L’egemonia di Gramsci e i partiti senza popolo del tardo capitalismo

Possono i partiti popolari di oggi, con i loro programmi a favore delle tutele sociali e del lavoro, in difesa della Costituzione e delle vecchie istituzioni repubblicane, essere ancora forieri di un’emancipazione collettiva? La risposta è negativa se viene a mancare una seria riflessione sulla forma partito e il suo modo di svilupparsi nell’essere sociale.

Quella che segue è una analisi storico politica sulla cellula fondamentale di rappresentanza economica e sociale per le classi popolari. Com’era ieri, Com’è oggi. E domani?

Buona lettura.

L’egemonia di Gramsci e i partiti senza popolo del tardo capitalismo

Di Jacopo D’Alessio, Italiaesc.it

La realtà oggettiva dell’essere sociale è la stessa nella sua immediatezza tanto per il proletariato quanto per la borghesia.

Gyorgy Luckàcs

Gyorgy Luckàcs

Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere). Dopo, quando esercita il potere ed anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere anche dirigente.

Antonio Gramsci

Antonio Gramsci

1. Introduzione. I Partiti popolari moderni fino alla Prima Repubblica e l’essere sociale

Dopo la comparsa, negli anni ’30 del secolo XIX, di sparpagliate leghe operaie, il socialismo si diffonde attraverso movimenti sempre più radicati e, grazie anche ad una consistente letteratura, riesce a fissarsi inoltre a livello simbolico durante la Prima Internazionale del 1865. Da questo momento in poi, nei diversi paesi europei nacquero partiti fondati su principi di organizzazione collettiva, l’unica adeguata a rappresentare l’avvento della nuova società di massa agricolo-industriale. Difatti, alla domanda conclusiva che Gramsci si pone ne Il Risorgimento, riguardo il fallimento parziale di quella esperienza politica, il filosofo risponde offrendo al lettore una definizione sintetica ma già piuttosto esaustiva di partito popolare post-unitario:

La verità è che il programma di Pisacane era altrettanto indeterminato da quello di Mazzini. […] 1) perché programmi concreti in realtà non esistettero mai in quegli anni, ma appunto solo tendenze generali più o meno fluttuanti; 2) perché appunto in quel periodo non esistettero partiti selezionati e omogenei, ma solo bande zingaresche fluttuanti e incerte […] 3) che tale programma fosse condiviso dalle grandi masse popolari e le avesse educate a insorgere simultaneamente in tutto il paese (Gramsci 2000: 146-147)[i].

Dunque, attribuiamo al partito dei Gramsci, dei Togliatti, dei Nenni, e dei Basso, la funzione moderna di aver creato: 1) un progetto pragmatico che esisteva al di là dei singoli attori partecipanti (programmi concreti); 2) la scelta di persone di valore e una disciplina di vita che rendeva il partito unito nelle idee, sotto principi inoltre di umiltà e di uguaglianza (partiti selezionati e omogenei); 3) la missione di rendere quel progetto il fulcro di maggiore condivisone possibile con il popolo (condiviso dalle grandi masse popolari), soltanto ora più omogeneo rispetto al passato, e quindi potenzialmente soggetto di trasformazioni politiche-sociali radicali (educate a insorgere). Storicamente, quest’ultima funzione, che serviva per selezionare i militanti e perseguire obiettivi di consenso all’esterno del partito, prese il nome di egemonia.

A – Ricapitolando, se il soggetto politico rimaneva il centro dell’organizzazione e della prassi, quest’ultimo si trovava sempre ad operare contemporaneamente in un contesto oggettivo che lo trascendeva, attraverso: 1) un progetto super partes; 2) e dei blocchi sociali esterni; ovvero, nell’ambito di un essere sociale che lo ricomprendeva entro di sé.

Eppure, dalla fine della Prima Repubblica in poi non è stato più così. Se ad esempio il Partito Democratico ha rinnegato il suo legame con i lavoratori per intercettare solo il consenso degli istituti di credito e della grande distribuzione, entrambi distanti dai disagi delle classi subalterne, Forza Italia è stato invece il partito per eccellenza del man self made di impronta thatcheriana, incentrato unicamente sul personalismo del leader. In tutti e due i casi ci troviamo in presenza di partiti post-moderni, definiti così in quanto tale atteggiamento viene assunto da tutti quegli organismi chiusi che riproducono la loro soggettività identica a se stessa nell’intento di proiettare il proprio interesse di classe particolare sulla società presa nel suo insieme. Per questa ragione, si assiste da parte loro ad un crollo simbolico della realtà medesima che non riesce più ad essere riconosciuta e descritta come tale, per essere sostituita con un proprio surrogato fantasma, o allucinazione (Jameson 1989)[ii]. Va da sé che il ricorso frequente al governo tecnico e il pilota automatico di Bruxelles rappresentino la fase più avanzata dell’attuale metamorfosi dei partiti verso l’esclusione, sia pur ancora non scritta ma ormai codificata, delle masse popolari dalla costruzione dei progetti politici nell’ambito delle attuali post-democrazie europee e occidentali.

B – Di conseguenza, esattamente all’opposto dei partiti delle origini, quelli post-moderni hanno avuto progressivamente sempre meno bisogno di cercare una propria legittimazione: 1) tanto che fosse dovuta a progetti al di sopra degli interessi di gruppi sociali specifici e di leader individuali; 2) quanto quella di un impegno strategico per la costruzione di un autentico consenso di massa. In conclusione, tali partiti sono composti da nomenclature che si auto-riproducono per partenogenesi al di fuori di rapporti di forza reali.

Ora, però, l’analisi del presente articolo vuole indagare questo aspetto più nel profondo e quindi si applica anche alla galassia sovranista costituzionale e neo-socialista con particolare riguardo ai due partiti più noti dell’area: Ialexit con Paragone e Riconquistare l’Italia. Difatti, se il Partito Democratico, in virtù di una precedente eredità storico-egemonica ereditata dal PCI, oppure Forza Italia, grazie alla disponibilità di ingenti risorse finanziarie private, hanno scelto coscientemente di rinunciare a ricomprendere le contraddizioni esterne entro una traiettoria egemonica, perché appunto non ne traevano più alcun beneficio, esiste tuttavia anche un ampio spettro di partiti di estrazione popolare persuasi invece di essere sufficienti a se stessi. Tutto ciò in una paradossale prospettiva auto-referenziale (o allucinatoria) dove è venuta a mancare del tutto la mediazione fuori di sé. Dunque, obiettivo finale dell’articolo sarà di mettere in luce proprio l’assenza, da parte dei partiti costruiti dal basso, di una riflessione sulla posizione che hanno concretamente assunto nell’ambito dell’essere sociale.

2. La polemica sul Risorgimento

La propaganda socialista italiana di fine 800 è fittissima e si dirama con una serie di manifesti e di riviste come la La plebe,del redattore Enrico Bignani, apparsa a Lodi nel 1862: ovvero, ben trent’anni prima che venisse fondato il Partito dei Lavoratori Italiano nel 1892 (Pisano 1985)[iii]. Secondo Turati, infatti, il soggetto politico non ha ragion d’essere se non si rivolge, guida, e contribuisce a costruire un proprio interlocutore specifico, storico sociale, che sarà individuato in quell’epoca nel proletariato dei grandi agglomerati urbani del triangolo industriale di Milano, Genova, e Torino. Ma il partito non si limitava a parlare semplicemente ai lavoratori. Li andava a cercare; li incontrava direttamente nelle officine; li persuadeva; sentiva il dovere di conquistarli. Così che tale processo di incontro tra avanguardia proletaria e piccolo borghese, con il popolo, raggiunge il suo punto più alto circa sessant’anni dopo, durante il famoso Biennio rosso, che consisterà nell’occupazione delle fabbriche di Torino tra il 1921 e il 1922.

