PERCHE’ LA LETTERATURA FA INCAZZARE

PERCHE’ LA LETTERATURA FA INCAZZARE

DI GIANLUCA FREDA

comedonchisciotte.org

“Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. […] Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti”.

(Umberto Eco, Fenomenologia di Mike Bongiorno)

Negli Istituti Tecnici, l’evento più drammatico che possa capitare ad un insegnante di italiano all’inizio di un anno scolastico è vedersi assegnato ad una terza superiore. Finché si insegna nel biennio, se si sorvola sulle esuberanze degli allievi appena graziati dalle medie, tutto fila relativamente liscio. Si rifrigge un po’ di analisi logica e del periodo, già salmodiata in tutte le tonalità alle elementari e alle medie, si assegna qualche emozionante temino sulla droga, sulla fame nel mondo o sull’emancipazione-della-donna-nella-moderna-società-occidentale e ci si ritrova in un battibaleno a maggio, con un corpo studentesco equamente suddiviso tra secchioni e citrulli senza speranza, ma serafico e pago.

Qual mormorio soave, si propaga nei cerebri studenteschi l’insana persuasione che l’italiano sia una materia “facile”: che basti analizzare il complemento di termine e la proposizione concessiva in un po’ di balbe frasette, innalzare qualche straziante melopea in puro inchiostro BIC al lavoro minorile dei miserandi negretti dell’Africa© (di quale nazione dell’Africa, esattamente, non si sa: gli allievi tendono a ridurre la specifità geografica a categoria kantiana) per vedere materializzarsi tra le dita, quale sacra Vibhuti, la sufficienza agognata. Dopo di che resta solo matematica da recuperare.

Ma quando si arriva in terza, ove la ministerial barbarie impone lo studio della storia della letteratura, la musica cambia. Luttuosamente, gli allievi realizzano che il dolce far niente è finito. Ora occorre leggere opere di autori veri, non piagnucolose storielline su miserrime femmine musulmane dagli occhi pesti, corredate di queruli arpeggi antologici. Occorre parafrasare Dante, Petrarca, Guinizzelli, Jacopone, analizzarne il lessico, soppesarne la struttura rimica, metrica e strofica, determinare la funzione delle specifiche scelte fonetiche, identificare le figure retoriche e la loro valenza nell’economia complessiva del testo, distinguere ipotassi e paratassi, ipàllagi e anastrofi, comprendere il legame storico e culturale del componimento con la sua epoca, infine collegare le scelte stilistiche e contenutistiche di ogni autore ad altre opere, tentando di ricostruire la collocazione dell’opera stessa nella catena testuale.

Qui cominciano i pianti, gli alti lai, il gemente cordoglio, il compianto de’templi acherontei. Gli alunni diligenti allibiscono, quelli somari ragliano in coro, con fragoroso strepito, la loro indignazione. Torme di genitori in tenuta da guerra o, a fasi alterne, da pellegrinaggio a Pietralcina, giungono a schiere, recando velate minacce o plorazioni accorate. I più cialtroni (o “ribelli”, come li chiamano i cialtroni loro simili) danno il via al boicottaggio delle lezioni, all’assenteismo pianificato, al sabotaggio delle verifiche. I più fessi pensano di cavarsela scopiazzando analisi precotte dall’immancabile telefonino e vengono regolarmente sgamati. E’ la fase in cui è più semplice distinguere i docenti ignoranti e calabrache, che cedono alle pressioni e tornano al piagnucolìo sui burqa e sull’infanzia rubata, dai docenti veri, che dicono: si fa così e punto.

Ma se il terrore degli allievi usi alla nullafacenza è comprensibile, più difficoltoso è capire perché, come recentemente sperimentato proprio su questo sito (qui e qui) anche nei forum telematici la letteratura e i letterati producano effetti assai simili. Finché si cazzeggia in libertà, tra un bicchierino e l’altro, di simboli fallici in Shakespeare, finché si rimestano col ramaiolo, in un’unica broda, Petronio e Catullo, spruzzandoli con fiotti robusti di Caravaggio e Velazquez, fino a ridurli a una pappetta indistinta di simboli grafici senza referente, allora la letteratura e l’arte sono tollerate. Ma nel forum come in classe, l’apparizione inopinata di un’analisi letteraria ponderata, o peggio, di un docente di letteratura non improvvisato, scatenano dapprima la pietrificazione stupefatta, poi lo sconcerto, infine l’ira più ferina tra gli astanti. Come mai accade questo? Perché la letteratura, ove non annacquata dalla blàtera sciolta, fa incazzare così tanta gente? Mi sono dato le seguenti risposte, che ho riunito, per comodità, in decalogo numerato.

