NON C’E’ PIU’ AUDIO

NON C’E’ PIU’ AUDIO

DI GIANLUCA FREDA

comedonchisciotte.org

Nota della redazione: Con questo articolo inizia la collaborazione con "comedonchisciotte" di GIANLUCA FREDA che ringraziamo

“Il diritto signorile di imporre nomi si estende così lontano che ci si potrebbe permettere di concepire l’origine stessa del linguaggio come un’estrinsecazione di potenza da parte di coloro che esercitano il dominio: costoro dicono “questo è questo e questo”, costoro impongono con una parola il suggello definitivo a ogni cosa e a ogni evento e in tal modo, per così dire, se ne appropriano”.

(Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale, I, 2)

Giunge inesorabile, con l’approssimarsi fatidico del 24 maggio, l’ora fatale della rutilante lezione su Giuseppe Ungaretti (nella foto, ndr) (“Modulo 5 del programma disciplinare, anno scolastico 2015-2016: l’Ermetismo e la poetica del Novecento”). Com’è d’uso, inizio a scandire deferente, dinanzi alla classe in quiescenza, il testo di “Veglia”, compitando con esaperante lentezza i rattratti versicoli, sillabando i participi passati con aspro stridor d’allitterazioni dentali e alveolari (“Butttttato! Massacrrrrratttto! Digrrrrignatttta! Penetrrrrrattta!”).

Ammutolisco ossequioso e repentino, per la canonica mezz’oretta, dinanzi alla pausa sublime tra la prima e seconda strofa, mentre gli allievi levano torpidamente verso la cattedra occhi ricolmi di speranza in un mio improvviso colpo apoplettico; come in quella leggenda metropolitana del maestro morto in piedi mentre leggeva lo “Zang Tumb Tumb” di Marinetti, senza che nessuno distinguesse i suoi rantoli dalle deflagrazioni futuriste della Battaglia di Adrianopoli.

Istrionicamente, provoco la classe assonnata, affermando che per offrire della lirica in esame un’interpretazione adeguata, occorrerebbe fermarsi in assoluto silenzio, per cinque o sei ore, dinanzi alla pausa strofica, prima di dare lettura degli ultimi, densissimi tre versi, esito di una lunga riflessione condotta nel più profondo silenzio. Ottengo in risposta il pianificato sghignazzo oligofrenico ed alcuni ilari nitriti (iiiiiii...). I più ribaldi propongono di andare a prendere la tenda da campeggio, la chitarra e le salsicce da arrostire, in attesa del lancinante explicit lirico.

Il silenzio è qualcosa che in Ungaretti assume un valore poderoso, un’intensità di significato inaudita, ma che risulta oggi impossibile da comunicare alla generazione della discoteca e del battibecco whatsappico. Comunicare il silenzio è, in effetti, più un ossimoro che un obiettivo didattico razionalmente concepibile.

Non si può capire una poesia come “Veglia”, se non si prova a immaginare come dev’essersi sentito Ungaretti in quell’antivigilia d’un Natale di guerra di più di cent’anni fa, nel buio della trincea, nel gelo del Monte San Michele, con la morte stesa al suo fianco e tutt’intorno il silenzio più profondo che si possa immaginare. A sprazzi qualche breve lamento dei compagni infreddoliti o feriti, qualche scoppio di artiglieria lontana o minacciosamente prossima, poi di nuovo silenzio assoluto, per ore ed ore. Unica luce quella della luna, che nel succedersi dei versicoli rivela, un pezzo alla volta, l’anatomia sconvolta del compagno straziato: la disarticolazione delle membra (“buttato”), le ferite orribili (“massacrato”), la bocca, i denti (“digrignata”), le mani contorte.

