L’estinzione dei figli

Di Roberto Pecchioli

La nostra società è in estinzione ma non lo sa, o meglio non lo vuole sapere. Come lo struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia per non vedere. Un esempio è l’Agenda 2030 dell’ONU che dietro le belle parole e la confezione accattivante, è profondamente antinatalista e antiumana. A partire da un’espressione terribile della neolingua, le parole invertite del mondo senza verità: salute riproduttiva, sinonimo di aborto. Bugia pura: la gravidanza non è una malattia e la sua interruzione non ha nulla di riproduttivo.

L’Occidente si suicida gaiamente tentando di imporre le sue follie di malato terminale al resto del mondo. Nel cielo plumbeo di fine civiltà – l’immigrazione massiccia non salverà l’infermo ma ne affretterà il trapasso – c’è bisogno di oasi, di ritrovare speranza, fiducia, per non soccombere o rinchiudersi in se stessi. Peregrinando in rete da assetati in cerca di una fontana, accogliamo con piacere l’uscita di alcuni libri controcorrente, due negli Stati Uniti, epicentro del terremoto esistenziale, l’altro in Spagna, ex bastione della famiglia. Richiamano la speranza, l’ardua scommessa di sposarsi, avere figli, lottare per il futuro. Analizzano il problema più grave del presente, che racchiude in sé tutti gli altri, il crollo della natalità, l’inverno demografico con tutti i disastri che ne derivano, insieme al basso tasso di matrimoni e all’instabilità familiare.

Quando si installa il nulla, si preferisce il non essere all’essere. Questa è tesi de La extinciòn de los hijos, l’estinzione dei figli, di José Ignacio Leániz, un titolo che è un pugno nello stomaco. Il sottotitolo, richiamato dall’ immagine di copertina, è Il ritorno del pifferaio di Hamelin. La fiaba dei fratelli Grimm narra di un uomo che, al suono del piffero, libera una città infestata dai topi. Poiché il borgomastro non lo paga, per vendetta riesce a farsi seguire dai bambini della città, incantati dalla musica, a cui fa fare la stessa fine dei ratti. Una metafora assai chiara.

Per millenni la nascita dei bambini è stata accolta con gioia e feste. È stato il XX secolo a cambiare tutto. Quando si preferisce l’assenza all’essere, subentra il nichilismo: padroni del nostro destino con vista sul nulla. La maggioranza dei giovani non solo non ha intenzione di sposarsi e costruire un progetto di coppia, ma rigetta con orrore la possibilità di avere figli. Troppe responsabilità, la perdita del tipo di libertà proposto dal pensiero dominante, il timore verso qualsiasi relazione definitiva: si è genitori per sempre. Esiste una tendenza femminile detta child-free, ovvero la vita “libera” dai bambini. I potenziali padri non proferiscono verbo: irresponsabilità più indifferenza. Non importa più la continuità della stirpe, simboleggiata dall’orgoglio per la trasmissione del cognome. Che cosa è successo per aver smesso di pensare che ogni vita umana è un dono sino a preferire cani e gatti ai bambini? Che cosa spinge i giovani a non desiderare più di sposarsi? Che cosa fa considerare i figli un peso, oltreché un pericolo per l’ambiente? L’aborto diventa un diritto universale con l’applauso maschile. È un sinistro segnale della fine. Eppure, ci conviviamo, ci siamo abituati senza opposizione. Il dibattito è chiuso nel silenzio. A ciò si accompagna la visione dell’essere umano come nemico di Gaia, il nome animista della Terra: le persone umane sono una minaccia per il pianeta. All’armamentario antinatalista si affianca l’apocalisse climatica. Meglio astenersi dalla procreazione, come i Catari medievali per i quali il sesso era la trappola dello spirito tesa da un Dio malvagio.