1) La letteratura non è per tutti: l’ascesa del proletariato e dei ceti medi, realizzatasi a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, aveva portato i ceti popolari a sfruttare la forza acquisita con le lotte per impadronirsi di quelli che, per secoli, erano stati gli odiati vessilli e simboli del nemico: la letteratura, l’arte, la cultura, le scuole, le università. Tutto ciò che era stato visto come segno distintivo della classe borghese, era ora in potere delle masse contadine e operaie. Le quali, tuttavia, non sapendo né maneggiare la letteratura, né innovarla, né tantomeno crearne una propria che fosse presentabile, si sono limitate a giochicchiare con il suo pregevole tessuto, a ridurlo a citazionismo becero, a ricavarne nastrini e volant da indossare sul vestitino della festa per farsi ammirare dagli amici. Ora che la carrozza fatata del proletariato è tornata ad essere una zucca, la fata borghese torna a riprendersi il suo bel vestito. L’insegnante di letteratura è il funzionario incaricato di dire ai ceti popolari che non possono più utilizzare i testi letterari come strofinaccio: o studiano e acquisiscono le alte competenze necessarie a portarli addosso con la dovuta eleganza e il dovuto rispetto, o tornano a indossare i sacconi di tela e gli zoccolacci di sambuco che hanno rimarcato per millenni la loro storia. Non deve stupire, dunque, che tali funzionari siano bersaglio di odio feroce.

2) Un vero testo letterario è un meccanismo complesso: la sua densità semantica, le sue possibilità interpretative, le informazioni in esso contenute, i diversi significati di cui esso è capace di colorarsi attraverso le epoche, la sua capacità di offrire al lettore uno scorcio su visioni della realtà profondamente differenti dalle consuete, i dati che esso ci fornisce sulla realtà storica, sociale, economica, politica, ecc. in cui è stato prodotto, non possono essere colti attraverso una lettura distratta. Si può coglierli solo attraverso un’opera attenta e faticosa di analisi, che non tutti sono in grado di compiere o disposti a compiere. L’occhio allenato dell’insegnante di letteratura distingue agevolmente gli abili all’opera dagli inabili, relegando esplicitamente o implicitamente questi ultimi in una classe intellettiva secondaria. Da ciò nasce, prorompente, la sua fama di negriero e l’odio dei meno dotati nei suoi confronti.

3) La letteratura non ammette superficialità: a causa della sua complessità, il testo letterario deve essere oggetto di un giudizio critico motivato per esteso, nel dettaglio e con estrema precisione e chiarezza. Ciò rende furente il proletariato dei social network, abituato ad esprimere con la mera dicotomia “mi piace” – “non mi piace” la propria prospettiva sull’universo (e senza nemmeno dover scrivere queste poche lettere di proprio pugno). L’esistenza di una sfera dello scibile sottratta al giudizio sommario istantaneo della comare e del pescivendolo e che richieda la trasformazione di questi ultimi in esseri raziocinanti per poter essere pronunciato, rappresenta una limitazione intollerabile di sovranità, alla quale la comare e il pescivendolo reagiscono con vano furore guerriero.

4) Il testo letterario ci pone a confronto con un’alterità spesso radicale: esso ci costringe a dialogare con culture, visioni del mondo, categorie di pensiero, strutture sistemiche, riferimenti etici, completamente diversi dagli attuali. La nostra prospettiva ne risulta profondamente relativizzata: il nostro sistema, i nostri valori, la nostra configurazione sociale, dunque, non rappresentano l’unico mondo possibile. Sono esistiti ed esistono altri mondi e altre prospettive che, per avere un proficuo rapporto col testo, dobbiamo imparare a conoscere. Ogni anno devo spiegare alle mie studentesse che il Boccaccio non dedica il Decameron alle donne perché desideri “emanciparle”; che il concetto di “emancipazione della donna” scaturisce da contingenze produttive e non etiche ed è stato elaborato per ovviare alla carenza di manodopera nelle fabbriche, dopo la rivoluzione industriale. Al contrario, Boccaccio è convinto che le donne stiano benissimo dove sono (relegate nelle loro stanzette a leggere e filare); vuole soprattutto sfruttarle come “target” ideale della nuova letteratura borghese, della quale egli è, se non l’iniziatore, almeno il codificatore. Ciò genera nelle mie allieve perplessità e differenti reazioni: comprensione nelle più intelligenti, indignazione berciante nelle oche mestruate.