Guardando a ritroso, è proprio la mancanza di tale convergenza con le masse a diventare l’oggetto   polemico di Antonio Gramsci (2000)[iv] nei confronti dei leader del Risorgimento, autori più che altro di una ‘conquista regia’ da parte dei Savoia e perciò di una ‘mancata rivoluzione popolare’ come l’aveva descritta il Cuoco. Gramsci, d’altronde, aveva avuto davanti a sé almeno due casi esemplari, praticamente identici, che dimostravano la validità della sua tesi. Da una parte, l’impresa storica di Robespierre, quando i giacobini nel 1789 erano riusciti a conquistare Parigi, nella misura in cui compresero di poter raggiungere tale obiettivo solo incrociando il consenso degli abitanti della capitale con quello delle masse rurali provenienti dal resto del paese (Gramsci 2000)[v]. Dall’altra, c’era stato il recente modello della Rivoluzione d’Ottobre, nella quale Lenin (2017)[vi], per sconfiggere i Menscevichi, aveva intuito che il partito comunista avrebbe dovuto cucire insieme gli interessi degli operai delle grandi città occidentali, come Mosca e Pietroburgo, con quelli dei contadini che vivevano in Siberia, nella parte  più orientale della Russia.

Lenin (pseudonimo di Vladimir Il’ič Ul’janov)

Tuttavia, tale presa di distanza dall’élite liberale non discendeva solo da un’analisi storica, come soleva fare il Croce, quanto piuttosto teorica. Sostiene a ragione Costanzo Preve (2012)[vii] che Croce e Gentile condividevano con Gramsci la corrente neo-idealista ma, rispetto agli altri due filosofi, quest’ultimo l’aveva declinata per mezzo del materialismo storico, dando luogoinfinead una propria impostazione originale del marxismo. Non si trattava infatti di pensare nemmeno ad un soggetto ideale come quello gentiliano nella sua accezione pura. Diversamente, per Gramsci, l’idea di soggetto hegeliano diventava immanente, e perciò si calava all’interno dei rapporti sociali fra gli uomini: quindi nella storia. Dunque, mentre per Gramsci il soggetto politico, nonostante partisse da una condizione scissa rispetto alla totalità popolare, l’avrebbe dovuta ricomprendere con il fine di trasformare se stesso, insieme a quella, nella nazione italiana, la classe liberale, al contrario, era stata solamente capace di contemplarla dall’esterno, identificando l’essere sociale nella mera cosa in sé (cioè che ha solo senso in se stessa) kantiana: un oggetto incomprensibile all’intelletto e perciò estraneo anche alla propria influenza d’azione (Gramsci 2000)[viii]. Per dirla con la Fenomenologia dello Spirito, gli eroi della Destra Storica erano stati portatori di una ‘coscienza infelice’ che rimandava ad una visione della realtà solo parzialmente corretta in quanto viziata dal proprio punto vista. Prendiamo l’esempio del Moderato Crispi, l’avvocato siciliano che sarà giacobino soltanto nella sua volontà determinata di fare unita l’Italia. Mentre rimarrà totalmente incapace di negare la soggettività piccolo borghese che lo connotava, tanto da realizzare al governo un’alleanza con i latifondisti del Mezzogiorno a scapito dei contadini, pur di non mettere a repentaglio la conquista piemontese (Gramsci 2000)[ix].

Allora, per quale motivo i Moderati non furono in grado di uscire dalla loro egoità?

Perché la classe dirigente del Risorgimento si percepiva come un soggetto politico artefice del proprio destino, specchio di quelle costituzioni liberali che, dalla Rivoluzione Francese fino al ’48, erano state gradualmente imposte ai sovrani di mezza Europa mediante la loro promozione in parlamento. Fu grazie alla conquista del potere attraverso i moti di inizio secolo, e nonostante la Restaurazione del Congresso di Vienna, che la grande borghesia italiana del 1860 era stata in grado di fondare una propria etica soggettiva. Ed è solo verso quest’ultima che i liberali (anche piccolo-boerghesi) rispondevano nel realizzare i propri interessi di classe, rispetto ai quali venivano ancora esclusi il suffragio universale, i diritti del lavoro, e i partiti: istanze popolari che non riuscivano a trovare una loro collocazione in quella Weltanschauung (Hobsbawn 2016)[x]. Di conseguenza, come dicevamo, lo sbaglio dei liberali fu quello di proiettare le leggi di un Io legislatore parcellizzato sull’interesse complessivo dell’intera nazione. Ovvero, si trattava di un’idea particolare che, in maniera contraddittoria, avrebbe voluto raggiungere ingiustamente il piano universale.

D’altronde, neanche il Partito d’azione riuscì a dare luogo ad una rivoluzione popolare. Se si faceva eccezione per una certa parte più autenticamente progressista, come Garibaldi e il Pisacane, nemmeno proletariato e piccola borghesia erano stati in grado di raggiungere da soli (in modo automatico e deterministico) la consapevolezza della propria condizione alienata, così da superarla per ricomprendere in sé le leggi che informavano i rapporti di forza fuori di loro.

Perché il Partito d’Azione fosse diventato una forza autonoma e, in ultima analisi, fosse riuscito ad imprimere al moto del Risorgimento un carattere più marcatamente popolare e democratico avrebbe dovuto contrapporre all’attività empirica dei Moderati un programma organico di governo che riflettesse le rivendicazioni essenziali delle masse popolari, in primo luogo dei contadini. […]. (Gramsci 2000: 89)[xi].

Francesco Crispi

3. Il concetto di egemonia in Gramsci

Quindi, per fare luce a pieno su tale fallacia, ci deve venire in aiuto anche un secondo scritto di Gramsci, Il Materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce. Il fallimento era sopraggiunto perché l’auto-coscienza dell’Io, estranea ai liberali, era stata possibile solo attraverso l’elaborazione collettiva prodotta dall’ingresso nella storia del partito popolare post-unitario. Non prima di allora. Gramsci infatti aveva imparato da Hegel il processo di costruzione della soggettività moderna, per cui non si poteva avere una classe dirigente cosciente della sua ideologica unilateralità mediante la mera conferma di un’identità cristallizzata, quanto piuttosto grazie alla negazione di quella solitudine egoica (Gramsci 2000: 118-119)[xii]. Soltanto negando se stesso, infatti, il soggetto politico poteva rendersi conto di non essere affatto dissimile dalla cosa in sé, percepita, nell’immediatezza, esterna e posta lontana nel mondo fenomenico. Mentre il processo di sviluppo del partito, che ambiva a diventare egemone, doveva includerla ora al proprio interno come parte necessaria del suo progetto per trasformarla. In altre parole, allo stesso modo di Lenin, anche la rivoluzione dei socialisti italiani avrebbe avuto l’obiettivo di convogliare entro la propria guida gli interessi degli operai del nord Italia con quelli dei contadini meridionali, prigionieri del latifondo. Soltanto per mezzo di questo ampio consenso esterno al partito, i socialisti avrebbero potuto conquistare in seguito anche il potere legale nelle istituzioni attraverso il partito medesimo, e non il contrario:

Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere). Dopo, quando esercita il potere ed anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere anche dirigente. […] Dalla politica dei Moderati appare chiaro che ci può e ci deve essere una attività egemonica anche prima dell’andata al potere e che non bisogna contare solo sulla forza materiale che il potere dà per esercitare una direzione ufficiale (Gramsci 2000: 87)[xiii].

In altre parole, non avrebbe avuto senso entrare nelle stanze del governo in assenza dell’appoggio  dei lavoratori, pena la realizzazione di un progetto politico condotto avanti da un volgare e astratto dover essere, lontano perciò da rapporti di forza sostanziali, con un partito che sarebbe rimasto chiuso in una mera logica formale. Di conseguenza, possiamo sostenere che i partiti popolari dei Turati e dei Gramsci respingevano pienamente quella rigida soggettività, padrona in casa propria del cogito ergo sum, che si poneva come non contraddittoria ma identica a se stessa. Semmai, era intervenuto un principio di castrazione paterna, da parte di quella stessa classe dirigente illuminata, che fu in grado di interrompere il corto-circuito autoerogeno dell’Io borghese per diventare a tutti gli effetti il soggetto aperto e inclusivo nazional-popolare del moderno partito di massa.

Difatti, potremmo porci la seguente domanda. Come doveva apparire all’avvocato Turati, che non era di certo un proletario, quella vasta massa di operai analfabeti che non erano in grado di accogliere i complessi messaggi del marxismo, se non alla stregua di un non-Io fichtiano, radicalmente dicotomico rispetto al soggetto politico?

