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La (ri)russificazione del Mediterraneo

DI FEDERICO DEZZANI

federicodezzani.altervista.org

Sin dai tempi delle guerre napoleoniche, la storia insegna che le offensive contro i russi terminano puntualmente con un loro balzo in avanti: non fanno eccezione le “Primavere Arabe” e l’ISIS che, scatenati anche in chiave anti-russa, si sono trasformati in una paradossale avanzata di Mosca in tutto il Medio Oriente. Dall’Algeria all’Iraq, dalla Siria all’Egitto, la Russia sta assurgendo, proprio come negli anni ’60, a stella polare per tutti gli Stati arabi in lotta contro “l’Occidente”: il nemico comune non è più il colonialismo europeo, bensì il terrorismo ed il fondamentalismo islamico fomentati dagli angloamericani. Riconquistata Aleppo, il conflitto siriano ha raggiunto il punto di svolta: cosa comporterà l’insediamento di Donald Trump?

Mediterraneo, 2016? Come negli anni ’60

Una delle principali lezioni che insegna la storia è la naturale tendenza degli attacchi sferrati contro la Russia a trasformarsi in una sua paradossale avanzata: fu la sciagurata campagna di Napoleone Bonaparte in Russia a fare di questa una grande potenza europea e fu l’ancora più sciagurata invasione di Adolf Hitler a fare della Russia una superpotenza mondiale. Anche gli avvenimenti mediorientali di questi ultimi anni sembrano rientrare in questa casistica: i piani angloamericani per espellere definitivamente Mosca dal Mediterraneo e dal Levante hanno consentito non solo al Cremlino di riconquistare il rango di superpotenza, ma di accaparrarsi un “bottino geopolitico” impensabile sino al 2011.

Uno dei principali obbiettivi degli strateghi angloamericani dopo l’insediamento di Barack Obama era di impedire che qualsiasi potenza, in primis la Russia, colmasse il vuoto geopolitico lasciato dietro di sé dall’impero statunitense in ritirata: destabilizzati i governi laici con la “Primavera Araba”, fomentato il terrorismo e l’islam politico, aizzati gli odi religiosi ed etnici, Washington e Londra auspicavano di lasciarsi alle spalle una regione balcanizzata ed in fiamme, dove nessuno avrebbe potuto inserirsi senza prima essersi accollato i pesanti “oneri di ristrutturazione”. La ferma risposta di Mosca a questo piano, culminata coll’intervento militare in Siria del 2015, ha riprodotto uno scenario già visto negli anni ’60: la Russia è divenuta la stella polare per tutti gli Stati arabi in lotta contro “l’Occidente”.

Se al culmine della Guerra Fredda, il Cremlino forniva armi e consiglieri per combattere gli eserciti coloniali europei o rovesciare i loro fantocci, a partire dal 2011 fornisce gli stessi mezzi per soffocare l’insurrezione islamista, il terrorismo e le rivoluzioni colorate che fanno capo alla NATO. L’intervento russo sposta l’ago della bilancia a favore degli Stati arabi e, di conseguenza, Mosca espande la propria sfera d’influenza: oggi l’ampliamento della base in Siria, domani una base in Egitto, dopodomani forse una base in Libia. Da Algeri a Bengasi, da Damasco al Cairo, tutti i governi laico-nazionalisti guardano alla Russia proprio come all’apice del processo di decolonizzazione.

L’Algeria è da sempre in buoni rapporti con Mosca, grazie al sostegno dato dall’URSS al FLN durante la guerra d’indipendenza dalla Francia. Nazionalista, laica, filo-russa, l’ex-colonia francese rientra nella lista angloamericana dei Paesi arabi da destabilizzare. Le sommosse della “Primavera Araba” di inizio 2011 non risparmiano infatti neanche Algeri ma, grazie all’efficiente apparato di sicurezza, il governo impedisce che degenerino come altrove in un’insurrezione islamista (già sperimentata dal Paese negli anni ’90). Si ritenta a distanza di due anni con l’assalto terroristico al campo metanifero di Menas (circa 70 vittime), ma ancora senza successo.

Durante gli anni della guerra siriana (2011-2016), il governo algerino è tra i pochi Paesi arabi ad esprimere solidarietà a Damasco: evita però qualsiasi sbilanciamento, perché la situazione interna è fragile (come ricorda maliziosamente il NY Times nell’articolo “The Algerian Exception”1). L’intervento militare russo in Siria ed i rapidi successi conseguiti sull’ISIS e sulle milizie islamiste, convincono però l’Algeria a rompere gli indugi: nel corso del 2016 i rapporti economici e militari tra Mosca ed Algeri si rafforzano e culminano con il memorandum per la costruzione della prima centrale atomica sul suolo algerino con tecnologia russa2.