Sostituiamo i bambini con gli animali domestici, evitiamo il volto degli altri umani. Un elemento significativo su cui poco si riflette è che generalmente gli animali trattati come figli sostituitivi, umanizzati e coccolati, non ci sopravvivono. Un altro elemento innaturale. La maggior parte dei giovani non ha fratelli. Come possiamo sorprenderci che non vi sia solidarietà, condivisione, comunità, se non l’hanno mai sperimentata? Chissà se una Rivoluzione Francese contemporanea proclamerebbe la fraternità in un orizzonte di figli unici, di nemici reciproci in competizione permanente. Stiamo anche diventando una società senza nonni. Domani chi vive senza figli perderà anche questa esperienza. Il numero dei componenti dei nuclei familiari crolla mentre la statistica considera “nucleo” anche l’esercito crescente dei solitari. Nessuno ci chiuderà gli occhi, o semplicemente si interesserà della nostra esistenza. Basta un giro tra i banchi del supermercato per verificare il cambiamento: sempre più monoporzioni per gente sola con animali al guinzaglio. Si estendono i corridoi dei prodotti per animali, si restringe lo spazio degli alimenti per l’infanzia.

Quest’arsura dell’anima è ancorata a una vita senza fede – non solo religiosa – senza speranza, senza scommessa sul futuro, di cui abbiamo una visione cupa, angosciante. La crisi della figura del padre è legata alla perdita dell’idea del Dio cristiano. Le chiavi della ripresa della natalità si trovano nelle convinzioni esistenziali perdute. I figli sono proiezione nel domani, fiducia. Senza il recupero di un senso della vita orientato al futuro, alla trasmissione, all’ottimismo – tanto potente nei popoli mediterranei sino a pochi decenni fa – non si hanno eredi. Non rinasce la società se non cambiano le idee di fondo. Il messaggio si rafforza nei due libri americani, di taglio sociologico. I bambini di Hanna, le donne sfidano la denatalità di Catherine R. Pakaluk è la storia di madri con molti figli. La normalità nelle società tradizionali, un’eccezione derisa e ignorata oggi. L’approccio di Palakuk è innovativo: non si concentra sulle misure economiche di contrasto alla natalità, ma sui motivi profondi che inducono alcuni ad avere una prole numerosa. La questione è: come sono visti oggi la vita umana e i bambini? Il testo contiene interviste approfondite a decine di donne con almeno cinque figli, un segmento residuale di popolazione (negli Usa meno del 5 per cento) L’obiettivo è scoprire che cosa anima la testa e il cuore di queste donne in controtendenza. I denominatori comuni di persone delle più diverse origini, classi sociali e confessioni religiose sono: credere che un figlio sia sempre un dono; che i figli diano senso e scopo alla vita molto più di ogni altra cosa (lavoro, carriera, denaro); fede e pratica religiosa. Il quarto elemento è la fiducia nel coniuge: non c’è paura dell’abbandono o del divorzio, ci si fida del marito a prescindere dalla distribuzione dei compiti o da chi porta i soldi a casa. Un inno alla solidarietà, alla maternità (e alla paternità) paradossalmente condiviso dalle ultime idee di una femminista atea e lesbica, Camille Paglia, autrice del famoso Sexual Personae. La Paglia ha di recente rivalutato la scelta della maternità e preso atto che per moltissime donne – specie delle classi popolari – il lavoro inteso come realizzazione non è una priorità.

Get married (Sposarsi); perché gli americani devono sfidare le élite; formare nuove famiglie e salvare la civiltà di Brad Wilcox analizza i matrimoni stabili, una rarità negli Usa dove oltre un matrimonio su due finisce con il divorzio. La stabilità coniugale è l’elemento che influenza in maniera decisiva il percorso dei figli. Wilcox identifica quattro profili tra coloro che mantengono matrimoni stabili: le persone che hanno valori politici e sociali conservatori; i religiosi praticanti; quelli che chiama tosti, combattivi (strivers), con un’istruzione superiore e buone risorse economiche ; infine gli americani di origine asiatica poiché riuniscono una solida coesione ed etica familiare (grande solidarietà intergenerazionale con cura reciproca e presenza dei nonni), dedizione alle nuove generazioni, nonché una forte attenzione ai figli nello studio e nei valori esistenziali. Wilcox esamina il cambiamento di mentalità avvenuto dagli anni Settanta agli anni Ottanta; il passaggio dal noi all’io; il sabotaggio dell’istituzione chiave di ogni società che cerca di sopravvivere, il matrimonio; la diffusione di una serie di idee – in gran parte alto borghesi – dimostratesi false e perniciose. Il primo mito negativo era che il matrimonio non fosse affatto vantaggioso per la stragrande maggioranza delle donne e degli uomini. Da soli si vive meglio: si è più ricchi, si ha una migliore proiezione professionale e una maggiore soddisfazione di vita. I fatti ne hanno dimostrato la falsità. L’ avversione al matrimonio e l’idealizzazione del single si spiega anche con la paura del divorzio di molti uomini, timorosi di rimanere senza nulla, nonché con l’assioma femminista “noi donne possiamo cavarcela perfettamente”. Gli uomini sono il nemico e la vita professionale (le carriere, il successo che alla fine riguarda piccole minoranze, uomini o donne) è ciò che veramente “realizza”, non la relazione con chi amiamo e ci ama.