5) La letteratura decentralizza: essa ci rivela che non siamo il momento più alto, luminoso e assiomatico dell’evoluzione umana, bensì un momento qualsiasi, i cui connotati etici di riferimento sono legati a contingenze politico-economiche in continuo mutamento. Se prestiamo attenzione, scopriamo che tali connotati hanno più a che fare con la configurazione economica e produttiva del periodo storico in corso che con pulsioni o ideali connaturati all’indole umana. E’ un principio banalissimo per chi ha letto e digerito Marx, ma che coglie spesso di sorpresa il fruitore sonnacchioso dell’informazione giornalistica e televisiva. Costui, se è un tipo sveglio, si rende conto ben presto che valori etici e sociali creduti immutabili vengono in realtà generati e diffusi dai sistemi d’indottrinamento propagandistico che le elite dominanti di ogni epoca storica approntano e gestiscono per i propri scopi; uno legge ad esempio “Germinal” di Zola e inizia a chiedersi perché certe “repubbliche” siano fondate sul lavoro, e perché, per che cosa e per chi si dovrebbe lavorare. Se trova la risposta, l’incazzatura è inevitabile. E’ una fortuna per l’ordine sociale che siano in pochi a porsi domande o anche soltanto a saper leggere. O forse non è una fortuna, ma solo l’ennesimo progetto ben attuato.

6) La letteratura è memento dell’impermanenza: prima che ci pensasse la stessa geopolitica, sarebbe bastato un qualsiasi testo letterario a ridicolizzare l’illusione di “fine della storia” propugnata da Francis Fukuyama. Leggendo un testo, scopriamo che non solo l’uomo e le sue strutture materiali, ma anche le configurazioni di potere, le reti di relazioni economico-sociali, tutta la complessa elaborazione della mente che siamo soliti chiamare “realtà” è soggetta ad alterazioni e mutamenti profondi. La mente umana è fluida e in continuo divenire e con essa si trasforma la realtà che da essa scaturisce. Ogni testo è prova che il mondo in cui viviamo non è fatto di sola materia, ma è un palazzo le cui mura sono composte in gran parte di idee. Di tanto in tanto, nuove idee poderose, veicolate dalla narrazione, sconvolgono il nostro modo di pensare al mondo e a noi stessi, distruggendo le vecchie strutture mentali e riconfigurandole su nuovi parametri. Lo stesso testo letterario è impermanente e assume valenze, significati, contenuti completamente cangianti col variare delle epoche e del pensiero. La letteratura è un messaggero dell’Apocalisse: annuncia nuove visioni della realtà affinché vecchi mondi scompaiano tra le fiamme e nuovi ne prendano il posto. Chi potrebbe non averne paura?

7) La letteratura costringe a crescere: nessuno può accostarsi ad un’opera strepitando, come un moccioso, la sua percezione del mondo e tentando d’imporla sulla lettera del testo. Ogni testo è un’entità che insegna il rispetto verso l’altro: esige di essere ascoltato con attenzione, in ogni sua parola, prima che l’atto ermeneutico sia possibile. Esso strappa l’uomo della strada alla sua illusione puerile di compiutezza. A differenza del Mike Bongiorno della “Fenomenologia” di Eco, ogni opera letteraria ricorda al suo interlocutore che egli non è Dio, che non è perfetto, che non è eterno, che non è al centro dell’universo e nemmeno del suo ristretto habitat sociale. Lo spinge a confrontarsi con la propria mortalità, con l’incompletezza delle proprie conoscenze, con la necessità di un percorso malagevole, doloroso e prolungato perché sia possibile, forse, pervenire un giorno ad una qualche maturità epistemologica. La letteratura ci costringe ad abbattere le strutture mentali candide e rudimentali della nostra infanzia e ad elaborarne continuamente di nuove e più complesse, abituandoci, strada facendo, alla mutevolezza incessante delle cose. Ci costringe ad imparare a parlare e ad esprimerci con proprietà per poter interloquire con lei. Essa esige lo svezzamento dell’individuo: la capacità di staccarsi per sempre dal seno dell’autorità e della propaganda e di acquisire capacità autonome di comprensione del mondo, fondate sull’attenzione all’altro, sul rispetto, sull’ascolto. In due parole, accostarsi alla letteratura impone a chiunque un salto verso la maturità.