Tra la Libia di Muammur Gheddafi e la Russia esisteva un rapporto privilegiato sin dai tempi del colpo di Stato del 1969 che rovesciò il filo-britannico re Idris. Non c’è alcun dubbio che il Colonnello, se risparmiato dall’intervento NATO del 2011, avrebbe ulteriormente rafforzato i legami con Mosca: si parlava già nel 2008-2009 di ferrovie ad alta velocità progettate dai russi, dell’ingresso di Gazprom nell’industria estrattiva, di contratti miliardari nella difesa, di un possibile programma nucleare supervisionato da Mosca e, addirittura, di una base navale d’appoggio3. Oggi, quasi certamente, Gheddafi avrebbe seguito le orme del Cairo e di Damasco, traghettando la Libia verso l‘Organizzazione di Shanghai per la Coperazione.

Rovesciato il Colonello, la Libia è invece sottoposta dagli angloamericani ad una scientifica opera di destabilizzazione, così da trasformarla in un trampolino per l’immigrazione clandestina verso l’Europa ed in un avamposto del terrorismo nel Magreb. Prima Londra e Washington sostengono il golpe islamista dell’estate 2014; poi supervisionano il trasferimento dei miliziani dell’ISIS dalle coste turche ai porti libici; infine innestano sul potentato islamista in Tripolitania il governo di unità di Faiez Al-Serraj che, come prevedemmo senza difficoltà, era destinato a fallire miseramente e mirava soltanto a sanzionare lo smembramento del Paese. Le speranze di una Libia riunificata e laica hanno il volto di Khalifa Haftar, il capo delle forze armate del governo di Tobruk che gode a lungo anche del sostegno francese, finché le pressioni di Washington ed il “provvidenziale” abbattimento di un elicottero transalpino, non convincono Parigi ad abbondare Haftar e ad uniformarsi alla linea angloamericana.

Di nuovo, alle forze nazionaliste non rimane alternativa se non rivolgersi a Mosca. Il generale Haftar, che sul campo affronta sia l’ISIS che le milizie islamiste dall’ex gran muftì libico Sadeq al Ghariani4 , formatosi tra l’Inghilterra e l’università Al-Azhar del Cairo, vola così ad inizio dicembre a Mosca per un faccia a faccia col ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ed il ministro della Difesa, Sergei Shoigu: gli argomenti sul tavolo sono la fornitura di armi, un possibile intervento militare sulla falsariga di quello in Siria e, dulcis in fundo, l’apertura di una base navale russa a Bengasi5, il vecchio progetto già caro a Muammur Gheddafi6.

Chi segue da vicino il dossier libico ed ha patrocinato l’asse tra Tobruk e Mosca, è l’Egitto di Abd Al-Sisi.

Dai tempi di Anwar Sadat, il presidente che nel 1972 diede il benservito ai militari ed i consiglieri sovietici, l’Egitto era saldamente nell’orbita atlantica. La comprovata fedeltà del Cairo ed i buoni rapporti con Israele non gli risparmiano però la triste sorte dei vicini: con la “Primavera Araba” si defenestra l’anziano Hosni Mubarack e si spiana la strada all’avvento della Fratellanza Mussulmana. Sotto la presidenza dell’islamista Mohamed Morsi, l’Egitto precipita nel caos auspicato: oscurantismo religioso, persecuzione dei copti, violenze, crollo del turismo. Il Paese viaggia veloce verso il baratro.

L’esercito, spina dorsale dell’Egitto, insorge e, con il colpo di Stato del luglio 2013, il generale Abd Al-Sisi rovescia la Fratellanza Mussulmana e si proclama presidente. Si attira così l’odio implacabile di quelle capitali che avevano scommesso tutto sull’islam politico: Ankara, Doha e, soprattutto, Londra e Washington. Gli angloamericani imbastiscono infatti una violenta campagna mediatica contro la “sanguinosa dittatura” di Al-Sisi e trasformano la penisola del Sinai in un avamposto dell’ISIS: persino l’Italia, attraverso l’omicidio di Giulio Regeni – una classica operazione sporca dei servizi atlantici – , è costretta a troncare i rapporti diplomatici col Cairo.