E’ in queste notti, è in questo gelo rischiarato dai razzi illuminanti, è in questo silenzio senza fine che termina, ciclicamente e inevitabilmente, il rumore assordante delle nostre fasi storiche. In esso tacciono i nostri discorsi. Qui finisce la prosopopea positivista sulle illimitate capacità dell’uomo di creare progresso e benessere attraverso la tecnologia. Qui tacciono tutte le chiacchiere rivoluzionarie sull’eguaglianza e sui diritti: si tocca ora con mano che qualcuno o qualcosa, come diceva Totò, aveva già provveduto a renderci uguali fin dall’alba dei tempi. Qui, alla presenza tangibile non solo della morte, ma della fragilità umana (eravamo come foglie, sugli alberi, d’autunno, e non lo vedevamo!) ammutolisce la retorica risorgimentale sul coraggio, sul valore, sugli eroi. Qui, in quest’oblio punteggiato da scoppi fugaci, alla starnazzante e secolare protervia dell’Europa parolaia viene staccato l’audio, viene tolto il microfono per sempre.

Ungaretti tenta come può di rendere graficamente queste inopinate sonorità della guerra, con le sue poche sillabe scarne che emergono dall’immenso bianco della pagina come piccoli e rari suoni immersi in un silenzio infinito. E’ questo che dà alla sua poesia quel ritmo e quella cadenza così peculiari.

Ma in quel silenzio, all’improvviso, si nota qualcosa di strano, mai visto prima. Le parole, così affondate in quella quiete, acquisiscono inaspettatamente una forza straordinaria, una capacità non solo evocativa, ma creativa, che nessuno poteva sospettare. Le parole “vita” e “morte” iniziano a risplendere di un significato diverso, così dissimile da quello limitante e ridicolo in cui lo squittìo della scienza medica le aveva confinate; la parola “fratelli”, udita pronunciare una notte nel buio della trincea, riesce a trasformare tanti singoli individui perduti nell’oscurità in un gruppo coeso, capace di ribellarsi alla propria fragilità e di resistervi; parole banali come “foglie”, “alberi”, “mare”, “nebbia”, acquisiscono improvvisamente un senso poderoso, quello che possedevano quando per la prima volta, all’alba dei tempi, un uomo utilizzò certi suoni per identificare sezioni specifiche della realtà, distinguendole così dal tutto e portandole ad esistenza. La potenza demiurgica delle parole, annichilita dal frastuono della comunicazione, umiliata dall’uso quotidiano, accuratamente disinnescata dai barbagianni preposti alla trasmissione del sapere, si riprende, nel silenzio, la sua funzione generatrice.

E la luce! Quando la vedi sorgere, quando, in trincea, la senti attenuare il freddo e dissipare il buio, capisci che non è più soltanto una parola, né il fenomeno astronomico d’imbarazzante prosaicità descritto nei libri grifagni delle accademie. Essa è invece una divinità che ti parla, che ti trasmette con un linguaggio misterioso il senso dell’appartenenza ad un’immensità sacra di cui sei parte, che t’illumina d’immenso. Una scoperta che ti riempie di una gioia folle, ultraterrena. La stessa gioia che ti farà intitolare, paradossalmente, “L’allegria” la raccolta delle tue liriche nate nel fumo e nel pianto della guerra.

In trincea i dogmi della scienza positivista perdono tutto il loro charme: non è più così semplice, adesso, chiamare “barbari” o “selvaggi” i cavernicoli che adoravano il sole, vero?

Ci si sente obbligati ad onorare questo miracolo, questa resurrezione delle parole, ponendo ciascuna di esse, con il suo immenso carico generativo, in posizione di spicco, incoronandola come unità metrica a sé, lasciandola risplendere, sola al centro del silenzio, del potere che ne emana.

Veglia” non è altro che questo: un risveglio, sfolgorante e inarrestabile, della potenza creatrice delle parole nel singolo individuo, il quale riscopre, nella gestazione del silenzio, di contenere in sé la loro energia primordiale. Le sue parole, ridestate, “penetrano” ora come un fiume in piena nel balbettìo sconcio della comunicazione di massa e generano, da questa morte, un desiderio di vita incontenibile. Ricostruiscono una realtà nuova sulla frastornante tabula rasa di valori e certezze da cui ogni epoca storica cerca infine scampo, ricorrendo alla guerra come a una palingenesi: “Dopo tanta/ nebbia/ a una/ a una/ si svelano/ le stelle”.

