Home / Notizie dall'Italia / Perché amo il ministro Bonafede

Perché amo il ministro Bonafede

DI ROSANNA SPADINI

comedonchisciotte.org

Mentre in altri paesi la criminalità resta una vicenda che riguarda in genere solo gli strati meno acculturati della società, in Italia al contrario la storia criminale è sempre stata intrecciata con la storia nazionale. Tutta la storia italiana è segnata da un costante uso politico della violenza, utilizzata come una risorsa strategica, palese od occulta, nella contrattazione sociale. Tangentopoli per esempio mise allo scoperto proprio lo spudorato intreccio affaristico tra le élites di potere, politici e industriali, ai danni degli interessi della popolazione.

Machiavelli ne ‘Il Principe’ diceva che in politica qualsiasi mezzo sarebbe stato legittimo per l’uomo di stato, quindi il vero Principe avrebbe dovuto tradire la parola data, usare all’occorrenza la maschera della ‘golpe’ e del ‘lione’  e seguendo la ‘realtà effettuale’ e concreta dei fatti, adeguarsi ad rem per conquistare, conservare e consolidare il Principato. Perché immaginare repubbliche e principati ideali, limitarsi alle teorie, seguendo gli ‘Specula Principis’ (così come aveva fatto Platone ne ‘La Repubblica’), trascurando in questo modo un’analisi precisa della concreta realtà del mondo, non avrebbe potuto che portare il principe alla rovina. Dato che gli uomini ‘non sono buoni per natura’, un principe per conservare il potere avrebbe dovuto dunque imparare immediatamente a ‘non essere buono’, se ciò fosse stato necessario.

A questo proposito basterebbe leggersi il libro di Saverio Lodato e Roberto Scarpinato “Il ritorno del Principe. La criminalità dei potenti in Italia”, per conoscere scenari politici inimmaginabili e mai confessati, cioè che la mafia non è quella che ci viene raccontata in Tv, che i corrotti e i criminali non sono una malattia endemica, che le mafie non sono nate perché quelli del Sud sono brutti e cattivi, e che Mani Pulite non è stata solo un’indagine strumentale per colpire  gratuitamente tutti i partiti tranne il PCI.  Purtroppo la storia raccontata dal Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo è del tutto diversa, e rappresenta con lucida analisi l’intreccio politico affaristico/mafioso come assolutamente costitutivo delle Istituzioni italiane, tranne poche eccezioni: la Costituente, Mani Pulite e il Maxiprocesso a Cosa Nostra del 1986/92.

La mafia quindi è sempre stata il braccio armato della politica, perfettamente funzionale alla conservazione del potere costituito, capace all’occorrenza di scatenare stragi propriamente  studiate per provocare un’oculata strategia della tensione, e spaventare l’opinione pubblica su un possibile cambio di sistema.

Dopo la strage di Portella della Ginestra del 1947, che inaugurò la ‘Prima Repubblica’, un’altra  serie di attentati diede l’avvio alla ‘Seconda’, con altre stragi realizzate in Italia tra il 1992 ed il 1993.

Anticipati dall’omicidio dell’onorevole Salvo Lima nel marzo ’92, arrivarono i botti prima della strage di Capaci, poi quelli di via D’Amelio. Poi ancora nel settembre ’92 cadeva un altro personaggio eccellente, Ignazio Salvo. Dalle trattative emergeva una complessa strategia eversiva che si proponeva di destabilizzare il quadro politico esistente.

La ‘trattativa Stato-mafia’ fu nel merito una negoziazione tra importanti funzionari dello Stato italiano e rappresentanti di Cosa nostra, condotta nel periodo immediatamente antecedente e successivo a questa tragica stagione, al fine di giungere a forme di reciproca convivenza, ad un accordo preciso in cambio dell’attenuazione della legislazione antimafia, soprattutto in seguito all’attività del pool di Palermo guidato da Giovanni Falcone, che aveva condannato nel Maxiprocesso centinaia di criminali mafiosi. La trattativa Stato mafia come il risultato del ricatto mafioso esercitato attraverso le stragi, al fine di costringere lo Stato a un compromesso.

La politica del ricatto ha investito non solo i personaggi ai vertici della piramide, ma anche modesti funzionari della base, in modo da autoimmunizzare il sistema, per garantirgli la sopravvivenza, perché se tutti siamo corrotti, nessuno è corrotto, come disse abilmente Craxi nel suo storico discorso, durante Tangentopoli, sul tema del finanziamento politico: «E tuttavia ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. I partiti, specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative, e con essi molte e varie strutture politiche operative, hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale.»

Affondò il colpo Giuliano Ferrara: «Nella politica italiana il punto fondamentale non è che tu devi essere capace di ricattare, è che tu devi essere ricattabile.»

La nostra è quindi una democrazia della corruzione legalizzata, che sostanzialmente legittima l’interesse privato in atti d’ufficio, visto che gli esponenti dei vertici istituzionali possono fare i propri interessi privati alla luce del sole (conflitti d’interessi, proprietà di Onlus e Fondazioni, impunità legalizzata, prescrizione sistematica).

Il depistaggio culturale nei confronti della mafia è sempre stato assiduo e costante, negli anni ’80 la si declassava ad una semplice galassia anarchica di singole bande criminali. Dopo le stragi del ’92 si diffondeva l’idea che la mafia fosse un’organizzazione composta di pecorai semianalfabeti, che si scambiavano le informazioni per mezzo di pizzini. Dall’altra parte invece ci sarebbe stato un mondo composto da imprenditori onesti, professionisti onorati, politici integerrimi che avevano subito per anni i soprusi mafiosi. Naturalmente la disinformazione ha sempre puntato su una censura programmatica dei rapporti mafia/potere, oppure su una costante omertà del problema, escluso regolarmente dal dibattito nazionale.

