NON C’E’ PIU’ AUDIO

NON C’E’ PIU’ AUDIO

DI GIANLUCA FREDA

comedonchisciotte.org

Nota della redazione: Con questo articolo inizia la collaborazione con "comedonchisciotte" di GIANLUCA FREDA che ringraziamo

“Il diritto signorile di imporre nomi si estende così lontano che ci si potrebbe permettere di concepire l’origine stessa del linguaggio come un’estrinsecazione di potenza da parte di coloro che esercitano il dominio: costoro dicono “questo è questo e questo”, costoro impongono con una parola il suggello definitivo a ogni cosa e a ogni evento e in tal modo, per così dire, se ne appropriano”.

(Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale, I, 2)

Giunge inesorabile, con l’approssimarsi fatidico del 24 maggio, l’ora fatale della rutilante lezione su Giuseppe Ungaretti (nella foto, ndr) (“Modulo 5 del programma disciplinare, anno scolastico 2015-2016: l’Ermetismo e la poetica del Novecento”). Com’è d’uso, inizio a scandire deferente, dinanzi alla classe in quiescenza, il testo di “Veglia”, compitando con esaperante lentezza i rattratti versicoli, sillabando i participi passati con aspro stridor d’allitterazioni dentali e alveolari (“Butttttato! Massacrrrrratttto! Digrrrrignatttta! Penetrrrrrattta!”).

Ammutolisco ossequioso e repentino, per la canonica mezz’oretta, dinanzi alla pausa sublime tra la prima e seconda strofa, mentre gli allievi levano torpidamente verso la cattedra occhi ricolmi di speranza in un mio improvviso colpo apoplettico; come in quella leggenda metropolitana del maestro morto in piedi mentre leggeva lo “Zang Tumb Tumb” di Marinetti, senza che nessuno distinguesse i suoi rantoli dalle deflagrazioni futuriste della Battaglia di Adrianopoli.

Istrionicamente, provoco la classe assonnata, affermando che per offrire della lirica in esame un’interpretazione adeguata, occorrerebbe fermarsi in assoluto silenzio, per cinque o sei ore, dinanzi alla pausa strofica, prima di dare lettura degli ultimi, densissimi tre versi, esito di una lunga riflessione condotta nel più profondo silenzio. Ottengo in risposta il pianificato sghignazzo oligofrenico ed alcuni ilari nitriti (iiiiiii...). I più ribaldi propongono di andare a prendere la tenda da campeggio, la chitarra e le salsicce da arrostire, in attesa del lancinante explicit lirico.

Il silenzio è qualcosa che in Ungaretti assume un valore poderoso, un’intensità di significato inaudita, ma che risulta oggi impossibile da comunicare alla generazione della discoteca e del battibecco whatsappico. Comunicare il silenzio è, in effetti, più un ossimoro che un obiettivo didattico razionalmente concepibile.

Non si può capire una poesia come “Veglia”, se non si prova a immaginare come dev’essersi sentito Ungaretti in quell’antivigilia d’un Natale di guerra di più di cent’anni fa, nel buio della trincea, nel gelo del Monte San Michele, con la morte stesa al suo fianco e tutt’intorno il silenzio più profondo che si possa immaginare. A sprazzi qualche breve lamento dei compagni infreddoliti o feriti, qualche scoppio di artiglieria lontana o minacciosamente prossima, poi di nuovo silenzio assoluto, per ore ed ore. Unica luce quella della luna, che nel succedersi dei versicoli rivela, un pezzo alla volta, l’anatomia sconvolta del compagno straziato: la disarticolazione delle membra (“buttato”), le ferite orribili (“massacrato”), la bocca, i denti (“digrignata”), le mani contorte.

E’ in queste notti, è in questo gelo rischiarato dai razzi illuminanti, è in questo silenzio senza fine che termina, ciclicamente e inevitabilmente, il rumore assordante delle nostre fasi storiche. In esso tacciono i nostri discorsi. Qui finisce la prosopopea positivista sulle illimitate capacità dell’uomo di creare progresso e benessere attraverso la tecnologia. Qui tacciono tutte le chiacchiere rivoluzionarie sull’eguaglianza e sui diritti: si tocca ora con mano che qualcuno o qualcosa, come diceva Totò, aveva già provveduto a renderci uguali fin dall’alba dei tempi. Qui, alla presenza tangibile non solo della morte, ma della fragilità umana (eravamo come foglie, sugli alberi, d’autunno, e non lo vedevamo!) ammutolisce la retorica risorgimentale sul coraggio, sul valore, sugli eroi. Qui, in quest’oblio punteggiato da scoppi fugaci, alla starnazzante e secolare protervia dell’Europa parolaia viene staccato l’audio, viene tolto il microfono per sempre.