Eppure, all’opposto di Crispi, il primo leader del PSI, proprio per riuscire a raccogliere il consenso di quella moltitudine, nel 1896 aveva bandito un concorso a conclusione del quale si sarebbero potuti premiare i migliori opuscoli per ladiffusione delle idee socialiste (Pisano 1985)[xiv]. Dopo quattro anni dalla sua fondazione, la propaganda fu ritenuta strategica nell’organizzazione di partito. E, pertanto,si dovevano scovare anche i conferenzieri più abili che fossero riusciti a coniugare insieme una comunicazione adatta alle classi incolte, insieme a dei contenuti altrettanto significativi. Viceversa, per la classe dirigente del Risorgimento, il popolo rappresentò sempre quell’incomprensibile non-Io (o cosa in sé kantiana), che in un primo momento era rimasto estraneo alla Costituzione dello Statuto Albertino, ma che invece avrebbe fatto il suo ingresso nella Storia, dapprima, durante il Biennio rosso, e successivamente con la Resistenza, quando la sovranità popolare fu collocata all’interno del primo articolo della Costituzione del ’48.

4. Il post-moderno della Seconda Repubblica e la sua scissione dall’essere sociale

Il postmoderno invece è l’ideologia del tardo capitalismo che, dopo il crollo delle grandi narrazioni, inclusa quella socialista, è riuscito in circa quarant’anni a spoliticizzare del tutto le masse popolari, riportandole indietro nel tempo fino all’Ottocento. Quest’ultime sono attualmente persuase infatti di costituire monadi isolate e indipendenti, mettendosi a vaneggiare il mito, solo in apparenza sepolto, del Robinson Crusoe, e hanno sostituito gli ideali dei precedenti ismi con l’unica finalità consumistica del mercato (Jameson 1989)[xv]. Il punto da considerare qui però è che anche il partito popolare, nonostante la buona fede, è composto oggi, come del resto accadeva in passato, dello stesso tessuto sociale spoliticizzato che ha finito per introiettare le logiche del grande capitale. Questo perché, come si è visto, soggetto politico e cosa in sé non sono affatto distinti l’uno dall’altro all’interno dell’essere sociale, anche se il primo, nella sua immediatezza, si illude di esserlo.

La realtà oggettiva dell’essere sociale è la stessa nella sua immediatezza tanto per il proletariato quanto per la borghesia. Ma ciò non toglie che, a causa della diversa posizione che queste due classi occupano nello stesso processo economico, siano fondamentalmente diverse le categorie specifiche della mediazione attraverso le quali esse portano alla coscienza questa immediatezza (Luckàcs 1991: 198)[xvi].

Se pensiamo ad esempio alla sinistra post ’89 come Lotta comunista, che si è rinchiusa in una dimensione d’avanguardia iper-intellettualistica e incomunicabile verso l’esterno, oppure ai CARC (Comitati di Appoggio alla Resistenza del Comunismo), eterodiretti da un partito clandestino (Nuovo PC) che si eclissa di proposito dalla sfera pubblica per nascondere il suo progetto, ci rendiamo conto dello stato di dissociazione mentale anche del partito socialista post-moderno. Non fa eccezione una certa gamma di partiti al centro, come recentemente avvenuto con La mossa del cavallo del magistrato Antonio Ingroia, insieme alla collaborazione dell’ormai defunto Giulietto Chiesa. Questi ultimi, colpiti dall’ossessione del mero appuntamento elettorale, per ben due volte si sono persuasi invano di farsi conoscere alla popolazione soltanto durante l’intervallo lampo della par-condicio, facendo a meno di un percorso egemonico tradizionale di lunga durata.

C’è molto da riflettere nei confronti di questa totale indifferenza rispetto alle masse, escluse del tutto dalla prassi di partiti che, almeno sulla carta, si definiscono popolari. Si potrebbe sostenere infatti che il soggetto politico moderno fosse nevrotico nel senso riportato più sopra. Ovvero, che avesse dovuto rinunciare ad una forma di piacere narcisistico a causa di una rigorosa disciplina di partito, così come adeguarsi ad un ideale politico più importante rispetto all’opinione del singolo. In questo modo, infatti, chiunque fosse entrato a far parte dell’organizzazione politica doveva rinunciare a qualcosa della propria individualità per un bene più elevato. Ma fu proprio in virtù di tale castrazione simbolica, per mezzo della quale il militante negava al contempo, marxianamente, la propria condizione alienata, che il progetto socialista potè essere diffuso al di fuori del partito. Fu in questo modo che i socialisti delle origini, fino a Berlinguer, continuarono ad incontrare il desiderio di vasti blocchi sociali, sebbene molti di loro inizialmente fossero stati ancora incapaci di accogliere il loro progettoPertanto,secondo Gramsci, il compito della futura classe dirigente consisteva anche nell’educare la popolazione per elevarla ad un livello di consapevolezza politica che in partenza non possedeva:

(Questo è il) Merito di una classe colta, perché sua funzione storica è quella di dirigere le masse popolari e svilupparne gli elementi progressivi. Se la classe colta (tuttavia) non è stata capace di adempiere alla sua formazione, non deve parlarsi di merito ma di demerito, cioè di immaturità e di debolezza (Gramsci 2000: 117)[xvii].

Completamente agli antipodi si presenta invece il soggetto politico post-moderno che, tanto nella forma istituzionalizzata del Partito Democratico e di Forza Italia, quanto in quella dei partiti costruiti dal basso, come Lotta Comunista, non ha alcuna intenzione di abbandonare il proprio Ego particolare di cui, anzi, esalta puntualmente la condizione di libera e isolata identità perfettamente conforme a se stessa. E questo accade perché la sua difficoltà non consiste, appunto, nell’accedere al desiderio dell’Altro fuori di sé. Il soggetto politico post-moderno non sente più la preoccupazione, come accadde a Gramsci, di riesumare nevroticamente il rimosso censurato dal Partito d’Azione, che era venuto meno al compito di incontrare le rivendicazioni dei contadini siciliani. Sono questioni che non vengono più annoverate nelle strategie di questi partiti. Si tratta adesso piuttosto del problema dello psicotico che, prima di ogni cosa, ha rimosso l’esistenza del popolo vero e proprio, in quanto oramai riesce soltanto a vedere se stesso. Pertanto, non percepisce più il bisogno di instaurarvi una dialettica di alcun tipo nella misura in cui non traduce affatto tale perdita in un lutto. Detto in estrema sintesi, il soggetto post-moderno, al contrario dei Turati e dei Gramsci, si è convinto, nel suo delirio allucinatorio, di poter diventare egemone pur essendo privo di consenso, in assenza di qualsiasi mediazione con l’essere sociale.

5. Due forme di rimozione dell’essere sociale nella galassia sovranista-costituzionale

Non è un caso infatti come, diversamente dalle tesi weberiane del soggetto ascetico protestante, Lacan nel 1972 sostenesse invece che il capitalista cercasse di perseguire solo ed esclusivamente il fine del piacere assoluto, libero cioè da qualsiasi vincolo sublimatorio proveniente da ideali religiosi (e comunque universali), o da legami con altri attori sociali, entrambi posti al di fuori della propria etica di classe (Recalcati 2010)[xviii]. Così, in tempi non sospetti, Lacan, ne Il discorso del capitalista, sembra aver anticipato davvero anche la parabola dei partiti post-moderni tramite due dinamiche apparentemente opposte ma che in realtà convergono sullo stesso punto:

a) quella dell’emancipazione di un Es liquido,libero dalle mediazioni dell’essere sociale, che produce così un’espansione smisurata del soggetto in assenza di limiti esterni ideali, dove i legami con gli altri si riducono per questo motivo solo ad una proiezione feticistica di se stesso su quelli, tanto da fagocitarli;

b) oppure quella simmetrica e speculare di un Super-Ego solido, liberato anch’esso dall’essere sociale, che tuttavia stavolta si ritira radicalmente entro un’identificazione ideale del soggetto, recidendo gli agganci esterni con la prassi, dove pertanto i legami con gli altri si riducono in realtà ad una mera esibizione feticistica di se stesso al di fuori di essi, tanto da rimuoverli.

