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La Cina, Amnesty e i Gilets Jaunes

DI BRUNO GUIGUE

francais.rt.com

Rivedendo l’ultimo rapporto della organizzazione non governativa Amnesty International sulla Cina, l’analista politico Bruno Guigue ne indica le approssimazioni e sottolinea che per confronto, è allarmante la gestione della crisi dei Gilets Gialli in Francia.

Quando si voglia trattare la questione dei diritti umani in Cina, il problema che si pone immediatamente è quello delle fonti d’informazione. Se sono governative, i detrattori abituali della Cina comunista mettono in rilievo immediatamente la loro parzialità. Se sono legate agli ambienti di opposizione, un identico rimprovero sarà rivolto a loro. Per evitare questo genere di inconvenienti, adotteremo il metodo che consiste nel leggere l’ultimo rapporto di Amnesty International sulla Cina (2017-2018), e fare come se le informazioni effettive che contiene siano esatte.

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(i GJ son diventati un branco di pazzoidi?)

Dato che questa ONG americana non passa per essere una zelante propagandista del potere cinese, sarà difficile incorrere nell’accusa di compiacenza nei confronti di Pechino. Ebbene, che troviamo in questo rapporto? Prima di tutto dedica una lunga disamina a Liu Xiaobo, il cui dramma personale ha fornito all’occidente un argomento pesante contro il governo cinese per un decennio. “Liu Xiaobo insignito del premio Nobel per la pace, è morto in prigione per un cancro al fegato il 13 luglio.

Liu Xiaobo e la sua famiglia avevano chiesto alle autorità di permettergli di andare all’estero per essere curato, ma le autorità hanno rifiutato di prendere in considerazione questa richiesta. Alla fine dell’anno, sua moglie, Liu Xia, era sempre sotto sorveglianza e trattenuta illegalmente a domicilio coatto. Era stata sottoposta a queste misure dopo l’attribuzione del premio Nobel per la pace a suo marito nel 2010. Almeno 10 militanti sono stati arrestati per aver organizzato delle cerimonie in memoria di Liu Xiaobo”.

Quando un intellettuale auspica la colonizzazione del suo paese da parte di potenze straniere, deve aspettarsi di avere delle grane.

Questo dissidente è stato arrestato poi condannato a 9 anni di prigione per “sovversione” nel 2009. Morto di cancro nel luglio 2017 poco dopo la sua scarcerazione, e non in carcere, aveva ottenuto il premio Nobel per la pace nel 2010 con l’appoggio entusiasta dei paesi occidentali. Filosofo iconoclasta, in una intervista accordata alla stampa nel 1988 riassumeva il suo pensiero in questo modo:  “Scegliere di vivere significa scegliere il modello di vita occidentale. La differenza fra i metodi di governo occidentali e quelli cinesi, è la stessa che c’è tra l’umanità e il disumano, non ci sono vie di mezzo. L’occidentalizzazione è una scelta non della nazione ma della razza umana.”  Per capire – senza pertanto giustificarla- la reazione delle autorità cinesi, bisogna procedere a un esercizio di trasposizione. Proviamo a sostituire le parole “occidentale” con la parola “ariano”, e “cinese” con la parola “ebreo”: è chiaro che questo genere di affermazioni, in Francia porterebbero ad azioni legali contro il loro autore.

Ma non è stata questa la sola audacia di Liu Xiaobo. Ammiratore della politica estera degli Stati Uniti, non ha mai perso un’occasione per rallegrarsi retrospettivamente con questo paese per la guerra di Corea – che costò la vita a 600.000 cinesi – la guerra del Vietnam e l’invasione dell’Iraq. Infine ha sostenuto che per conoscere i benefici della civiltà occidentale, “la Cina dovrebbe di nuovo diventare una colonia per 300 anni e dovrebbe essere divisa in 18 stati”.

Ci si può indignare per il trattamento inflitto ad un intellettuale che dice quello che pensa, ma quando auspica la colonizzazione del suo paese da parte di potenze straniere, deve aspettarsi di avere delle grane. L’arresto di Liu Xiaobo dimostra che le autorità cinesi non scherzano sul patriottismo e che vi sono dei limiti alla libertà di espressione quando c’è in gioco l’interesse nazionale. Ma altrove è diverso? Che sorte sarebbe riservata al cittadino francese che dichiarasse che i suoi compatrioti sono dei subumani e richiedesse apertamente l’invasione della Francia da parte della Russia?