Ungaretti tenta come può di rendere graficamente queste inopinate sonorità della guerra, con le sue poche sillabe scarne che emergono dall’immenso bianco della pagina come piccoli e rari suoni immersi in un silenzio infinito. E’ questo che dà alla sua poesia quel ritmo e quella cadenza così peculiari.

Ma in quel silenzio, all’improvviso, si nota qualcosa di strano, mai visto prima. Le parole, così affondate in quella quiete, acquisiscono inaspettatamente una forza straordinaria, una capacità non solo evocativa, ma creativa, che nessuno poteva sospettare. Le parole “vita” e “morte” iniziano a risplendere di un significato diverso, così dissimile da quello limitante e ridicolo in cui lo squittìo della scienza medica le aveva confinate; la parola “fratelli”, udita pronunciare una notte nel buio della trincea, riesce a trasformare tanti singoli individui perduti nell’oscurità in un gruppo coeso, capace di ribellarsi alla propria fragilità e di resistervi; parole banali come “foglie”, “alberi”, “mare”, “nebbia”, acquisiscono improvvisamente un senso poderoso, quello che possedevano quando per la prima volta, all’alba dei tempi, un uomo utilizzò certi suoni per identificare sezioni specifiche della realtà, distinguendole così dal tutto e portandole ad esistenza. La potenza demiurgica delle parole, annichilita dal frastuono della comunicazione, umiliata dall’uso quotidiano, accuratamente disinnescata dai barbagianni preposti alla trasmissione del sapere, si riprende, nel silenzio, la sua funzione generatrice.

E la luce! Quando la vedi sorgere, quando, in trincea, la senti attenuare il freddo e dissipare il buio, capisci che non è più soltanto una parola, né il fenomeno astronomico d’imbarazzante prosaicità descritto nei libri grifagni delle accademie. Essa è invece una divinità che ti parla, che ti trasmette con un linguaggio misterioso il senso dell’appartenenza ad un’immensità sacra di cui sei parte, che t’illumina d’immenso. Una scoperta che ti riempie di una gioia folle, ultraterrena. La stessa gioia che ti farà intitolare, paradossalmente, “L’allegria” la raccolta delle tue liriche nate nel fumo e nel pianto della guerra.

In trincea i dogmi della scienza positivista perdono tutto il loro charme: non è più così semplice, adesso, chiamare “barbari” o “selvaggi” i cavernicoli che adoravano il sole, vero?

Ci si sente obbligati ad onorare questo miracolo, questa resurrezione delle parole, ponendo ciascuna di esse, con il suo immenso carico generativo, in posizione di spicco, incoronandola come unità metrica a sé, lasciandola risplendere, sola al centro del silenzio, del potere che ne emana.

Veglia” non è altro che questo: un risveglio, sfolgorante e inarrestabile, della potenza creatrice delle parole nel singolo individuo, il quale riscopre, nella gestazione del silenzio, di contenere in sé la loro energia primordiale. Le sue parole, ridestate, “penetrano” ora come un fiume in piena nel balbettìo sconcio della comunicazione di massa e generano, da questa morte, un desiderio di vita incontenibile. Ricostruiscono una realtà nuova sulla frastornante tabula rasa di valori e certezze da cui ogni epoca storica cerca infine scampo, ricorrendo alla guerra come a una palingenesi: “Dopo tanta/ nebbia/ a una/ a una/ si svelano/ le stelle”.