C’è da stupirsi che in un mondo di adulti senza ormai altro desiderio che quello di restare bambini, essa sia la più detestata delle maestre?

Gianluca Freda

Fonte: www.comedonchisciotte.org

6.06.2016

Commenti (143)

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    1. makkia 8 giugno 2016

      ma
      perché è la prima volta che mi capita di sentir parlare di un liceo che
      incentiva i propri studenti a limitare il proprio lessico e le proprie
      potenzialità espressive.

      Chiedo scusa ma non è quello il senso della "matita blu", nella quale ho sbattuto anch'io. Non si tratta di limitare il lessico o l'espressività, ma di criticarla costruttivamente.
      "Troppo pomposo", "strappalacrime", "retorico", "colloquiale" o più semplicemente "periodo involuto, spezzalo in più frasi", "delimita il campo prima, non dopo l'argomentazione". Nel mio liceo la matita blu segnalava questo tipo di osservazioni. Fino a quello che ancora oggi considero come un ipercorrettivo "troppo aulico, risparmiatelo per quando scrivi poesie".

      Matita blu che ho ritrovato all'università, per vedermi contestare un barbarismo (come il tuo "concottare", da "to concot", che ho trovato appropriatissimo nell'uso ma un po' ardito nell'adozione all'italiano).

    1. yago 8 giugno 2016

      Vuole che la interroghi su analisi 1, 2, o chimica organica o sulle tecniche in vitro o su la fisica quantistica? Se solo ci si rendesse conto che la nostra ignoranza è grande quanto la misericordia divina, forse si avrebbe un minimo di cultura per essere meno presuntuosi. So perché so di non sapere dovrebbe ricordare qualcosa. Per quel poco che nella vita si può imparare consiglierei ad un giovane di avere una buona cultura generale prima di ogni specialistica, ma senza fare un dramma se non riesce a capire gli ipotassi e paratassi, ipàllagi e anastrofili e boiate simili che non so cosa siano ma di sicuro non ne sento la mancanza.

    1. Georgejefferson 8 giugno 2016

      Rivolgiti rivolgiti.


      Destra e Sinistra in termini filosofici, riguardano mille sfumature diverse, che seguono due direzioni diverse ma con innumerevoli varianti, non la rappresentazione dicotomica assoluta e bambinesca che descrivi.
      Puo non piacerti ma e' la realtà, puoi chiamarle anche "pinco" e "pallino", non cambia la sostanza.

      La concezione tipica bellicosa e patriarcale che ci hanno costruito intorno, e' la preistoria dell'umanita, la condizione di minorità millenaria crudele e senza cuore, cucita addosso alle persone per renderle schiave, nella gerarchia artificiale che si riproduce dall'alto al basso, con il popolo che scimmiotta il preposto a catena, e indotto a credere di non avere possibilità di libero arbitrio, se non per "razza" e concezione divina.
      Ovviamente sono tutte fandonie buone per i gerarchi ideologicizzati.

      Il tempo scorre, un processo e' iniziato (pur con tutte le sue tragedie, purtroppo) da qualche secolo, e solo la mentalità piccolina dalla visione di tempo ristretta può illudersi di incatenare mentalmente tutte le persone per sempre, quella appunto di "destra" che fissa i suoi schemi mentali come immutabili negando a priori il riscatto del genere umano.

      Questo non significa che le situazioni miglioreranno per forza, nei secoli a venire, ovviamente.

