ciò genera nelle mie allieve perplessità e differenti reazioni: comprensione nelle più intelligenti, indignazione berciante nelle oche mestruate.

5) La letteratura decentralizza: essa ci rivela che non siamo il momento più alto, luminoso e assiomatico dell’evoluzione umana, bensì un momento qualsiasi, i cui connotati etici di riferimento sono legati a contingenze politico-economiche in continuo mutamento. Se prestiamo attenzione, scopriamo che tali connotati hanno più a che fare con la configurazione economica e produttiva del periodo storico in corso che con pulsioni o ideali connaturati all’indole umana. E’ un principio banalissimo per chi ha letto e digerito Marx, ma che coglie spesso di sorpresa il fruitore sonnacchioso dell’informazione giornalistica e televisiva. Costui, se è un tipo sveglio, si rende conto ben presto che valori etici e sociali creduti immutabili vengono in realtà generati e diffusi dai sistemi d’indottrinamento propagandistico che le elite dominanti di ogni epoca storica approntano e gestiscono per i propri scopi; uno legge ad esempio “Germinal” di Zola e inizia a chiedersi perché certe “repubbliche” siano fondate sul lavoro, e perché, per che cosa e per chi si dovrebbe lavorare. Se trova la risposta, l’incazzatura è inevitabile. E’ una fortuna per l’ordine sociale che siano in pochi a porsi domande o anche soltanto a saper leggere. O forse non è una fortuna, ma solo l’ennesimo progetto ben attuato.

6) La letteratura è memento dell’impermanenza: prima che ci pensasse la stessa geopolitica, sarebbe bastato un qualsiasi testo letterario a ridicolizzare l’illusione di “fine della storia” propugnata da Francis Fukuyama. Leggendo un testo, scopriamo che non solo l’uomo e le sue strutture materiali, ma anche le configurazioni di potere, le reti di relazioni economico-sociali, tutta la complessa elaborazione della mente che siamo soliti chiamare “realtà” è soggetta ad alterazioni e mutamenti profondi. La mente umana è fluida e in continuo divenire e con essa si trasforma la realtà che da essa scaturisce. Ogni testo è prova che il mondo in cui viviamo non è fatto di sola materia, ma è un palazzo le cui mura sono composte in gran parte di idee. Di tanto in tanto, nuove idee poderose, veicolate dalla narrazione, sconvolgono il nostro modo di pensare al mondo e a noi stessi, distruggendo le vecchie strutture mentali e riconfigurandole su nuovi parametri. Lo stesso testo letterario è impermanente e assume valenze, significati, contenuti completamente cangianti col variare delle epoche e del pensiero. La letteratura è un messaggero dell’Apocalisse: annuncia nuove visioni della realtà affinché vecchi mondi scompaiano tra le fiamme e nuovi ne prendano il posto. Chi potrebbe non averne paura?

7) La letteratura costringe a crescere: nessuno può accostarsi ad un’opera strepitando, come un moccioso, la sua percezione del mondo e tentando d’imporla sulla lettera del testo. Ogni testo è un’entità che insegna il rispetto verso l’altro: esige di essere ascoltato con attenzione, in ogni sua parola, prima che l’atto ermeneutico sia possibile. Esso strappa l’uomo della strada alla sua illusione puerile di compiutezza. A differenza del Mike Bongiorno della “Fenomenologia” di Eco, ogni opera letteraria ricorda al suo interlocutore che egli non è Dio, che non è perfetto, che non è eterno, che non è al centro dell’universo e nemmeno del suo ristretto habitat sociale. Lo spinge a confrontarsi con la propria mortalità, con l’incompletezza delle proprie conoscenze, con la necessità di un percorso malagevole, doloroso e prolungato perché sia possibile, forse, pervenire un giorno ad una qualche maturità epistemologica. La letteratura ci costringe ad abbattere le strutture mentali candide e rudimentali della nostra infanzia e ad elaborarne continuamente di nuove e più complesse, abituandoci, strada facendo, alla mutevolezza incessante delle cose. Ci costringe ad imparare a parlare e ad esprimerci con proprietà per poter interloquire con lei. Essa esige lo svezzamento dell’individuo: la capacità di staccarsi per sempre dal seno dell’autorità e della propaganda e di acquisire capacità autonome di comprensione del mondo, fondate sull’attenzione all’altro, sul rispetto, sull’ascolto. In due parole, accostarsi alla letteratura impone a chiunque un salto verso la maturità.

C’è da stupirsi che in un mondo di adulti senza ormai altro desiderio che quello di restare bambini, essa sia la più detestata delle maestre?