L’Egitto di Al-Sisi conta quindi su pochi alleati, tra cui si annovera all’inizio l‘Arabia Saudita, riconoscente per la repressione contro l’odiata Fratellanza Mussulmana. I due Paesi sono però radicalmente diversi: l’Egitto di Al-Sisi è laico, nazionalista e nostalgico degli antichi fasti dell’epoca nasseriana; l’Arabia Saudita è un regno retrograda che basa la sua legittimità sul fanatismo wahhabita e non ha ancora scordato lo spietato braccio di ferro con Gamal Nasser per disputarsi l’egemonia del mondo arabo.

Abd Al-Sisi comincia a flirtare col Cremlino: ne seguono contratti per la difesa miliardari e l’accordo per la costruzione della prima centrale nucleare sul territorio egiziano. Poi il progressivo scivolamento dell’Egitto nell’orbita russa si fa inarrestabile e culmina con il clamoroso voto egiziano all’ONU in favore di una risoluzione russa sul conflitto siriano: si vocifera, addirittura, che il Cairo sarebbe disponibile a restituire a Mosca la vecchia base navale di Sidi Barani8. L’Arabia saudita, oltraggiata dal “tradimento”, sospende così la fornitura mensile di 700.000 tonnellate di carburante9, senza però considerare gli effetti di una simile mossa: il Cairo sonda gli iraniani per la fornitura di greggio e, dopo che Al-Sisi ha espresso il suo appoggio a Damasco nella “guerra al terrorismo”, una ventina di piloti egiziani sono inviati in Siria, sancendo così la definitiva rottura con Riad10.

C’è, infine, il capitolo della Siria. Entrata nell’orbita sovietica alla fine degli anni ’50, la Siria era rimasta l’ultimo solido alleato arabo di Mosca dopo il collasso dell’URSS: nel porto di Tortosa era ed è situato il centro logistico cui fa riferimento l’intera flotta russa nel Mar Mediterraneo.

Prima la NATO fomenta la Primavera Araba e l’insurrezione di piazza (2011-2012), poi medita di bombardare l’esercito siriano col pretesto delle armi chimiche (2013), infine inocula il germe dell’ISIS (2014-2016): quando le forze armate siriane sono ormai logore, Mosca non vede alternativa la spedizione militare dell’autunno 2015. I raid aerei russi, concentrandosi sul contrabbando di greggio diretto verso la Turchia, minano alle fondamenta l’economia su cui si basa il “Califfato”, costretto a dipendere solo più dai finanziamenti delle autocrazie sunnite11.

La città di Homs è riconquista nel dicembre 2015, Palmira nel marzo 2016, ed il cerchio si chiude sempre più attorno ad Aleppo, seconda città della Siria e centro industriale nevralgico: la separazione della Turchia dallo schieramento anti-Assad, il sostegno di truppe libanesi ed iraniane, la paziente tattica di isolamento dei terroristi, l’impiego di “consiglieri” e corpi d’élite russi, consentono di riconquistare la città palmo a palmo, sino alla sua completa liberazione del 12 dicembre. Dopo quasi sei anni di combattimenti, il conflitto siriano si avvicina così al punto di svolta: la “rioccupazione” di Palmira da parte dell’ISIS, resa possibile grazie allo spostamento dei terroristi dall’Iraq alla Siria, va intesa come una disperata manovra diversiva, l’ultima mossa angloamericana per rallentare la capitolazione degli islamisti ad Aleppo.

I dividendi incassati da Mosca sono alti: la trasformazione dello scalo di Tortosa in una base navale a tutti gli effetti, l’insediamento di una base aerea permanente a Hmeimim, vicino Laodicea. Ma sopratutto, come già sottolineato, il bottino più prezioso è l’attrazione nell’orbita russa di tutti gli Stati arabi nazionalisti, dalla Siria all’Algeria: come negli anni ’60, il Mediterraneo Orientale torna nella sfera d’influenza di Mosca, con la sola eccezione di Israele, costretto ad incassare di buon grado le vittorie di Bashar Assad e la “nasserizzazione” dell’Egitto.

Il quadro sinora descritto è maturato durante gli otto anni della presidenza democratica di Barack Hussein Obama: cosa comporterà l’imminente insediamento di Donald Trump?