Ricordo, da bambino, di aver sperimentato questo potere delle parole in certi pomeriggi silenti e pieni di sole – più montaliani che ungarettiani, in verità – in cui, mentre il mondo giaceva addormentato, davo un nome alle mie sensazioni e ai miei pensieri. Fu in questi pomeriggi che riconobbi in me – nominandoli e facendoli così esistere – la malinconia, il rimorso, il dolore. Fu in questi pomeriggi che, col potere della parola, decisi che Dio (intendo: il Dio terribile e vendicativo delle Sacre Scritture) non esisteva e non poteva minacciarmi, scacciandolo così per sempre dal mio paradiso terrestre. Fu in quei pomeriggi che costruii la mia realtà, come fanno tutti i bambini che si avviano a diventare adulti: ed era una realtà ricca di significati, complessa, che connetteva strettamente universo esterno e universo interiore. Una realtà in cui, tutto sommato, ho vissuto abbastanza felice.

Se quanto detto fin qui sembra soltanto il delirio di un folle, chiedo scusa ai lettori, nonché ai miei allievi, ai quali, anno dopo anno, propino questa solfa. Lo faccio nella segreta speranza di produrre, anche in loro, il “risveglio” che una vita fa salvò me (e Ungaretti) dalla schiavitù verso quei signori del rumore (potremmo chiamarli “dei del tuono”), i quali, appropriatisi delle parole, ne gestiscono il significato e il potere creativo, affogandole nel bailamme mediatico, mutilandone e stravolgendone l’accezione, costringendoci tutti ad abitare nella realtà rarefatta e distorta che essi stessi hanno progettato per noi.

Osservo i messaggi che piovono sul mio gruppo Whatsapp: parole ridotte a scheletri, a resti consonantici ossificati (xkè, tnt, nn…), ad orribili spettri senz’anima, composti di solo significante, che ululano telematicamente i loro lugubri sogghigni (Eheheheh, ahahahah…); oppure rimpiazzate, dopo morte, da miserande faccine giallastre che, in un gesto d’estremo oltraggio, si producono in pernacchie, linguacce e strabuzzo d’occhi, là dove un tempo regnava il calore vibrante del senso compiuto.

Osservo le prime pagine dei giornali ed è un’esibizione degli orrori: parole come pesci morti, distese con pupille spente nella loro bara di sale refrigerata. “Addio a Tizio”, “Addio a Caio”… Ogni giorno che Dio manda in terra si dà l’addio a qualche idiota. La parola “addio”, così privata, così evocativa, così semanticamente densa, degradata a barboso necrologio, a coccodrillo piagnucolento di celebrità insulse. Parole un tempo vitali come “violenza”, “immigrati”, “donne”, “razzismo”, sterilizzate, separate dal loro significante concreto e poi ricomposte in mille e mille configurazioni ideologiche contronatura, come agghiaccianti mostri di Frankenstein. Parole cancellate per sempre, come “negro”, “giudeo”, “handicappato”, “minorato”, “vecchio”. Parole che si dibattono come mosche nella tela del ragno, come “bimbi”, un tempo evocativa di giochi e sorrisi, oggi effigie di cadaverini straziati dalle bombe. Sarà per questo che sento ormai, negli asili nido, definire “ragazzi” anche i lattanti? I bimbi evocano ormai solo immagini di morte…

Su tutto incombe l’oscena macedonia di serio e faceto, di tragico e frivolo, di eccidio e musica rap, che appiattisce, tritura, mutila le parole, riducendole a suoni semanticamente neutri e dunque tinteggiabili, all’occorrenza, della sfumatura preferita dai loro manipolatori.

I fabbricanti di mondi erigono per noi sontuosi templi del rumore (reality show, talent show, talk show, discoteche), ben sapendo che il potere demiurgico della parola nasce nel silenzio e muore nello strepito. “Non gridate più, non gridate / Se li volete ancora udire / Se sperate di non perire”, supplicava inascoltato l’Ungaretti del secondo dopoguerra, quando la macchina della propaganda stava rimettendosi in moto come una schiacciasassi, con una pervasività mai vista prima.

Non so più come spiegare, ai miei alunni e al mondo, che questa è un’immensa tragedia.

