L’abuso dell’informazione

di Antonello Ciardiello
comedonchisciotte.org

Ciò che accade nel mondo, in Italia o nell’appartamento di fianco pullula di ogni specie di informazione, puro stato grezzo di conoscenza. Quest’ultima viene acquisita in base alle connotazioni del contesto preso in analisi, al proprio bagaglio culturale, stato d’animo ed obiettivo. Tramite la sinergia di questi elementi si tende ad interpretare le informazioni al fine di elaborarle in modo da creare un ragionamento.

Il grado di qualità di quest’ultimo varia in base a criteri oggettivi, prendendo come riferimento i dettami storico-scientifici, e soggettivi, dove i parametri da tener conto rispecchiano il proprio gusto e le proprie percezioni. In questo contesto, prendendo in esame l’espressione “Conosciamo ciò che percepiamo”, per citare Beau Lotto a proposito del saggio “Percezioni. Come il cervello costruisce il mondo”, è possibile ricondursi ad un problema dell’era moderna: L’abuso dell’informazione.

Inquadrando il nostro presente sulla linea storica inerente alla civiltà umana, mai come al giorno d’oggi siamo così vicini, e distanti allo stesso tempo, dalla conoscenza di una nozione nella sua purezza.

Se un tempo l’industria dell’informazione era foraggiata e propagata da specifici organismi che avevano il compito di amministrare e di controllare il proprio potere su un certo nucleo di individui, i quali a loro volta traevano autonomamente le proprie conclusioni in base alla realtà per loro costruita, oggi non è cambiato nulla. Il particolare odierno su questo fenomeno è riconducibile alla decentralizzazione dello stesso. Oggi non si conosce esplicitamente chi trae vantaggio dalla manipolazione dell’informazione data al volgo, ma si conoscono i mezzi utilizzati per tale trasmissione e il fine che quest’ultima produce, ossia l’impatto che genera sulla collettività.

In più il popolo stesso che un tempo era cosciente di ignorare molti aspetti della classe dirigente, oggi invece è incosciente di esserlo poiché mascherato da una parvenza intellettuale, data in primo luogo dalla facilità di recuperare informazioni. Non importa che ruolo sociale si occupi, che mestiere si svolga o quale sia la propria preparazione culturale, oggi l’uomo qualunque diventa il massimo esperto in ogni cosa voglia ed in qualunque momento lo desideri, specie ascoltando le informazioni propagandate dai principali canali di trasmissione usati da coloro che si autodefiniscono come “professionisti dell’informazione”.

Gli impieghi, un tempo di nicchia, relativi ai campi medico-specialistici di virologia, infettivologia ed epidemiologia, oggi ospitano “ad honorem” individui coinvolti in attività aventi un codice AT.ECO ben diverso.

Il fenomeno dell’opinionista qualunque su tematiche tutt’altro che soggettive, al quale si assiste così come nei salotti televisivi anche nelle interviste riportate dagli organi di stampa, è quanto di più logorante ci possa essere per l’informazione veritiera.

Il ruolo del “virologo della domenica” genera disinformazione su larga scala, e come se non bastasse provvede a promuovere ideologie prive di fondamento scientifico o, ancora peggio, dà credito, con la propria immagine, a tematiche attualmente in discussione in sedi più accreditate spostando di conseguenza l’opinione pubblica al riguardo. Questo comportamento è paragonabile ai classici spot pubblicitari, od eventi promozionali, dove essi stessi sono coinvolti per favorire l’acquisto di prodotti e servizi. Beni di consumo ai quali, in una società come questa odierna, si aggiungono anche le idee, le informazioni e i ragionamenti.

Ma cosa accade in seguito alle dichiarazioni soggettive degli esperti improvvisati su tematiche meritevoli di oggettività?

Il popolo, massa eterogenea, che vi assiste crede di prendere una posizione al riguardo, basandosi su fonti di dubbia valenza scientifica e con poca consistenza al supporto. Ciò si evince in particolare sui social network, l’evoluzione del bar del XXI secolo.