Si può vedere il video:

https://francais.rt.com/france/59547-epingle-par-europe-sur-lbd-40-macron-garde-cap-denonce-casseurs-samedi-apres-midi

(Macron non cambia rotta e denuncia i vandali del sabato pomeriggio)

Dopo questa prevedibile ode a Liu Xiaobo, la relazione dell’ ONG americana richiama le modifiche legislative giudicate negative per i diritti dell’uomo. “Ancora quest’anno sono stati elaborati regolamenti e leggi repressive da adottare in relazione alla sicurezza nazionale, questi provvedimenti conferiscono alle autorità maggior potere per ridurre l’opposizione al silenzio, censurare le informazioni e reprimere e perseguire penalmente i difensori dei diritti umani.” Come esempio la relazione si dedica a una cronaca che ha il merito di riferirsi a degli avvenimenti precisi. L’avvenimento più importante – l’unico che è oggetto di un resoconto dettagliato all’interno della relazione – ebbe luogo nel luglio 2015.

“Su circa 250 persone che sono state interrogate o imprigionate da agenti della sicurezza nazionale in seguito all’ondata di repressione senza precedenti lanciata dal governo contro gli avvocati specialisti in diritti umani e contro i militanti nel luglio 2015, nove sono stati dichiarati colpevoli di eversione del potere statale, di incitamento alla sovversione del potere dello stato, di aver cercato di provocare degli scontri e turbato l’ordine pubblico.”  Il rapporto precisa che di queste nove persone, 5 sono tutt’ora in prigione, tre sono stati condannati alla prigione con la condizionale e l’ultimo è stato assolto da condanne penali. La relazione aggiunge a questi nove casi altri quattro casi di arresti che si sono conclusi con tre condanne al carcere e con una liberazione dietro cauzione.

Gli altri avvenimenti dello stesso tipo menzionati dal rapporto della ONG riguardano “undici militanti arrestati per aver commemorato la repressione di Tienanmen del 1989, per aver provocato degli scontri e turbato l’ordine pubblico”. Due di questi sono stati tenuti in carcere, e un altro è stato condannato a 3 anni di prigione. La relazione aggiunge tre arresti di “militanti in favore dei diritti del lavoro” che si sono poi risolti con una scarcerazione sotto cauzione e una condanna penale. Per quanto riguarda la repressione delle attività su internet, dodici persone sarebbero ancora in carcere, la maggior parte in attesa di giudizio.

Questa parte del rapporto di Amnesty International ha il vantaggio di essere relativamente precisa: fornisce delle cifre, i nomi delle persone interessate e indica il trattamento che è stato loro riservato. Se mettiamo insieme tutti questi dati, otteniamo in totale 280 arresti o incriminazioni, 22 incarcerazioni e 10 condanne penali, con pene detentive che vanno da 1 a 8 anni. Ci sarebbero anche (la relazione impiega il condizionale) alcuni casi di arresti domiciliari ed un caso di scomparsa senza spiegazioni sulla quale la ONG si mostra prudente.

Nell’insieme è evidente la sproporzione tra i fatti riportati e la descrizione apocalittica che ne costituisce lo sfondo.

La seconda parte della relazione si occupa delle religioni e delle minoranze che sarebbero oggetto di grave discriminazione da parte del potere cinese. “Anche quest’anno, i praticanti di Fa Lun Gong sono stati oggetto di persecuzioni, di detenzioni arbitrarie, e anche di atti di tortura e di altri maltrattamenti.” Ma per illustrare questa repressione generalizzata delle attività religiose Amnesty International non cita che un solo caso: “Accusata di utilizzare un culto nefasto allo scopo di nuocere al mantenimento dell’ordine, Chen Huixia era in prigione dal 2016. In maggio il suo processo è stato rimandato dopo che il suo avvocato ha chiesto al tribunale di non considerare come prove degli elementi ottenuti sotto tortura.

