Big Serge
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Finora i miei scritti si sono concentrati sull'analisi di guerre già avvenute (talvolta molto tempo fa) o attualmente in corso. In questo articolo proverò a discostarmi leggermente da questo approccio e tenterò di tracciare tre possibili scenari teorici di una guerra che non è ancora iniziata, ma che sembra sempre più probabile. Cosa accadrebbe se gli Stati Uniti decidessero di compiere una mossa aggressiva per conquistare la Groenlandia contro la volontà dei groenlandesi, dei danesi e della Comunità Europea della sicurezza in generale?
Forse queste storie sembreranno al lettore nient'altro che finzione, anche se spero che siano una finzione piacevole e interessante. Penso, tuttavia, che ogni caso esposto porti con sé una catena di cause ed effetti essenzialmente coerenti e che i risultati estremamente diversi che ne potrebbero scaturire dovrebbero farci riflettere. Nulla nella geopolitica - e per estensione nella storia - è veramente deterministico in modi evidenti e in tempo reale. Come le palle che rimbalzano su un tavolo da biliardo, gli effetti di secondo ordine iniziano a moltiplicarsi rapidamente. La nostra storia è piena di grandi guerre che erano iniziate in luoghi apparentemente insignificanti: Lexington Common, Fort Sumter, l'auto dell'arciduca nelle strade di Sarajevo. Nuuk sarà la prossima?
La prima storia: La grande frattura
La battaglia in Groenlandia era termina ancor prima che il mondo avesse compreso che era iniziata. L'idea di uno scontro armato tra gli americani e i loro ex alleati europei - che solo un anno prima era sembrata assurda e impensabile - era considerata talmente impossibile che i governi di tutta Europa erano ancora increduli quando l'esito della battaglia era diventato evidente, circa 9 ore dopo i primi spari. Era come se il cielo fosse caduto.
Il presidente Trump era inarrestabile. Nel gennaio del 2026, le forze armate statunitensi avevano condotto un raid lampo in Venezuela, avevano catturato il presidente Nicolás Maduro e l'avevano portato negli Stati Uniti per processarlo. L'anno precedente, i bombardieri strategici americani erano penetrati nello spazio aereo iraniano e avevano colpito importanti impianti nucleari. Mentre gli analisti da salotto e i blogger discutevano incessantemente i dettagli di queste operazioni, esaminando immagini sgranate dei luoghi dell'impatto e video girati con iPhone di elicotteri americani sopra Caracas, il fatto fondamentale era che l'America era entrata con audacia in due Paesi ostili, apparentemente a suo piacimento, senza subire una sola vittima. Il presidente poteva essere perdonato per aver pensato di essere in un momento particolarmente fortunato.
Riportando la sua attenzione sulla Groenlandia, il presidente Trump aveva insistito sul fatto che l'America doveva assolutamente impossessarsi di quell'isola scarsamente popolata e inospitale per garantire sia la sicurezza americana che quella del mondo occidentale in generale. Le giustificazioni sembravano variare di giorno in giorno: dalla spettrale minaccia di una presenza cinese in Groenlandia, alla necessità di difendere future e imprecisate rotte marittime, alla creazione di una base per risorse strategiche, come un radar di allerta precoce potenziato per il rilevamento di missili balistici e attività spaziali. Nessuno riusciva a mettersi d'accordo sul motivo per cui Trump desiderasse così tanto la Groenlandia, ma lui era irremovibile sul fatto che l'America non solo dovesse mantenervi una presenza militare, ma anche annettere l'isola.
Inizialmente, il presidente americano aveva utilizzato il suo strumento diplomatico preferito e aveva iniziato a imporre dazi doganali agli europei, promettendo di aumentarli nel tempo, per far pressione sul governo danese e spingerlo alla vendita dell'isola. Forse non era irragionevole che Trump si aspettasse che gli europei cedessero, ancora una volta. I danesi, tuttavia, avevano rifiutato categoricamente, iniziando invece a schierare forze per difendere l'isola e mettendo insieme una coalizione di partner europei per presidiare la Groenlandia.