La stessa censura ha operato anche nel mercato editoriale e sui network tv, per anni la Rai ha contribuito a creare il mito dei boss mafiosi, intesi come demiurghi assoluti del male, che tiravano le redini di tutti gli affari sporchi della penisola, tenendo al guinzaglio i colletti bianchi, costretti contro voglia. Di conseguenza l’opinione pubblica si è convinta che Andreotti è stato assolto, e che la mafia corrisponde solo a Provenzano o Riina, tutto il resto sarebbe roba da Gomorra.

Gli interessi politico mafiosi sono diventati nel tempo sempre più convergenti, tanto che oggi la mafia si è talmente radicata nel sistema affaristico industriale, che troviamo cosche mafiose vincere appalti pubblici alla luce del sole, con l’appoggio regolare della politica. Inoltre l’egemonia del neoliberismo economico ha decisamente favorito questo intreccio d’interessi.

Infatti se nell’economia industriale il capitale era legato a un territorio, a una fabbrica e quindi era costretto ad una mediazione affidata ai professionisti della politica, oggi quel capitale è libero da ogni vincolo territoriale. Il capitale chiede deregulation, mancanza di regole per essere libero di incrementare i propri profitti, sfruttando senza limiti il lavoro dipendente e inquinando l’ambiente. La deregulation nazionale e internazionale ha così moltiplicato le innumerevoli  opportunità criminali, ed ha permesso ogni forma di predazione e pirateria finanziaria. Sembra di essere ritornati alle origini della rivoluzione industriale quando un’imprenditoria speculatrice si era arricchita a dismisura grazie alla mancanza di diritti chiari e codificati, a tutela dei lavoratori e delle popolazioni sfruttate.

Dopo l’ingresso nell’euro e la perdita di sovranità monetaria, il sistema corruttivo italiano si è concentrato sullo sfruttamento delle riserve interne, mediante il progressivo smantellamento dello stato sociale e il trasferimento delle risorse a potentati e lobbies private. Ma già a partire dagli anni ’90 gran parte dell’industria pubblica fu privatizzata.  Il 2 giugno 1992, a pochi giorni dall’assassinio del giudice Giovanni Falcone, si verificava in tutta riservatezza la svendita del patrimonio pubblico del Paese sul  «Britannia», lo yacht della corona inglese.  Il mondo finanziario e bancario inglese si incontrava con il mondo imprenditoriale e bancario italiano: rappresentanti dell’ENI, dell’AGIP, Mario Draghi del ministero del Tesoro, Riccardo Gallo dell’IRI, Giovanni Bazoli dell’Ambroveneto, alti funzionari della Banca Commerciale e delle Generali, ed altri della Società Autostrade.

Ora su questo trascorso politico criminale s’innesta la ‘Spazzacorrotti’ del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, quella riforma anticorruzione che tutti dicevano sarebbe stata impossibile, per altro bocciata dopo alcuni giorni dai magistrati del CSM, che mettono sotto accusa la riforma della prescrizione, perché «Contrasta con la Carta».

Forse può disturbare il fatto che la legge preveda pene più severe per i tangentari (carcere fino a otto anni); agenti sotto copertura nella Pubblica Amministrazione, con il compito di scovare i corrotti e riferire tutto ai magistrati; Daspo a vita per i corrotti; confisca di tutti i beni che si è intascato illecitamente, se un funzionario viene condannato in primo grado, anche in caso di prescrizione o amnistia; assoluta trasparenza nel finanziamento privato ai partiti.

A questo punto sorge un dubbio atroce. Cosa sarebbe accaduto se l’Anticorruzione fosse entrata  in vigore dai tempi di Mani Pulite, al posto delle migliaia di leggi ad personas varate dal Partito dell’Impunità? Che fine avrebbero fatto Cdx e Csx forniti di franchigia multilaterale e di incolumità politica, abbracciati insieme in un amplesso mortale fino all’ultimo respiro, per praticare una sistematica predazione di soldi pubblici, e per sopravvivere all’avvento del M5S?

Apparentemente puri come gigli, forse molti politici sarebbero oggi in carcere, e il blocco della prescrizione dopo la prima sentenza avrebbe trasformato quasi tutte le prescrizioni in condanne definitive. Poveri i nostri Berlusconi, Craxi, Cosentino, Previti, Bossi, Verdini, Giggino ‘a purpetta’ etc. etc. Dove sarebbero finiti?

Forse proprio per questo il 68% degli italiani è a favore della legge varata dal ministro Alfonso Bonafede, mentre l’80% è a favore del Daspo? Benché il CSM la ritenga sbagliata. Certo sbagliatissima. Per i criminali.

 

Rosanna Spadini

Fonte: www.comedonchisciotte.org

23.12.2018

 

 

Pubblicato da Rosanna

Ho insegnato italiano, latino e storia in un Liceo Classico, la mia insolita passione è quella di andare a caccia della "verità" nelle vicende contemporanee, attraverso gli interstizi dell'informazione, il mio vizio assurdo invece consiste nell'amare l'anonimato più della notorietà, la responsabilità più del narcisismo, l'impegno sociale più del letargo intellettuale. Allergica al pelo di capra e alle fake news.