Dove non ci sono più parole, non ci sono idee, e dove non ci sono idee non è più possibile costruire nessuna realtà, se non quella rarefatta e disadorna che può scaturire dalle poche, storte e macilente sillabe di cui ancora i media non si sono appropriati. Senza parole siamo nudi, impotenti, inquilini con sfratto esecutivo di una realtà in affitto. Senza parole, siamo servi degli dei del tuono.

Riuscite a capire di che cosa siete prigionieri?

Riuscite a capire chi vi ha tolto l’audio, chi vi ha strappato la voce?

Gianluca Freda

Fonte: www.comedonchisciotte.org

1.06.2016

Commenti (93)

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    1. Giovina 2 giugno 2016


      "A proposito, nell'articolo ho commesso una grave dimenticanza: mi sono scordato di citare, nella mia minima crestomazia, le "parole zombie", cioè quelle parole morte, che non significano assolutamente niente, ma che vengono coniate e fatte muovere dai media come se straripassero di vitalità e di senso sublime. Parole, appunto, come "ribellione", "imperialismo" e i loro derivati. Ulteriori piccoli mattoni della cella di non-pensiero che ci hanno edificato intorno. L'unica "ribellione" che riesco a concepire in questo momento è quella contro questi morti semantici che camminano, propedeutica a qualunque altra azione.

      (GF) "


      Ciao Gianluca. Naturalmente ho letto anche il tuo scritto. Pero' e' in questo commento che riesci a darne una sintesi. E poi piu' sopra anche nell'altro commento: "Ho bisogno di gente che sappia pensare".


      Credo che la realta' oggi piu' generale e' che tutte quelle parole zombie siano appunto prive della matrice delle Idee, ma ferreamente ormai codificate, quelle parole, in un duro meccanicismo dialettico. Apprezzo molto Hegel, ma oso affermare che le Idee abbiano a loro volta origine dal pensiero, o meglio da un giusto e vero pensare. Spesso si identifica l’Idea col pensare, in realta’ essa viene colta dal pensare.


      Sai scrivere molto bene. E quando dimentichi di metterci qualche parolaccia il risultato e' ancora migliore. Non fraintendere, non sono una bacchettona, mi piace anche dare il giusto risalto alla forma. E rimane sempre che il concetto-contenuto di fondo, ossia la sostanza di cio' che vuoi comunicare in questo articolo, e nei commenti, sia veramente cosa rara di questi tempi. Grazie.

      Credo che i tuoi alunni siano fortunati. Non demordere, amali sempre e comunque, vivono in un’epoca cruciale. E continua ad insegnare la tua “ribellione”.


    1. Black_Jack 2 giugno 2016

      Ma che lezioni pipparolo, da voi è mezzanotte e stai su con i filmini pornografici.


      Ti ho fatto delle domande precise. Se rispondi sul merito bene se no torna ai tuoi sproloqui sentimentali dei quali, lo racconti tu stesso, i tuoi allievi ridono della grossa.


    1. totalrec 1 giugno 2016

      Io non credo che lei lavori. Penso che sia uno dei tanti disoccupati che ingannano i morsi della fame trollando qua e là sui forum. Lo si deduce dal suo eloquio, di livello assai misero, dalla sua totale mancanza di cultura e di pensiero complesso, nonché dal fatto che abbia così tanto tempo da perdere in tentativi di nascondere ciò che realmente è (e che un insegnante vede benissimo).

      (GF)
    1. totalrec 1 giugno 2016

      Senta, qui l'insegnante sono io e lei è l'alunno che straparla di sciocchezze leggiucchiate su internet senza avere studiato. Il mio voto è 2, ora vada al posto e faccia silenzio, che ho da far lezione.

      (GF)
    1. Black_Jack 1 giugno 2016

      Ahah...poverello di Assisi, io uno stipendio di merda basso come il tuo non lo accettavo nemmeno il primo giorno di lavoro della mia vita.



    1. Black_Jack 1 giugno 2016

      È arrivato l'ebefrenico.