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Entre Chine et Etats-Unis, la hache de guerre est loin d’être enterrée

(tra Cina e USA l’ascia di guerra non sarà seppellita tanto presto)

Ma è soprattutto la situazione degli Uiguri e dei Tibetani, come si può immaginare, che preoccupa la ONG occidentale. “Nella relazione riguardante la sua missione del 2016 in Cina, l’inviato speciale delle Nazioni Unite sui diritti dell’uomo e la povertà estrema ha dichiarato che, anche se i progressi nella lotta contro la povertà erano in generale impressionanti, la situazione dei tibetani restava molto problematica, e la maggior parte delle minoranze etniche in Cina erano esposte a gravi violazioni dei diritti umani, in particolare a tassi particolarmente elevati di povertà, alla discriminazione etnica e alle deportazioni forzate.

Per avvalorare un quadro così allarmante, avremmo voluto conoscere dei fatti precisi. A titolo di esempio, la ONG menziona due arresti e sei suicidi rituali con il fuoco in Tibet. Le circostanze di questi suicidi non sono affatto spiegate dalla relazione, contrariamente ai due arresti citati. Nell’ insieme, la sproporzione tra i fatti riportati e la descrizione apocalittica che ne costituisce il panorama di fondo è evidente. Si noterà che la relazione non si allarga affatto sulla situazione in Tibet. Da molto tempo il Dalai-Lama non reclama più l’indipendenza della sua provincia natale, uscita un po’ alla volta dagli schermi radar della compassione occidentale.

Sulla stessa falsariga, l’affermazione degli autori del rapporto secondo il quale “la maggior parte delle minoranze etniche in Cina erano soggette a gravi attentati ai diritti umani” è completamente surreale. La Cina riconosce ufficialmente 54 nazionalità minoritarie. Le uniche ad avere storicamente incontrato delle difficoltà col potere sono i Tibetani e gli Uiguri. La più numerosa minoranza (18 milioni di persone), gli Zuang, sono perfettamente integrati, così come i musulmani Hui. Esentati dalla politica del figlio unico, -il che fu un privilegio enorme- hanno beneficiato di provvedimenti in favore della loro cultura e di investimenti nelle regioni (spesso svantaggiate) che abitano da secoli. L’inviato speciale dell’ONU per i diritti dell’uomo può comunque far polemica, ma niente di concreto viene a supportare le sue affermazioni.

I trenta incarcerati e i venti condannati che ha avuto la Cina nel 2017 si potrebbero paragonare per esempio con la repressione che colpisce i Gilets Jaunes dal novembre 2018.

La causa Uigura ha sostituito la causa tibetana nel cuore degli occidentali, e quindi la parte della relazione consacrata a questo argomento è evidentemente molto più lunga. Insiste giustamente sulla repressione impietosa delle “attività estremiste” da parte delle autorità cinesi. Ma la relazione non cita alcuna Fonte precisa e non fornisce nessun dato numerico. Si leggono cose dello stesso genere, che attestano la serietà dei redattori, quando questi lasciano il terreno della relazione dei fatti per quello dell’affabulazione per sentito dire:  “Secondo delle notizie comparse nei media, in tutta la regione, le famiglie hanno ricevuto l’ordine di consegnare alle autorità le loro copie del Corano e qualunque altro oggetto religioso in loro possesso, con la minaccia di sanzioni.”

si legga anche:

https://francais.rt.com/france/56993-gilets-jaunes-amnesty-international-denonce-usage-excessif-force-police.

(Amnesty International denuncia l’uso eccessivo della forza da parte della polizia contro i Gilet Jaunes)

In realtà, il governo cinese ha fatto ritirare dalla circolazione dei libri che appartengono alla letteratura religiosa estremista. Dobbiamo rimproverarglielo, in un paese dove gli attentati jihadisti hanno fatto centinaia di morti dal 2009 in poi ? E poi ci aspettavamo di trovare considerevolmente approfondita l’abominevole repressione che colpisce gli Uiguri.

