La Bce prepara l’uscita dall’euro della Germania

DI MAURO BOTTARELLI

ilsussidiario.net

C’è grande entusiasmo per l’ampliamento del Pepp annunciato dalla Bce. In realtà è una mossa che anticipa la fine dell’Eurozona come la conosciamo

Potrei inondarvi di grafici e cifre. Non lo farò. Potrei constatare con stupore e ammirazione, come farà il 99% della stampa, la grande reattività e la decisione della Bce nel rispondere alla crisi da Covid-19. Non lo farò. Quanto deciso ieri dalla Banca centrale europea è una presa di posizione politica, non economica o monetaria. Con il suo andare all-in nelle disponibilità e travalicare i confini statutari, l’Eurotower ha semplicemente confermato implicitamente quanto già emerso il giorno precedente: l’eurozona, così come la conosciamo, nella migliore delle ipotesi ha ancora due anni di vita. Quindi, conviene attrezzarsi. La pandemia e il suo fall-out economico sono soltanto un pretesto, un comodo alibi, l’ennesima cortina fumogena. E non tanto per i 600 miliardi di aumento della disponibilità, capaci di portare l’arsenale a disposizione del Pepp a 1,350 triliardi di euro. Alla fine, sono 100 miliardi più del consensus medio preventivato da giorni da tutte le banche d’affari e, di fatto, prezzato nei rialzi delle Borse dell’ultima settimana. È stato simbolico: come dire, tutti si aspettano il bazooka massimo di espansione e noi mettiamo anche un qualcosina di più, così per tentare la strategia dello shock’n’awe.

E non lasciamoci nemmeno impressionare dal prolungamento del Pepp fino almeno a giugno 2021, poiché consequenziale alla scelta di aumentare l’ammontare a disposizione e, soprattutto, logicamente obbligato da quanto vi ho ripetuto fino allo sfinimento. Visto il controvalore di acquisti quotidiani messo in campo finora e l’impossibilità di diminuirlo, a meno che non si voglia spedire il nostro spread sulla Luna e l’Ue in un nuovo 2011, serviva avere più denaro da spendere e più tempo garantito allo scudo sui debiti a rischio. E questo grafico ne è la conferma immediata: mostra il crollo del differenziale fra Btp a 10 anni e Bund pari durata subito dopo la pubblicazione del comunicato, ancora prima della conferenza stampa di Christine Lagarde. Da 200 punti a 180 in un batter d’occhio, quasi fosse una dose da cavallo di insulina su un diabetico in iperglicemia.

Reggerà questa dinamica nei prossimi giorni? Probabilmente sì, visto che comunque il prolungamento del programma di sostegno offre un front-load temporaneo abbastanza solido agli acquisti di nostro debito. O, quantomeno, un disincentivo alla sua vendita. Cosa allora mi fa essere pessimista nel leggere il messaggio implicito inviato dalla Bce? Il terzo punto contenuto nelle decisioni del board, capace di parlare la lingua di un’emergenza terminale: reinvestimento del capitale sui titoli del Pepp fino almeno al 2022. Cosa significa, traducendo il concetto in parole povere? Semplice, lo mostra questo strappo dello studio preparato da Pictet prima del board: è semplicemente un modo per garantire una prosecuzione, anzi un ampliamento dalla deviazione sul principio di capital key negli acquisti. Tradotto ulteriormente, l’Italia beneficerà del trattamento di favore garantitogli dalla Bce fino a oggi per un periodo più lungo di tempo.

Il 17% statutario di cui gode il nostro Paese è ormai un ricordo: se infatti nei primi due mesi di Pepp, la Bce ha acquistato Btp per 37,4 miliardi di controvalore, questo si sostanzia in una percentuale pro quota che – al netto dei reinvestimenti effettuati – è stata in media del 24% per l’Italia, con punte oltre il 30% nella quarta e nella quinta settimana. Nei fatti e visto l’arco temporale che si va a delimitare, ben più ampio di quello prefigurato solo due mesi fa per rispondere all’emergenza Covid-19 (quando si metteva in dubbio addirittura la necessità di proseguire con le misure straordinarie fino a dicembre), l’Italia ora può beneficiare di un extra-supporto che non comporta alcun esborso rispetto a quanto già versa all’Ue come contributore netto. Di fatto, Francoforte ha deciso che per almeno un anno e mezzo l’Italia (e in tono minore gli altri Paesi più a rischio a livello di sostenibilità del debito) potrà godere di deviazioni sulla capital key strutturali, attraverso il gioco di specchi del reinvestimento.

