NON C’E’ PIU’ AUDIO

NON C’E’ PIU’ AUDIO

DI GIANLUCA FREDA

comedonchisciotte.org

Nota della redazione: Con questo articolo inizia la collaborazione con "comedonchisciotte" di GIANLUCA FREDA che ringraziamo

“Il diritto signorile di imporre nomi si estende così lontano che ci si potrebbe permettere di concepire l’origine stessa del linguaggio come un’estrinsecazione di potenza da parte di coloro che esercitano il dominio: costoro dicono “questo è questo e questo”, costoro impongono con una parola il suggello definitivo a ogni cosa e a ogni evento e in tal modo, per così dire, se ne appropriano”.

(Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale, I, 2)

Giunge inesorabile, con l’approssimarsi fatidico del 24 maggio, l’ora fatale della rutilante lezione su Giuseppe Ungaretti (nella foto, ndr) (“Modulo 5 del programma disciplinare, anno scolastico 2015-2016: l’Ermetismo e la poetica del Novecento”). Com’è d’uso, inizio a scandire deferente, dinanzi alla classe in quiescenza, il testo di “Veglia”, compitando con esaperante lentezza i rattratti versicoli, sillabando i participi passati con aspro stridor d’allitterazioni dentali e alveolari (“Butttttato! Massacrrrrratttto! Digrrrrignatttta! Penetrrrrrattta!”).

Ammutolisco ossequioso e repentino, per la canonica mezz’oretta, dinanzi alla pausa sublime tra la prima e seconda strofa, mentre gli allievi levano torpidamente verso la cattedra occhi ricolmi di speranza in un mio improvviso colpo apoplettico; come in quella leggenda metropolitana del maestro morto in piedi mentre leggeva lo “Zang Tumb Tumb” di Marinetti, senza che nessuno distinguesse i suoi rantoli dalle deflagrazioni futuriste della Battaglia di Adrianopoli.

Istrionicamente, provoco la classe assonnata, affermando che per offrire della lirica in esame un’interpretazione adeguata, occorrerebbe fermarsi in assoluto silenzio, per cinque o sei ore, dinanzi alla pausa strofica, prima di dare lettura degli ultimi, densissimi tre versi, esito di una lunga riflessione condotta nel più profondo silenzio. Ottengo in risposta il pianificato sghignazzo oligofrenico ed alcuni ilari nitriti (iiiiiii...). I più ribaldi propongono di andare a prendere la tenda da campeggio, la chitarra e le salsicce da arrostire, in attesa del lancinante explicit lirico.

Il silenzio è qualcosa che in Ungaretti assume un valore poderoso, un’intensità di significato inaudita, ma che risulta oggi impossibile da comunicare alla generazione della discoteca e del battibecco whatsappico. Comunicare il silenzio è, in effetti, più un ossimoro che un obiettivo didattico razionalmente concepibile.

Non si può capire una poesia come “Veglia”, se non si prova a immaginare come dev’essersi sentito Ungaretti in quell’antivigilia d’un Natale di guerra di più di cent’anni fa, nel buio della trincea, nel gelo del Monte San Michele, con la morte stesa al suo fianco e tutt’intorno il silenzio più profondo che si possa immaginare. A sprazzi qualche breve lamento dei compagni infreddoliti o feriti, qualche scoppio di artiglieria lontana o minacciosamente prossima, poi di nuovo silenzio assoluto, per ore ed ore. Unica luce quella della luna, che nel succedersi dei versicoli rivela, un pezzo alla volta, l’anatomia sconvolta del compagno straziato: la disarticolazione delle membra (“buttato”), le ferite orribili (“massacrato”), la bocca, i denti (“digrignata”), le mani contorte.

E’ in queste notti, è in questo gelo rischiarato dai razzi illuminanti, è in questo silenzio senza fine che termina, ciclicamente e inevitabilmente, il rumore assordante delle nostre fasi storiche. In esso tacciono i nostri discorsi. Qui finisce la prosopopea positivista sulle illimitate capacità dell’uomo di creare progresso e benessere attraverso la tecnologia. Qui tacciono tutte le chiacchiere rivoluzionarie sull’eguaglianza e sui diritti: si tocca ora con mano che qualcuno o qualcosa, come diceva Totò, aveva già provveduto a renderci uguali fin dall’alba dei tempi. Qui, alla presenza tangibile non solo della morte, ma della fragilità umana (eravamo come foglie, sugli alberi, d’autunno, e non lo vedevamo!) ammutolisce la retorica risorgimentale sul coraggio, sul valore, sugli eroi. Qui, in quest’oblio punteggiato da scoppi fugaci, alla starnazzante e secolare protervia dell’Europa parolaia viene staccato l’audio, viene tolto il microfono per sempre.