Jacques Lacan

Veniamo quindi adesso a considerare da vicino due esempi di area sovranista-costituzionale e neo-socialista che riproducono nella sostanza questi ritratti gemelli.

a) Partiti post-moderni privi di un ideale fuori di sé

La prima impostazione corrisponde a quella del partito liquido che ha accentuato la componente kantiana del soggetto demiurgo. Per cui, una volta divenuto libero di fondare la propria legge, l’Io continua invece ad essere represso proprio in virtù del suo obbligo di godere contro ogni forma di legame e di disciplina esterna verso se stesso (Devo godere!). Fu Theodor Adorno (2000)[xix], per primo, a dimostrare che la conseguenza più evidente della Libertà dell’Es privo di mediazioni avesse generato l’opera letteraria del marchese De Sade, dove i suoi personaggi si macchiano di ogni genere di efferatezza sulla base di un proprio auto-governo che non doveva più tenere conto di nessun limite tranne quelli stabiliti razionalmente da loro medesimi. Così Juliette è la protagonista dell’omonimo romanzo che, seguendo fino in fondo questa logica interna priva di un ideale fuori di sé, porta a compimento, uno ad uno, tutti i vizi di cui sarà capace. Ma, esattamente per questo, rimarrà infine prigioniera all’interno di un eterno ritorno da lei non scelto. Sarà difatti il mercato ad imporle le sue regole, così che la donna rimbalzerà dalla casa di un protettore all’altro e, pur vivendo nello sfarzo, resterà sempre priva dell’opportunità di realizzare uno scopo eccetto quello di rimanere la cortigiana al servizio degli altri.

Rientrano in questo tipo di clinica le patologie, tanto del tossico, quanto dell’alcolizzato, i cui rispettivi malati tendono a ripetere gli stessi atti nell’ambito di un circolo vizioso, spinti da un impulso irrefrenabile di piacere perverso nei confronti di una fedeltà ossessiva verso la libertà assoluta (Recalcati 2010)[xx]. Tossici e alcolizzati, privi di un vincolo che possa imporsi dall’esterno per interrompere il loro eccesso, si illudono infatti ogni volta di appagare il loro istinto insaziabile finendo invece per diventare succubi di quello stimolo. Oppure, ci rientra il caso del bulimico che distrugge il proprio corpo, mentre lo sottrae a qualsiasi costrizione, nell’idea angusta per cui il cibo sia in grado di offrirgli l’unica sensazione di piacere possibile. Si comportano allo stesso modo le masse spoliticizzate del XXI secolo, che hanno tramutato la loro condizione di lavoratori in quella di consumatori, quando antepongono la necessità di usufruire a tutti i costi di una merce, offerta loro dal mercato, a quella di lottare per esigere un diritto. Così come avviene nella metamorfosi dei cittadini in tifosi, quando si illudono di ottenere un cambiamento della politica lasciando però che siano sempre gli altri ad occuparsene al posto loro. È in questo modo che il potere nutre la folla mentre le dà in pasto uno scandalo sul quale lamentarsi piuttosto che domandarle un impegno attivo per la costruzione del progetto.

La politica in questo caso ambisce a spettacolarizzare se stessa e, piuttosto di realizzare un autentico incontro con le masse, le manipola mediante un discorso che sia il più traumatico e scioccante possibile alla stregua di un intrattenimento puro. Ebbene, gli attori di una tale comunicazione consumistica possono essere soltanto dei soggetti narcisisti che, invece di ascoltare l’alterità dei lavoratori, vi impongono il proprio discorso. È questa in fondo la parabola del passaggio, da una strategia di partito incentrata sulla corretta diffusione del progetto politico attraverso la consueta propaganda, a quella delle mere apparenze dettate dal marketing, che ha avuto come suo capo scuola il produttore televisivo Silvio Berlusconi, seguito dai proseliti come Grillo, Renzi e Salvini. In questo caso il leader politico, sebbene venga colto in un continuo sproloquio con il popolo, non lo fa mai per proporgli l’ideale fuori di sé ma soltanto l’immagine cosmetica di una merce priva di contenuto.

Appartiene sicuramente a questa scuola la figura del giornalista Gianluigi Paragone che, nell’attività quotidiana di sostituire lo spettacolo alla politica, finisce così per rimuovere il progetto del partito stesso. Difatti, la nomenclatura di Italexit stenta a penetrare i territori a causa della mancanza di un’organizzazione che rimane sempre disgregata sotto il peso del famoso showman, concentrato più che altro sulle sue performance piuttosto che sulla costruzione di una classe dirigente. Per cui, se da una parte, il popolo si avvicina ad Italexit proprio in quanto quest’ultimo riesce a godere della luce riflessa del leader, dall’altra, non lo fa rispetto ad un’ideale condiviso che prescinde dalla sua persona, quanto piuttosto a causa del tifo che viene rivolto verso la figura accattivante del personaggio televisivo. Di conseguenza, gli scandali giornalistici di Paragone diventano simili ad una droga come avveniva per il tossico, oppure al cibo per il bulimico, e riescono a placare la fame dei fan soltanto fino al prossimo scandalo mediatico, ma sempre a fronte della vuotezza del programma politico. Pertanto, il soggetto narcisista, slegato dall’ideale, si ingrandisce ma, proprio in conseguenza di ciò, le folle finiscono per seguire soltanto il leader, proprietario del partito, piuttosto che riconoscersi in uno scopo collettivo e perseguirlo.

b) Partiti post-moderni privi di un consenso fuori di sé

La seconda impostazione invece, che si presenta apparentemente opposta a quella precedente, ma in realtà del tutto speculare, nasce a causa dell’identificazione solida del soggetto politico con il proprio dover essere ideale. Per cui l’Io stavolta si reprime a causa del suo obbligo di godere la tenace volontà di identificarsi con l’imperativo categorico (Devo ubbidire!). In questo caso, ci serviamo di Herbert Marcuse (2000)[xxi] per spiegare come l’evoluzione più naturale della Legge kantiana precipiti inevitabilmente nella categoria del Super-Ego separato dall’essere sociale. Secondo l’autore, l’utopia di un’emancipazione dal perbenismo vuoto che caratterizzava la Vienna di fine Ottocento, dove i desideri venivano risarciti parzialmente con le nevrosi, non si era affatto risolta in seguito alla rivoluzione dei costumi avutasi durante il boom economico. Si trattava anzi di un’illusione. Il desiderio, apparentemente liberato grazie alla concessione del consumo, era stato assorbito invece dall’industria del divertimento che, con regole codificate e strumentali, continuava viceversa a disciplinarlo. Diversamente da Freud, quindi, per Marcuse il capitalismo avanzato non aveva avuto più bisogno di pretendere dal soggetto una prestazione efficiente che gli veniva imposta tramite l’imperativo di una morale esterna. In maniera rovesciata e paradossale, ora la coercizione del mercato era stata introiettata direttamente dal soggetto che ne domandava il godimento mediante un comandamento etico proveniente da sé medesimo.

Quello che Marcuse però non fece in tempo a vedere è come l’evoluzione di tale fenomeno potesse degenerare successivamente in patologie nuove, tipiche dell’intrattenimento alienato iper-moderno, una volta giunti alle soglie del tardo capitalismo (Recalcati 2010)[xxii]. Rientra ad esempio in questa casistica il consumo digitale, secondo cui, di contro al rituale collettivo di una visione cinematografica, il soggetto libero preferisce tuttavia isolarsi per acquistare prodotti su Amazon e Netflix nell’ubbidienza ossessiva alla propria legge individuale. Oppure, quella del palestrato mentre compiace se stesso con la ferrea disciplina masochistica necessaria per creare un fisico scolpito che assolva ai suoi fini esibizionistici, utilizzando gli altri alla stregua di spettatori passivi utili soltanto ad ammirarlo. Viene poi, ancora, il caso speculare dell’anoressica che castra se stessa in modo altrettanto rigido ma, nel disperato tentativo di privarsi dei piaceri del corpo, non fa altro che ostentare con godimento la sua immagine sfigurata davanti agli occhi di un genitore assente e inaffettivo. Sono tutte figure sorelle della prassi solipsistica di un militante di partito che si limita alla cura autoerogena dei social, oppure a quella della conferenza, chiudendosi così ad ogni legame con il mondo del lavoro.

