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Il mandante è Salvini, mentre Mattarella solo l’esecutore

DI ROSANNA SPADINI

comedonchisciotte.org

Non ditemi che avevate creduto veramente nella serietà e nell’onestà politica di Salvini e del suo partito, spaccato in mille correnti tra salviniani, maroniani e zaianiani, e per metà di proprietà del Berlu, che ha giocato volentieri al risiko democratico della formazione del nuovo governo, ma finché non gli avessero toccato i suoi interessi.

Non ditemi che avevate creduto davvero che un partito che aveva per decenni impastato la marmellata partitocratica ora si sarebbe fatto redimere dall’ingenuità serafica di un Di Maio.

Come avrebbe potuto reggere l’alleanza dei 5 Stelle con la Lega, data la divergenza tra i molteplici punti ideologici delle due forze politiche? Perché mentre la base grillina è più orientata verso sinistra, pur con le debite riserve del caso, direi per i 2/3, la Lega ha avuto da sempre un orientamento di destra spinto, magari attento ai temi sociali, ma pur sempre disposto alle più squallide manovre neoliberiste di privatizzazioni (vedi la sanità lombarda).

La Lega è un partito che ha avallato tutte le schifezze delle leggi ad personas di Berlusconi, che da parte sua ha condizionato pesantemente le decisioni del partito, per le fideiussioni accordate a Bossi nel 2000. Ora Salvini ha cavalcato con grande abilità il vento populista, con l’apparente intento di portare battaglie a Bruxelles, ma in realtà con il più recondito progetto di liberarsi del boss mafioso e restare unico leader di un Cdx rinnovato. Al sovranismo ci penserà più tardi, forse…

Ma i leghisti si sono bevuti tutto, pur di idolatrare il loro leader felpato, quindi non solo la famosa mozione del 2011 «Ruby nipote di Mubarak», ma anche tutte le 60 leggi vergogna, che il partito votò ad occhi chiusi, nessuna esclusa, anzi alcune le scrissero direttamente, come il Porcellum di Calderoli, ritenuto poi incostituzionale e l’ordinamento giudiziario di Castelli, una controriforma fatta apposta per far collassare il Csm.

48 milioni spariti nel nulla e che il tribunale di Genova vorrebbe mettere sotto sequestro dopo la condanna di Bossi per truffa ai danni dello Stato, sono irrilevanti perché «così fan tutti».  Così come il fatto che, sia sotto la gestione di Maroni che sotto quella di Salvini, il partito abbia ricevuto illegalmente anche finanziamenti da una onlus, che poi gira immediatamente dopo a società controllate dal partito.

Ottimo metodo per rastrellare fondi senza pubblicarne i donatori con la scusa della privacy, mentre il sospetto è che s’incassino legalmente tangenti mascherate da donazioni da parte di aziende beneficate dai loro governi locali o nazionali.

La Lega ha sostenuto con i propri voti e ministri i governi che hanno approvato il Regolamento di Dublino II, condannando l’Italia a tenersi gli immigrati di primo approdo, non si è nemmeno opposta al bail in sulle banche, ha approvato Equitalia insieme a Berlusconi strozzando piccoli imprenditori e lavoratori, ha approvato i finanziamenti pubblici ai partiti semplicemente modificandone la definizione in rimborsi elettorali, e poi li ha utilizzati anche in maniera illecita.

Salvini ha spesso gridato «basta campi rom», dimenticando che il ministro leghista Maroni con il governo Lega-Forza Italia finanziò con 60 milioni di euro il sistema dei campi rom. Ha votato il Rosatellum bis con Alfano, Renzi e Verdini proprio per tentare di far fuori il M5S, con cui poi si è alleato.

Salvini ha quindi conquistato il primato d’inaffidabilità e incoerenza, onorando la propria abilità nella peggior tradizione bossiana, quella d’incantatore di serpenti, che trascina schiere di fanatici seguaci che pendono dalle sue labbra, e accusano gli altri di essere dei creduloni.