Ungaretti tenta come può di rendere graficamente queste inopinate sonorità della guerra, con le sue poche sillabe scarne che emergono dall’immenso bianco della pagina come piccoli e rari suoni immersi in un silenzio infinito. E’ questo che dà alla sua poesia quel ritmo e quella cadenza così peculiari.

Ma in quel silenzio, all’improvviso, si nota qualcosa di strano, mai visto prima. Le parole, così affondate in quella quiete, acquisiscono inaspettatamente una forza straordinaria, una capacità non solo evocativa, ma creativa, che nessuno poteva sospettare. Le parole “vita” e “morte” iniziano a risplendere di un significato diverso, così dissimile da quello limitante e ridicolo in cui lo squittìo della scienza medica le aveva confinate; la parola “fratelli”, udita pronunciare una notte nel buio della trincea, riesce a trasformare tanti singoli individui perduti nell’oscurità in un gruppo coeso, capace di ribellarsi alla propria fragilità e di resistervi; parole banali come “foglie”, “alberi”, “mare”, “nebbia”, acquisiscono improvvisamente un senso poderoso, quello che possedevano quando per la prima volta, all’alba dei tempi, un uomo utilizzò certi suoni per identificare sezioni specifiche della realtà, distinguendole così dal tutto e portandole ad esistenza. La potenza demiurgica delle parole, annichilita dal frastuono della comunicazione, umiliata dall’uso quotidiano, accuratamente disinnescata dai barbagianni preposti alla trasmissione del sapere, si riprende, nel silenzio, la sua funzione generatrice.

E la luce! Quando la vedi sorgere, quando, in trincea, la senti attenuare il freddo e dissipare il buio, capisci che non è più soltanto una parola, né il fenomeno astronomico d’imbarazzante prosaicità descritto nei libri grifagni delle accademie. Essa è invece una divinità che ti parla, che ti trasmette con un linguaggio misterioso il senso dell’appartenenza ad un’immensità sacra di cui sei parte, che t’illumina d’immenso. Una scoperta che ti riempie di una gioia folle, ultraterrena. La stessa gioia che ti farà intitolare, paradossalmente, “L’allegria” la raccolta delle tue liriche nate nel fumo e nel pianto della guerra.

In trincea i dogmi della scienza positivista perdono tutto il loro charme: non è più così semplice, adesso, chiamare “barbari” o “selvaggi” i cavernicoli che adoravano il sole, vero?

Ci si sente obbligati ad onorare questo miracolo, questa resurrezione delle parole, ponendo ciascuna di esse, con il suo immenso carico generativo, in posizione di spicco, incoronandola come unità metrica a sé, lasciandola risplendere, sola al centro del silenzio, del potere che ne emana.

Veglia” non è altro che questo: un risveglio, sfolgorante e inarrestabile, della potenza creatrice delle parole nel singolo individuo, il quale riscopre, nella gestazione del silenzio, di contenere in sé la loro energia primordiale. Le sue parole, ridestate, “penetrano” ora come un fiume in piena nel balbettìo sconcio della comunicazione di massa e generano, da questa morte, un desiderio di vita incontenibile. Ricostruiscono una realtà nuova sulla frastornante tabula rasa di valori e certezze da cui ogni epoca storica cerca infine scampo, ricorrendo alla guerra come a una palingenesi: “Dopo tanta/ nebbia/ a una/ a una/ si svelano/ le stelle”.

Ricordo, da bambino, di aver sperimentato questo potere delle parole in certi pomeriggi silenti e pieni di sole – più montaliani che ungarettiani, in verità – in cui, mentre il mondo giaceva addormentato, davo un nome alle mie sensazioni e ai miei pensieri. Fu in questi pomeriggi che riconobbi in me – nominandoli e facendoli così esistere – la malinconia, il rimorso, il dolore. Fu in questi pomeriggi che, col potere della parola, decisi che Dio (intendo: il Dio terribile e vendicativo delle Sacre Scritture) non esisteva e non poteva minacciarmi, scacciandolo così per sempre dal mio paradiso terrestre. Fu in quei pomeriggi che costruii la mia realtà, come fanno tutti i bambini che si avviano a diventare adulti: ed era una realtà ricca di significati, complessa, che connetteva strettamente universo esterno e universo interiore. Una realtà in cui, tutto sommato, ho vissuto abbastanza felice.