CONTINUA QUI http://federicodezzani.altervista.org/la-rirussificazione-del-mediterraneo/

Pubblicato da Davide

  • Ronte

    La risposta alla domanda dell’articolista si può risolvere con un’altra domanda: Perchè Donald Trump?
    Otto anni di amministrazione Obama vissuti dalla popolazione come incubo. Crisi economica e sociale irrisolta e del resto irrisolvibile in uno scenario capitalistico. Povertà sempre più ampia e profonda. Milioni di migranti che premono alle porte (politica imperialistica USA). Corruzione e inquinamento politico in lungo e in largo. Delusione di buona parte della gente causata dal tradimento del ciarlatano Sanders (in perfetto stile riformista) sottomessosi alla Clinton…Ecco allora l’emergere del rozzo esemplare della grande borghesia: evasore fiscale, campione di sessismo e xenofobia. E per chi non lo sapesse il suo programma si basa soprattutto sul togliere ai poveri per dare ai ricchi.
    Insomma, l’intero pianeta si è trasformato in un grande e macabro serraglio popolato dai vari Trump. Le Pen, Farage, Grillo e….. L’intera umanità rischia la barbarie…

    • Antiquato

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      Perché Donald
      Trump? Semplice, perché una parte dell’oligarchia finanziaria con
      doppio passaporto ha capito che la politica dei neocon avrebbe
      portato alla creazione di una unione russo-cinese che avrebbe prima
      op poi annientato gli Stati Uniti.

      Che poi il programma
      di Trump sia sopratutto quello di togliere ai poveri per dare ai
      ricchi mi sembra una grande sciocchezza.

    • Apollonio

      Ronte a lei non piace Madame Le Pen ?
      come mai…? Madame lei non è al potere, il suo è solo pregiudizio…!
      oppure è il solito marxista che si vergogna di proporsi apertamente e lancia
      accuse senza fondamento oggettivo e risibili…!
      si spieghi ..meglio siamo tutti orecchi del suo di fulgido orrizonte.

      • FBF

        Ma i marxisti sanno che nella sua prima gioventù Karl Marx si professava cristiano? La sua prima opera scritta è intitolata L’unione dei fedeli con Cristo. In essa viene scritto: « Attraverso l’amore di Cristo volgiamo al tempo stesso i nostri cuori verso i nostri fratelli che sono intimamente a noi legati e per i quali Egli dette se stesso in sacrificio ».

    • alessandroparenti

      Grillo, Farage, Le Pen. Hai dimenticato il Sarchiapone!

    • FBF

      Perché Donald Trump? Probabilmente perché ci sono paesi piccoli con progetti piccoli in cui servono i pubblicani per sistemare le faccende di casa «Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì» Vide un pubblicano … lo guardò con misericordia e scegliendolo (MISERANDO ATQUE ELIGENDO) …». Mente per paesi grandi con grandi progetti serve un ricco: Gesù allora disse ai suoi discepoli: “In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli”.
      A queste parole i discepoli rimasero costernati e chiesero: “Chi si potrà dunque salvare?”. E Gesù, fissando su di loro lo sguardo, disse:
      “Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile”.

    • Patria O Muerte

      Tu non hai capito proprio niente…

      • FBF

        Per questo motivo sono stato allievo di un Gesuita per quindici anni. Non so nulla di quello che la gente communis e che va a votare sa.
        Visto che hai come immagine Ernesto, Cuba sarebbe stata la terra promessa di qualcuno. Questo qualcuno si sarebbe portato a Cuba quella spada di Damocle che a permesso alla sinistra tutta compresa quella Erasmus di sopravvivere ed avrebbe lasciato una “questione”, godendosi il sole dei Caraibi come qualche tempo prima a Port Royal. L’Europa sarebbe molto diversa. Per cui Ernesto Guevara è stato cavalcato e poi eliminato. Mali necessari.

        • Patria O Muerte

          Caro FBF,il mio commento era rivolto ad un altro utente.
          Comunque non sono comunista(non che ci sia niente di male) e la mia grande ammirazione e stima per il Che non ha nulla a che vedere con la politica.Detto questo, Cuba non è il paradiso terreste,ma potrebbe insegnare molto alla decadente cultura occidentale della finta libertà.
          Se posso permettermi di darti un consiglio,smetti di ragionare in termini di destra e sinistra,è anacronistico,completamente superato,è utile ai nostri gorvernanti per tenerci divisi e ciechi di fronte alla realtà,e cioè che oggi chi fa politica o fa gli interessi della nazione e del popolo,o quelli di strutture sovranazionali che vedono nel popolo schiavi ignoranti da sfruttare,numeri utili solo a fare debiti e rinforzagli il portafoglio,e purtroppo e abbastanza chiaro con chi sono schierati.