Pochi potevano mettere in dubbio lo spirito combattivo dei danesi - che, dopotutto, avevano contribuito e subito perdite sproporzionate partecipando alle guerre americane in Medio Oriente - ma l'idea di combattere davvero gli americani per la Groenlandia era destinata al fallimento fin dall'inizio. Tanto per cominciare, era chiaro che gli europei non si aspettavano affatto che gli americani sparassero loro addosso. La missione europea in Groenlandia aveva fin dall'inizio un carattere simbolico: l'idea, probabilmente, era che mettere gli americani di fronte alla prospettiva di uccidere i propri alleati avrebbe costretto anche una persona intransigente come Trump a tirarsi indietro. Di conseguenza, le forze europee e alleate erano costituite da contingenti relativamente piccoli. Il governo britannico aveva fornito il gruppo più numeroso inviando il 40 Commando dei Royal Marines, grande quanto una brigata; il Canada aveva contribuito con un unico Arctic Response Company Group; la Norvegia con due compagnie del Narvik Battalion (specialisti nella guerra artica); olandesi, finlandesi e tedeschi avevano inviato formazioni equivalenti a compagnie.
Ciò che accomunava tutti questi dispiegamenti, come la guarnigione danese, era il fatto che consistevano principalmente di fanteria leggera e che mancavano di elementi fondamentali, come una difesa aerea a più livelli, capacità di attacco a distanza, ingegneria militare e supporto aereo. Si trattava di una classica forza di spedizione. In termini di potenza di fuoco era chiaro che erano nettamente inferiori all'armata americana, ora ammassata nel Mare del Labrador sotto il comando dell'USNORTHCOM. Il loro dispiegamento era stato concepito principalmente come una dimostrazione della determinazione europea e per mettere la Casa Bianca di fronte all'idea che avrebbe potuto avere la Groenlandia solo se fosse stata disposta a sparare ai propri alleati. Gli europei pensavano di poter smascherare il bluff del presidente Trump. Ma lui non stava bluffando.
La mattina presto di lunedì 27 aprile 2026, le forze americane avevano iniziato a bombardare la Groenlandia con una serie di missili lanciati dall'aria e dal mare, mentre attacchi informatici multistrato avevano messo fuori uso i sistemi ISR e di comando e controllo europei. I missili Tomahawk lanciati dalle navi avevano colpito depositi di munizioni, caserme e posti di comando sparsi lungo i fiordi della costa occidentale della Groenlandia. La HDMS Niels Juel, una fregata danese della difesa aerea, era stata colpita e messa fuori uso da un AGM-158C LRASM lanciato dall'aria. Nel giro di un'ora, gli europei erano allo sbando e, quando l'11ª divisione aviotrasportata americana - gli "Arctic Angels" – era sbarcata al sorgere del sole, la resistenza era stata minima. Il tenente colonnello Oliver Denning, il comandante del Royal Marine 40 Commando (di stanza nei pressi di Sisimiut), era riuscito ad informare il quartier generale permanente congiunto del Regno Unito, situato a nord di Londra, dell’attacco americano poco prima che le comunicazioni venissero interrotte.
Gli europei, sconcertati, non avevano avuto altra scelta che ordinare la ritirata. Il bilancio delle vittime era stato relativamente contenuto rispetto agli standard della lunga e sanguinosa storia europea: un totale di 97 europei uccisi in azione, per lo più nella prima ondata di attacchi, anche se la vista delle bare che tornavano a casa, avvolte nelle rispettive bandiere nazionali, era stata scioccante. Le capitali europee erano in preda ad un mix psicologicamente opprimente di disorientamento, tradimento, incredulità e rabbia.