Se quanto detto fin qui sembra soltanto il delirio di un folle, chiedo scusa ai lettori, nonché ai miei allievi, ai quali, anno dopo anno, propino questa solfa. Lo faccio nella segreta speranza di produrre, anche in loro, il “risveglio” che una vita fa salvò me (e Ungaretti) dalla schiavitù verso quei signori del rumore (potremmo chiamarli “dei del tuono”), i quali, appropriatisi delle parole, ne gestiscono il significato e il potere creativo, affogandole nel bailamme mediatico, mutilandone e stravolgendone l’accezione, costringendoci tutti ad abitare nella realtà rarefatta e distorta che essi stessi hanno progettato per noi.

Osservo i messaggi che piovono sul mio gruppo Whatsapp: parole ridotte a scheletri, a resti consonantici ossificati (xkè, tnt, nn…), ad orribili spettri senz’anima, composti di solo significante, che ululano telematicamente i loro lugubri sogghigni (Eheheheh, ahahahah…); oppure rimpiazzate, dopo morte, da miserande faccine giallastre che, in un gesto d’estremo oltraggio, si producono in pernacchie, linguacce e strabuzzo d’occhi, là dove un tempo regnava il calore vibrante del senso compiuto.

Osservo le prime pagine dei giornali ed è un’esibizione degli orrori: parole come pesci morti, distese con pupille spente nella loro bara di sale refrigerata. “Addio a Tizio”, “Addio a Caio”… Ogni giorno che Dio manda in terra si dà l’addio a qualche idiota. La parola “addio”, così privata, così evocativa, così semanticamente densa, degradata a barboso necrologio, a coccodrillo piagnucolento di celebrità insulse. Parole un tempo vitali come “violenza”, “immigrati”, “donne”, “razzismo”, sterilizzate, separate dal loro significante concreto e poi ricomposte in mille e mille configurazioni ideologiche contronatura, come agghiaccianti mostri di Frankenstein. Parole cancellate per sempre, come “negro”, “giudeo”, “handicappato”, “minorato”, “vecchio”. Parole che si dibattono come mosche nella tela del ragno, come “bimbi”, un tempo evocativa di giochi e sorrisi, oggi effigie di cadaverini straziati dalle bombe. Sarà per questo che sento ormai, negli asili nido, definire “ragazzi” anche i lattanti? I bimbi evocano ormai solo immagini di morte…

Su tutto incombe l’oscena macedonia di serio e faceto, di tragico e frivolo, di eccidio e musica rap, che appiattisce, tritura, mutila le parole, riducendole a suoni semanticamente neutri e dunque tinteggiabili, all’occorrenza, della sfumatura preferita dai loro manipolatori.

I fabbricanti di mondi erigono per noi sontuosi templi del rumore (reality show, talent show, talk show, discoteche), ben sapendo che il potere demiurgico della parola nasce nel silenzio e muore nello strepito. “Non gridate più, non gridate / Se li volete ancora udire / Se sperate di non perire”, supplicava inascoltato l’Ungaretti del secondo dopoguerra, quando la macchina della propaganda stava rimettendosi in moto come una schiacciasassi, con una pervasività mai vista prima.

Non so più come spiegare, ai miei alunni e al mondo, che questa è un’immensa tragedia.

Dove non ci sono più parole, non ci sono idee, e dove non ci sono idee non è più possibile costruire nessuna realtà, se non quella rarefatta e disadorna che può scaturire dalle poche, storte e macilente sillabe di cui ancora i media non si sono appropriati. Senza parole siamo nudi, impotenti, inquilini con sfratto esecutivo di una realtà in affitto. Senza parole, siamo servi degli dei del tuono.

Riuscite a capire di che cosa siete prigionieri?

Riuscite a capire chi vi ha tolto l’audio, chi vi ha strappato la voce?