          • FBF

            Condivido anche se in apparenza posso sembrare di destra che il ragionare in termini di destra e sinistra è anacronistico e completamente superato ma qualcuno disse che il comunismo era il male necessario. Il Papa: “Comunismo, un male in qualche modo necessario” Il comunismo in versione made in Italy è parassitismo e il nepotismo suo alleato è zoologia. Questo vale anche per la partitocrazia nata dalla politica per non morire di balene bianche e dunque voto di scambio. Per cui se lo scopo era ed è chiaramente decelerare i ritmi naturali per sterminare un un olocausto più o meno silenzioso milioni di esseri per creare una società di sintesi per cui definirei sintetica, diversa ed asservita al potere centrale è libero di farlo visto che nessun complice chiaramente si oppone. Il punto è che la gente fatta di conservatori pensava che esserlo fosse cosa buona e giusta ed invece si è accorta che il progressismo e il suo caos era preferito e mezzo per arrivare alla sintesi. Tradimento ed inganno. Capita la cosa si capisce la teologia e la storia come in un effetto domino visto dal presente verso il passato ed il futuro. E questa non è filosofia. Spero di essere stato chiaro perché anche se facilissimo da capire a volte si stenta a credere.

  • cdcuser

    Bravo Dezzani.

  • fuffolo

    I Russi mettono le pezze ai casini combinati dagli a m e ricani, spesso rimettendoci (vedi II GM), mirano ad una sana “autarchia euro asiatica” e la loro cultura e politica non si riduce a Putin (il cui profilo sanamente autoritario comunque non stona in quelle date condizioni) .
    Mi pare positivo che tante Nazioni liberamente cerchino in loro un appoggio per emanciparsi dalla visione atlantista e dal derivato sistema democratico, proprio per le prospettive concrete che si aprono per i singoli e per le collettività.

  • Toussaint

    A fronte di un articolo così ben fatto, esito ad esprimere un mio commento per non rischiare di dire banalità. Ovvero, meglio star zitti che dire cavolate.

    Detto questo, a mio parere non è detto che in Medio Oriente non ci sia la possibilità di un accordo onorevole che salvaguardi gli interessi di tutti, e quindi anche quelli dei seppur ridimensionati Stati Uniti, Turchia e Paesi della penisola arabica. Non è che possono sparire o essere lasciati sprofondare nel caos. Perché a loro volta ne genererebbero dell’altro, con conseguenze gravissime.

    Palesemente, anche Turchia (spregio ostentato dell’etica politica occidentale) e Saudi Arabia (accordo sulle quote di produzione) si sono voltati in direzione della Russia. Anche il caso dei gasdotti che dai giacimenti del Golfo (politicamente diviso fra Iran e Paesi del Golfo) portano verso l’Europa può essere risolto. Non è detto che debbano essere per forza in alternativa.

    A mio parere è possibile che, in una situazione pacificata (dove Iran e Saudi Arabia si “accettino” vicendevolmente, seppur in modo forzato), possano essere realizzati entrambi, dividendosi saggiamente il mercato (vista l’impossibilità di prevalere l’uno sull’altro), rendendo non più necessaria la creazione del “Sunnistan” (ISIS) fra Iraq e Siria (progetto, peraltro, militarmente già sconfitto). Per non dire dell’utilità di una “pax petrolifera” russo-saudita.

    Alla base di tutto, come ci ha detto Dezzani, la “pax russa”, soluzione migliore (e forse unica) del “caos” voluto dagli Stati Uniti. Il fatto poi che (grazie anche al raddoppiato canale di Suez) il Mediterraneo diventerà lo sbocco della “via della seta marittima” (con quello che comporterà in termini di sviluppo economico), sarà un ulteriore elemento di pace.

    A questo punto si apre il discorso sull’Italia del post UE e su come potrebbe riposizionarsi, il nostro paese, nel nuovo scenario geopolitico del Mediterraneo. Ma non ho il coraggio finanche di avviarlo l’argomento (troppo grande e troppo importante per le mie conoscenze. Forse anche troppo presto), anche se penso ad un’Italia più che altro nelle vesti di ultimo (o primo, visto dall’altra parte) bastione degli interessi dell’Occidente (e quindi degli Stati Uniti) sul Mediterraneo.