Ricordo, da bambino, di aver sperimentato questo potere delle parole in certi pomeriggi silenti e pieni di sole – più montaliani che ungarettiani, in verità – in cui, mentre il mondo giaceva addormentato, davo un nome alle mie sensazioni e ai miei pensieri. Fu in questi pomeriggi che riconobbi in me – nominandoli e facendoli così esistere – la malinconia, il rimorso, il dolore. Fu in questi pomeriggi che, col potere della parola, decisi che Dio (intendo: il Dio terribile e vendicativo delle Sacre Scritture) non esisteva e non poteva minacciarmi, scacciandolo così per sempre dal mio paradiso terrestre. Fu in quei pomeriggi che costruii la mia realtà, come fanno tutti i bambini che si avviano a diventare adulti: ed era una realtà ricca di significati, complessa, che connetteva strettamente universo esterno e universo interiore. Una realtà in cui, tutto sommato, ho vissuto abbastanza felice.

Se quanto detto fin qui sembra soltanto il delirio di un folle, chiedo scusa ai lettori, nonché ai miei allievi, ai quali, anno dopo anno, propino questa solfa. Lo faccio nella segreta speranza di produrre, anche in loro, il “risveglio” che una vita fa salvò me (e Ungaretti) dalla schiavitù verso quei signori del rumore (potremmo chiamarli “dei del tuono”), i quali, appropriatisi delle parole, ne gestiscono il significato e il potere creativo, affogandole nel bailamme mediatico, mutilandone e stravolgendone l’accezione, costringendoci tutti ad abitare nella realtà rarefatta e distorta che essi stessi hanno progettato per noi.

Osservo i messaggi che piovono sul mio gruppo Whatsapp: parole ridotte a scheletri, a resti consonantici ossificati (xkè, tnt, nn…), ad orribili spettri senz’anima, composti di solo significante, che ululano telematicamente i loro lugubri sogghigni (Eheheheh, ahahahah…); oppure rimpiazzate, dopo morte, da miserande faccine giallastre che, in un gesto d’estremo oltraggio, si producono in pernacchie, linguacce e strabuzzo d’occhi, là dove un tempo regnava il calore vibrante del senso compiuto.

Osservo le prime pagine dei giornali ed è un’esibizione degli orrori: parole come pesci morti, distese con pupille spente nella loro bara di sale refrigerata. “Addio a Tizio”, “Addio a Caio”… Ogni giorno che Dio manda in terra si dà l’addio a qualche idiota. La parola “addio”, così privata, così evocativa, così semanticamente densa, degradata a barboso necrologio, a coccodrillo piagnucolento di celebrità insulse. Parole un tempo vitali come “violenza”, “immigrati”, “donne”, “razzismo”, sterilizzate, separate dal loro significante concreto e poi ricomposte in mille e mille configurazioni ideologiche contronatura, come agghiaccianti mostri di Frankenstein. Parole cancellate per sempre, come “negro”, “giudeo”, “handicappato”, “minorato”, “vecchio”. Parole che si dibattono come mosche nella tela del ragno, come “bimbi”, un tempo evocativa di giochi e sorrisi, oggi effigie di cadaverini straziati dalle bombe. Sarà per questo che sento ormai, negli asili nido, definire “ragazzi” anche i lattanti? I bimbi evocano ormai solo immagini di morte…

Su tutto incombe l’oscena macedonia di serio e faceto, di tragico e frivolo, di eccidio e musica rap, che appiattisce, tritura, mutila le parole, riducendole a suoni semanticamente neutri e dunque tinteggiabili, all’occorrenza, della sfumatura preferita dai loro manipolatori.

I fabbricanti di mondi erigono per noi sontuosi templi del rumore (reality show, talent show, talk show, discoteche), ben sapendo che il potere demiurgico della parola nasce nel silenzio e muore nello strepito. “Non gridate più, non gridate / Se li volete ancora udire / Se sperate di non perire”, supplicava inascoltato l’Ungaretti del secondo dopoguerra, quando la macchina della propaganda stava rimettendosi in moto come una schiacciasassi, con una pervasività mai vista prima.

Non so più come spiegare, ai miei alunni e al mondo, che questa è un’immensa tragedia.

Dove non ci sono più parole, non ci sono idee, e dove non ci sono idee non è più possibile costruire nessuna realtà, se non quella rarefatta e disadorna che può scaturire dalle poche, storte e macilente sillabe di cui ancora i media non si sono appropriati. Senza parole siamo nudi, impotenti, inquilini con sfratto esecutivo di una realtà in affitto. Senza parole, siamo servi degli dei del tuono.