      Catullo è il meno esplicito di tutti i poeti latini, quello e forse l'unico che può essere letto su due piani che l'autore stesso concepisce consapevolmente. Nemmeno Petronio arriva a tanto anche se come "persona" è molto più adulto e consapevole (ma ovviamente è meno poeta salvo che in "qualis nox fuit illa" che seppur scritta in maniera troppo rigidamente paratattica rimane la più bella poesia d'amore della letteratura latina).
      Chiediti il perché di certi cambi di passo repentini come in "Etsi me assiduo" dove sta parlando di sciocchezze e improvvisamente cambia referente rivolgendosi piangendo al fratello morto.
      Se lo capisci (ed è escluso da una mezza sega come te) comprendi il perché di quel "regalo" che fa a Ortalo nella chiusa con l'immagine della ragazza, della madre e del pomo.
      Chi è quella ragazza che lascia cadere il pomo, baluba?

      Chiediti come mai nei due carmi al fratello "morto" gli parla direttamente dopo aver scritto che è inutile parlargli...perché, dice: è muto...di solito è inutile parlare coi sordi, non con i muti, non ti pare giuggiolone a 1200 al mese?

      Ti lascio freddo, spietato addetto alla massificazione e schiavizzazione delle anime degli infanti innocenti.
      Non voglio più guardare lo scempio.
      Anche perché qui a Santo Domingo è l'ora del mojito e comincio anche ad avere una certa fame.

      Scriverai ancora e vediamo se questo era un infortunio o se proprio sei ridotto in questo stato in maniera permanente.


    1. makkia 1 giugno 2016

      Non si capisce esattamente a chi o di chi parli.

      Comunque, giusto per la cronaca:
      1. Ungaretti nelle trincee del Carso ci stette, come una foglia d'autunno che non sa quando è il suo turno di cadere. Eppur non volendo, contro ogni logica e contro la natura, che il suo turno arrivi, la foglia si trova impotente, anche solo a contemplare la speranza (il miracolo?) di non doversi staccare dal ramo.

      2. Era dunque contro la guerra. Proprio perché ci ha sbattuto il grugno contro. Cioé radicalmente contro, non "di principio". E nessuno può riuscire a usarlo per farne una narrazione apologetica. Con tutta la cattiva volontà del mondo.

      3. La tragedia è che qualcuno pensi che, siccome le classi dominanti ambiscono al controllo del linguaggio, non ci sia possibilità di sfuggire a questo controllo, e proprio per mezzo del linguaggio. E questa è un tipo di guerra. Una che non ci si può permettere di perdere. Che tuttavia stiamo perdendo, ma non sul campo: la perdiamo traditi da personalità vili e depresse, dotate di troppa autostima per sporcarsi le mani e combattere.


      Whatsapp non è una tragedia in sé, più di quanto lo sia un cercapersone (per chi si ricorda ancora cos'era). Lo diventa solo perché è sommata al resto del nostro mondo. Quello in cui si viene addestrati a esprimersi in 150 caratteri anche quando si potrebbe andare oltre, perdendo così di vista l'obiettivo del linguaggio, che è trasferire i pensieri fra gli uomini, costi quel che costi in termini di parole.

    1. totalrec 1 giugno 2016

      Può darsi, ma se io faccio l'insegnante di letteratura italiana e latina e lei invece è ridotto a fare il troll ci sarà pure un motivo. Probabilmente è un complotto borghese imperialista.

      (GF)

    1. totalrec 1 giugno 2016

      Catullo non fa allusioni, è molto esplicito nel suo erotismo. Se deve dare del testa di minchia a qualcuno, lo fa senza mezzi termini, come nel carme CXV. Chissà se fosse qui cosa penserebbe di uno che non sa riconoscere l'erotismo da un "simbolo fallico". Quando dico che vi mancano parole non elaborate da altri, caro signor Mentula, è questo che intendo: de te fabula narratur.

      (GF)
    1. Black_Jack 1 giugno 2016

      Mi cita Harry Potter...

      Ma non c'è più religione.

      Comunque hai scritto due righe due sulla letteratura latina e sei riucito a dire otto cazzate.
      Una buona media.
      No perché, mi rivolgo agli altri utenti, il signorino sostiene che in Catullo non ci siano allusioni erotiche...
      Ci sono dappertutto meno che nel passero che, guarda il caso alle volte, è veramente un passero.