      Stendo un velo pietoso sulla retorica guerrafondaia (che spesso parte sussurrando, "la competizione e' sempre un bene" ) a cui la risposta di pernacchie (armatevi e partite voi) e' uno dei pochi successi (purtroppo) dei tempi moderni.
    1. makkia 8 giugno 2016

      Magari in questa occasione (appena riesco a
      trovare il tempo di scrivere) ci entrerai nel merito. Temo pero che
      cambierai spesso discorso

      A mio modesto avviso ci sono già entrato, nel merito (della parte di discorso esposto da GF che mi ha sollecitato), e ho parlato di quello che a me piaceva chiosare, sempre (almeno mi sembra) afferente all'articolo proposto.
      Se rispondi a me, almeno prendi in considerazione quello che ho detto. Se lo fai, non avrò motivo di spiegarti perché hai capito male il mio pensiero e qual'è questo pensiero. Cosa, questa, che tu chiami "con la scusa di non seguire il percorso imposto da GeorgeJefferson". Io lo chiamo semplicemente "dire la MIA cosa e non la TUA" e non la considero una scusa ma un legittimo parlare di ciò che mi interessa. O anche: tu lo chiami "cambiare spesso discorso", io lo chiamo "riportare il discorso a quello che era mia intenzione dire".

      In alternativa: fatti tutti gli interventi che ti pare, ma non tirarmi dentro. Se vengo a rispondere vuol dire che ho trovato interesse al dialogo.



      en passant:
      Però, a parte la stizza, nel merito hai dibattuto poco o nulla (la volta precedente)
      Stai cercando l'apoteosi dell'off-topic.
      Parli di garbo nello stile (grazie, ma rispetto al topic chissene) e poi di stizza (ri-chissene), ti suggerisco di puntare un po' sui contenuti e mi rispondi "giusto" e che però ne "ho dibattuto poco e niente"... in un altro topic.
      Che naturalmente sai solo tu e che io dovrei mettermi a indagare/indovinare (argomento affatto differente, altrove, in altro momento) ipoteticamente per difendermi dall'accusa di badare alla forma e non ai contenuti...

    1. totalrec 8 giugno 2016

      Ah sì? E che cosa?

      (GF)
    1. yago 8 giugno 2016

      Per me, se un giovane tenta di capire qualcosa sulla marea di astrusi aggettivi usati in questo articolo come sfoggio culturale, ha qualcosa che non quadra. La cultura è altra cosa.

    1. totalrec 8 giugno 2016

      Eeeehhh...

      GJ, lei è l'esempio più calzante del concetto che sto cercando di spiegare in termini elaborati.
      Forse un esempio val più di mille parole: le hanno costruito intorno un mondo binomiale, fondato su due unici pilastri elementari, quelli dicotomici di "destra" e "sinistra". Lei ha nella testa queste uniche due parole - quindi due sole idee - e rielabora l'intero universo in funzione di esse. Lei è impossibilitato a comprendere la complessità delle dinamiche politiche, quindi ad intervenire in qualunque modo su di esse. Proprio a causa di questa limitazione verbo-concettuale è impossibile anche spiegarle quanto sia devastante dibattersi tutta la vita, come in un cortile di prigione, tra due soli muri che qualcun altro ci ha costruito intorno. Mi rivolgo perciò a coloro che la leggono e che non siano ancora vittime dello stesso disturbo bipolare: è questo il destino da cui, con le mie minime e del tutto insufficienti forze, tento di salvare qualcuno dei miei allievi. Lo si può fare solo tentando di far scaturire la comprensione di quanto sia stretto il legame che unisce l'efficacia nostro pensiero all'ampiezza del nostro lessico quotidiano.
      (GF)
    1. Georgejefferson 8 giugno 2016

      La strumentalizzazione di Orwell della destra e' cosa trita e ritrita. Serve ad inculcare il credo ideologico del Dna, come fattore dominante della vita dell'uomo..ma, al di la della sua ovvia importanza, e' una parte soltanto, che alla destra "intellettuale" piace sottolinearne l'importanza fondamentale, a livello di gruppi umani che idealizza come "differenti" fissandoli a priori fuori dai suoi contesti storici, generando necessariamente condizionamento escludente a priori. Questo antico credo ideologico (credo da inculcare nelle persone a fini strumentali di divisione e appunto visione mondo escludente) "dimentica" spesso la parte dei condizionamenti ambientali, ma sopratutto, nega a priori la possibilità di sviluppo autonomo della personalità, come reale sviluppo del libero arbitrio nel proprio vissuto storico, per tutti, tranne per il gruppo "preferito" idealizzato, e fissato artificiosamente come una specie di connotato naturale e destinale.