Riuscite a capire di che cosa siete prigionieri?

Riuscite a capire chi vi ha tolto l’audio, chi vi ha strappato la voce?

Gianluca Freda

Fonte: www.comedonchisciotte.org

1.06.2016

Commenti (93)

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Nascondi area commenti 20 caricati
    1. castagna 2 giugno 2016

      Mi spiace dello scazzo tra Freda e Black jack.

      Il primo è una delle più belle e interessanti penne della blogsfera, non si discute, e il secondo è uno che nella sezione Musica ha postato chicche interessantissime, le più diverse e affascinanti.

      Perché in quel paese di merda che si chiama “italia”, e che non dovrebbe esistere, e di cui oggi celebrano la truffa del referendum, non riusciamo a far funzionare mai un cazzo? Neanche una conversazione?


      Certamente non guardo CDC per leggere noiosi sloganisti moralisti e insignificanti come Bertani, Spadini, Colla, Berardi, Barnard, Martinez e bla bla bla.


      Cosa sarà? la maledizione cristiana e anticlassica per cui tutto ciò che è mediocre e degenere deve prendere il sopravvento sulle eccellenze?


      Oppure è tutta colpa delle mamme italiane che per loro fiacchezza abituano i propri figli ad essere il centro del mondo, non hanno il coraggio di scontrarsi, di tenere il broncio, di fare brutto col figlioletto; adorano consolarlo umido di lacrime, farsi abbracciare... Così che poi si crea tutta una genia di uomini bambini che cercano solo la attenzione degli altri, che combattono per il primato dell'attenzione, cultura da talk show...


      Non potrebbe CDC nella sua seconda forma istituire un limitatore di interventi per ogni nick? Un numero massimo per giorno, o per forum, o in qualsiasi altra maniera?


      La Polemica è fondamentale, lo Scontro è fondamentale: la non violenza pacifica e cristianoide è una degenerazione dell'anima coltivata dai deboli e dai furbi. Ma anche la Polemica come qualsiasi altra cosa necessita di un'Arte, di una Disciplina.


      Massimo di tre botte il giorno per topic, non più di sessanta/ottanta righe per intervento: e secondo me ci divertiamo di più; e vaffanculo libero, a mio modesto avviso, oppure lista di espressioni proibite.


      Non eliminiamo gli scontri, regoliamoli.

      Però non bisogna essere nonviolenti, animalisti buonisti, femministi frignanti, immigrazionisti proni....

      Bisogna apprezzarla la Violenza per regolarla.

      E riusciamo a passare dalla scontro sbracato al dibattito dialettico.

    1. GioCo 2 giugno 2016

      Il maiale @Gtx1965, siamo noi, quello allevato dai padroni per farci prima o dopo dei salami. Noi che ci arrabbiamo per qualcuno che oltre ogni evidenza tenta solo di invertire l'incantesimo che ci tiene incatenati, portando qualcosa che un tempo funzionava, per ciò aveva un valore.

      Ungaretti in questi tempi moderni è di certo nessuno, davanti a un cantante dei vari gruppi Metal o ad un attore che abbia fatto uno dei tanti dark fantasy di successo, tanto in TV come al cinema. Come lui tante figure classiche sono ormai "nessuno": scagliarsi contro Freda o contro Ungaretti è oggi un opera per disperati o per vigliacchi, perchè nella fattoria dove ci sono solo bestie da allevamento, le pagine mitiche di un pensiero altro del tempo che fu, sono per il fango. L'Italia nel bene e nel male ha dato i natali a persone che hanno insegnato cos'è la vita al mondo, più spesso tramite l'arte, ma anche per altre vie: adesso la madre del pensiero umano moderno civile ed egualitario possibile, dove è nato il diritto, la bellezza e il concetto di legalità e dove è stata inventata l'istituzione del tribunale civile, oggi è ridotta a poco più di una baldracca abusata da tutti e del suo fascino sfiorito struggente ne rimane giusto qualche traccia qua e là ... Siamo da sempre un popolo nato tra le macerie e abbiamo l'abitudine alle macerie, per ciò Ungaretti è orami come il circo massimo e il colosseo, parte inesorabile di un mucchio di macerie, destinate (bene che vada) al museo.