Ora, traiamo le conclusioni di questa situazione, in punta di realismo. Anche spietato. Primo, la Bce ha deciso di andare allo scontro frontale con la Corte costituzionale tedesca, poiché non solo ha aumentato l’ammontare del Pepp oltre il consensus, massimo ma attraverso reinvestimento e prolungamento dei termini sta configurando i rilievi proprio di quella sproporzionalità che è alla base della sentenza dei giudici di Karlsruhe e che l’Eurotower dovrebbe motivare ufficialmente entro il prossimo 5 agosto. Secondo, la situazione macro dell’Ue è ben peggiore di quanto si potesse immaginare e il Covid-19 rappresenta soltanto l’alibi mediatico per una cura shock che, in realtà, servirà soltanto a mantenere insieme con la colla del denaro a pioggia e del sostegno centralizzato un vaso caduto a terra e andato in mille pezzi. Terzo, proprio le mosse antitetiche di Germania e Italia che hanno preceduto la riunione del board confermano il fatto che la Bce abbia solo calciato pesantemente in avanti il barattolo, al fine di garantire un arco temporale sufficientemente lungo e con salvaguardie relativamente solide (almeno nel breve termine) a quello che è un disfacimento il più possibile controllato e calcolato dell’eurozona per come la conosciamo, in attesa della nascita di un ibrido che immagino si baserà su un euro a due velocità.

Mentre infatti Berlino annunciava un piano da 130 miliardi per rilanciare l’economia, Giuseppe Conte ammetteva come il Re dei nostri conti pubblici fosse nudo, confermando la volontà di chiedere un “anticipo” sui fondi del Recovery Fund alle autorità europee. Insomma, due mondi agli antipodi. Perché signori, quando si chiede al datore di lavoro di anticipare lo stipendio, è perché dobbiamo far fronte a un’emergenza inattesa che i nostri risparmi non sono in grado di coprire, nemmeno in attesa che arrivi il bonifico di fine mese. Insomma, ciò che vi dico da qualche tempo e che è stata la ragione della riapertura in fretta e furia del Paese, nonostante il numero di contagi e decessi in alcune aree: Inps e Inail hanno mostrato i numeri reali dell’azienda Italia a palazzo Chigi. E i capelli di molti sono diventati bianchi di colpo. Servono quindi soldi subito e non per le opere faraoniche e di modernizzazione che Giuseppe Conte ha prefigurato sotto lo sguardo incantato di Rocco Casalino, bensì per garantire la mera ordinarietà dei costi per lo Stato – pagamento di stipendi e pensioni, sanità, trasporti – nel breve termine.

Siamo a questo, signori, una sorta di esercizio provvisorio mascherato da governo di coalizione. Ecco spiegato l’all-in senza precedenti della Bce, di fatto un assist alla Germania per mettersi di traverso, in caso Karlsruhe fosse davvero stato soltanto il cavallo di Troia necessario a scardinare l’assedio di un accanimento terapeutico europeista che, in primis, ora è Berlino a non volere più. Perché, allora, non accedere subito al Mes, i cui 37 miliardi sono praticamente pronta cassa? Perché Giuseppe Conte sa che il tempo sta terminando, che la sabbia nella clessidra è quasi esaurita. E non volendo tornare a fare l’avvocato, non è così pazzo da strozzare in culla la sua carriera politica futura macchiando il curriculum con la lettera scarlatta dell’attivazione del Fondo salva-Stati, atto compiuto il quale l’opposizione partirebbe all’assalto con manifestazioni pressoché quotidiane.

Signori, 130 miliardi di piano di sviluppo come quelli stanziati dalla Germania non rappresentano una via per uscire dalla crisi, bensì per prepararsi a uscire da questa eurozona. Atto che Berlino sta compiendo, sottotraccia: il loro 1989 in versione 2.0 è cominciato con l’annuncio di mercoledì. L’Italia, al contrario, sta preparandosi a entrare nel tunnel di un commissariamento che dovrebbe garantirle una transizione meno disordinata a caotica possibile verso un nuovo assetto in seno all’Ue. Pensate che un processo del genere possa essere governato dalla classe politica attuale, sia di governo che di opposizione? Forse non avere ancora bene chiaro quale sia il quadro in cui ci muoviamo: il game over è vicino. La riprova? Anche con i 600 miliardi addizionali, se si continuerà ad acquistare per 6 miliardi di controvalore al giorno, il Pepp esaurirà il suo ammontare a febbraio 2021 e non a fine giugno. Per arrivare a quella data, occorrerebbe scendere a 4 miliardi al giorno. Reggerà il nostro spread oppure servirà che il reinvestimento sposti la nostra capital key strutturalmente in area 30% del totale? Oppure ancora, la Bce a fine anno dovrà aumentare ulteriormente lo stanziamento addizionale di altri 500 miliardi?

A quel punto, pensate che la Germania, la cui economia sarà già ripartita, accetterà ancora senza battere ciglio questo Qe infinito, se già prima la variabile Karlsruhe non avrà fatto saltare il banco? Datemi retta, è un de profundis quello arrivato da Francoforte. Non qualcosa da festeggiare.

 

Mauro Bottarelli

05.06.2020

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