Riconquistare l’Italia è il partito sovranista dal basso che appartiene a questa seconda categoria. Controparte di questo atteggiamento, simile a quello del consumatore digitale post-moderno, è difatti la strategia di una candidatura d’ufficio in vista del mero appuntamento elettorale, organizzato con lo scopo di esibire il soggetto politico come fa il negoziante per mezzo della merce pre-confezionata di cui dispone in vetrina. Durante il brevissimo lasso temporale ‘usa e getta’ della par-condicio, ci si illude di instaurare infatti un legame con la popolazione, che viene ridotta alla stregua di clienti, percepiti come meri spettatori-consumatori, cui è stato precluso il dialogo durante le altre fasi di vita dell’organizzazione. Così, l’auto-promozione alienata del soggetto politico, realizzata in assenza di qualsiasi forma di ascolto, oppure di una diffusione del progetto, verso i lavoratori, corrisponde, in ultima analisi, ad una forma identica, soltanto rovesciata, dell’iper-narcisismo di Paragone, che escludeva anch’esso la prassi egemonica come era stata tradizionalmente intesa.

Da notare come la ‘disciplina di partito’, osannata dal presidente Stefano D’Andrea (Appello al Popolo 2021)[xxiii], faccia parte di un’autentica prerogativa iscritta nella letteratura socialista. Solo che, rispetto al passato, viene adesso distorta in modo perverso. Ovvero, la costruzione del Sé nell’ambito dell’organismo collettivonon serve più, come accadeva in Gramsci, a negare contemporaneamente l’egoità alienata del corpo militante affinché potesse evaderla per condividere il progetto politico all’esterno, grazie allo sforzo organizzativo del partito. Ma viene sigillata ora entro un’iper-identificazione ideale, realizzata mediante l’addestrato cinismo di una monade, avvitata su se stessa, nel godimento narcisistico di essere partito. Dunque, diversamente dall’Es liquido che informa Italexit con Paragone, che tramite il marketing celebra la figura del leader a discapito dell’ideale, stavolta è il Super-Ego solido dell’ideale che celebra il partito tramite il marketing a discapito dei legami con l’essere sociale. Proprio il popolo, del quale, ironia della sorte, il partito vorrebbe fare le veci, finisce difatti per essere considerato sempre nella sua condizione irriconoscibile e reificata,avulsa cioè da ogni forma di mediazione: ora come inutile e depresso consumatore, quindi incompatibile con il progetto; ora come utile spettatore che tuttavia, durante la campagna elettorale, dovrà assistere passivamente al progetto.

6. Conclusione. Il ritorno del rimosso contro le forme di rimozione del consumo

Nell’epoca post-moderna, lo strapotere del soggetto, che si esprime nella disperata affermazione narcisistica di molteplici Io alienati, conduce verso quello che Freud aveva definito pulsione di morte (Toderstrieb) (Freud 2006)[xxiv]. Si tratta di una spinta auto-distruttiva che, se adeguata al nostro discorso, mostra di sabotare i vari tentativi di costruzione del partito moderno nazional-popolare a causa della riproduzione inconscia delle logiche di consumo come viene determinato dalle attuali leggi di mercato. Purtroppo, la castrazione simbolica, che aveva caratterizzato da sempre l’organizzazione politica otto-novecentesca è stata rimossa, dando luogo: o ad un eccesso di forme irrazionali populiste che si lanciano per mezzo di proiezioni feticistiche di sé verso l’esterno; oppure ad un eccesso di forme intellettualistiche che congelano l’azione entro un sé feticista a dispetto dell’esterno. La chiave per uscire da questa impasse non bisogna inventarsela ma si trova ovviamente nel vecchio concetto di egemonia così come emerge dai socialisti delle origini fino alla Prima Repubblica. Questi ultimi si servirono della filosofia della prassi per contrastare faticosamente gli ostacoli che impedivano la lotta e la diffusione delle loro idee grazie ad un saldo legame con l’essere sociale, e non certamente, come accade nella nostra epoca, tramite un’estetica nichilista che ne celebra la rimozione privata del lutto.

Proprio questo si evince, ad esempio, in un recente articolo di Simone Garilli (2021)[xxv], dal quale emerge la precisa volontà di mettere in mostra la purezza del partito rispetto alle contraddizioni reali dalle quali si percepisce la missione epocale di rimanerne scrupolosamente a distanza. Difatti, il discorso del capitalista non si limita a distruggere i legami sociali al suo esterno ma inghiotte anche la Storia, distorcendone la parabola, al proprio interno. E difatti l’immagine di una volontà soggettiva, che si proietta arbitrariamente sulla condizione dei nostri patrioti nel passato, durante il Ventennio, finisce per decontestualizzare quel periodo dalla cornice storica del socialismo nel suo insieme (Colorni 1962)[xxvi]. Non sembra chiaro infatti che la rivoluzione del 1943 sarebbe stata impensabile se non ci fosse stato quell’enorme sforzo di costruzione egemonica accumulato nei sessant’anni precedenti, ma di cui oggi, dopo quarant’anni di dominio liberale, non si può più disporre.

Fu infatti il risultato di quell’esperienza, culminata tra il Biennio rosso del 21-22 e l’ingresso al governo con il PSU (Partito Socialista Unitario) di Matteotti nel 1924, che potè essere tesaurizzata dai socialisti anche durante il periodo di clandestinità. E’ proprio perché i partiti popolari clandestini erano riusciti a capitalizzare quell’egemonia sulle masse che poterono mantenere anche in seguito dei legami così forti verso di esse, tanto da poterne diventare infine la guida durante la guerra civile (Togliatti 1962)[xxvii]. La Resistenza non fu infatti il risultato di quadri di partito rimasti isolati ma la conclusione del processo risorgimentale attraverso il quale si realizzò quell’incontro tanto agognato tra partiti socialisti e popolo che i partiti post-moderni non sono in grado di comprendere.

Di Jacopo D’Alessio, Italiaesc.it

NOTE

[i]             . Gramsci A. Il Risorgimento, in I quaderni dal carcere Roma: Editori Riuniti, 2000, cit. pg.146-147.

[ii]           . Jameson F. Il postmoderno o la logica del tardo capitalismo. Milano: Garzanti; 1989.

[iii]          . Pisano R. Il paradiso socialista. La propaganda socialista in Italia alla fine dell’Ottocento. Milano: Franco Angeli; 1985.

[iv]          . Gramsci A. Il Risorgimento.

[v]            . Ibid.

[vi]  Lenin, (a cura di) Giacché V., Economia della rivoluzione. Il Saggiatore: Milano; 2017.

[vii]         . Preve C., Antonio Gramsci e la filosofia della prassi. Torino: https://www.youtube.com/results?search_query=costanzo+preve+su+gramsci, in Youtube: 07.12.2012

[viii]         . Letteralmente, Gramsci interpreta la cosa in sé come un fenomeno concreto scientifico: “Pare difficile escludere che la ‘cosa in sé’ sia una derivazione esterna del così detto realismo greco-cristiano e ciò si vede anche dal fatto che tutta la tendenza del materialismo volgare e del positivismo ha dato luogo alla scuola neo-kantiana e neo-critica […] ”, tanto che, continua Gramsci, la cosa in sé potrebbe essere disvelata in futuro con adeguate conoscenze scientifiche. cit. pg. 49 e vedere pg. 50. Tuttavia, come appunto sostengono Preve, insieme ad altri critici, la sua visione della storia sociale corrisponde chiaramente a quella neo-idealista, esattamente come si ritrova ad esempio in Storia e coscienza di classe di Luckàcs. Per cui Gramsci scrive spesso passi come il seguente, dove l’idea della ‘storia dei rapporti di produzione e di classe’ sono come li intendeva, appunto, anche il filosofo ungherese: “Oggettivo significa sempre ‘umanamente oggettivo’. Ciò che può corrispondere esattamente a storicamente oggettivo, cioè oggettivo significherebbe ‘universale oggettivo’. L’uomo conosce oggettivamente in quanto la conoscenza è reale per tutto il genere umano storicamente unificato in un sistema culturale unitario […]. Noi conosciamo la realtà solo in rapporto all’uomoe siccome l’uomo è divenire storico anche la conoscenza e la realtà sono un divenire, anche l’oggettività è un divenire, ecc.”, in Gramsci A., Il Materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, in I quaderni dal carcere. Roma: Editori Riuniti; 2000, cit. pg. 181-182 (grassetto mio).