      Fai bene @
      Gtx1965 a chiarire che il porco non può che mangiare la perla come fosse una ghianda trovandola indigesta e tuttavia davanti a un insegnante che cerca di invertire un incantesimo che sa per certo essere alla base del nostro apparire porci, perchè ci ha visto umani, davvero vogliamo scargliaci contro e farne anche lui maceria? Bene, allora per quanto mi riguarda, non partecipo.

    1. totalrec 2 giugno 2016

      Si sollevi, dolce amico, e rifletta: sto cercando di trasmettere l'idea di quanto sia importante il linguaggio nella costruzione della realtà. Che linguaggio dovrei utilizzare, secondo lei, per rendere un concetto di questo tipo? Monosillabi? Rutti? Invettive gutturali in romanesco?

      Purtroppo non sono Ungaretti, il quale sapeva imprimere potenza evocativa anche alle parole più semplici. Io, per evocare (o tentare di farlo), ho ancora bisogno di un lessico ampio. Lui aveva imparato a gestire il potere della parola. Io sono solo un povero apprendista stregone che, come il Topolino del cartone animato, tenta di emulare l'arcimago senza averne carpito il segreto. Eppure da qualche parte bisogna pur cominciare a mettere le mani nel meccanismo di creazione del mondo, non trova? E' così, per prove ed errori, che ogni apprendista diventa prima o poi artigiano.
      (GF)
    1. luiginox 2 giugno 2016

      riconosco i miei limiti. cerco, invano,una prosa essenziale,sintetica ,che miri di più a trasmettere concetti che a dare sfoggio di capacità nell'uso dello strumento linguistico da parte dell'autore.mi dichiaro suo umile scendiletto.

    1. neroscuro2014 2 giugno 2016

      Hai ragione sull'esagerazione, ma quando sento parlare qualcuno che con tanta faciloneria giudica il lavoro e pure la persona altrui, ha "soluzioni" in tasca per tutti, da del vecchio ad Ungaretti per aggrapparsi poi a Catullo (solo 2000 anni in più), per finire col vantarsi di essere ricco, ai tropici mentre ciuccia mojito, mi scappa di esagerare.

    1. makkia 2 giugno 2016

    1. makkia 2 giugno 2016

      Esagerato!
      Black sarà lì, entusiasta, a proporre l'ermeneutica nelle classi.
      E gli diranno "Ottimo! Da domani alle 8:00 la cattedra di italiano della Sezione C della borgata di Torre Angela è tua".
      E il giorno dopo sarà la prima e l'ultima volta che ha a che fare con la scuola (quella vera, dove in un modo o nell'altro si cerca di dare uno straccio di istruzione ai ragazzi).

      Perché le idee di Black_Jack non è che sono sbagliate. E' che sono solo teoria da anime belle, senza la minima proiezione sulla realtà (qualsiasi realtà, escluso il paesino di 300 anime ristrutturato ad uso di benestanti stressati dalla città, con filippina al seguito).
      Proprio come le teorie dei chiaccheroni che "la scuola andrebbe abolita".

    1. totalrec 2 giugno 2016

      Dunque si occupi di Petrolini e non di letteratura. Purtroppo (o per fortuna, nel suo caso) l'intelligenza non è ancora un obbligo legislativo.

      (GF)
    1. luiginox 2 giugno 2016

      ben detto,condivido e aggiungo:se l'ipotiposi del sentimento personale,postergando i prolegomeni della mia subcoscienza,fosse capace di reintegrare il proprio soggettivismo alla genesi delle concomitanze,allora io rappresenterei l'autofrasi della sintomatica contemporanea che non sarebbe altro che la trasmificazione esopolomaniaca.

      a professò,petrolini era piu chiaro de te

    1. makkia 2 giugno 2016

      Beh, no. Intendo tecnicamente.

      L'insulto gratuito è offensivo per chiunque legga. Disturba quello che, in termini burolegali, si chiama "un numero indeterminato di persone".
      Essere offesi dal contenuto di un articolo è invece personale, soggettivo: una questione di sensibilità individuale. A maggior ragione quando, come dici tu, ti offende non tanto il contenuto quanto il tono. Estremamente soggettivo.