La stessa conclusione – nonostante la distanza ideale – della Paglia e di Nancy Fraser, altra femminista parzialmente tornata sui suoi passi. Il secondo mito è costituito dai modelli familiari in cui la passione e il denaro sono gli elementi costitutivi del rapporto e non la stabilità di un matrimonio fondato sull’ impegno reciproco tendenzialmente definitivo. Il terzo si riferisce all’idea di un’anima gemella e di un amore il cui percorso è determinato dal sentimentalismo (“purché tu mi renda felice”). Un armamentario di storie immaginarie e reali per insegnare che si ama autenticamente “sentendo farfalle nello stomaco”, un’adolescenza interminabile a cui non segue la maturità. Il risultato sono aspettative eccessive, incapacità di affrontare le difficoltà, il disincanto che rende il divorzio e l’abbandono le sole vie d’uscita, seguiti dall’amarezza e dalla sfiducia in nuovi rapporti. Su quelle fragili basi è ovvia la crisi del matrimonio, la scelta di non avere figli e, quando ci sono, il rischio di farli diventare la posta di guerre infinite. I pilastri su cui ricostruire sono anteporre noi a “io”, ciò che è condiviso al sé, assai difficile in un’epoca di egolatria, narcisismo, conti separati, pignola contabilità del dare e dell’avere. Riconoscere che la paternità e la maternità non sono trappole per la felicità, ma aggiungono significato e scopo alla vita (come dichiarano le donne interrogate dalla Pakaluk), senza la pretesa di essere genitori ideali o di avere figli perfetti. Un ulteriore pilastro è impegnarsi nel rapporto, trasformando la fedeltà e la lealtà in valori vissuti concretamente. Un altro è restituire agli uomini il ruolo di protezione, responsabilità e indirizzo familiare. Infine, anche per Wilcox la fede e la pratica religiosa aiutano la stabilità coniugale e familiare.

Buon senso comune: la storia dei nostri genitori e dei nostri nonni. Il problema è che occorre una rivoluzione, o meglio una controrivoluzione. Di valori, principi, prospettive. Assai improbabile, nel deserto illuminato da luci che accecano e poi lasciano al buio. Però non c’è altra soluzione. Non si risolvono i problemi con le mentalità che li hanno prodotti. La crisi della famiglia, il crollo dell’istituto familiare non potevano che determinare denatalità e disagio esistenziale per i pochi che vengono al mondo. L’estinzione dei figli non si cura con le provvidenze economiche, pur necessarie. O rivoltiamo come un calzino questa società – il Titanic che naufraga mentre l’orchestra suona e i passeggeri danzano – o l’estinzione dei figli sarà la logica conseguenza del male di vivere. Ricominciare daccapo: madre, padre, figli, famiglia, comunità. La vita.

Di Roberto Pecchioli

Roberto Pecchioli, studioso di geopolitica, economia e storia, svolge un’intensa attività pubblicistica in ambito saggistico. Collabora con riviste e siti web di cultura e informazione indipendente.

27.06.2024

Fonte: https://www.ereticamente.net/lestinzione-dei-figli-roberto-pecchioli/

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