Gianluca Freda

Fonte: www.comedonchisciotte.org

1.06.2016

Commenti (93)

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    1. Gtx1965 2 giugno 2016

      mmmmhhhh... mi sa tanto che difendi la categoria, e magari non sei nemmeno così disinteressato... gli intellettuali come il signore dell'articolo e come te evidentemente difendono quel mostro senza cervello che è il sistema scolastico basato sul pappagallismo ed il leccaculismo e non sull'intelligenza... intellettuali non intelligenti sono i frutti di questa pianta che forma solamente degli schiavi fieri del loro stato... la repubblica italiana è fondata sul lavoro invece che sull'uomo che compie il lavoro e dagli entusiasti come te viene definita senz'altro la più bella al mondo... a me fa cagare invece... ecco la differenza fra me e te senza che per questo io pretenda che tu taccia come invece fascisticamente fai tu con me... f.o.t.t.i.t.i...

    1. gaia 2 giugno 2016

      Per equità; non mi sembra che l'autore dell'articolo che ci posta sia da meno di BJ, perciò tutti e due dovrebbero essere moderati, perché quando si da dell'alcolizzato al proprio interlocutore non credo sia indice di bonomia o di buona educazione.

    1. gaia 2 giugno 2016

      Ed è lo stesso motivo che anch'io che sono nonna la odio.

      Ma come asserisce mazzam non sono intelligentissima.

    1. gaia 2 giugno 2016

      Badrone, cosa se ne fa di una cotanta nozionistica classica a Santo Domingo?

    1. Tao 2 giugno 2016

      I toni e le offese reiterate del lettore Black_Jack in questa discussione hanno superato il limite.

      I suoi commenti, per ora, saranno sottoposti a moderazione.

      La redazione

    1. gaia 2 giugno 2016

      [quote]Ulteriori piccoli mattoni della cella di non-pensiero che ci hanno edificato intorno. [/quote] Più appropriato sarebbe che: "credono di averci edificato intorno", generalizzare è sempre e comunque sbagliato.

    1. gaia 2 giugno 2016

      Sono d'accordo con la disamina di BJ e ritengo lei fortunato perché, naturalmente è un mio limite, non scorgo gente che sia capace di pensare e tanto meno di lottare.

    1. gaia 2 giugno 2016

      Sono basita di me stessa! Continuo ad essere d'accordo con lei.

    1. Black_Jack 2 giugno 2016

      Non ho capito...stai dicendo che mi invento di stare qui?

      Se è così sei un fesso.
      Oh gnomo...da te sono le 3 di notte. Che fai ancora alzato a litigare con i signori i vacanza?
      Per forza che ti ridono dietro i tuoi ragazzi.
      Vai a dormire che l'umile impiegato sveglio fino a tardi non rende.

    1. totalrec 2 giugno 2016

      Prima "Las Terrenas", poi il "francese", poi il "rajah bianco"!

      Ritiro quel che ho detto nell'articolo! Il mio regno per una faccina ghignante e spernacchiante!
      Guardi, glielo dico ancora in latino, che lei, tra un mojito e l'altro, potrà apprezzare come si conviene: "Fallacia alia aliam trudit" (trad.: una minchiata tira l'altra).
      (GF)
    1. Black_Jack 2 giugno 2016

      Intanto abbiamo appurato che sto effettivamente dal francese ed è già qualcosa.

      Però ho cambiato e sono dalla "Dolce vita" degli italiani, se volesse telefonarmi cerca il ristirante con quel nome a Las Terrenas e chiede del rajah bianco. Ci facciamo una chiacchierata.
      Mi rendo conto di averla ferita sullo stipendio da fame che (gisutamente) le erogano e me ne dispiace.
      Rimane il fatto che a mio avviso lei è inadatto a parlare di letteratura a dei ragazzi.
      Non lo dico io, sa?
      Lo dice lei stesso come hanno letto tutti gli utenti di CDC.
      Lei ha sbeffeggiato pubblicamente su internet i suoi stessi alunni e lo ha fatto solo per compensare al senso di inferiorità sociale che affligge quelli della sua razza.
      Io non credo che i giovani di oggi siano cretini, so come erano quelli degli anni settanta e la differenza è solamente che avevano una vita più comoda.
      Avevano una irripetibile occasione e l'hanno bruciata irrimediabilmente.
      Chi paga sono i ragazzini di oggi messi nelle mani di impiegati da quattro soldi la cui unica attitudine ermeneutica è quella dell'evocazione in chiave televisiva di un mondo culturale che non è mai esistito.
      Lei serve solo per romperle le scatole ridendoci su e lo sa molto bene.
      Poi viene qui e straparla dei giovani di oggi, degli sms scheletrici e tutta la panoplia da rigattiere di quello che cerca fortuna sul web.
      Aspetto il suo prossimo post augurandomi che non insista nella volgare denigrazione pubblica dei suoi alunni (che, COME DICE LEI STESSO, le ridono serenamente davanti e sicuramente dietro).