Gli europei erano determinati a reagire con tutti i mezzi a loro disposizione, tranne che con un'escalation della guerra cinetica nei confronti degli americani, guerra che ormai ammettevano di non poter vincere. A luglio, i membri europei, insieme al Canada, avevano iniziato un ritiro coordinato dalla NATO, causando a loro volta il ritiro americano da ciò che restava dell'organizzazione. Ad agosto, gli unici membri rimasti erano la Turchia, la Croazia e la Bulgaria, che avevano goffamente sciolto l'alleanza.
Dopo il loro ritiro dall’Alleanza, gli Stati europei avevano iniziato ad espellere formalmente le truppe americane dalle loro basi in tutto il continente. Le forze armate americane avevano iniziato ad abbandonare le roccaforti della Guerra Fredda, Ramstein, Lakenheath e la base aerea di Aviano, alcune truppe erano rientrate in patria ma la maggior parte era stata ridistribuita nella base aerea di Incirlik in Turchia (che aveva rapidamente sfruttato la divisione dell’alleanza atlantica accogliendo una maggiore presenza americana) e nelle strutture in Qatar e Arabia Saudita.
Nel frattempo, gli europei avevano scatenato una controffensiva economica su tre fronti contro gli americani, prendendo di mira le importazioni, la tecnologia e gli appalti militari degli USA. Un'enorme tariffa del 100% sulle importazioni di merci americane li aveva praticamente esclusi dal mercato comune europeo, mentre le autorità di regolamentazione europee, che da tempo avevano preso di mira le aziende tecnologiche americane, si erano ritrovate libere dal guinzaglio. Durante l'estate, l'UE aveva finalmente realizzato il suo progetto di creare un'unica agenzia di regolamentazione digitale per l'intera unione che aveva sistematicamente iniziato a schiacciare i giganti americani come Google, Meta, Tesla e X, fino a bandirli completamente. I giovani più intraprendenti avevano continuato a utilizzare VPN e altre soluzioni alternative per accedere ai social media americani, ma, pubblicamente, la presenza americana era svanita e le aziende cinesi, come Baidu, BYD, Huawei e ByteDance erano subentrate al loro posto.
Alla fine, gli europei si erano resi conto che non era più possibile continuare a dipendere dagli appaltatori americani nel settore della difesa. Gli ordini erano stati cancellati senza tante cerimonie in tutto il continente (anche la Polonia aveva cancellato con rammarico le ingenti ordinazioni di HIMARS americani) e gli europei avevano iniziato ad investire ingenti somme di denaro in produttori locali come Rheinmetall, BAE Systems e Saab. Era un vero piacere poter finalmente snobbare gli americani, ma le consegne erano programmate con tempi lunghi e i costi sembravano costantemente superare le previsioni. Nessuno lo diceva, ma tutti avevano iniziato a desiderare di poter riavere indietro tutto il materiale che era stato inviato in Ucraina nel corso degli anni.
La frammentazione del blocco NATO non era avvenuta nel vuoto. Il governo russo, sempre calcolatore e opportunista, aveva immediatamente iniziato ad aumentare la pressione sull'Ucraina, che ora versava in una grave situazione di disordine. Nell'estate del 2026, il presidente Trump, nel tentativo di scaricare la crisi ucraina sull'Europa, aveva interrotto l'accesso dell'Ucraina alle armi, alle informazioni di intelligence e ai dati di targeting americani. Il 4 luglio, nel suo post su TruthSocial in cui augurava "BUON GIORNO DELL'INDIPENDENZA A TUTTI", Trump aveva annunciato di aver dato istruzioni a Elon Musk di disconnettere l’Ucraina da Starlink. Prive di comando e con il flusso di munizioni occidentali ormai interrotto, le forze ucraine avevano iniziato a dissolversi. All'inizio di settembre, di fronte alle massicce rese e alle avanzate russe su tutta la linea di contatto, Kiev era stata costretta a firmare un trattato di pace che riconosceva l'annessione da parte della Russia di dieci oblast: Lugansk, Donetsk, Zaporizhia, Kherson, Mykolaiv, Odessa, Dnipro, Kharkov e Sumy.