Gianluca Freda

Fonte: www.comedonchisciotte.org

6.06.2016

Commenti (143)

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Nascondi area commenti 20 caricati
    1. Tanita 9 giugno 2016

      Ah! Excusez-moi! Era dall'inglese, era una voce popolare... Pensavo che parlavamo di letteratura e piú precisamente, di letteratura italiana...

      Neppure io so chi é Lei, ne m'interessa. Ma non per questo lo mando a tacere.

      D'altronde, i suoi commenti e risposte si commentano da sole. Stia tranquillo: state vincendo, per ora. Il potere é tutto delle élite che Lei sembra tanto gradire.

      Io sostengo la mia convinzione, ratificata empiricamente: La letteratura, cosí come ogni arte e scienza, é per tutti. Ci vuole averlo come progetto (anche di vita) ed essere bravi insegnanti. Il ché non si potrá raggiungere se la tendenza é, per dire, i 140 carattere di twitter, invenzione che non viene "dai ceti popolari".

      Sappia comprendere se mi scappa qualche errore: l'Italiano non é la mia madre lingua.

      Le auguro ogni bene.

    1. Georgejefferson 9 giugno 2016

      A parte la chiosa paternalistica "per le persone normali". Io faccio esercizio dialettico su temi a me cari (per passione alla filosofia politica) per quello "nel merito" ci devo dedicare il tempo necessario per scrivere bene (dal mio punto di vista)

      Ma per farlo seriamente bisogna togliere il sarcasmo.

    1. totalrec 9 giugno 2016

      "Lei non sa niente di me. Potrei avere una o piú lauree, ottenute in diverse universitá del mondo. Potrei anche essere dottoressa, magari. Potrei forse insegnare letteratura (per tutti), chissá..."


      Beh, allora me lo dica lei chi è. Tendo a pensare che chi possiede tutti questi titoli non abbia bisogno di nascondersi dietro a un nickname per dire ciò che pensa o per criticare chi desidera. Io infatti non ne ho bisogno. Lei a quanto pare sì, e questo già dice molto.

      "Concottare" viene dal verbo inglese "to concoct", cioè "riunire insieme". E' parola non comune (amo tutto ciò che non è comune), ma purtroppo, in questo caso, non è un mio neologismo: infatti lo si trova su quasi tutti i dizionari ed è attestato in varie traduzioni dall'inglese, nonché in autori di letteratura italiana come Giovanni Giudici.
      (GF)
    1. Tanita 8 giugno 2016

      Di pari, come buoi che vanno a giogo,

      m'andava io con quell'anima carca,

      fin che 'l sofferse il dolce pedagogo.


      Ma quando disse: "Lascia lui e varca,

      che qui é buono con l'ali e coi remi,

      quantunque puó, ciascun pinger sua barca",


      dritto sí come andar vuolsi rife'mi

      con la persona, avvegna che i pensieri

      mi rimanessero e chinati e scemi.

      Io méra mosso, e seguia volontieri

      del mio maestro i passi, e amenedue

      giá mostravam com'eravam leggeri,


      ed el mi disse: "Volgi li occhi in giúe:

      buon ti sará, per tranquillar la via,

      veder lo letto de le piante tue".



      P.S.: Non ho trovato "cocottare" nei miei dizionari. Neologismo, forse? Dialetto, chissá?

      P.S. II: Posso accettarle "ascoltare" facendo riferimento ad un testo (come licenza letteraria, mettiamo), ma non mi pare che si possa incentivare la dialettica usando l'imperativo per far tacere coloro che non la pensano come uno. Tra l'altro, Lei non sa niente di me. Potrei avere una o piú lauree, ottenute in diverse universitá del mondo. Potrei anche essere dottoressa, magari. Potrei forse insegnare letteratura (per tutti), chissá...

    1. totalrec 8 giugno 2016

      "E' l'ostentazione comica auto compiacente (della nozionistica e schematizzazione ordinata) come tratto da esibire che fa sorridere.

      Non le regole specialistiche del linguaggio in quanto tali".


      E non pensa che forse il sorriso è proprio uno degli effetti che miro a ottenere?

      Uno dei tanti drammi dell'ignorante irrimediabile (non mi riferisco certo a lei) è che la parola di registro elevato lo umilia e lo fa sentire inferiore. L'assenza sempiterna di senso dell'umorismo è la maledizione che Dio ha scagliato sugli asini nel giorno stesso della loro creazione. Essi verranno costantemente mortificati anche da ciò che per gli altri esseri umani è fonte di sollazzo. La persona normale, invece, si limita a divertirsi di fronte all'ostentazione di un lessico volutamente sopra le righe. E' evidente che scrivo per le persone normali, non per i quadrupedi.