[ix]  . Gramsci A., Il Risorgimento.

[x]            Hobsbwam E., Le rivoluzioni borghesi (1789-1848). Res Gestae: Milano; 2016.

[xi]           . Gramsci A., Il Risorgimento., cit. 89.

[xii]         . “Hegel rappresenta, nella storia del pensiero filosofico, una parte a sé, poiché, nel suo sistema […] si riesce a comprendere la realtà […], pertanto, la filosofia della prassi è una riforma e uno sviluppo dello hegelismo, (che) è una filosofia liberata […] da ogni elemento ideologico unilaterale e fanatico, è la coscienza piena delle contraddizioni, in cui lo stesso filosofo, inteso individualmente, o inteso come intero gruppo sociale, non solo comprende le contraddizioni ma pone se stesso come elemento della contraddizione, eleva questo elemento a principio di conoscenza e quindi di azione. L’uomo in generale, comunque si presenti, viene negatoe tutti i concetti dogmaticamente unitari vengono dileggiati e distrutti in quanto espressione del concetto di uomo in generale o di natura umana immanente in ogni uomo”, in Gramsci A., Il Materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce. Cit. pg. 118-119 (grassetto mio).

[xiii]         . Id., Il Risorgimento., cit. 87.

[xiv] . Pisano R., Il paradiso socialista. La propaganda socialista in Italia alla fine dell’Ottocento.

[xv]         . Jameson F., Il postmoderno o la logica del tardo capitalismo.

[xvi]        LuckàcsG., Storia e coscienza di classe. Milano: Sugarco Edizioni; 1991, cit. pg. 198.

[xvii]        . Gramsci A., Il Risorgimento., cit.pg. 117.

[xviii]       . Il discorso del capitalista, in Recalcati M., L’uomo senza inconscioFigure della nuova clinica psicoanalitica. Milano:Raffello Cortina Editore; 2010.

[xix] . Excursus IIJuliette, o illuminismo e morale, in Adorno T., Dialettica dell’Illuminismo. Roma: Biblioteca Einaudi; 2000.

[xx]  Recalcati M., L’uomo senza inconscioFigure della nuova clinica psicoanalitica.

[xxi]        . La conquista della coscienza infelice: la desublimazione-repressiva, in Marcuse. H., L’uomo a una dimensione. Roma:BibliotecaEinaudi; 2000. Non è Marcuse ad utilizzare direttamente il paragone con Kant ma Freud che nei suoi scritti paragona super ego e imperativo categorico. Su questo filone, da leggere ad esempio il testo di Zupancic A., (a cura di) L.F. Clemente, Etica del reale, Kant, Lacan. Napoli: Othodes; 2012.

[xxii]        Recalcati M., L’uomo senza inconscioFigure della nuova clinica psicoanalitica.

[xxiii]     . ”Il partito non è il luogo dove il singolo esprime la sua personalità, il partito è un luogo di crescita, nel quale si imparano contenuti, regole, ratio di regole, disciplina, fermezza, tenacia, si apprendono esperienze. Poi, al momento dei congressi, nelle forme dello statuto si dà un contributo volto a allargare la base programmatica o a modificare lo statuto o ad assumere una delibera strategica”, inAppello al Popolo, 16.04.2021, https://riconquistarelitalia.it/riconquistare-litalia-il-partito/.

[xxiv]      . Freud S., Al di là del principio del piacere. Torino: Bollati Boringhieri; 2006.

[xxv]        . Garilli S., Candidarci alle elezioni del 2023. Ad ogni epoca la sua rivoluzione, in Appello al popolo, 16.06.2021, https://appelloalpopolo.it/?p=65298.

[xxvi]       . La questione risulta imprecisa sul piano della ricostruzione filologica. Nel senso che i quadri di partito non si persero d’animo e cercarono egualmente di fare propaganda anche in modo clandestino con il mondo del sindacato, il volantinaggio presso i luoghi di lavoro, le riviste censurate che continuavano ad essere distribuite, ecc., anche prima del ’43. Per questo, vedi ad esempio: Colorni E., Intorno al manifesto del PcdI. La lotta all’interno del fascismo, in Merli S., Fronte antifascista e politica di classe. Socialisti e comunisti in Italia (1923-1939). Bari: De Donato editore; 1962. Ma il testo si cita qui più per spiegare la diversa attitudine di quel tipo di militanza rispetto a quella indifferente odierna, piuttosto che per l’effettiva efficacia di un disperato tentativo di proseguire la propaganda in un contesto che ovviamente lo impediva. Tuttavia, c’è un punto differente anche di tipo pragmatico. E cioè che, rispetto ad oggi, le manifestazioni spontanee dei partigiani e degli scioperi di fabbrica scatenatesi nel ’43 furono prontamente intercettate dai partiti popolari, i quali si impegnarono tempestivamente ad interagire con tali gruppi mediante partecipazioni dirette e concrete, anche in virtù del fatto che questi ultimi erano in possesso di una lunga tradizione della prassi che aveva già insegnato loro come farlo.

[xxvii]      . “La iniziativa spetta infatti, nella Resistenza, a quelle forze popolari che durante il Risorgimento erano state ridotte a una funzione subalterna e talora persino battute, allo scopo di escluderle dalla direzione politica. Sono in prima linea, quindi, non le classi borghesi, inerti quasi sempre, quando non identificate col fascismo e con l’invasore straniero, ma gli operai, i contadini, il ceto medio lavoratore. Alla loro testa i comunisti, i socialisti, democratici radicali e cattolici d’avanguardia. È un blocco storico del tutto nuovo, che sancisce la vittoria sul fascismo, conquista una Costituzione repubblicana e democratica avanzata e apre la prospettiva di nuovi sviluppi progressivi. La Resistenza quindi, per questi aspetti politicamente e socialmente decisivi, non ha continuato, ma corretto il Risorgimento” cit. in Togliatti P., Il Risorgimento e noi. Torino: ciclo di lezioni, febbraio-aprile,1962. 

link fonte originale: https://www.italiaesc.it/2021/07/27/legemonia-di-gramsci-e-i-partiti-senza-popolo-del-tardo-capitalismo/

Pubblicato da Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.org

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Vocenellanotte
Utente CDC
8 Agosto 2021 15:10

Peccato che le conclusioni dell’autore non fanno intravedere la soluzione al problema. L’analisi mi pare perciò monca della domanda principale: ” Ha più senso un partito popolare/sociale e se lo ha quale strada occorre percorrere”? E se non lo ha di cosa ci stiamo a preoccupare!

Jacopo DAlessio
Utente CDC
Risposta al commento di  Vocenellanotte
8 Agosto 2021 23:57

beh’, anche se si è dato maggiore spazio alla critica, la soluzione consiste nel ricordare i criteri fondamentali con i quali si era costruito il partito nazional popolare dalle sue origini fino alla prima repubblica. Pertanto, si ricorda ai potenziali militanti dei partiti popolari di oggi ( o sedicenti tali) di fare ricorso all’ 1) egemonia gramsciana per ottenere consenso trasversale delle masse dei lavoratori già prima di candidarsi, e non di provare ad ottenerla dopo; 2) di costruire un progetto capace di mettere in piedi un partito, e cioè una nomenclatura che crede nella causa, piuttosto che dare luce a partiti basati sulla guida personalistica di leader famosi. In soldoni è questa la soluzione, proprio perché partiti socialisti e popolari attuali o mancano di una oppure dell’altra cosa.