Il Cremlino non aveva perso tempo. Alla fine dell'estate, i media europei avevano riferito allarmati del rafforzamento delle forze russe lungo il confine con gli Stati baltici. A ottobre, i russi erano entrati in azione. Avevano imparato dai propri errori in Ucraina ed erano intervenuti con mano pesante, colpendo fin dall'inizio le centrali elettriche, le caserme e le infrastrutture municipali. C’erano voluti 17 giorni alle forze di terra russe per invadere i Paesi Baltici. La NATO non aveva fatto nulla. La NATO era scomparsa.
In assenza di impegni formali in materia di sicurezza nei confronti dei Paesi Baltici, la comunità europea si era ritrovata profondamente divisa sull'opportunità di intervenire. All’inizio, solo i polacchi si erano detti disponibili ad intervenire, ma si erano rapidamente ricreduti dopo che la 18ª Divisione meccanizzata era stata massacrata fuori Kaunas (avanzando in classiche colonne marcianti, era stata duramente colpita dagli operatori di droni russi, ormai esperti in questo tipo di guerra) e Varsavia aveva firmato un armistizio. Con l'arrivo dell'inverno e il disperato bisogno di gas russo per sostenere un'economia in crisi, gli europei avevano deciso di far buon viso a cattivo gioco nei confronti dell'amministrazione russa dei Paesi Baltici. La Finlandia, tornando alla strategia del riccio che le era stata così utile durante la Guerra Fredda, aveva formalmente adottato una politica di neutralità e intensificato l'addestramento del suo ampio gruppo di riservisti militari.
La Cina aveva saggiamente deciso di essere l'ultima ad entrare in campo. Con gli americani alle prese con spinose questioni economiche (il crollo delle relazioni economiche con l'Europa aveva fatto salire alle stelle i tassi del Tesoro americano e sconvolto le catene di approvvigionamento) e con l'esercito americano in fase di riorganizzazione, i cinesi avevano aspettato fino alla metà del 2027 per bloccare Taiwan. Le azioni di Nvidia erano crollate nelle contrattazioni after-hour. Con una serie di attacchi al settore tecnologico americano, già in difficoltà, Pechino aveva accompagnato la sua mossa su Taiwan con il rilascio di una serie di modelli di intelligenza artificiale open source, tra cui l'innovativo DeepSeek V5. Il lancio improvviso di decine di modelli di intelligenza artificiale concorrenti, combinato con la prospettiva della perdita totale della produzione di chip taiwanese, aveva fatto precipitare le azioni tecnologiche americane in una spirale al ribasso e l'indice S&P 500 era sceso del 23%. Il presidente Trump aveva annunciato la sua intenzione di reagire con dazi doganali. Taipei aveva capitolato.
Mentre il mondo avanzava a tentoni verso il 2028, il panorama geopolitico emergente era diventato completamente irriconoscibile. Il lancio della politica mondiale americana era stato un successo senza precedenti, entro i suoi ristretti parametri. La Groenlandia era stata acquisita come territorio americano non incorporato, sulla falsariga di Guam e Porto Rico, mentre partner junior entusiasti come El Salvador e Argentina avevano fornito avamposti del potere americano lungo la spina dorsale delle Americhe. Dopo una breve situazione di stallo nell'estate del 2027, Panama aveva restituito il controllo della zona del Canale agli Stati Uniti, che si erano subito messi al lavoro per riattivare le strutture militari, tra cui la base aerea di Howard e la stazione navale di Coco Solo. Con il controllo sia del Canale di Panama che dei giacimenti petroliferi venezuelani e una presenza militare intensificata in Groenlandia, la Dottrina Donroe si era realizzata.