    1. totalrec 2 giugno 2016

      Mai quanto in questo momento stanno ridendo di lei. Anche loro frequentano CDC, sa? E sanno riconoscere un insegnante di letteratura da un cretino, mi creda.

      (GF)
    1. totalrec 2 giugno 2016

      Mi sa che dal "francese" lei ha già bevuto troppo. Anche questo contribuisce a identificare, con una certa sicurezza, il suo status economico, il ceto sociale a cui appartiene e il suo stile di vita. Individui disastrati come lei ne ho visti spesso, quando ancora insegnavo all'ITIS. Mi dispiace molto per lei. Se solo, da ragazzo, avesse studiato!

      (GF)
    1. GioCo 2 giugno 2016

      Pensare per le mente è fatica e dolore. Qui su CDC sono in tanti che urtano contro il muro della fatica di credere e di comprendere, credere a un futuro diverso dalla disgrazia che è loro stata promessa, una disgrazia che lo spioncino dentro cui gli è concesso onore di gettare l'occhio di tanto in tanto, internet e il resto del telemondo, fornisce anche modo di battere tre volte annunciandosi come i fantasmi e persino a volte dire qualcosa di scomposto come reincarnazioni della Pizia.

      Tutto ciò fa stare loro forse un po' meglio, ma non sempre: è un analgesico per l'anima perduta nelle fitte trame della rete, quella dei Maghi oscuri del futuro e quando non fa quel che deve, lenire il dolore, diventa l'agghiacciante urlo dei dannati.
      Maghi che intrecciano continuamente significati virtuali, dentro mondi virtuali, perfettamente coerenti a se stessi, non fanno altro che produrre Prigioni per la mente dei teleutenti: pringioni confortevoli, dolci, tristemente desiderabili.

      Il ricatto è semplice: se non vuoi dolore allora non devi fare altro che eseguire l'ordine di tradire. Tradire te stesso, tradire il bene tuo e quello del tuo prossimo. Come? Ancora più semplice, dato che l'emozione batte sempre la ragione, la domina, allora dovrai solo lasciarti andare al piacere, che però (che peccato) già Socrate notava che è vicino al dolore: tanto più soffri, tanto più dipendi dal piacere. Semplice, no? Così non è necessario dominare la sofferenza, basta avere le chiavi del piacere e affondare il mondo (indiscriminatamente) in un mare di dolore. Qualunque dolore, da quello banale del teleutente a quello del terrore seminato dalla pura follia. Prendi un branco di persone, le addestri al dolore perpetuo, cancelli loro la ragione e li mandi nel mondo a replicare il verbo del terrore. Anche questo non è complicato da capire. Solo che non serve.

      Perché l'emozione batte sempre la ragione. Peccato che la formula del mago, sia sempre tagliata in due dalla spada. La spada ha due faccie, come le monete: non è bene guardarla di taglio, potrebbe essere doloroso o persino la tua fine ... anche se le due facce così diventano UNA: l'arma puntata contro di te. Come internet (fa pure un po' rima!).

      Allora dov'è l'altra metà della formula? Eccola: senza ragione non c'è l'emozione. Per ciò è la ragione che genera emozione. Ma quanti sono disposti a manipolare le loro ragioni più ragionevoli per il solo scopo di convertire il dolore in amore? Qualcuno ci ha provato nel tempo, ma sfortunatamente la storia ci dice che due sono le strade che rimangono a questi eroi e nessuna delle due è desiderabile: divenire solitari, cercatori spersi nel nulla cosmico di un esistenza anonima, minuta più del fotone, oppure per gli altri, per chi s'azzarda a rimettersi al pubblico ... beh, davanti c'è una strada lastricata di sofferenza e mai costui potra dire se ad ogni passo non cederà in ginocchio innanzi alla spietata Dea del destino e morire per Lei.
      Una Dea di struggente bellezza che ci offre tanta più ricompensa, tanto più si avanza indomiti dentro la via della corruzione. L'indomabilità la eccita. Per ciò non dovremmo temere la corruzione becera materialista, quella viene sempre dopo. La corruzione è data dall'essere travolti dalle emozioni, essere dominati dal piacere.