Nei commenti inerenti a specifiche dichiarazioni si ritrova tutto il qualunquismo e l’inconsistenza dell’indottrinamento popolare. Messaggi dalla dubbia credibilità ed insulti diffamatori si accavallano in una discussione che a tutto serve fuorché a formare i nuovi esperti di settore.

L’espressione diffamatoria che nell’ultimo periodo va per la maggiore, ereditando nell’immaginario collettivo la funzione finora data all’ormai inflazionato epiteto “fascista”, è inerente al dare del “complottista” al proprio interlocutore. La “teoria del complotto” è stato proprio uno degli argomenti cresciuti di interesse in modo esponenziale nell’ultimo anno stando alle statistiche di Google Trends.

Ma come è possibile che si sia passati dal dare del “complottista” al terrapiattista di turno, al darlo a premi Nobel e personaggi che hanno fatto la storia dei settori più disparati?

Uno degli esempi è Luc Montaigner, diffamato per le sue esternazioni sulla pandemia in corso. Il premio Nobel 2008 per le scoperte in campo della virologia inerenti alla trattazione dell’HIV è stato preso di mira dai giornalai nostrani qualche mese fa perché reo di spargere le famose “fake news” che invece loro provvedono a combattere.

E pensare che gli stessi giornalisti che affibbiano al biologo francese l’epiteto “complottista” dall’alto della loro inesperienza in materia, sono gli stessi che  titolavano ad inizio 2020 riguardo a come l’unico virus esistente fosse il razzismo, azzannando in diretta televisiva qualche involtino primavera.

(https://www.huffingtonpost.it/entry/e-il-razzismo-il-virus-che-dovremmo-tornare-a-isolare_it_5e3aa393c5b6b5fb438a884b)

(https://www.adnkronos.com/coronavirus-niccolo-il-virus-piu-pericoloso-e-il-razzismo_77MXsvkYohGi69QgXrzFoX)

A sostenere questo sistema disinformativo, ma al contempo intrattenitivo, ci pensano schiere di nuovi soldatini, vestiti con uniforme casual, colorate ed unisex, armati di smartphone, wi-fi e di patriottismo divano-centrico. Questi hanno dalla loro parte la macchina mediatica di regime, che strenuamente difendono dal pensatore autonomo di turno additandolo con epiteti diffamatori, in modo da continuare ad essere ciò che sono nel quotidiano, di non pensare e di accontentarsi della versione standard di un’informazione.

La diffamazione nei confronti del libero pensiero presenta come primi esecutori l’attività esperta di parecchie testate giornalistiche, di trasmissioni televisive e piattaforme multinazionali.

Le prime due, ormai attive da anni, che hanno provveduto, e provvedono, in più occasioni ad intervistare personaggi dalla dubbia brillantezza che si professano conoscitori di teorie strampalate, in modo da associarli all’ambiente del pensiero autonomo, che nell’immaginario collettivo coincide con il “complottismo”.

Mentre l’ultimo, ma non il solo, esempio di piattaforma multinazionale ad essere coinvolta nel processo di censura del pensiero autonomo, riguarda Youtube ed il bavaglio che questi ha applicato al canale di Byoblu, avente un seguito di più di mezzo milione di persone, motivando la scelta con un’arrampicata sugli specchi degna del miglior supereroe cinematografico.

In conclusione, assodate le condizioni in cui verte il nostro presente, cosa è possibile fare in quest’epoca caratterizzata dall’apparire e non dall’essere?

Una risposta potrebbe essere quella di riflettere i valori dell’aristocrazia e della classe guerriera, al fine di rifugiarsi nello studio e nella ricerca, per poi essere pronti a battersi per l’idea e la sostanza che essa rappresenta.
Antonello Ciardiello

Pubblicato da Tommesh per Comedonchisciotte.org