I costi, tuttavia, erano stati esorbitanti. L'alleanza americana in Europa, costruita e mantenuta a caro prezzo durante tutta la Guerra Fredda, era andata perduta. La posizione degli Stati Uniti in Asia era rimasta sostanzialmente intatta - Filippine, Corea del Sud, Giappone e Australia rimanevano alleati fondamentali degli Stati Uniti - ma il fallimento degli Stati Uniti nel difendere attivamente Taiwan aveva profondamente smorzato l'entusiasmo generale e rimaneva aperta la questione se [questi Paesi] potessero contare sugli americani per resistere ad ulteriori invasioni della Cina. In un'intervista alla FOX News, il professor John Mearsheimer aveva suggerito che il Giappone e la Corea del Sud avrebbero potuto garantire al meglio la propria sicurezza acquisendo armi nucleari. Tokyo stava già pensando la stessa cosa: nell'ottobre 2027, le Forze di autodifesa aerea giapponesi avevano testato un nuovo missile balistico a medio raggio. I media lo avevano subito soprannominato Godzilla.
La seconda storia: Turbo-America
"È un pazzo. Ma non possiamo fare nulla".
Internamente, il governo danese era in subbuglio per la rabbia e l'incredulità che si fosse arrivati a questo punto. Dopo aver rifiutato, in modo diplomatico ma fermo, l'offerta di 700 miliardi di dollari del presidente americano per l'acquisto della Groenlandia, il governo danese era stato sottoposto ad una campagna di feroci pressioni su tutti i fronti. Gli americani avevano iniziato ad imporre dazi sempre più elevati ai partner europei della Danimarca, mentre il presidente Trump rimproverava pubblicamente i danesi per la loro ingratitudine e testardaggine. Un gruppo di portaerei americane si era posizionato nel Nord Atlantico, a circa 200 miglia al largo della costa della Groenlandia. L'ambasciatore danese a Washington era stato convocato nello Studio Ovale, dove il presidente lo aveva rimproverato aspramente e minacciato di "spazzarlo via dal cielo" se i danesi avessero continuato a trasportare altro personale militare in Groenlandia.
I danesi avevano valutato le opzioni a loro disposizione ed erano giunti alla conclusione che non ne avevano alcuna. Il personale militare danese era stato silenziosamente richiamato dalla Groenlandia e Copenaghen aveva iniziato a cercare un modo per salvare la faccia. Il 4 luglio 2026, anniversario non solo della fondazione degli Stati Uniti, ma anche dell'acquisto della Louisiana, la Casa Bianca aveva postato su X una foto del presidente Trump e del primo ministro danese Mette Frederiksen mentre firmavano il trasferimento formale della Groenlandia agli Stati Uniti. Sullo sfondo, un poster mostrava una mappa della Groenlandia colorata con le stelle e le strisce. Il presidente Trump sorrideva raggiante. Il primo ministro non sorrideva.
L'annessione americana della Groenlandia aveva fatto riflettere gli europei sulle due premesse fondamentali che ora governavano la loro realtà politica. In primo luogo, gli americani erano perfettamente disposti a ricorrere alla coercizione non solo contro i nemici, ma anche contro gli alleati. In secondo luogo, l'Europa si era messa in scacco matto, rendendosi incapace di resistere a questa coercizione. Nonostante tutti i discorsi sul declino americano e sul mondo multipolare emergente, la capitolazione di Bruxelles aveva fatto capire che l'America era più potente che mai.