      Ma sono concetti che sviluppo meglio nel merito del "manifesto" di cui sopra. Lasciamo perdere per ora la parte "carne da cannone" estremista e guerrafondaia, che aprirebbe altri argomenti.
    1. Georgejefferson 8 giugno 2016

      Giusto. Pero, a parte la stizza, nel merito hai dibattuto poco o nulla (la volta precedente).

      Magari in questa occasione (appena riesco a trovare il tempo di scrivere) ci entrerai nel merito. Temo pero che cambierai spesso discorso, con la scusa di "non seguire il mio percorso), come altre volte.
    1. totalrec 8 giugno 2016

      Cedric ha scritto:

      “Nei temi degli studenti liceali non c'erano mai errori di ortografia, di grammatica e neppure di sintassi: non si arrivava alle superiori con tale fardello perchè si veniva bocciati al ginnasio e si migrava verso altri lidi.

      Gli errori "blu" che ho evidenziato sono di stile, qualità che si richiede sempre in un tema: viene usata una eccessiva (ed insulsa) retorica non funzionale al contenuto, privilegiando, abusandone, l'effetto teatrale delle parole rispetto ai concetti esposti.

      In un tema si potevano usare al massimo un paio di iperboli e un chiasmo, altrimenti partiva il segnaccio blu. Però hai ragione tu a dire che il mondo s'è capovolto: forse oggi per errori blu si intendono quelli di ortografia e per errori rossi quelli di grammatica....”

      Mi permetta di dire che lei ha frequentato un liceo davvero unico nel suo genere. Non tanto perché al ginnasio venissero totalmente eradicati i problemi relativi alle capacità di espressione scritta (nei licei che conosco io - e ne conosco tanti - ciò significherebbe eradicare il 95% della popolazione scolastica), ma perché è la prima volta che mi capita di sentir parlare di un liceo che incentiva i propri studenti a limitare il proprio lessico e le proprie potenzialità espressive. Io faccio il contrario: ad ogni parola corrisponde un concetto, un'idea, dunque accrescere il numero delle parole conosciute, significa accrescere la capacità di pensiero. Non è un caso che gli strumenti tecnologici che i dominanti forniscono alla massa siano volti a ridurre quanto più possibile il vocabolario degli utenti. Orwell ci aveva giusto: quest'anno mi è toccato spiegare a studenti di quasi 20 anni il significato di parole come "eccessivo", "teatro" e perfino "ciliegia".

      In questo forum ci sono utenti che amano straparlare a cazzo di ribellioni e rivoluzioni.

      Secondo lei, che "rivoluzione" può fare una persona la cui comprensione del mondo sia limitata ai bisogni essenziali e primitivi a causa di un vocabolario composto da non più di un centinaio di parole?

      Glielo dico io che rivoluzione può fare: quella in cui riveste il ruolo di carne da cannone. Il che mi va anche bene, perché in qualsiasi rivoluzione, la carne da cannone sacrificabile è un ingrediente assolutamente necessario. Occorrono però anche i leader della rivoluzione, quelli che essendo in grado di formulare pensieri complessi, sono anche in grado di organizzarla, pianificarla e gestirla.


      Costoro avranno bisogno di un lessico ricco ed elaborato se vogliono formulare pensieri e linee d'azione aventi le stesse qualità. La società di oggi (scuola compresa) è organizzata appositamente per togliere loro ogni capacità di parola, dunque di pensiero, dunque di leadership contrastiva.

      Comincia a capire perché, quando scrivo e quando parlo in classe, mi rifiuto categoricamente di utilizzare il tetto massimo di 50 vocaboli consentito e legittimato dal Newspeak oggi in voga?

      (GF)

    1. totalrec 8 giugno 2016

      "La ringrazio che mi ha fatto", fantastico.

      In ciò che lei scrive non si rilevano né contenuti né forma.
      Ma non permetta a queste sciocchezze di impedirle di scrivere commenti a casaccio lo stesso.
      (GF)
    1. gaia 8 giugno 2016

      La ringrazio che mi ha fatto notare dei contenuti, non li avevo rilevati.