      Non perchè sia ingiusto (il piacere) o perché non siamo fatti anche per il benessere, ma perché banalmente è così che si diventa schiavi andorando la propria schiavitù, difendendo accanitamente il padrone (persino) spesso senza nemmeno capire ciò che si sta facendo. Altro mezzo non c'è: allora penso che Ungaretti, caro professore, avesse come molti le orecchie fini ma gli occhi velati come tutti i veggenti.
      Non si può guardare le stelle con le orecchie, questo gli Dei o i demiurghi del nostro destino, lo sanno bene. Così rendono ciechi i poeti e ci offrono per tramite della loro bocca il piatto della spada, che fa meno male del taglio. Anzi, spesso sembrano burlarsi di noi e per un attimo, ci paiono quasi umani (queste divinità).

      La folla è cieca, resa tale dal troppo dolore (più che altro quello interiore, del vuoto di significati) a volte persino aggiunto a quello fisico (dell'indigenza) e mentale (dell'angoscia) e si fa "long playing" umano della disgrazia. Che disastro (in quel caso).
      Solo le anime oscure possono sguazzare nel mare nero dell'incoscienza, traendone vantaggio: per ciò sono in tanti in fila davanti ai botteghini scolastici dei Maghi Oscuri. Vogliono briciole, sono disperati, sia chiaro, vogliono solo giusto ciò che occorre per stare in pace e i Maghi sono sempre generosi, li accontentano tutti. Per le altre anime perdute, quale coraggio dovranno coltivare se non quello ultraterreno? Ma pure lì è facile perdersi, forse persino più facile. Non c'è scampo.

      Non sono un eroe, non mi vergogno a dire che temo di guardare l'arma per il taglio, chiunque sia a reggerla, persino se fosse in mano mia. Non lo faccio spesso in pubblico e in genere non mi attardo con puntiglioso cipiglio a spaccarmici il capello. Giusto un'occhiata fugace con il batticuore di perderci l'irreparabile. Non sono mai certo che sia un bene. Ma veniamo a Ungaretti che sennò si fa tardi, tanto ormai questa ho deciso di concederla al mio demone socratico che mi perseguita.

      Come per il Mago, forse più come sciamano, Ungaretti ci dice quant'è prezioso il silenzio a metà, senza per ciò dimenticare "quale" silenzio, vediamo "perchè" affermo che la sua è metà della formula: il tuono (come il rullo del tamburo) è il rumore che cancella le parole, quando le parole hanno bisogno di essere cancellate. Sennò è solo l'annuncio della pioggia che rende feconda la terra.
      Quindi possiamo vedere il mondo come dominato dal rumore interiore (e non dai silenzi) oppure possiamo vedere quel rumore come il mal di testa del malato, la giusta difesa spirituale all'assalto interiore dell'esercito oscuro: il muro della disperazione. Possiamo curare il dolore con un analgesico e abbattere il muro offrendo il fianco alla sterminata moltitudine degli abomini, per diventare schiavi, posseduti, oppure imparare a sopportare senza farci spezzare la volontà, forgiando lo spirito sull'incudine delle divine maledizioni. Senza cedere al suadente abbandono emotivo.

      Comunque impareremo la legge del ferro: che sia con le buone o con le cattive. Che sia per strisciare come le serpi o camminare eretti, come gli Uomini e solo per sfidare gli Dei. Comunque impareremo che non c'è orgoglio in nessuna vittoria e non c'è tragedia per nessuna perdita. Ma per il Dio o chi per esso, ogni volta per farlo avremo la sola certezza di essere obbligati a guardare il filo della spada, per essere divisi da una parte o dall'altra, inesorabilmente. Per ciò questa è l'era del ferro e qui domina il fuoco della fucina di Efesto: la tecnologia.