Il presidente Trump non aveva ancora finito la sua impresa contro gli europei. Più tardi nell'estate, con le forze russe alle porte delle città gemellate nel Donbas, gli ucraini erano finalmente arrivati al punto di rottura. Il segretario di Stato Marco Rubio era volato a Mosca. Il 24 agosto, giorno dell'indipendenza dell'Ucraina, gli Stati Uniti avevano annunciato di aver raggiunto un accordo con Mosca. Washington avrebbe riconosciuto l'annessione da parte della Russia dei quattro oblast orientali, insieme alla Crimea, e avrebbe costretto gli ucraini ad adottare una politica formale di neutralità, in cambio della garanzia russa di non aggressione nei confronti della restante parte dell'Ucraina. L'Ucraina avrebbe ricevuto garanzie di sicurezza e un fondo di investimento per la ricostruzione del Paese.
Gli europei avevano capito subito che sarebbero stati loro a sostenere i costi di questa ultima clausola. L'America avrebbe intascato tutti i proventi derivanti dall'accordo sui minerali del 2025 - "Devono ripagarci", ha insistito Trump - e Washington avrebbe partecipato alla supervisione del fondo per la ricostruzione, ma i costi effettivi sarebbero ricaduti sugli europei. Il conto totale era ora stimato a ben 650 miliardi di dollari, una somma tutt'altro che modesta. Dietro le quinte, tuttavia, Trump aveva ripetutamente minacciato di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO e di abbandonare completamente l'Europa. Quando la Commissione Europea si era pubblicamente opposta all'idea di sostenere i costi della ricostruzione, il Presidente aveva minacciato di imporre una tariffa del 25% all'UE e di destinare il gettito al fondo per la ricostruzione. "Pagheranno, in un modo o nell'altro", aveva detto. "Devono pagare".
L'Europa si era ritrovata tra l'incudine e il martello. Da un lato, si era irrimediabilmente allontanata dalla Russia e non era in grado di correggere la rotta a causa della continua intransigenza degli Stati dell'ex Patto di Varsavia. D'altro canto, rimaneva fortemente dipendente da un supervisore americano perfettamente disposto a scaricare sull'Europa tutti i costi della guerra in Ucraina e a ricorrere ad una palese coercizione per assicurarsi l’obbedienza degli europei, pretendendo persino che lo ringraziassero.
In definitiva, ciò che aveva impedito all'UE di risolvere questi problemi era il fatto che l'UE non era un sistema politico veramente funzionante, ma una accozzaglia di Stati. Esisteva una pericolosa asimmetria, in cui l'UE era vittima del bullismo, soggetta a dazi doganali e trattata con la forza come un'unica entità, mentre, internamente, non era in grado di elaborare una politica estera coerente e unificata. Ora si ritrovava con in mano il cerino acceso: l'Ucraina ormai ridotta ad un relitto.
In termini pratici, il presidente Trump era riuscito ad ottenere il dominio totale sugli europei. Li aveva umiliati con l'annessione della Groenlandia, usando una combinazione di minacce economiche e militari per costringere i danesi a cedere l'isola. In Ucraina, era riuscito ad ottenere un successo: aveva portato a casa un accordo minerario e un accordo di pace come "lustrini" da mostrare all'elettorato, lasciando agli europei il conto da pagare. E, naturalmente, grazie ad un programma che risaliva all'amministrazione Biden, la guerra in Ucraina aveva prosciugato le scorte militari europee e costretto gli europei a rifornirsi dagli appaltatori della difesa americani.
Era un pazzo. Ma cosa potevano fare?
La terza storia: il Carlo Magno nucleare
L'umiliazione danese era stata percepita come un'umiliazione europea. Uno dopo l'altro, i leader europei avevano affrontato direttamente il presidente Trump o avevano rilasciato dichiarazioni pubbliche affermando che la Groenlandia era territorio danese, che la sovranità danese era sacrosanta e che la NATO avrebbe difeso i suoi membri da qualsiasi minaccia, anche americana. Quando però si era arrivati al dunque, i danesi avevano dovuto naturalmente fare marcia indietro. La Groenlandia era indifendibile e nessuno credeva davvero che gli europei avrebbero combattuto una guerra calda con gli americani nell'Artico.