    Certo è che se ne dovrà parlare … ed anche a lungo. Forse è proprio su questo che si gioca il nostro futuro (o, quanto meno, quello del nostro meridione).

  • Cosa comporterà l’imminente insediamento di Donald Trump?

    Se gli USA da diversi mesi insistono dicendo che la Russia interferisce tramite strumenti di “guerra elettronica” per destabilizzare la politica americana…..una bugia ripetuta per centinai di volte diventa verità, ed se la Russia dal canto suo non dovesse ripetere per un altro centinaio di volte che è impossibile per un impero meno potente proporsi in attacchi diretti, ci vuole poco che alla fine gli occidentali crederanno alle armi di “distruzione di massa elettroniche”. Usarono queste strategie con l’IRAQ e con altri paesi sino alla Siria. La Russia viene accusata di avere armi di distruzione di massa elettroniche.

    Trump sicuramente mai cercherà uno scontro diretto con la Russia, perchè gli USA temono i missili farciti con il nucleare. Perciò l’obiettivo degli USA e dell’UE sarà di indebolire l’asse Russia e Cina. Perchè indebolire una delle due significa catapultare il mondo subito in una nuova fare unipolare. Perchè la RUSSIA senza la Cina non è impero, ed la Cina senza la Russia non è impero. Nel Pianeta si sta riproponendo quasi alla perfezione l’asse Medo-Persiano. Insieme contavano contro Babilonia, da soli poco. Per contrastare Babilonia dovettero unire le forze. Ed infatti il caso ha deciso che in questa alleanza sia presente ancora la Persia. Gli USA e l’UE sposteranno la politica estera aggressiva contro la Cina, certo solo per testare la tenuta dell’alleanza Russi&Cina. E mentre aggrediranno diplomaticamente la Cina, verrà lodata la Russia o meglio verso la Russia applicheranno un dialogo diplomatico attrattivo.

    E’ giusto che gli USA le provino tutte prima dello scontro diretto, faranno in modo di evitare lo scontro, ma una Nazione abituata a comandare mai scenderà dal cavallo e dirà, ho capito facciamo un accordo senza uno scontro militare. Tra Grandi Potenze globali, mai è accaduto, anche Antonio e Ottaviano dovettero soccombere al duro referendum armato. Ed Antonio ed Ottaviano avevano punti in comune per poter raggiungere un accordo, ma il Potere è Potere, ed entrambi ad Azio organizzarono il Referendum per il giorno 2 settembre 31 a.C.

    Non sappiamo quale sarà il giorno delle votazioni, o referendum, che dovrà decidere la vittoria del SI(MONDO UNIPOLARE) o la vittoria del NO(mondo multipolare). Sicuramente come accadde nel passato questa risposta sarà l’esito non di un referendum popolare, ma di un referendum militare. Per adesso siamo in “Campagna Elettorale” tra i sostenitori del NO(ALLEATI RUSSI) e quelli del SI(ALLEATI AMERICANI), dopo anche se è una tragica verità, ci sarà lo scontro GEOPOLITICO tra l’Impero Russo-Cinese e L’Occidente, con contenuto e significato storico simile a quello tra l’impero Medo-Persiano e Babilonia.

    l’esito del Referendum Militare probabilmente sarà senza soluzione nel passato vinse Ciro, ma adesso per l’impero Russo&Cinese Resistere equivale alla vittoria, visto la super-potenza-globale americana, in quanto il potere verrà diviso al 50%, con le armi nucleari non ci può essere ne un vinto ne un vincitore. Certo in più informati potranno dire allora perchè hanno costruito la banca dei semi che è costruita 120 metri dentro una montagna di roccia …che prefigura uno scenario da fine del mondo o guerra nucleare….
    http://www.svalbard.it/blog/deposito-sotterraneo-globale-dei-semi-di-svalbard/

    La notizia buona è che adesso siamo in “Campagna Elettorale”.

    • Apollonio

      Bello e apprezzabile il commento di idea3online..! secondo Apollineo manca il terzo convitato di pietra.

    • Toussaint

      Credo, però, che tu ti sia speso su questioni già risolte. Il mondo mai più sarà unipolare. Mi sembra che questo fatto sia già stato largamente acquisito. Il fallimento del globalismo è nelle cose, gli Stati Uniti ambiscono allo status di “primus inter pares” e, per ottenerlo, è chiaro che puntano sulla Russia (militarmente fortissima, ma demograficamente ed economicamente debole, il suo Pil è inferiore a quello italiano, mi pare) per cercare di contrastare la Cina, la vera rivale geopolitica.