      (GF)

    1. Georgejefferson 8 giugno 2016

      Ci vuole tempo per i contenuti, non c'entra niente la polemica con lo stile.

      E' la retorica usata a man bassa, basta poco a dimostrarlo. Purtoppo ci vuole tempo.

    1. yago 8 giugno 2016

      Georgejefferson , è la fotocopia perfetta di uno dei personaggi tragicomici di Verdone.

      Sbagli a prenderlo sul serio.

    1. Georgejefferson 8 giugno 2016

      E' l'ostentazione comica auto compiacente (della nozionistica e schematizzazione ordinata) come tratto da esibire che fa sorridere.

      Non le regole specialistiche del linguaggio in quanto tali.

    1. totalrec 8 giugno 2016

      I poveri cristi che desiderano restare tali possono starmi a distanza e badare ai loro talent show da miserabili. Corra, non sente che c'è già la sigla?

      (GF)
    1. yago 8 giugno 2016

      Se avessi un minimo di intelletto capiresti che stai umiliando solo te stesso. Se la vita ti da grandi soddisfazioni nell'umiliare la gente, ti ripeto, fatti curare faresti bene a te stesso ed ai poveri cristi costretti a sopportarti.

    1. Georgejefferson 8 giugno 2016

      O , ma hai bisogno di indurre dicotomia per darti ragione? (polarizzi estremi...o tutto o niente, o super nozionistica per apprendisti...o banale linguaggio da comara del mercato).Vedi che non sei serio? Dovresti rileggere quello che ho scritto.

    1. Georgejefferson 8 giugno 2016

      Ma va la...le qualita che accumunano (simili, spesso uguali) sono maggiori di quelle che "dividono".

      Ovviamente sono in maggior parte costrutti culturali, ma non esite che le "diversita" sono un a priori naturale..e le similitudini /uguaglianze costrutti artificiali (con l'aggiunta retorica dei "truffatori", da indurre "tutti" che costruiscono artificialmente).

      Quella e' la pappetta della destra, che non vuole uscire dal sogno bambinesco che esista "il gruppo" di identita fisso, immutabile e destinalmente costruito.Si parla del "suo" desiderato di gruppo, affratellato cameratisticamente in forma escludente riguardo al resto del mondo.Grasse risate dei criminali d'elite compiaciuti di avere ancora schiere di credenti pronti a difendere il "loro" ordine costituito a tutti i costi. I tratti comun denominatori del genere umano, esistono da millenni, non si tratta di sicuro delle rappresentazioni astratte infantili di persone "tutte uguali" come robottini di fabbrica senza storia e senza anche diversita (che esistono e' ovvio)..spacciate dai retori dell'identita nazionale come primato assoluto da inculcare che alimentano l'odio e "la competitivita" sacralmente intesa.

    1. totalrec 8 giugno 2016

      Io mi permetto molto spesso, e con grande gioia, di umiliare gli arroganti e ignoranti come lei. E' una delle grandi soddisfazioni della vita. Ce ne sono a volte anche tra i miei alunni e ricevono il trattamento che meritano. E' uno dei tanti motivi per cui utilizzo un lessico complesso: per tenere i somari a distanza e rimarcare la differenza. Non ha nessun talent show da guardare, questa sera? Qui sta decisamente perdendo tempo.

      (GF)
    1. totalrec 8 giugno 2016

      "Quelle sono marchette che servono (l'esasperazione della nozionistica, il suo abuso) per suggestionare il popolo e ridurlo ad autoconvincersi della propria inferiorita ontologica"


      Veramente è l'esatto contrario: servono a offrire anche ai meno dotati la possibilità di avvicinarsi ad un testo di complessità media, anziché alla solita chat o lista della spesa. Si tratta di termini il cui significato può essere chiarito in 20 secondi di ricerca su Google; e anche senza chiarirlo, l'articolo si legge lo stesso. Essendo un insegnante, non credo all'idea che si debba abbassare il livello espressivo a quello dell'utenza, al contrario il mio compito è elevare l'utenza a un registro espressivo più alto. Se poi uno è contento di restare somaro, non c'è legge che glielo vieti.

      (GF)
    1. yago 8 giugno 2016

      Se prima era un sospetto ora è una certezza : è un caso patologico. Oltre tutto anche pericoloso, se si permette di umiliare con la sua arroganza i suoi alunni dovrebbe essere cacciato a pedate. Naturalmente lei da bravo tuttologo è esente dal vergognarsi della marea di cose che non conosce o le quattro nozioni che sa pensa siano al di sopra di ogni altra cosa? Per fortuna i giovani di oggi sono vaccinati su personaggi come lei e se qualche volta ha l'impressione di esser preso in giro, non se la prenda, anche i somari sanno giudicare.