      Per quanto riguarda l'aratro in poesia, caro il mio professorello gnè gnè, ti mando qui, trovato in due secondi e mezzo.


      http://www.shakespeares-sonnets.com/sonnet/3

      Poveri quegli studenti destinati a buttare gli anni più profittevoli oer il loro studio...

    1. Black_Jack 1 giugno 2016

      Ma sta zitto pirlotto che sono cose che pubblica JSTOR che non sai nemmeno cos'è.

      Naturalmente io le ho pensate prima ma insomma, il fatto che anche loro ne parlino ha un certo peso.
      Mamma mia i tuoi poveri ragazzini come stanno messi.
      Per forza che ti ridono in faccia.
    1. Black_Jack 1 giugno 2016

      Ahahah...ecco l'uomo con il QI più basso di ComeDonChisciotte.


      Allora Mariuccia poverina, qui ti metto Le Parole e l Cose di Foucault che è il libro in cui si trova il saggio su Las Meninas a cui facevo riferimento in uno dei miei post più riusciti e famosi

      https://monoskop.org/images/1/11/Foucault_Michel_Le_parole_e_le_cose.pdf


      Ora devi capire, piccino, che io non vengo qui a fare lezioni. A me interessa che nasca un dialogo perché le mie stesse idee acquistano una loro "tridimensionalità" (me lo consenti il termine pindarico, sì?) solo a contatto con quelle degli altri.
      Allora ascolta bene, cucciolino:

      A) quello che vuoi sapere su Las Meninas, e in particolare c'era la questione del personaggio che arriva dal retro, sta scritto nel saggio di Foucault. Tu non devi leggerti tutto il libro, devi però leggerti l'introduzione sul celebre passo di Borges che racconta dell'Emporio Celestial de los Conoscimientos Benevolos e poi il primo capitolo che è su Las Meninas di Velazquez.
      DOPO che hai letto parliamo e se hai un tuo contributo di riflessione autonomo procediamo altrimenti continui da solo con le tue troiate da mendicante.

      B) la scommessa che ti propongo e che rivolgo al 99% dei lettori qui é che tu, leggendo quelle parti che ti ho indicato nel libro, o eventualmente leggendolo tutto (scusa se rido all'idea che tu possa leggere Foucault) non solo non ci coasici un cazzo come concetti ma non sei nemmeno in grado di dirmi

      1) di che cazzo sta parlando

      2) perché ne parla.

      Sai come mai ne sono sicuro Mariuccia?
      Perché, come ho mostrato nel filmato linkato nel celebre post, Sgarbi ci ha provato, ha CREDUTO di capire, non ci ha capito niente di niente e come vedi nel video si è imappinato a tal punto che Porro gli ha dovuto togliere la parola ridendo.

      Quindi se leggi il libro e mi dici non i concetti ma di che parla e perché (che dovrebbe essere facile oer uno gnomo della tua levatura) continuiamo il discorso.
      Altrimenti come sempre per quelli della tua razza c'è la maniglia del tram alla quale ti potrai attaccare e tirare con forza.
    1. totalrec 1 giugno 2016

      "Tutti sono capaci di parlare il Troll. Tutto ciò che bisogna fare è puntare il dito e grugnire".

      (J. K. Rowlings, "Harry Potter e il calice di fuoco")
    1. RedLizard 1 giugno 2016

      "NO HAI BANDA" diceva David Linch nel suo splendido film Mulholland Drive.

      Anche in quel caso era il silenzio, ma un silenzio terrificante perché era visto dalla prospettiva di personaggi immersi nella realtà di Hollywood, dove essere "in" significava partecipare al gioco e essere "out" era la tragedia di una vita da barboni e di un silenzio assordante. L'esclusione sociale. "No hai banda".

      Ungaretti e David Linch, un accostamento azzardato, magari un'idea per un tema...

    1. MarioG 1 giugno 2016

      Qualcuno qui aspetta ancora l'annunciata lettura critica de Las meninas, ma fa lo stesso: e' gia riuscito comunque a recitare il suo monologo da 'attimo fuggente' alla Robin Williams.

    1. totalrec 1 giugno 2016

      Si dà il caso che io insegni anche letteratura latina. L'istinto sarebbe quello di difendere il povero Catullo dagli squilibrati così privi di parole (dunque di idee) da scorgere simboli fallici e imperialismi perfino nella sua poesia. Mi torna però in mente il vecchio adagio: "Absentem laedit, cum ebrio qui litigat".