      Gli Stati Uniti stanno chiudendosi su sé stessi, forti anche dell’autonomia energetica garantita dagli idrocarburi di scisto (e dalle risorse del “cortile di casa”). Di confronti militari globali non se ne parla nemmeno, se non per alimentare l’apparato militar-industriale, a spese del resto del mondo occidentale (Europa, Giappone, Corea etc.). Che nessuno creda a chiacchiere belliciste … e poi ci sarà il progetto euro-asiatico della “via della seta” che rapidamente farà il resto. Per farla breve, non sarei così pessimista … il progetto delle Svalbard non ha significati occulti. E’ solo un progetto di civiltà.

      • Certamente nessuno desidera lo scontro. Ed è pure giusto non concentrarsi su chiacchiere belliciste, però ho parlato di Antonio ed Ottaviano più di 2000 anni fa. Ma il 1914 ed il 1939 sono date dei due “Referendum” che tante persone anziane ricordano almeno il secondo. Penso che se avessimo commentato nel 1900 o nel 1910, alcuni avrebbero scritto riguardo chiacchiere belliciste, altri su un progetto di civiltà. Ma nel 1914 entrambi capirono che ancora una volta la storia si scrive con il sangue. Penso il progetto delle Svalbard sia anche un progetto di civiltà, non dimentichiamo che chi organizza le guerre non sono criminali di strada, ma persone civili, istruite, fisici e matematici, a volte molto credenti o atei credenti, sono veramente uomini che non lasciano niente al caso. Cercano di controllare ogni secondo per rendere il futuro meno aleatorio.

        Perciò è anche vero che:

        e poi ci sarà il progetto euro-asiatico della “via della seta” che rapidamente farà il resto. Per farla breve, non sarei così pessimista … il progetto delle Svalbard non ha significati occulti. E’ solo un progetto di civiltà.

      • alessandroparenti

        Gli Stati Uniti non sono neanche lontanamente autonomi sull’energia. Le guerre infinite a cui dobbiamo assistere e che molti subiscono dipendono unicamente da ciò.

        • Toussaint

          Scusa, non è per farla più lunga di quanto questa storia meriti. Ma i giacimenti di idrocarburi di scisto statunitensi, ad esempio il Permiano, sono immensi. Se poi consideri anche le sabbie bituminose canadesi (a questo serve il grandissimo condotto fra il Canada e Houston, mi pare, tanto contestato dai Sioux), si capisce anche la realizzazione degli immensi impianti di liquefazione che hanno costruito a Houston. Non solo sono autonomi, ma vorrebbero anche esportare un po’ (e credo lo stiano o lo stavano facendo verso sia la Polonia che gli Stati Baltici).

          Il problema, semmai, è il calo del prezzo del petrolio (la guerra dei prezzi saudita è stata dichiarata sia contro la Russia che contro lo scisto statunitense). Lo scisto ha bisogno di almeno 60 dollari/barile. Ma, in caso di necessità, in brevissimo tempo potrebbero pompare tutti gli idrocarburi di cui hanno bisogno, rendendosi quindi autonomi. E chissà, è forse anche per questo che potrebbero aver “mollato” in Medio Oriente. Anche Come Don Chisciotte, a suo tempo, ha pubblicato degli articoli al riguardo, alcuni di questi scritti da Ambrose Evans-Pritchard (The Telegraph).

          • alessandroparenti

            Non è certo farla lunga,e anzi la storia merita molto interesse. Gli USA consumano 19 milioni di barili al giorno e ne producono 10 milioni o poco più alternandosi,grazie al petrolio di scisto,con Russia e Arabia nell’essere il primo produttore mondiale. L’Arabia, dove non si muove foglia senza che l’America non voglia,Ha aumentato indiscriminatamente la produzione di greggio(basta un 2% in più e il prezzo può anche dimezzare)su ordine degli USA e non per fare loro danno,ma per consentirgli di mettere in ginocchio Russia,Iran e Venezuela. col Venezuela c’è riuscita,con la Russia,il vero obbiettivo,no. Chiaramente il tentativo aveva dei limiti temporali perchè la famiglia reale saudita non sarebbe riuscita a mantenere la popolazione tranquilla col greggio arrivato a 26 dollari visto che non hanno altre entrate e prima o poi sarebbero nate ribellioni dovute alle restrizioni. quanto a Evans pritchard ho letto di lui molti articoli su cdc,ma da quasi un anno li salto. Lo considero di parte e bugiardo,alterna mezze verità per sembrare autorevole con palle eclatanti,le stesse dei media mainstream. Ho letto anche suoi articoli in merito all’indipendenza USA dalle importazioni di petrolio. Balle.