    1. Georgejefferson 8 giugno 2016

      Sono "regole" di comunicazione sofisticate che classificano, schematizzano, "oggettivizzano" le concettualizzazioni umane.

      Al popolo viene fatto credere che il ragionamento, o il giudizio, derivi da queste oggettivazioni (non conosci "la cosa" non hai "titolo" a concettualizzare, non ne hai il permesso come invece la casta intellettuale di contorno),Ma la concettualizzazione viene prima delle rappresentazioni "estetiche", e il significato di senso non sono quelle.Quelle sono marchette che servono (l'esasperazione della nozionistica, il suo abuso) per suggestionare il popolo e ridurlo ad autoconvincersi della propria inferiorita ontologica (cioe a priori) e servono a formare impiegati (in senso lato) e guardiani dell'ordine gerarchico costituito (i cuscinetti di protezione delle elite).

    1. totalrec 8 giugno 2016

      Vabbè, makkia, mettiamola così allora: il mio stile espressivo mi piace e non si tocca (anche perché, come ho detto, non è dovuto al caso, ma ha motivazioni precise).

      Dopodiché se vogliamo parlare anche dei contenuti dell'articolo, bene; i miei interventi sullo stile si fermano comunque qui.
      (GF)
    1. totalrec 8 giugno 2016

      "ipotassi e paratassi, ipàllagi eanastrofili e boiate simili che non so cosa siano ma di sicuro non ne sento la mancanza".



      Capisco, quindi cultura è per lei non sentire la mancanza di ciò che non si conosce.
      Una volta questa si chiamava ignoranza e i somari come lei avevano la compiacenza di vergognarsene.

      Forse i tempi sono cambiati, anche se fino a un certo punto: un somaro oggi non si vergogna più, ma si riconosce comunque.
      (GF)
    1. Georgejefferson 8 giugno 2016

      Indubbiamente non ho argomentato nulla alla critica soft scritta sopra, non ne ho il tempo.

      Spesso si grida allo scandalo per come manipolano le persone con il linguaggio, ma se la critica riguarda se stessi diventa "ti concentri sulla forma, sullo stile o gossip".

      Poi si accusa di argomentare ad personam (la prassi) e quando arrivano gli argomenti (vedi anche quello di Gioco, personalita che esprime idee che non sempre condivido...che e' stato attaccato "ad personam"non argomentando nulla di quello che ha scritto) si devia il discorso, o facendo collegamenti e associazioni pregiudiziali, o concentrandosi sulla persona.

      Funziona spesso cosi in questi contesti.In verita non c'e' quasi mai intenti di dialogo, ma espressioni di forme mentali (tutte non originali ovviamente) che diventano "oggetto reale" del portatore, e "soggetto arbitrario" quelle dell'avversario, riproponendo in continuazione il principio (sacro e inviolabile della destra) della competizione selvaggia come stato di natura.Ti invito a leggere quello che sto scrivendo, non ti interessera facilmente, tanto lo leggi lo stesso.Il discorso delle "culture indotte" anche sara interessante (quello che "solo alcune" ecc..)

    1. totalrec 8 giugno 2016

      "Il tempo scorre, un processo e' iniziato (pur con tutte le sue tragedie, purtroppo) da qualche secolo, e solo la mentalità piccolina dalla visione di tempo ristretta può illudersi di incatenare mentalmente tutte le persone per sempre, quella appunto di "destra" che fissa i suoi schemi mentali come immutabili negando a priori il riscatto del genere umano."


      Ma lo vede che parla per astrazioni concettuali generalistiche?
      Che cosa vuol dire "riscatto"? E "genere umano"? Lei ha mai visto un "genere umano", al di fuori della retorica filosofica? Io vedo solo singole persone, talmente diverse l'una dall'altra che assimilarle ad un unico genere si può fare sì, ma solo qualora si desideri prenderle solennemente per il sedere (e non sarebbe un'idea nuova, perché già altre rivoluzioni hanno pensato di adottare questo slogan, quindi ormai è pure difficile trovare un fesso che ci caschi, sebbene non impossibile).
      E che vuol dire "le situazioni miglioreranno"? "Miglioreranno" per quale categoria? Per chi? Si rende conto che il concetto di "miglioramento" è estremamente soggettivo?
      Che cosa sta dicendo?
      Non le sembra che le sue categorie siano un po' troppo ampie perché si possa applicare ad esse un pensiero politico concreto e incisivo? Non le sembra che simili ircocervi siano buoni al massimo per un temino da quasi-sufficienza al liceo, non certo per un'azione concreta di trasformazione della realtà?
      (GF)

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