      L'aggressione deliberata (cioé con l'intento di offendere e umiliare) contro chi propone un articolo è sempre sgradevole. Anche se tutti incorriamo in questo rischio quando critichiamo un pensiero con cui siamo in disaccordo, tuttavia dovremmo cercare di risparmiare a noi stessi il compiacimento dell'insulto, il gusto infantile del tipo "hah! Glie l'ho fatta vedere!"
      Questo può dissuadere dallo scrivere ulteriormente. Una forma di censura.

      Tieni anche conto che spesso gli autori ospiti non possono (in effetti non hanno il dovere di) rispondere. E' scorretto "riscrivergli" l'articolo come piace a noi. Una forma di maleducazione.

      La critica è OK. L'accentramento ossessivo della discussione su sé stessi e su cosa si vorrebbe leggere al posto dell'articolo (le cose "giuste") è un po' sciocco: ci si apre un topic proprio su "cosa penso dell'articolo X in home" e bona l'è.

    1. neroscuro2014 2 giugno 2016

      Non accelerare troppo le cose Black_Jack: capisco che sei stufo di mojito e di parlare di letteratura latina con "il francese", ma quando i professori morti di fame, gli alunni famelici, i disoccupati depressi, i pensionati traditi si saranno incazzati veramente, e non contro "l'impiegatuccio", ma contro i figli di puttana come te non ci sarà buco nel quale potrai nasconderti. Preferisci il classico decollamento o vedere i tuoi ori fusi piombarti in bocca?

    1. Gtx1965 2 giugno 2016

      solitamente leggo molto e commento pochissimo gaia... quindi quel consiglio al silenzio di mazzam io già lo applico costantemente su me stesso... c'è da chiedersi quanto lo applichi mazzam su di se a questo punto... si dice pur che negli altri ti da fastidio quello che tu stesso sei... ecco... si è sputtanato da solo senza saperlo... il professore...

    1. totalrec 2 giugno 2016

      Vi ringrazio, stavo per chiedervelo io. Del resto, ora che il post ha superato le 2000 letture e i 50 commenti, il buon dominicano non è più utile. Eventualmente potreste sdoganarlo il tempo necessario a far salire il rating, in occasione del mio prossimo intervento?

      Grazie ancora.
      (GF)
    1. Gtx1965 2 giugno 2016

      l'insegnante gna gna... proprio azzeccato... che miseria...!!! poveri i nostri figli in mano a simili creature morte e sepolte nel loro orgoglio intellettuale...

    1. Gtx1965 2 giugno 2016

      CHE SCHIFO...!!!

    1. Gtx1965 2 giugno 2016

      una perla ad un porco non si da semplicemente perchè non sarebbe assolutamente in grado di giudicarne il giusto valore... il maiale vuole la ghianda come suo unico anelito e logicamente si incazza se gli viene invece posta sotto i denti una dura ed immangiabile perla...

    1. Gtx1965 2 giugno 2016

      black jack dietro la lavagna...??? mah...??? ed i professoroni non offendono invece con il loro tono saccente e pieno di loro stessi...??? a me sinceramente urtano più di black...

    1. gaia 2 giugno 2016

      Rilevo che ha letto anche dell'altro!!

    1. Gtx1965 2 giugno 2016

      senz'altro non rientri nella categoria degli intelligenti che intende lui... lui parla di intellettuali però che con l'intelligenza non hanno nulla a che spartire... è un pappagallo addestrato fin dall'infanzia ad amare la sua gabbietta dorata... e a chi gli fa notare di essere in un simile stato lui lo zittisce... magari vota pure convinto, preghiamo per la sua anima gaia...

    1. Gtx1965 2 giugno 2016

      mmmmhhhh... mi sa tanto che difendi la categoria, e magari non sei nemmeno così disinteressato... gli intellettuali come il signore dell'articolo e come te evidentemente difendono quel mostro senza cervello che è il sistema scolastico basato sul pappagallismo ed il leccaculismo e non sull'intelligenza... intellettuali non intelligenti sono i frutti di questa pianta che forma solamente degli schiavi fieri del loro stato... la repubblica italiana è fondata sul lavoro invece che sull'uomo che compie il lavoro e dagli entusiasti come te viene definita senz'altro la più bella al mondo... a me fa cagare invece... ecco la differenza fra me e te senza che per questo io pretenda che tu taccia come invece fascisticamente fai tu con me... f.o.t.t.i.t.i...

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