Siccome non ha mai mantenuto le promesse elettorali, ora non ha rispettato nemmeno il patto di governo, perché apertamente sembrava favorirlo, ma in realtà lo stava minando nelle fondamenta. Ma molti ci hanno creduto, creduto alle sue felpe parlanti, ai suoi tweet quotidiani, ai suoi video copiati dai 5 Stelle, che lui scimmiotta in modo rozzo, ma efficace, emergendo con voce rauca e nasone spropositato, da buon padre di famiglia che si preoccupa dei tanti concittadini vessati dall’Europa. Poco importa se quelli del sud siano stati definiti fino a poco tempo fa luride piattole e parassiti fannulloni… intanto lui vola nei sondaggi.

A sentirlo oggi sembra un pasdaran dell’antieurismo. Purtroppo invece ha sempre parlato bene ma razzolato male, anzi malissimo, tanto che nel luglio 2008, in data balneare, ha votato a favore della ratifica del trattato di Lisbona, che come afferma Paolo Barnard, ci ha fatti diventare  «Cittadini di un enorme Paese che non è l’Italia, governati da gente non direttamente eletta da noi, sotto leggi pensate da misteriosi burocrati a noi sconosciuti, secondo principi sociali, politici ed economici che non abbiamo scelto, e veniamo privati nella sostanza di tutto ciò che conoscevamo come Patria, parlamento, nazionalità, autodeterminazione, e molto altro ancora».

Un trattato truffaldino formato da migliaia di emendamenti e centinaia di regole per un totale di 2800 pagine, praticamente incomprensibile, che crea un super Stato le cui leggi, scritte da burocrati non eletti da nessuno prevalgono sulle leggi nazionali e persino sulla Costituzione. Un trattato, che vieta qualsiasi tutela sociale e ambientale alle agricolture nazionali. Un trattato che in nome della «libera concorrenza senza distorsioni», impone ai popoli europei svendite, privatizzazioni selvagge, precarizzazione del lavoro, tagli alla sanità e a tutti i servizi (Paolo Barnard). Eppure il voto della Lega è stato determinante.

E poi i collaboratori di cui si circonda te li raccomando. Armando Siri l’ideologo della flat tax, l’uomo scelto da Salvini come consigliere economico, ha una condanna patteggiata per bancarotta fraudolenta, due società con sede legale in un paradiso fiscale, un socio indagato per corruzione in un’inchiesta dell’antimafia di Reggio Calabria.

Responsabile della «Scuola di formazione politica» della Lega, Siri in pochi anni è diventato uno dei fedelissimi del segretario federale, che lo ha infatti nominato responsabile economico di «Noi con Salvini». Mister flat tax ha però qualche scheletro nell’armadio, a partire dalla condanna a 1 anno e 8 mesi, comminata tre anni e mezzo fa dal tribunale di Milano in sede di patteggiamento, per il fallimento della Mediatalia, società che ha lasciato debiti per oltre 1 milione di euro.

Poi Giancarlo Giorgetti, parlamentare leghista dal 1996, è l’uomo delle trame di partito. Nella Lega c’è sempre stato e si è sempre seduto ai tavoli che contano. Fu indicato da Giorgio Napolitano tra i salvatori della patria, ma la verità è che Giorgetti sembra essere più semplicemente un banalissimo faccendiere, utilizzato a tempo debito dai veri registi del backstage del grande potere finanziario.

Al tempo della sua designazione tra i saggi di Napolitano, il giornale on-line «L’indipendenza» (anti-maroniano) ma interno alla Lega, lo indicò come uomo nelle disponibilità del gruppo Bilderberg.