      (GF)
    1. Black_Jack 1 giugno 2016

      Ahahah...ma sei il poverino lamentoso che ha scritto l'articolo.

      Ecco perché hai subito sentito una tale prurigine alle riverite terga.
      Vabbe' amico, sei un impiegato e fai quello che puoi, ti capisco.
      Se vuoi qualche consiglio su come rendere interessanti delle opere d'arte chiedi pure.
      Poveri ragazzini però, con te non impareranno un cazzo e passeranno il tempo a sghignazzarti davanti e dietro.

      Hai provato a parlargli di cinema?
      Che film gli faresti vedere tu a dei ragazzini?
      E che film ti piacciono lamentoso professorello?
      Dimmi pure senza imbarazzi. Fammi una minima crestomazia, orsù.

    1. Black_Jack 1 giugno 2016

      Lo so poverino, sei uno che sa lottare ma che non sa pensare.

      Quello vuoil dire essere classe subalterna dentro, non altro.
      Purtroppo non hai capito un cazzo di quello che ho scritto e nelle tua meschinità non hai il coraggio né le capacità per entrare nel merito del discorso.
      Vedi piccinoti sei fermato come un fesso sulla parola antiimperialista.
      Ma a chi era riferita, piccino?
      A Catullo.
      E capisci che è abbastanza strano attribuire un concetto della seconda metà dell'ottocento a un signore che era contemporaneo di Cesare e Cicerone.
      Per di più, cucciolino, tu non lo hai mai letto in vita tua Catullo per cui adesso io ti segnalo il carme che è principalmente "antiimperialista" e tu non ci capisci un cazzo, vuoi vedere?


      http://www.studenti.it/latino/versioni/catullo/carmi/furi-et-aureli_100.html

      Perché comincia con quel lungo elenco di paesi lontani?

      Perché si rivolge a due che sono comites ma non sodales?

      Perché penetrabit indos e arabsve molles?

      E i monimenta magna a cosa alludono?

      Come mai improvvisamente parla della sua donna?

      Come mai la donna è paragonata a un aratro che in poesia è notoriamente un simbolo fallico (vedi i sonetti di Shakespeare)?

      Perché nel contesto di una poesia in cui si parte dalle più lontane province dell'impero lui si paragona a un fiore collocato al confine fra il campo arato e il bosco incolto?

      Ai piccini come te bastano quattro fregnacce sentimentali e soprattutto non devono leggere troppo che è uno sforzo per il quale non hanno né tempo né soldi né cultura.

      A te dove ti mettono stai e lasci che siano i figli delle classi ricche a comprendere il senso di diventare padroni dei loro codici linguistici attraverso un percorso ermeneutico libero e autonomo (ohi baluba...significa "andare a scuola" eh? Non ti fare idee strane...).
      Agli altri, ai figli del popolo incluso il tuo, esigi che venga dato il pastone fast food dei buoni sentimenti, dei luoghi comuni più convenzionali, dei discorsi ridicoli sull'alba in trincea o sulle sensazioni private e politicamente innocue.

      Ma tanto che capisci.

      Oh, cucciolino...se ti fai coraggio e parli del merito di quello che ho detto sono disponibile a discutere.





    1. totalrec 1 giugno 2016

      A proposito, nell'articolo ho commesso una grave dimenticanza: mi sono scordato di citare, nella mia minima crestomazia, le "parole zombie", cioè quelle parole morte, che non significano assolutamente niente, ma che vengono coniate e fatte muovere dai media come se straripassero di vitalità e di senso sublime. Parole, appunto, come "ribellione", "imperialismo" e i loro derivati. Ulteriori piccoli mattoni della cella di non-pensiero che ci hanno edificato intorno. L'unica "ribellione" che riesco a concepire in questo momento è quella contro questi morti semantici che camminano, propedeutica a qualunque altra azione.

      (GF)
    1. totalrec 1 giugno 2016

      Molto generoso, ma mi serve più gente che sappia pensare. A lottare riesco anche da solo.

      (GF)

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