Il presidente Trump era ovviamente al settimo cielo. I danesi avevano fatto marcia indietro senza spargimenti di sangue, Marco Rubio era volato in Groenlandia e aveva scattato una imbarazzante foto davanti all'edificio dell'Inatsisartut a Nuuk, dove ora sventolava la bandiera americana. Apparentemente, si trattava di un altro grande successo di politica estera per gli americani, che sembravano agire impunemente e farla franca, volta dopo volta.
Internamente, tuttavia, i governi europei ritenevano che il reciproco risentimento fosse diventato intollerabile. Trump aveva rimproverato l'Europa per la sua ingratitudine, ma dov'era la gratitudine americana nei confronti dei danesi, fedeli alleati che avevano combattuto e perso la vita nelle inutili guerre americane in Afghanistan e Iraq? Più e più volte l'Europa aveva chinato la testa e si era schierata fedelmente al fianco degli americani e questo dove l'aveva portata? Era giunto il momento di divorziare.
Naturalmente, non tutti nella comunità europea erano entusiasti di abbandonare l'alleanza americana, che era stata per così tanto tempo la pietra angolare della politica di sicurezza continentale. Gli Stati dell'Europa orientale in particolare – Polonia, Paesi Baltici, Finlandia – rimanevano preoccupati dalla minaccia russa ai loro confini e non avrebbero mai pensato di abbandonare la NATO e uscire volontariamente dall'ombrello nucleare americano. Per gli Stati dell'Europa occidentale, invece, era giunto da tempo il momento di creare un'architettura di sicurezza coerente: sotto, da e per gli europei.
A Bruxelles, l'11 novembre 2026 (giorno dell'armistizio, scelto per evocare il ricordo della vecchia Europa prima che diventasse una satrapia del presidente americano), sedici Stati europei avevano annunciato la loro intenzione di ritirarsi dalla NATO e di entrare in una nuova architettura di sicurezza denominata Organizzazione Europea di Difesa Comune (ECDO), anche se, ovviamente, sarebbe stata conosciuta colloquialmente come il Patto di Bruxelles. Nel loro insieme, questi Stati - Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Islanda, Italia, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Spagna e Svezia - contavano una popolazione di circa 350 milioni di persone e un PIL di quasi 20.000 miliardi di dollari, facendo impallidire i restanti membri europei della NATO, ormai notevolmente ridotta.
Basato su un protocollo di difesa comune simile al concetto di forza tripwire (un attacco contro uno è considerato un attacco contro tutti), il nuovo patto di difesa era stato concepito fin dall'inizio per avere un forte impatto. Il testo del trattato prevedeva la creazione di una forza di reazione rapida multinazionale composta da dodici unità equivalenti a brigate, pronta a dispiegarsi rapidamente in qualsiasi punto del "teatro europeo". Il trattato obbligava inoltre tutti gli Stati membri ad essere "pronti a contribuire alla difesa comune" reintroducendo la coscrizione obbligatoria universale per i maschi di 18 anni, con l'impegno a destinare alla difesa non meno del 4% del prodotto interno lordo.
Tuttavia, lo sviluppo di gran lunga più rivoluzionario dell'ECDO era stata l'integrazione formale della Francia (l'unico Stato nucleare dell'organizzazione) come garante della deterrenza strategica del patto. Ciò era stato ottenuto concedendo alla Francia il diritto di veto nel Consiglio di difesa comune, in cambio di clausole che potevano invocare una "revisione delle opzioni di attacco strategico" nei casi in cui il consiglio avesse determinato che "l'integrità territoriale o politica dell'area di difesa comune fosse minacciata". Questa innovazione, che equivaleva ad un'estensione de facto dell'ombrello nucleare francese sul patto (e a un tacito riconoscimento della leadership francese in Europa), era stata denominata a livello informale protocollo Carlo Magno.