Primadellesabbie
Utente CDC
Risposta al commento di  Jacopo DAlessio
9 Agosto 2021 6:57

Il modo in cui si pongono i partiti attuali è la conseguenza del cambiamento del quadro sociale, non la causa, se non per aspetti affatto marginali. I progetti, le scelte strategiche e tattiche dell’epoca delle fabbriche e della chiara distinzione di ruoli erano resi possibili dal mondo che si era sviluppato grazie al rispetto, non scritto ma concreto, di ruoli sociali, in parte subiti, ma accettati ed interpretati secondo una visione esistenziale che escludeva o marginalizzava le conseguenze moralistico attitudinali post tatcheriane, oggi diffusamente prevalenti anche se faticosamente ammesse. C’è stato un lavoro sul “sentiment” sociale ed individuale svolto in ogni ambito operabile, dagli oggetti agli spettacoli ai desideri, imperniato sull’allontanamento dell’individuo dal mondo in cui vive, fatto diventare talmente estraneo, instabile e complesso da non poter essere esplorato senza l’aiuto di apposite guide o di istruzioni per l’uso (ed ecco, casualmente, il tablet). Il green pass non sarebbe stato possibile senza la pluridecennale diffusione ed accettazione entusiastica dei brand (ad es.), e se può sembrare strano ripensateci e vedrete che piano piano vi si svelerà un continuum. Si è trattato di un obbiettivo perseguito con scrupolo e determinazione che ha, genialmente, coinvolto i sacrificandi, i quali hanno via via… Leggi tutto »

Ultimo aggiornamento 1 mese fa effettuato da Primadellesabbie
Jacopo DAlessio
Utente CDC
Risposta al commento di  Primadellesabbie
9 Agosto 2021 9:32

sono perfettamente d’accordo che ci sia stata una rivoluzione culturale che ha determinato, per prima, la dissoluzione dei partiti popolari già indeboliti al loro interno. Se pensiamo agli anni ’80 e all’epoca del Drive in, tanto per intenderci, e all diffusione di un consumismo sfrenato di fronte al quale i partiti della Prima Repubblica non sono riusciti a trovare delle soluzioni. Non vorrei tuttavia che in questo modo si desse luogo ad una visione deterministica dove ogni volta è solo il contesto esterno a determinare il pensiero degli uomini. Perché se fosse così, allora, non ci sarebbe mai la possibilità di mutare i tempi che corrono. In realtà, potremmo sostenere che la funzione del partito sia difatti anti-storica: ovvero, un partito concretamente “rivoluzionario” (anche in senso riformista) non riflette mai la Weltanschauung del mondo di cui fa parte, ma semmai gli si pone contro. Ne deve costituire il corto-circuito perché il soggetto politico è composto da un’avanguardia in grado di comprendere il contesto culturale e socio economico nel quale si è ritrovato imprigionato, anche là dove si tratta di un’epoca di dissoluzione come la nostra.

Primadellesabbie
Utente CDC
Risposta al commento di  Jacopo DAlessio
9 Agosto 2021 10:35

“…una visione deterministica dove ogni volta è solo il contesto esterno a determinare il pensiero degli uomini…”

Non è questione di volontà, a questo punto basta guardarsi attorno, è innegabile che sia così, almeno in occidente.

Come ci siamo potuti arrivare e come eventualmente uscirne, sono discorsi aperti.

PS – Il consumismo non è stato solo sfrenato, il modo in cui è stato organizzato e sviluppato, la mentalità indotta dalle ripetute scelte proposte e/o derivante dalla disponibilità di determinati beni e dai conseguenti stili di vita esibiti o subiti costituiscono un capolavoro.

Non si sarebbero potute sostenere con successo, e diffondere, le falsità che conosciamo senza aver precedentemente indotto ad accettare la sostanziale falsificazione nei rapporti diretti con le cose e gli aspetti più elementari del vivere quotidiano.

Ultimo aggiornamento 1 mese fa effettuato da Primadellesabbie
Jacopo DAlessio
Utente CDC
Risposta al commento di  Primadellesabbie
9 Agosto 2021 13:02

i movimenti che hanno fatto le rivoluzioni sono sempre stati il frutto di un compromesso tra agenti storici esogeni rispetto al soggetto politico, e una soggettività politica che, da una parte, li rispecchiava mentre, dall’altra, contemporaneamente, li negava. L’occidente è al contrario foriero di esempi che hanno disatteso le aspettative di influenze considerate “ineluttabili”. Marx stesso si sbagliava quando riteneva che la rivoluzione socialista sarebbe potuta avvenire soltanto in paesi industrialmente avanzati. Invece avvenne, proprio al contrario, nei paesi più arretrati di allora: la Russia e la Cina contadine.

Primadellesabbie
Utente CDC
Risposta al commento di  Jacopo DAlessio
9 Agosto 2021 15:19

Marx non poteva immaginare che ci sarebbero stati potentati che avrebbero finanziato e promosso una rivoluzione in Russia, e non conosceva la mentalità e la struttura sociale cinese grazie alle quali Mao ha potuto impadronirsi del Paese.

Marx non si aspettava alcuna rivoluzione ma la consunzione del sistema capitalista (e oggi sappiamo che aveva visto giusto).

Jacopo DAlessio
Utente CDC
Risposta al commento di  Primadellesabbie
9 Agosto 2021 19:05

Marx non era riuscito ad immaginare dove scoppiò la rivoluzione ma non scrisse mai che le trasformazioni sociali dovevano avvenire per “consunzione”.

Marx è il pensatore rivoluzionario per antonomasia. Saranno invece Kautsky, Bernstein e Plachenov , protagonisti della 2° internazionale, che sosterranno e si faranno teorici di un socialismo democratico.

Lenin in “Stato e Rivoluzione” criticherà proprio questi 3 personaggi che abbandonarono la volontà rivoluzionaria di Marx ed Engels (sebbene quest’ ultimo fece parte anche della 2° internazionale ed infatti entrò in polemica lui stesso , direttamente, con loro tre).

Difatti Marx su questo non si sbagliò: la rivoluzione socialista avvenne e fu violenta, appunto, in Russia e in Cina.

Per il resto possiamo avere delle opinioni differenti ma questi sono i classici.

Primadellesabbie
Utente CDC
Risposta al commento di  Jacopo DAlessio
10 Agosto 2021 1:07

Consunzione è un termine mio, Marx non lo ha usato, pensava a un determinato sviluppo del capitalismo che è quello che abbiamo davanti agli occhi.

Mi indichi dove Marx parla di rivoluzione?

Sono propenso a prendere in considerazione anche opere secondarie e appunti sparsi.

Ultimo aggiornamento 1 mese fa effettuato da Primadellesabbie
Jacopo DAlessio
Utente CDC
Risposta al commento di  Primadellesabbie
10 Agosto 2021 11:22

nelle opere che ho letto, tutte: Il manifesto del partito comunista; La rivoluzione civile in Francia; L’ideologia tedesca; interventi di Marx durante la 1° internazionale (di cui ho letto solo degli estratti). A mio avviso, tu confondi il concetto di “necessità” storica che Marx attribuiva al sistema capitalistico di auto-negarsi per dare luogo dialetticamente al nuovo stato di cose, con l’estinzione automatica del capitalismo, che tuttavia non sono la stessa cosa. Cioè, è vero che Marx spiegava l’estinzione del capitalismo nella stessa maniera in cui il feudalesimo aveva generato dentro di sé le contraddizioni che avrebbero dato luogo al capitalismo. Fino a qui ci siamo. Tuttavia, per quanto questo pensiero renda Marx parte anche di una corrente positivista (perché tutta la seconda parte dell’800 era influenzata da Auguste Comte e dalla prevaricazione del pensiero scientifico su quello tradizionale metafisico-filosofico), la necessità storica poi doveva essere condotta avanti dal soggetto rivoluzionario: cioè dal proletariato che doveva diventare consapevole di quelle contraddizioni, generatesi dall’interno, e poi agire (cioè prendere scelte pratico-politiche) sulla base di quelle. Non si può saltare questo secondo passaggio che univa il concetto di NECESSITA’ a quello di LIBERTA’, ovvero alla “filosofia della prassi”, nella quale, del resto, si… Leggi tutto »

Ultimo aggiornamento 1 mese fa effettuato da Jacopo DAlessio
Primadellesabbie
Utente CDC
Risposta al commento di  Jacopo DAlessio
11 Agosto 2021 10:52

Le deduzioni, fondate o meno, sono un rischio legato alla cultura e alle intenzioni di chi le formula.