          • Toussaint

            Gli Stati Uniti, in questo momento, stanno “pompando” poco rispetto alle potenzialità, perché conviene loro importarlo, il petrolio, visti i prezzi incredibilmente bassi. Per lanciare su larga scala gli idrocarburi di scisto c’è bisogno di un prezzo di almeno 60 dollari/barile. Se il prezzo risale, o in caso di necessità (perforare un pozzo, con le tecniche che hanno messo a punto, costa pochissimo, qualche milione di USD, contro i miliardi necessari per altri tipi di giacimento), possono raddoppiare, triplicare, la produzione, rendendosi autonomi. Per non parlare delle risorse dell’America Latina, sfruttate e da sfruttare, anch’esse nella disponibilità degli Stati Uniti. L’affermazione che gli Stati Uniti abbiano raggiunto l’indipendenza energetica, quindi, mi sembra ben supportata. Poi Ambrose Evans-Pritchard, lo sanno tutti, è un ometto da niente. Mica come te e Travaglio.

  • FBF

    Premetto con una cretinata – vera o no che sia – e cioè che (…) la Cia ha concluso in un dossier nel quale si stabilisce che autorità di Mosca sono intervenute nelle elezioni americane per aiutare Donald Trump a vincere la presidenza tanto che l’ex capo Cia afferma «Trump è l’utile idiota di Putin». Se fosse così Putin è l’utile idioti di chi? Cosa curiosa che poco ci interessa. Lo staff di Trump però invita a chiudere le polemiche e fa un’affermazione molto interessante: «LE ELEZIONI SONO FINITE DA TEMPO CON UNA DELLE PIÙ GRANDI VITTORIE DELLA STORIA, È TEMPO DI GUARDARE AVANTI E DI ‘RENDERE L’AMERICA DI NUOVO GRANDE».
    L’America non sono gli Stati Uniti, l’America è un continente costituito da tre subcontinenti. Certe affermazioni non sono buttate lì a caso.
    C’è un progetto. Ad esempio la supercarretera Nasco (North America’s SuperCorridor Coalition) è unirà gli Stati Uniti, Canada e Messico dall’Alaska fino alla frontiera sud messicana confinante con Guatemala e Belize o il North America’s SuperCorridor Coalition che consiste invece nell’edificazione dell’oleodotto Keystone XL Pipeline, che dovrebbe servire per il trasferimento del petrolio dall’ovest del Canada al Texas per sboccare nel Golfo del Messico all’altezza della città di Houston per un estensione totale di circa 3500 chilometri. Forse accadrà qualcos’altro.
    La visione attuale del mondo cambierà fino a trasformare il mondialismo forse in un federalismo. Certamente questo passaggio implicherà imbarbarimento, violenze, ingiustizie estinzioni di popoli e guerre, ossia molte cose spiacevoli. Danni collaterali. A volte questa violenza sarà così sottile che non si percepirà.
    Una cosa è certa. Il bene, i migliori ultimi rimasti, non vedranno la fine del mondo e nemmeno la fine di questo secolo.

  • Ronte

    Leggo con piacere tante critiche nei miei confronti. Più o meno le stesse che ebbi allorchè mi riversai contro gli Hollande, Schroeder, Zapadero, Tsipras e tanti altri capoccioni bonapartisti. Beh, i fatti però mi hanno dato ragione. E se ancora non si capisce che la risposta alla crisi del Sistema non passa nè attraverso il riformismo nè il populismo reazionario (e lo scrivo da marxista convinto caro Apollonio; di Perga, di Tiana o di Rodio?), ma piuttosto dalla teorizzazione, organizzazione e sviluppo anticapitalista internazionale, la tragedia è assicurata…Tempo al tempo.

    • Apollonio

      Buona Fortuna Signor Ronte…! già visto.

  • Patria O Muerte

    Dezzani miglior giornalista 2016 per distacco,sempre chiaro,coerente,ineccepibile.
    Un gigante in mezzo alle prostitute intellettuali del mainstream.