    1. makkia 8 giugno 2016

      Apprezzo l'apprezzamento.
      Tuttavia non ti offendere se a me sembra più qualificante parlare dei contenuti (miei e altrui), che "votare" lo stile con cui i contenuti sono proposti ;)

    1. maxcasi 8 giugno 2016

      Coda di paglia....he he

    1. cedric 8 giugno 2016

      Nei temi degli studenti liceali non c'erano mai errori di ortografia, di grammatica e neppure di sintassi: non si arrivava alle superiori con tale fardello perchè si veniva bocciati al ginnasio e si migrava verso altri lidi.


      Gli errori "blu" che ho evidenziato sono di stile, qualità che si richiede sempre in un tema: viene usata una eccessiva (ed insulsa) retorica non funzionale al contenuto, privilegiando, abusandone, l'effetto teatrale delle parole rispetto ai concetti esposti.

      In un tema si potevano usare al massimo un paio di iperboli e un chiasmo, altrimenti partiva il segnaccio blu. Però hai ragione tu a dire che il mondo s'è capovolto: forse oggi per errori blu si intendono quelli di ortografia e per errori rossi quelli di grammatica....




    1. totalrec 8 giugno 2016

      Non quanto la ciarla a vanvera di chi commenta un articolo, proclamando con orgoglio di non averlo neppure letto.

      (GF)
    1. totalrec 8 giugno 2016

      "la mia è una costatazione scientificamente provata".



      Che è sempre l'affermazione di chi non ha uno straccio di esperienza pratica in un campo determinato, ma è abbastanza presuntuoso da non voler lasciar fare a chi invece la possiede. Le "constatazioni scientificamente provate" sono l'arma che viene messa in campo dalle elite di potere quando vogliono ingerirsi in un qualsivoglia campo della vita umana allo scopo di devastarlo. I risultati ottenuti nella scuola dopo 30 anni di applicazione di queste forme mentali "scientificamente provate" li vivo sulla pelle tutti i giorni e francamente ne avrei le scatole leggermente piene.
      (GF)
    1. natascia 8 giugno 2016

      L'autoreferenzialità, squalifica.

    1. totalrec 8 giugno 2016

      Trolla altrove, ciccino.

      (GF)
    1. totalrec 8 giugno 2016

      Si vede molto bene che lei non ha cattedre e che non insegna in nessun istituto. Soltanto da profani assoluti del mestiere, infatti, si sentono provenire disquisizioni così prive di contatto con la realtà. Lei deve capire che nella realtà concreta, e al di fuori degli arzigogoli psico-sociologici la cui diffusione, da qualche decennio ha letteralmente devastato il mondo dell'istruzione, possedere una disciplina è indispensabile per acquisire qualsiasi competenza. Certo, sarebbe meglio se la disciplina fosse autodisciplina, ma poiché parliamo di adolescenti che, per la maggior parte, non ne possiedono neppure l'ombra, è all'insegnante che spetta di imporla affinché le competenze possano essere trasmesse. Le garantisco che questa è la parte più estenuante del lavoro di un docente, che non fornisce a nessuno di essi una "soddisfazione personale", semmai stanchezza e un mucchio di grane; e infatti moltissimi rinunciano, ormai, a svolgere questo compito così ingrato. Il risultato è quello che ha sotto gli occhi: una generazione che non sa più né leggere né scrivere, che ha bisogno della calcolatrice per fare 14 diviso 2 (visto l'altroieri con questi miei occhi allibiti). A questo ci hanno portato tutte queste fregnacce sulla "libertà di apprendimento", l'interferenza con l'insegnamento di persone come lei, che danno consigli senza saperne NIENTE.

      Spiacente, ma io ho deciso fin dall'inizio di andare in direzione opposta all'andazzo generale. Se pensa che sia facile e che il suo metodo sia migliore, perché non viene a fare l'insegnante anche lei, invece di stare a pontificare in astratto su un forum? Mi farebbe un immenso piacere poter verificare, al termine del percorso scolastico, quale gruppo di allievi, i miei o i suoi, avrà minori difficoltà nella vita (e non solo lavorativa: dico la VITA tout court, di cui il lavoro è solo un accessorio, per quanto rilevante).
      (GF)

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