Vocenellanotte
Utente CDC
Risposta al commento di  Jacopo DAlessio
9 Agosto 2021 7:48

Come dice bene l’altro utente Primadellesabbie, risiede proprio nel fatto che nella pratica il, anzi i, partiti di oggi abbracciano tutti l’egemonia gramsciana per come viene intesa nell’articolo, quindi non c’è alcuna contraddizione, anzi vedo una continuità disarmante col passato.
La mia domanda nel commento originario era provocatoria proprio per dire che lo stato delle cose è immutabile e non abbiamo ragione di preoccuparci.

Primadellesabbie
Utente CDC
Risposta al commento di  Vocenellanotte
9 Agosto 2021 8:42

Oggi, i rimasugli/scarti aggrappatisi alle istituzioni, formati da sopravvissuti al lavorio che ha accuratamente infranto la comunità, sono guidati da criteri derivati dalla tecnica, e usano a loro volta gli stessi criteri essendo, quello conseguente, l’unico linguaggio comprensibile e condiviso dai contemporanei.

Si tratta inoltre di un linguaggio che permette di cambiare strada o invertire la rotta con disinvoltura in qualsiasi momento, e senza coinvolgere preoccupazioni socio filosofiche, ed è quindi adatto alle esigenze di discrezionalità del potere.

Ultimo aggiornamento 1 mese fa effettuato da Primadellesabbie
Jacopo DAlessio
Utente CDC
Risposta al commento di  Vocenellanotte
9 Agosto 2021 9:21

se per “egemonia” si intende la semplice idea di fare presa sulle masse in senso generico, sono d’accordo. I media sono completamente asserviti al pensiero unico che non conosce contrasti interni e quindi un’informazione alternativa di sorta, che noialtri riusciamo invece a recuperare soltanto tramite web da siti come questo nel quale è stato pubblicato il saggio. Ma dobbiamo ammettere che si tratta di un metodo basato su criteri consumistici, estranei all’egemonia originale come l’aveva intesa Gramsci: cioè capace di un coinvolgimento attivo da parte della popolazione nella costruzione di un progetto. Infatti, se la intendiamo in questo modo, l’articolo al contrario coglie nel segno che, non solo l’egemonia è rimasta estranea ai grandi partiti istituzionalizzati, ma paradossalmente anche a quei soggetti politici popolari dal basso che vorrebbero (illusoriamente) far parte di quella tradizione socialista, proprio contraddistinta dall’egemonia.

PietroGE
Utente CDC
8 Agosto 2021 15:52

Un articolo interessante anche se molto orientato a sinistra.
-La globalizzazione sta facendo scomparire quella che un tempo si chiamava borghesia, ormai preda del precariato e delle tasse mentre il proletariato impoverito dall’emergere di competitors internazionali a basso costo se la deve vedere anche con la competizione che arriva attraverso l’immigrazione.
-I partiti sono diventati leaderistici perché il ‘soggetto nazional popolare’ di riferimento non esiste più. Come conseguenza si nota la volubilità di un elettorato che è capace di dare un terzo dei voti ad un partito diretto da un comico, senza storia e con un programma assurdo.
-Il ‘percorso egemonico’ oggi è materia della lobby che controlla i media, la quale ‘indirizza’ l’opinione pubblica a seconda delle scelte ideologiche (che non includono gli interessi della classi popolari) della classe dirigente, come è facile vedere nei talk show. Una classe dirigente che per usare la definizione dell’autore è diventata un ‘soggetto psicotico [perché], prima di ogni cosa, ha rimosso l’esistenza del popolo vero e proprio’.
-Le classi popolari in Europa ormai votano a destra.

Jacopo DAlessio
Utente CDC
Risposta al commento di  PietroGE
8 Agosto 2021 23:58

tutto vero. Perciò, l’articolo suggerisce che occorre ri-costruire i partiti nazional popolari.

danone
Utente CDC
8 Agosto 2021 19:03

L’esegesi del pensiero altrui, di nessuno, non ci porta da nessuna parte. Gramsci può aver detto sacrosante verità, vanno studiate certamente, più si conosce il pensiero degli uomini che ci hanno preceduto meglio è, perchè essendo uomini, hanno vissuto tutti i nostri problemi esistenziali prima di noi, per cui vanno studiati proprio come uomini che ci hanno preceduto, come i nostri padri, i nostri nonni, i nostri maestri, e non si capisce perchè uomini venuti prima di noi, vivendo la vita prima, non debbano insegnarci niente e dobbiamo inventarci tutto noi adesso. Non è così, ben venga la tradizione e la memoria, sono indispensabili. Chi studia gli insegnamenti spirituali dei maestri che si sono messi a nostra disposizione, sa che non c’è niente da inventare, è già stato tutto compreso e detto, al fine di aiutarci nel nostro risveglio e nella nostra evoluzione, non dobbiamo aspettare un altro messia che ci dia un’ennesima ricetta. Il povero Gramsci io non l’ho studiato, quindi non so se nel suo insegnamento ci siano verità spirituali. Posso dire che se nel suo insegnamento c’è un attenzione alla condizione economica del povero, ritenuta insufficiente alla dignità della persona, certamente questo tocca già una visione spirituale,… Leggi tutto »

Papaconscio
Utente CDC
Risposta al commento di  danone
9 Agosto 2021 2:39

Infatti questa più che politica è psicanalisi. Tutto nasce dalla concezione occidentale che c’è un corpo e uno spirito apparentemente slegati e solo occasionalmente riuniti in una totalità, su questo l’oriente è andato molto più a fondo. È ora di progettare in occidente un modello di società che tenga conto della totalità dell’essere umano e vivente in generale, comprensiva dell’aspetto fisico (il corpo), di quello relazionale (la mente, il linguaggio), e di quello incommensurabile che lo connette immediatamente al Tutto. È ora di riconoscere che senza una comprensione della nostra natura non si può creare un sistema di convivenza collettivo e equilibrato.
L’essere umano è capacità di percepire associato a impressioni di esperienze precedenti.
Esiste una Legge Naturale che è semplicemente ciò che ci permette di essere vivi qui e ora, ed è per questo che è una Legge Naturale. La propaganda scientifica mainstream tifa per un Tecnico del Mondo che fa funzionare (male) le cose ma non Sa perché funzionano, quindi non sa dare vere risposte.
Anche il sistema delle caste, se visto con occhi privi di pregiudizi, può dare un contributo al rinnovamento dell’occidente.
E se non sono stato ancora abbastanza chiaro, l’Occidente è bello che morto.

jeints
Utente CDC
9 Agosto 2021 9:42

Excursus culturale, per arricchire il proprio bagaglio nozionistico. Poi, il momento della realta’ storica: i partiti sono espressione dello stato, e lo stato e’ il mostro piu’ freddo. Gramsci filosofeggiava in buona fede, ma si sono pagate le conseguenze della sua ideologia di appartenenza, che esprimeva ne’ piu’ ne’ meno che l’ aspirazione dei proletari ad essere borghesi. Et voila’: la societa’ dei vaccinati vacanzieri.

halak
Utente CDC
12 Agosto 2021 12:34

Non ho mai capito perché ogni volta che si tratta di Marx e di marxisti (per non parlare dell’idealismo tedesco), il linguaggio usato si fa su tremendamente complicato ed involuto, tanto da risultare difficile seguire il filo del discorso. Mi pare abbastanza sorprendente visto che tutto sommato si intende coinvolgere la parte più sfavorita e quindi più ignorante della popolazione e riscattarla dal suo deplorevole stato. Se si dicesse che: i partiti di massa della prima repubblica avevano una loro ideologia di riferimento e un loro progetto sociale, sia pure spesso assai vago, che rimaneva costante negli anni e questo dava un significato, tra l’altro, ai termini destra e sinistra. Che avevano inoltre una loro diffusione sul territorio, un loro modo di fare proselitismo tra la gente prima e non dopo le elezioni e una scuola di partito che formava i quadri. Che questo ne faceva delle organizzazioni strutturate e relativamente affidabili. Che tutto ciò, nei partiti di oggi è del tutto o parzialmente assente. Che occorrerebbe quindi, per ridare un senso alla democrazia, ricreare un partito così fatto, con un’ideologia di riferimento, con un progetto sociale, con quadri formati al suo interno che siano determinati a prendere il potere e affidabili una… Leggi tutto »

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