      Ne ho però anche un altra a margine e per qualcun'altro che di classicismo ha imbevuto solo una piccola parte dello Spirito. Si legge nei Vangelo secondo Matteo "margaritas ante porcos, non dare le perle ai porci. Allora io chiedo, cosa accade se ti svegli nel porcile della Maga Circe e con una perla incastrata tra le mani ungulate? Cosa accade se questa perla ti dice che eri Umano e provi a condividere questa con gli unici a cui "la perla" occorre, cioè gli altri resi porci e schiavi? Quelli che paiono ancora umani, nella migliore delle ipotesi servono la Maga, vai a dirlo a loro? Ecco è questo il dilemma del nostro tempo: abbiamo le perle, ma non c'è più nessuno a cui interessano e per c
      iò chi le possiede non sa bene cosa farsele e oltrettutto proprio perché le possiede sa di sé solo di essere un pirla.

    1. Black_Jack 2 giugno 2016

      La questione del personaggio sta scritta nel libro, se ti interessa.

      E non è niente male anzi fa molto fumetto francese degli anni '70.

    1. Black_Jack 2 giugno 2016

      Ti ho detto: leggi il libro e dimmi cosa (cazzo) ne pensi.

      Se ti vergogni non farlo ma capisci che scrivere di un libro che non ti interessa non ha senso.
      Sto qua, quando vuoi riprendiamo l'argomento.
    1. Black_Jack 2 giugno 2016

      Ma no cretino, ci sto veramente.

      Guarda che basta vedere l'indirizzo IP da dove scrivo, coprofago incallito.
      Che gentaglia mamma mia.
      Ma mica mi sono trasferiro qui, oh...ci vengo perché ci si arriva velocemente, costa poco ed è molto bello.

      Senti gnomo, ho visto che con la bava alla bocca hai scritto Copacabana Beach.
      Volevo dirti che non esiste un posto con quel nome. Copacabana e basta, beach lo scrivono i piccoli borghesi con le pezze al culo.
      Tra l'altro l'hai nominata come se fosse un posto favoloso...ci vado da 26 anni, ci sarò stato credo più di cinquanta volte.
      È un porcaio amico mio, poi le fogne ogni tanto si rompono e le strade puzzano...per di più dove credi che scarichino i cessi di Rio sud?
      Certo non è come a Botafogo dietro il promontorio dove se ti butti in acqua muori direttamente ma fa abbastanza schifo.
      Tutto il Brasile alla fine degli anni novanta è diventato una pattumiera. Non resta che il CostaRica che però è noioso da raggiungere, Cuba dove però ci sono troppe mignotte, o Santo Domingo che stranamente ha ancora qualche zona che è rimasta integra.
      Qui sono le sette meno venti quindi vado dal francese per il mojito.
      Tu continua a spippettarti con i filmini, mi raccomando.

      PS: sai le risate quando gli spiegherai Rimbaud.
      ..."je est un autre"..ecchevvordi'?...
      Poveraccio...ma soprattutto poveracci quegli sfortunati ragazzini.
    1. MarioG 2 giugno 2016

      Professor Keating, che abbia voglia di salire in cattedra, coi piedi o no, mi sembra manifesto. Non so perche' ci abbia ripensato a proposito del saggio su las meninas: avra' patito un po' di menefreghismo da queste capre. Ma non se la prenda con nessuno se ho colto l'occasione per rammentare il suo annuncio di tempo fa, quando ci preparava al disvelamento del misterioso personaggio del pianerottolo. Galeotto (si dice cosi'?) e' stato il suo excursus artistico.

      Comunque le scommesse sono fuori discussione (mi si e' un po' 'intrivialito' qui...). Per non parlare del compitino in classe, che le preme sempre di mettermi sotto, come ben ricorda. Su Foucault non vado oltre il pendolo. Niente! Sono uno scolaro svogliato. Ma lei ha detto che ha tante risorse anche per gli scolari svogliati...

    1. totalrec 2 giugno 2016

      Come no, io invece sto scrivendo da Copacabana Beach. Deve avere molta fame, poveretto, per avere simili allucinazioni... se voleva i soldi per un panino bastava chiedere, senza scomodare Shakespeare e Catullo, che hanno cose più importanti a cui badare.

      (GF)
    1. Black_Jack 2 giugno 2016

      Certo che non lavoro. Ma ci mancherebbe.


      Però forse i morsi della fame sei un po' fuori strada, giusto un pelino.
      Adesso sto qui

      https://en.wikipedia.org/wiki/Las_Terrenas

      Dopodomani mi sposto ma di poco.

      Mi raccomando scrivi ancora di fregnacce di cui non hai la più pallida idea che ti seguo volentieri.

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