Di Indipendenza
A un anno dal voto ben difficilmente ci sarà chi staccherà prematuramente la spina della maggioranza tenendo il cerino in mano di una crisi e rischiando il certo (rapporti di forza, prebende e maggioranza) per l’incerto dato da una legge elettorale che, salvi interventi della Corte Costituzionale tutt’altro che facili e scontati, garantirà un centinaio di parlamentari fra maggioranza e opposizione ed esporrà tutti gli altri a una vera e propria roulette russa di premi di maggioranza, preferenze residuali, meccanismi compensativi fra i collegi nell’assegnazione dei seggi che renderanno gli eletti praticamente i vincitori di una estrazione straordinaria della lotteria di Capodanno.
Imbullonata in sala comandi la maggioranza si trova però ad affrontare, dal suo insediamento, la prima vera fase di convergenza fra i fronti di crisi: internazionale, con le tensioni sull’Ucraina e la deflagrazione in Asia occidentale, ed interno con le proteste studentesche, il carovita, le crisi industriali (ILVA e tante altre) e i blocchi stradali in particolare al Sud. Questi ultimi particolarmente significativi perché promossi da categorie le cui associazioni esponenziali sono state, letteralmente, il comitato elettorale della maggioranza: gli agricoltori dell’area di Coldiretti, pescatori, allevatori, autotrasporto su gomma.
È lecito domandarsi cosa abbiano tratto da tale sperticato sostegno.
I vincoli europei mordono; il PNRR, per quanto discutibile e parassitario, è finito; la corsa al riarmo presenta il conto e a far piovere sul bagnato ci pensano gli sperperi di questi anni (centri in Albania, ponte sullo Stretto, progetti ‘nucleari’…).
Una finanziaria elettorale sarebbe urgente, di qui l’annaspare affannoso di annunci, misure, iniziative estemporanee intanto per tamponare, disinnescare e, in prospettiva, arginare e rimandare i problemi: dallo sblocco dei fondi per l’autotrasporto, al viaggio in Egitto (3-4 settembre) e soprattutto a Istanbul (al vertice 4+4 del 23 ottobre) per riempire le taniche, fino agli annunci di prelievi sul sistema bancario: misure «sovietiche», Tajani dixit. Lui, che con la logica del "cada Sansone e tutti i filistei", propone di raschiare il barile di Cassa Depositi e Prestiti perché, se il risparmio è quello delle nonnine, razzolarlo è un po’ meno sovietico (sic!).
Si tratta di schermaglie perché Forza Italia è lì per garantire gli interessi della famiglia Berlusconi e fra questi c’è Mediolanum, quindi il discorso si chiude.
Il problema resta: il quadro vincolistico giuridico-economico e geopolitico si stringe a tenaglia sulla maggioranza, ma altrettanto succederebbe con la cosiddetta opposizione e quel che è peggio, se può esserci un peggio in tutto ciò, è che trasversalmente si continua a ritenere di trovare le soluzioni ma se ne rimuovono le cause strutturali, continuando con la dipendenza dalle fonti fossili e dall’autotrasporto su gomma, con la carenza sistemica di investimenti pubblici in particolare per le infrastrutture per il benessere collettivo (altro che ampliare le carceri minorili esistenti, come propone Nordio!), con le logiche speculative e predatorie: deve finire l’era dell’allungamento delle catene del valore e di approvvigionamento a basso costo, della predazione senza ritegno delle risorse naturali (terreno fertile, stock ittici, materie prime, allevamenti intensivi), dell’usa e getta e dell’obsolescenza programmata, delle privatizzazioni.
Una riprova: nel 2024 Giorgetti collocò il 2,8% di ENI al prezzo di 14,85 euro ad azione; la quotazione odierna è di 27,65 euro ad azione, il che significa una plusvalenza di oltre un miliardo per il mercato dei capitali privati, senza tener conto degli utili non percepiti.
Insomma, la rottura con gli appetiti dell’apparato economico-bellico egemone sono l’unica catena da perdere a fronte di un rinnovamento sistemico da guadagnare.
Di Indipendenza
25 ottobre 2026
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