La relazione cita i “centri di rieducazione” aperti dal governo, ma non c’è una riga sui “campi di concentramento” nei quali sarebbero ammassati secondo l’unanime parere della stampa occidentale, “un milione di Uiguri”. Amnesty International ha mantenuto sull’argomento una salutare prudenza, avendo senza dubbio paura del ridicolo. Vero è che per mettere in prigione un milione di Uiguri, bisognerebbe arrestare metà della popolazione maschile adulta di una minoranza che conta 10 milioni di persone. Nessuna Fonte seria ha mai sostenuto queste accuse grottesche e l’enormità della menzogna finirà senza dubbio per uccidere la menzogna stessa.

Sommando i dati forniti dalla relazione di Amnesty International, possiamo concludere che il governo cinese nel 2017 ha violato i diritti dell’uomo procedendo a un numero indeterminato di arresti e di rinvii a giudizio dei quali sono accertate e documentate alcune centinaia. Nell’insieme, Amnesty International enumera una trentina di incarcerazioni e una ventina di condanne penali -con pene detentive da 1 a 8 anni inflitte a persone accusate a torto o a ragione di turbativa dell’ordine pubblico o di attività sovversiva. Se sono corretti questi dati devono essere presi in considerazione.

È chiaro che il governo cinese esercita una sorveglianza generalizzata, rileva le attività sovversive e non lesina sui metodi per mettervi fine. Si può sempre (soprattutto da lontano), giudicare questa politica dittatoriale e condannare un regime che i suoi detrattori qualificano come “totalitario”. Ma non è sicuro che i cinesi vedano le cose allo stesso modo. Anche se si augurano che questa severità si attenui nel corso del tempo, la giudicano indispensabile per la stabilità del paese e la lotta contro l’ingerenza straniera. La repressione esercitata contro le organizzazioni estremiste del Xinjang, per esempio, è oggetto di un largo consenso, e gli avvenimenti della Siria o della Libia hanno confortato l’opinione dei cinesi nella loro avversione per questa ideologia mortifera ed hanno accresciuto l’inquietudine delle autorità di fronte a questa minaccia strategica.

Se diamo credito al rapporto dei fatti fatta dall’ONG americana -come era l’ipotesi iniziale mia-, è anche chiaro che la repressione, nella Repubblica Popolare Cinese, colpisce un numero estremamente limitato di persone. I 30 arresti in carcere e i le 20 condanne viste in Cina nel 2017 dovremmo paragonarli per esempio con la repressione che ha colpito i Gilet Jaunes dopo il novembre 2018. Con 8500 arresti, 1800 condanne penali, 200 incarcerazioni e 110 feriti gravi, dei quali 19 mutilati, il bilancio della repressione poliziesca e giudiziaria che si è abbattuta su questo movimento popolare è impressionante.

Dato che la popolazione cinese rappresenta 20 volte quella della Francia, basta applicare questo moltiplicatore per avere un’idea di quello che produrrebbe la repressione di un movimento analogo in Cina: decine di migliaia di arresti, 36.000 condanne penali e 2.000 feriti gravi. Secondo le cifre fornite da Amnesty International ne siamo ben lontani! La Francia si picca di essere una democrazia e fa la lezione ai cinesi, ma qui si arrestano un migliaio di manifestanti, se ne mutilano delle decine e i tribunali mandano in prigione centinaia di persone. Venti condanne trasformano un paese di un miliardo e 410 milioni di abitanti in una dittatura totalitaria, 1800 condanne in un paese di 67 milioni di abitanti gli valgono il titolo di democrazia esemplare. Capisca chi può!

Le opinioni, le affermazioni ed i punti di vista espressi in questo articolo sono a carico del loro autore e non possono in alcun modo essere attribuiti a RT.

 

Bruno Guigue

 

Fonte: https://francais.rt.com/

Link: https://francais.rt.com/opinions/59690-chine-amnesty-gilets-jaunes-par-bruno-guigue

5.02.2019

Scelto e tradotto dal Francese per www.comedonchisciotte.org da Giakki49

 

 

Pubblicato da Rosanna

La mia insolita passione è quella di andare a caccia della "verità" nelle vicende contemporanee, attraverso gli interstizi dell'informazione, il mio vizio assurdo invece consiste nell'amare l'anonimato più della notorietà, la responsabilità più del narcisismo, l'impegno sociale più del letargo intellettuale. Allergica al pelo di capra e alle fake news.