E da lì dopo il ’96, la prima elezione alla Camera dei Deputati, per anni ha fatto il «vero amministratore» di tonnellate di soldi che sono girati da quelle parti. Cugino del banchiere Massimo Ponzellini, a sua volta uomo di fiducia di Umberto Bossi nel mondo delle banche e delle imprese. Ha fatto parte del consiglio di amministrazione di «Crediteuronord», piccolo istituto di credito fondato dalla Lega, ma subito arrivato a un passo dal fallimento. In qualità di presidente della commissione bilancio, è stato poi uno degli uomini chiave della lobby che sosteneva l’ex governatore di Banca d’Italia, Antonio Fazio.

Fiorani poi racconterà di aver portato € 100.000 a Giorgetti come ringraziamento per aver smussato l’ostilità dei leghisti verso il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio e l’operazione Antonveneta. Nei verbali è lo stesso Fiorani a precisare che Giorgetti «non ebbe alcuna reazione», salvo richiamarlo alla sera e dirgli di venirsi a prendere quei soldi e che, in alternativa, avrebbe potuto aiutare la polisportiva Varese con una sponsorizzazione. Quindi la polisportiva incassa e nessuna denuncia.

Giorgetti viene descritto come l’uomo che rappresentava la Lega Nord nella oscena spartizione dei vertici dei consigli d’amministrazione delle partecipate, dove la partitocrazia può spolpare le casse colme di tassazione pubblica. Referente soprattutto in materia di nomine è stata la definizione di lui che Borgogni, a capo delle relazioni istituzionali di Finmeccanica, fornì agli inquirenti. In casa dello stesso Borgogni fu trovata una lista di nomi che comprovava questo ruolo.

Ora la Lega aveva stretto un patto che prevedeva misure intollerabili per un partito neoliberista quale è: reddito di cittadinanza, conflitto d’interessi, difesa del pubblico contro il privato, lotta all’evasione fiscale, carcere agli evasori, dismissione delle multiutility, contrasto al consumo del suolo, alle grandi opere inutili, all’inquinamento, alla partitocrazia.

Il governo si sarebbe dovuto fare comunque, anche senza Paolo Savona, tanto i ministri si sarebbero potuti cambiare un anno dopo, quando il governo si fosse poi rafforzato, occupando la Rai e facendo vera informazione riguardo all’euro e all’Europa.

L’irrigidimento di Salvini su Savona è stato funzionale a far saltare il tavolo, e lui è il primo responsabile e quello che crede di poter ottenere il meglio alle prossime elezioni, usando come alibi il veto imposto dal Quirinale. Non era il momento delle fughe in avanti, né della continua rissa provocatoria, da lui sostenuta in maniera astuta e costante, a differenza di Di Maio che ha sempre tenuto un profilo basso e responsabile. Se fosse stato veramente convinto del progetto, avrebbe dovuto usare pazienza e tattica, arrivando a ordire un compromesso poi facilmente superabile, con il cambio successivo del ministro.

Doveva essere il tempo dell’astuzia machiavellica, che avrebbe potuto dar vita al primo governo populista d’Europa, ma forse ci siamo clamorosamente sbagliati a fidarci di Salvini, perché il partito della Lega fa ancora parte della casta e lui non ha avuto nessuna intenzione di cambiare veramente le cose se non cercando di aumentare i propri consensi in vista di una prossima leadership nel Cdx.

Come nelle migliori tradizioni gialliste, il vero responsabile del delitto perfetto è stato il leader felpato della partitocrazia, che ha usato l’alibi del veto di Mattarella, semplice esecutore materiale dell’aborto del governo. Ci rivedremo alle prossime elezioni, se avremo ancora voglia di votare…

 

Rosanna Spadini

Fonte: www.comedonchisciotte.org

27.05.2018

 

Pubblicato da Rosanna

Ho insegnato italiano, latino e storia in un Liceo Classico, la mia insolita passione è quella di andare a caccia della "verità" nelle vicende contemporanee, attraverso gli interstizi dell'informazione, il mio vizio assurdo invece consiste nell'amare l'anonimato più della notorietà, la responsabilità più del narcisismo, l'impegno sociale più del letargo intellettuale. Allergica al pelo di capra e alle fake news.