La creazione dell'ECDO e il ritiro dei suoi membri dalla NATO avevano inevitabilmente portato all'espulsione delle forze americane dalle basi in tutta Europa. Strutture come Ramstein, in Germania, e la base aerea di Aviano in Italia erano state smantellate e gli americani erano migrati verso gli avamposti rimasti in Europa. Il Regno Unito non era uscito dall'alleanza, la Polonia, la Turchia e l'Ungheria si erano fatte carico della maggior parte delle guarnigioni americane ridistribuite, anche se era sempre meno chiaro se fossero lì per respingere minacce provenienti da est o da ovest.
Indubbiamente, gli Stati membri dell'ECDO avevano sperato di mantenere relazioni cordiali con gli americani. Inevitabilmente, tuttavia, erano sorti attriti, in gran parte perché l'America ora manteneva una irritante posizione di blocco nell'Europa centro-orientale. Anche se la presenza della NATO nel continente europeo era ormai limitata ad una sottile fascia di Stati (Finlandia, Paesi Baltici, Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria e Turchia), questa ridotta satrapia americana era ancora in grado di bloccare l'accesso dell'Europa alla Russia (e al gas russo) mentre gli americani lavoravano incessantemente per mediare e controllare le relazioni. Peggio ancora, nel 2027 le forze turche avevano invaso la Siria settentrionale e annesso ampie zone del Paese con il sostegno americano. Questo aveva aperto la strada alla rinascita del gasdotto Qatar-Turchia, mettendo nelle mani dell'alleanza americana un altro flusso energetico di grande importanza.
L'ECDO aveva risolto un grave problema della storia europea moderna. Per la prima volta, l'Europa occidentale, che rappresentava la maggior parte dell'economia europea, aveva creato sia un meccanismo politico per un'azione militare coordinata, sia gettato le basi per una forza reale in grado di sostenerlo. Non era stato facile per tutti i Paesi membri concedere il ruolo di leadership de facto ai francesi, ma questa pillola amara era stata resa più facile da mandare giù dal ricordo umiliante della crisi della Groenlandia. In ogni caso, il gollismo si era certamente preso la rivincita ed era giunto il momento di seguire l'esempio francese su tali questioni.
Superficialmente, le nuove linee geopolitiche in Europa apparivano per lo più stabili, con una sola eccezione degna di nota. Nel maggio 2028, il Consiglio di difesa comune si era riunito per discutere delle crescenti tensioni nelle acque territoriali contese tra Grecia e Turchia. Si trattava di una importante fonte di tensione vecchia di decenni e in due occasioni, nel 1987 e nel 1996, Grecia e Turchia erano arrivate vicine ad un conflitto militare totale. Ora, tuttavia, la Grecia era membro dell'ECDO, soggetta al Protocollo Carlo Magno, mentre la Turchia continuava a far parte della NATO. Inoltre, la Turchia era diventata probabilmente l'alleato americano più strategicamente importante al mondo, mediando l'accesso e i flussi energetici tra Europa, Medio Oriente e Russia. La base aerea di Incirlik, ampliata nel 2027, ospitava più di 9.000 militari americani e quasi 80 ordigni nucleari americani. Ora, si diceva che le navi turche stessero ripetutamente e intenzionalmente sconfinando nelle acque territoriali della Grecia.
Il ministro della difesa tedesco, Boris Pistorius, aveva dichiarato: “Un giorno la grande guerra europea scoppierà per qualche maledetta sciocchezza nell'Egeo”.
Big Serge
Fonte: bigserge.substack.com
Link: https://bigserge.substack.com/p/the-great-greenland-war
21.01.2026
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org
Spartan 24 gennaio 2026
E se, Donaldo, se ne sbatte altamente di tutti, occupa la gron e ci piazza le sue basi ? Qualcuno fiaterà ?
Gli USA non hanno solo le portaerei. Bastano i vari BlackRock, Vanguard ecc, per devastare , finanziariamente, l'intera europa